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<rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" version="2.0"><channel><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > Bra]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/bra-e-roero/]]></link><atom:link href="https://www.cuneodice.it/rss/news/cultura/storia-locale/bra-e-roero/rss2.0.xml?page=2rss2.0.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[Tutte le ultime notizie di Storia Locale a Bra aggiornate in tempo reale e le news che Cuneo dice]]></description><lastBuildDate>Thu, 30 Apr 2026 18:00:58 +0200</lastBuildDate><image><url>https://static.cuneodice.it/cuneo/images/logo.png</url><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > Bra]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/bra-e-roero/]]></link></image><item><title><![CDATA[Quando a Cuneo era vietato lavorare nei giorni festivi. Storie e curiosità sulla legge nel Medioevo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116275/140647.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Alcune curiosit&agrave; sulle norme penali durante il Medioevo nelle nostre terre.&nbsp;In questo campo davvero si nota l&rsquo;impressionante differenza fra le epoche passate e l&rsquo;attuale. Se alcune pene possono apparire addirittura ridicole, altre fanno rabbrividire.&nbsp;Rispetto a oggi due sono le differenze sostanziali: allora erano pubbliche e soprattutto fisiche (con menomazioni corporali) e, in secondo luogo, erano pesantemente puniti i reati contro la morale (cristiana, logicamente).&nbsp;Uno per tutti: la bestemmia.&nbsp;Era il primo reato contro la religione.&nbsp;Come veniva punita? Un po&rsquo; ovunque con la &ldquo;lavata di capo&rdquo;. In questo caso la pena non comportava lesioni fisiche, ma &ldquo;solo&rdquo; l&rsquo;esposizione al pubblico ludibrio.&nbsp;Il colpevole veniva condannato a pagare una multa salata e, se non vi provvedeva, veniva portato in un luogo pubblico (in genere al pozzo centrale del borgo, a Demonte e a Cuneo al luogo chiamato il &ldquo;pellerino&rdquo;): di fronte al popolo tutto radunato per l&rsquo;occasione, il bestemmiatore veniva fatto distendere per terra e gli venivano versate tre o pi&ugrave; secchiate d&rsquo;acqua sul capo (tre a Boves, quattro a Cuneo, tre a Demonte). Per di pi&ugrave; a Demonte il colpevole, prima della lavata di capo, doveva rimanere per un giorno intero legato al pellerino ed esposto al pubblico ludibrio. Una bella umiliazione e non solo, perch&eacute; quando il poveretto era legato e impossibilitato a difendersi, chi passava poteva non limitarsi a deriderlo.</p>
<p>Un altro reato oggi scomparso &egrave; il &ldquo;lavoro in giorno festivo&rdquo;.&nbsp;Anche questo era un reato ed era punito con una multa, in quanto spregio al giorno dedicato al Signore. V&rsquo;era tuttavia la possibilit&agrave; di farla franca. Quando? Facile immaginarlo. Quando si lavorava per il bene diretto o indiretto della Chiesa: ad esempio lo statuto di Beinette prevedeva l&rsquo;esenzione dalla pena se il lavoro era fatto per la Confratria (le confraternite erano enti religiosi), o per l&rsquo;ospedale (anche qui, in quanto opera di carit&agrave;, in mano al Clero) o per la Chiesa o per una persona povera.&nbsp;</p>
<p>E il buon costume?&nbsp;In questo termine erano compresi tutti i comportamenti lesivi del credo religioso e della morale assai severa del tempo, ma ci&ograve; che pi&ugrave; colpisce &egrave; la differenza enorme di trattamento fra uomo e donna nei delitti di adulterio e violenza sessuale. Sembra roba d&rsquo;altri tempi, ma &egrave; giusto ricordare che la violenza sessuale &egrave; divenuta in Italia reato contro la persona soltanto nel 1996. Le pene poi, solitamente, riguardavano soltanto gli uomini e non le donne, alle quali era riservato un trattamento ben peggiore.&nbsp;L&rsquo;adulterio dell&rsquo;uomo era punito con la multa e, nel caso il reo non potesse pagarla, con la pubblica fustigazione. Ad esempio, in Beinette l&rsquo;adultero si prendeva una bella multa, il cui importo variava a seconda del consenso o meno della donna. Chi non poteva pagare la multa era sottoposto alla fustigazione.&nbsp;A Boves ci si limitava alla fustigazione da una porta all&rsquo;altra del paese e per due volte.&nbsp;</p>
<p>&Egrave; appena il caso di ricordare che destinatario delle norme in esame era l&rsquo;uomo e non la donna, perch&eacute; a quest&rsquo;ultima era riservato ben di peggio. Scopo della donna era dare figli certi al marito e nel comune sentire la donna che violava tale obbligo, violava una legge sacra e si metteva fuori dalla societ&agrave;. L&rsquo;adultera poteva nel generale consenso essere picchiata anche fino alla morte dal marito tradito, in molti luoghi era condannata a morte; ben che andasse veniva ripudiata e diventava la svergognata del paese, una puttana e niente pi&ugrave;, e come tale trattata da tutti. &nbsp;</p>
<p>A comprova dello stato di totale inferiorit&agrave; della donna &egrave; anche quanto veniva disposto in tema di violenza carnale cum virgine (e anche qui siamo arrivati quasi ai giorni nostri). Sempre in Boves la pena consisteva nel taglio di una mano o di un piede (molte donne e non solo, al giorno d&rsquo;oggi, riterrebbero giusto ripristinare qualcosa di simile a quell&rsquo;uso, anche se adattato ai tempi, come ad esempio: la castrazione chimica), ma il reo poteva evitare la pena sposando entro dieci giorni la vittima. &Egrave; il cosiddetto &ldquo;matrimonio riparatore&rdquo; in uso pressoch&eacute; ovunque e rimasto nella nostra Italia fino al 1981 quando con la legge n. 442 fu finalmente abrogato l&rsquo;art. 544 del Codice Penale che prevedeva l&rsquo;estinzione del reato per lo stupratore e i suoi complici se la violentata (se minorenne, per lei i suoi genitori) accettava di sposarlo. Del resto la donna aveva ben poche alternative, perch&eacute; ben difficilmente avrebbe potuto sposarsi ed era per tutti una &ldquo;svergognata&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Senza approfondire molti altri casi di reati assai pi&ugrave; gravi e pene, par giusto chiudere con una curiosit&agrave;. Era il reato per &ldquo;i cattivi scherzi alle spose&rdquo;. S&igrave;, i cattivi scherzi alle spose vietati dallo statuto di Cuneo. Evidentemente in citt&agrave; era invalso l&rsquo;uso curioso di far scherzi alle spose, degenerato poi in scherzi decisamente pesanti al punto di prevederne la punibilit&agrave;, come l&rsquo;accogliere la sposa con corni, sonagli e bacini o con ingiurie, o addirittura, si badi perch&eacute; la cosa &egrave; davvero curiosa, portar via porte e finestre della camera nuziale o far trovare un terzo vestito (da uomo ovviamente) nel letto nuziale.</p>
<p>Cos&igrave; andava il mondo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[5 agosto 1985: quarant'anni fa il tragico incidente di Sant'Anna di Vinadio]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/106042/125890.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Undici morti, ventisette feriti. &Egrave; il drammatico bilancio di uno dei pi&ugrave; tragici incidenti stradali mai avvenuti in provincia di Cuneo, di cui oggi ricorre il quarantesimo anniversario. Il teatro della sciagura &egrave; quello della strada che da Vinadio porta ai 2020 metri di altitudine del santuario di Sant&rsquo;Anna.&nbsp;</p>
<p>Sono da poco passate le ore 16 del 5 agosto 1985, un luned&igrave;, quando sul vallone si abbatte un violento nubifragio. &ldquo;<em>Un temporale, estivo, violento: l&rsquo;acqua battente invade la stretta strada di montagna. I tornanti fanno paura. La visibilit&agrave; &egrave; ridotta</em>&rdquo;. Questo lo scenario descritto dall&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo; Emanuele Mont&agrave;, nell&rsquo;articolo pubblicato all&rsquo;indomani sulla prima pagina del quotidiano. Due pullman dell&rsquo;Ati sono partiti poco prima dal piazzale del Santuario per riportare a Cuneo un gruppo di pellegrini: la strada era gi&agrave; vietata ai mezzi oltre i dieci metri, con apposita segnaletica installata dalla Provincia, ma il divieto all&rsquo;epoca veniva frequentemente ignorato. I due bus scendono verso valle fino a quando due auto che li precedono si fermano sulla carreggiata ostruendo il passaggio, nei pressi della vecchia presa dell&rsquo;Enel. Forse un guasto, forse un tamponamento: i conducenti dei due mezzi escono dall&rsquo;abitacolo, costringendo i due pullman al sorpasso in un punto in cui la strada &egrave; particolarmente stretta.&nbsp;</p>
<p>Il primo bus passa, non senza difficolt&agrave;, poi procede il secondo. &Egrave; in quel momento che si consuma la tragedia: forse una manovra sbagliata di qualche centimetro, forse un cedimento del terreno, le ruote di sinistra finiscono fuori dalla carreggiata, l&rsquo;autobus scivola e finisce nella scarpata sottostante, ribaltandosi pi&ugrave; volte e finendo scoperchiato, ridotto ad un ammasso di lamiere. Tragico, come detto, il bilancio, spettrale la scena che i soccorritori si ritrovano davanti: &ldquo;<em>Rottami sparsi ovunque, corpi senza vita, prigionieri delle lamiere e confusi con una ventina di feriti. Altri, meno gravi, si lamentano tra gli arbusti e cercano di raggiungere la strada. Ovunque sangue, documenti, oggetti personali</em>&rdquo;, scrive ancora l&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo;. Nove persone vengono estratte gi&agrave; prive di vita, altre due moriranno pochi giorni dopo in ospedale a Cuneo e Savigliano a causa delle ferite riportate.&nbsp;</p>
<p>Le vittime erano di Cuneo, Montanera, Castelletto Stura, Caraglio, Cervignasco e Torino, tutti pellegrini al rientro da una visita al santuario pi&ugrave; alto d'Europa. La pi&ugrave; giovane, Anna Maria Ambrogio, aveva 25 anni: con lei anche la figlia di 4 anni, sopravvissuta.&nbsp;</p>
<p>Nel seguente processo Roberto Origlia, quarantenne cuneese che era alla guida del pullman, avrebbe poi patteggiato un anno per omicidio colposo. I parenti delle vittime e i feriti saranno risarciti con un miliardo di lire dall&rsquo;assicurazione dell&rsquo;azienda di trasporti.</p>]]></description><pubDate>Tue, 05 Aug 2025 14:28:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Dalmasso</dc:creator><author><name>Andrea Dalmasso</name></author></item><item><title><![CDATA[Un viaggio nella Granda criminale del primo Novecento: ecco la nuova puntata di “Wall of Cuni”]]></title><link>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/103844/123001.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Se la Cuneo di oggi non vi sembra pi&ugrave; un&rsquo;&ldquo;isola felice&rdquo;, dovreste conoscere quella di un secolo fa. Alessandra Demichelis, storica e bibliotecaria dell&rsquo;Istituto Storico della Resistenza e della Societ&agrave; Contemporanea, ce ne parla nel suo bellissimo &ldquo;La Mala Vita&rdquo;, un&rsquo;antologia di dodici racconti reali tratti da altrettante vicende giudiziarie cuneesi del primo Novecento.</div>
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<div>Attraverso le carte dei processi in Corte d&rsquo;Assise e le cronache dei giornali dell&rsquo;epoca, con uno sguardo umano e partecipe su quelle storie dimenticate, l&rsquo;autrice ripercorre i drammi di una famiglia contadina della Langa che vede assassinare un figlio nella notte (forse da un fratello, di poco pi&ugrave; grande), di una rissa tra immigrati ad Acceglio - ma erano, pensate, bresciani e bergamaschi - finita con un accoltellato, di una prostituta vittima di un serial killer nel cuore di Cuneo vecchia, di un prete traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra che uccide un parrocchiano a pistolettate e molto altro. Storie che non hanno nulla della morbosit&agrave; del <em>true crime</em>, ma sono altrettanti spaccati su un&rsquo;epoca tumultuosa.</div>
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<div>Nella penultima puntata di <em>Wall of Cuni</em>, il podcast di Cuneodice condotto da Andrea Cascioli e Luca &ldquo;Sbrab&rdquo; Abb&agrave;, vi regaliamo un viaggio nel tempo imperdibile, tra le pieghe insospettabili di un &ldquo;buon tempo antico&rdquo; che spesso non era cos&igrave; buono.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il nuovo episodio di <em>Wall of Cuni</em> &egrave; disponibile su <a href="https://youtu.be/1ezZbA8_tdM" target="_blank" rel="nofollow">YouTube</a> e su <a href="https://open.spotify.com/episode/0K58r7i0P888FfqY2ypJqA?si=oHQ2CD3KRzWZEnlHge6PMw" target="_blank" rel="nofollow">Spotify</a>.</div>]]></description><pubDate>Wed, 18 Jun 2025 16:30:00 +0200</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[“Ho agito a fin di bene e per un’idea”: il senso del 25 aprile nelle lettere dei partigiani condannati a morte]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/101111/119406.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Ogni anno, in occasione del 25 aprile, nel dibattito pubblico serpeggia in maniera pi&ugrave; o meno sistematica la riflessione sull&rsquo;importanza del ricordo di giornate come quella della Festa della Liberazione. &Egrave; proprio vero che, come scriveva Primo Levi, &ldquo;<em>la memoria umana &egrave; uno strumento meraviglioso ma fallace</em>&rdquo;, che si sporca e si altera facilmente, persino quando riguarda pagine eroiche della nostra Storia, la storia di tutti gli italiani. E cos&igrave;, anno dopo anno, &egrave; sempre pi&ugrave; forte il sospetto che si stia perdendo il senso profondo del 25 aprile soprattutto a livello istituzionale, con dichiarazioni audaci e storicamente scorrette e poca disponibilit&agrave; a celebrare a dovere una giornata che rappresenta l&rsquo;essenza della nostra democrazia.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In occasione dell&rsquo;80&deg; anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, abbiamo quindi deciso di andare a cercare il senso profondo del 25 aprile &ldquo;interpellando&rdquo; direttamente coloro che l&rsquo;hanno realizzato, ovvero i partigiani che hanno combattuto nella Granda, provincia che, non bisogna mai dimenticarlo, &egrave; stata decorata con la Medaglia d&rsquo;oro al merito civile proprio per il suo contributo alla Resistenza. Per farlo abbiamo raccolto le lettere dei combattenti cuneesi contenute nel volume "Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana", uscito per Einaudi in prima edizione nel 1952 e ancora oggi uno dei testi di riferimento per ragionare sul 25 aprile.&nbsp;</div>
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<div>Si tratta degli ultimi pensieri di ragazzi e ragazze per lo pi&ugrave; giovanissimi e comuni, che si ritrovano di fronte alla morte e decidono di affrontarla con una dignit&agrave; che sorprende e commuove. Leitmotiv delle missive contenute in questo volume, dei combattenti cuneesi ma in generale di quasi tutti i partigiani d&rsquo;Italia, &egrave; la volont&agrave; di chiedere perdono ai propri genitori per il dolore loro inflitto e per essere stati poco presenti nella loro vita. Uno scrupolo che carica di un&rsquo;umanit&agrave; quasi mai adeguatamente considerata i combattenti per la libert&agrave; che erano, prima di tutto, dei giovani.&nbsp;</div>
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<div>Tra le lettere dei partigiani cuneesi non mancano alcuni nomi di spicco, giustamente celebrati ancora oggi. In primis Maria Luisa Alessi, staffetta partigiana di Falicetto fucilata nel piazzale della stazione di Cuneo il 26 novembre 1944, che nel salutare i suoi cari scrive una frase da vera combattente, fino all&rsquo;ultimo: &ldquo;<em>Prego solo non fate tante chiacchiere sul mio conto e di allontanare da voi certe donne alle quali io devo la carcerazione</em>&rdquo;. Altro personaggio di spicco della Resistenza cuneese (e non solo) che ha lasciato una lettera finale &egrave; l&rsquo;eroe nazionale, Medaglia d&rsquo;Oro al Valor Militare Duccio Galimberti. L&rsquo;allora 38enne avvocato cuneese, poche ore prima di essere fucilato a tradimento dai fascisti nei pressi di Centallo, lasci&ograve; ai suoi cari un saluto lapidario e inequivocabile, perfettamente conforme al modo di esprimersi di una figura che, con il suo discorso del 26 luglio 1943, in qualche modo ha dato inizio alla stagione della Resistenza nel nostro Paese: &ldquo;<em>Ho agito a fin di bene e per un&rsquo;idea. Per questo sono sereno e dovrete esserlo anche voi</em>&rdquo;. Questa semplice frase racchiude in s&eacute; il significato profondo del partigianato.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Un messaggio quasi identico a quello lasciato da Galimberti &egrave; anche quello di Ettore Garelli (nomi di battaglia Gomma, Bollo), 53enne torinese fucilato assieme a Maria Luisa Alessi dopo aver coordinato le attivit&agrave; partigiane nel Fossanese (&ldquo;<em>Ho coscienza di non avere male operato</em>&rdquo;). Pi&ugrave; intellettuale e ideologica &egrave; invece la riflessione che Pedro Ferreira, 23enne di Genova fucilato a Torino il 23 gennaio 1945, lascia ai suoi parenti. In questo caso &egrave; interessante notare come il giovane, combattente nelle brigate Giustizia e Libert&agrave; di Galimberti in Valle Grana, sottolinei un filo rosso che unisce i partigiani ai patrioti del Risorgimento: &ldquo;<em>Vostro figlio e fratello &egrave; morto come i fratelli Bandiera, come Ciro Menotti, Oberdan e Battisti colla fronte verso il sole ove attinse sempre forza e calore: &egrave; morto per la Patria alla quale ha dedicato tutta la sua vita: &egrave; morto per l&rsquo;onore perch&eacute; non ha mai tradito il suo giuramento, &egrave; morto per la libert&agrave; e la giustizia che trionferanno pure un giorno quando sar&agrave; passata questa bufera</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Sono invece molto pi&ugrave; &ldquo;prosaiche&rdquo;, ma non per questo meno intense, le ultime righe lasciate dagli altri combattenti cuneesi contenute nel volume: Gilberto Manegrassi, 20enne di Costigliole Saluzzo, Giuseppe Manfredi, 21enne di Fossano, Attilio Martinetto, 21enne astigiano, fucilato al Cimitero Vecchio di Cuneo, Luigi Pieropan, 24enne torinese fucilato a San Michele Mondov&igrave; e Dario Scaglione (Tarzan), 19enne di Valdivilla, celebrato anche da Fenoglio nella sua opera. Chi chiede perdono ai genitori, chi perdona i propri carnefici, chi saluta la fidanzata e le augura di trovare un nuovo amore, chi d&agrave; consigli ai fratelli minori: sono lettere di un&rsquo;umanit&agrave; sconcertante, che fanno rabbrividire a leggerle oggi.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Uno spazio a s&eacute; stante lo merita la missiva che Paola Garelli (Mirka), 28enne nata a Mondov&igrave; ma operante e fucilata a Savona, indirizza alla figlioletta: &ldquo;<em>Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino per il dolore che do loro. Non devi piangere n&eacute; vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa solo: studia, io ti protegger&ograve; dal cielo</em>&rdquo;.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Leggendo queste e tutte le altre lettere dei condannati a morte della Resistenza non si pu&ograve; che comprendere quanto questa stagione sia stata unica e irripetibile nella nostra Storia. Una stagione dove chi combatteva lo faceva per ideali pi&ugrave; alti del &ldquo;qui e ora&rdquo;, dove valeva la pena soffrire oggi per sorridere tutti domani, per inventare la democrazia in un Paese che non l&rsquo;aveva mai conosciuta prima e che da vent&rsquo;anni a quella parte non conosceva altro che ingiustizia e repressione. &ldquo;<em>La Resistenza ci ha dato la nostra religione civile</em>&rdquo;, disse un altro grande combattente cuneese come Giorgio Bocca. Ricordare e celebrare il 25 aprile e tutte le altre giornate dedicate a questa stagione vuol dire farsi discepoli di questa &ldquo;religione di tutti&rdquo;.&nbsp;&nbsp;</div>
</div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Fri, 25 Apr 2025 07:01:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giacomo Giraudo Cordero</dc:creator><author><name>Giacomo Giraudo Cordero</name></author></item><item><title><![CDATA[Un viaggio nel Piemonte che non c’è più: ecco le meraviglie che abbiamo perso]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/un-viaggio-nel-piemonte-che-non-ce-piu-ecco-le-meraviglie-che-abbiamo-perso_91079.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/un-viaggio-nel-piemonte-che-non-ce-piu-ecco-le-meraviglie-che-abbiamo-perso_91079.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/91079/106759.jpg" title="Veduta di Verzuolo nel Theatrum Sabaudiae" alt="Veduta di Verzuolo nel Theatrum Sabaudiae" /><br /><div>Anche il Piemonte ha le sue meraviglie perdute, simili al monastero che ne <em>Il nome della rosa</em> viene divorato dalle fiamme insieme alla sua leggendaria biblioteca. Solo letteratura, in quel caso, sebbene <strong>Umberto Eco</strong> abbia tratto qualche ispirazione dalla Sacra di San Michele.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Altri luoghi, tra quelli del tutto scomparsi e quelli rovinati fino a divenire irriconoscibili, punteggiano le antiche mappe della nostra regione, disegnando una geografia dell&rsquo;invisibile. Ne parla lo storico dell&rsquo;architettura <strong>Simone Caldano</strong>, autore de <em>Il Piemonte che non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave;</em> per le Edizioni del Capricorno. Esperto studioso delle architetture religiose medievali tra Piemonte e Liguria, il novarese Caldano ha selezionato venticinque edifici scomparsi tracciandone in sintesi le vicende, con l&rsquo;ausilio di un ricco apparato iconografico. Ci sono forti e castelli, ma anche cattedrali, abbazie, casini di caccia e &ldquo;luoghi di delizie&rdquo; (come venivano chiamate le dimore nobiliari destinate alle villeggiature), perfino un esempio di architettura industriale novecentesca, la ex Snia Viscosa di Torino. L&rsquo;autore del volume vagheggia un vero e proprio &ldquo;turismo dell&rsquo;inesistente&rdquo;: <em>&ldquo;&Egrave; evidente che questo libro non pu&ograve; essere un invito alla visita. Ma sarebbe bello se ci fossero pannelli a ricordo di questi monumenti scomparsi, alcuni davvero sorprendenti&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il libro &egrave; stato presentato in primavera dall&rsquo;autore al Museo diocesano di Cuneo, insieme alla direttrice <strong>Laura Marino</strong>: <em>&ldquo;Questa &lsquo;guida&rsquo; &egrave; un grande esercizio di immaginazione&rdquo;</em> ha ricordato lei, menzionando le innumerevoli testimonianze di una citt&agrave; &ldquo;sommersa&rdquo; che possiamo trovare, anche vicino a noi. Dall&rsquo;antica cittadella sul pizzo di Cuneo alla scomparsa chiesa di Santa Maria della Pieve che d&agrave; tuttora il suo nome a una strada, via della Pieve, passando per le costruzioni medievali che lasciarono il posto a piazza Virginio e ad altre piazze del centro storico attuale. Caldano ha selezionato solo luoghi &ldquo;fantasma&rdquo; e non rovine: <em>&ldquo;Mi sarebbe sembrato offensivo per i colleghi archeologi, menzionare contesti di scavo archeologico fra i luoghi che non esistono pi&ugrave;&rdquo;</em> spiega. L&rsquo;unica eccezione &egrave; ad Alba, con la chiesa di Santa Maria del Ponte.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Questa chiesa parrocchiale sorgeva grossomodo a met&agrave; strada tra l&rsquo;imbocco dell&rsquo;attuale via Cavour e l&rsquo;argine del Tanaro, in prossimit&agrave; di un ponte che attraversava il fiume. Non &egrave; chiaro in quali circostanze sia scomparsa, sta di fatto che dopo il 1386 non se ne trovano pi&ugrave; tracce per quattrocento anni. Nel 1788, quando il Comune intraprende lavori di scavo sulla riva destra del Tanaro, affiorano testimonianze menzionate dall&rsquo;abate <strong>Carlo Benevelli</strong>: monete, alcune sculture tra cui la chiave di una volta, una protome, una punta di lancia, una lamina di rame con l&rsquo;iscrizione <em>&ldquo;Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi&rdquo;</em>. Da un documento del 1196 sappiamo che Santa Maria doveva avere anche un chiostro e che era una chiesa betlemita, cio&egrave; soggetta all&rsquo;autorit&agrave; del vescovo di Betlemme. Nella diocesi di Alba ce n&rsquo;erano ben quattro, disseminate tra Guarene, Farigliano, Monesiglio e appunto il <em>&ldquo;burgus de ultra Tanagrum&rdquo;</em>. Poco o nulla si sa di come si articolasse la struttura a una navata e quali decorazioni avesse, ma la sua presenza, nota lo storico, aggiunge un tassello al panorama dell&rsquo;architettura medievale della Langa.</div>
<div>&nbsp;</div>
<h2>Quando Mondov&igrave; rivaleggiava con Torino: la cittadella e il duomo scomparso&nbsp;</h2>
<div>Di chiese sparite, in questo caso proprio perch&eacute; demolite dall&rsquo;autorit&agrave; secolare, si parla in riferimento alla costruzione della cittadella di Mondov&igrave;, promossa nel 1573 dal duca <strong>Emanuele Filiberto di Savoia</strong>. Figura chiave nella storia del casato, cui si deve lo spostamento della capitale da Chambery a Torino, il duca &ldquo;Testa di ferro&rdquo; si preoccup&ograve; con grande lungimiranza di difendere il Piemonte con fortezze &ldquo;alla moderna&rdquo;, cio&egrave; adeguate ai tiri delle nuove armi da fuoco. Poco male, si trover&agrave; a pensare, se per farlo era necessario spianare addirittura una cattedrale, il che &egrave; appunto quel che successe sulla collina di Piazza.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div><em>&ldquo;Vista la vicinanza alla Francia e al mare,</em> - sottolinea Caldano - <em>non pochi valutavano la possibilit&agrave; che la capitale diventasse proprio Mondov&igrave; e non Torino, come &egrave; poi accaduto&rdquo;</em>. La cattedrale di San Donato, uno dei pochi edifici rinascimentali in Piemonte, aveva gi&agrave; preso il posto di una preesistente fondazione religiosa, attestata per la prima volta nel 1207: il cantiere avviato a fine Quattrocento va di pari passo con quello coevo per la cattedrale di Torino e non &egrave; azzardato parlare - gi&agrave; allora - di una &ldquo;competizione&rdquo; tra le due citt&agrave;, che si traduce in un progetto molto ambizioso. Con l&rsquo;erezione della cittadella, ciascuna delle sue due navate minori verr&agrave; inglobata in una caserma, mentre la navata centrale rimane in uno spazio aperto. L&rsquo;abside sopravviver&agrave; fino al XIX secolo, prima di essere demolito.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma non &egrave; solo San Donato a interferire con i piani del duca. In un &ldquo;valzer&rdquo; di ordini religiosi, mentre la sede del duomo viene spostata nella chiesa di San Francesco, i francescani finiscono relegati nella pi&ugrave; piccola chiesa di Sant&rsquo;Andrea e i predicatori domenicani si trasferiscono da San Domenico a Carassone, in San Giovanni di Lupazanio. Il papa <strong>Gregorio XIII</strong>, a cui nessuno aveva chiesto il permesso, non ne fu affatto contento, sebbene Emanuele Filiberto avesse cercato di blandirlo, affermando che la cittadella sarebbe stato <em>&ldquo;riparo contro gli eretici&rdquo;</em>. Solo quando il pontefice gli fece notare che distruggere le chiese era appunto ci&ograve; a cui gli eretici si dedicavano in Germania e in Inghilterra, il duca scopr&igrave; le carte con franchezza:<em> &ldquo;Io non distruggo il poco n&eacute; male che per edificare il molto e meglio. Trovomi qui vicino al pericolo e ho da essere il primo ai colpi, onde mi conviene stare all&rsquo;erta et in buona custodia, e per me et per l&rsquo;Italia tutta&rdquo;</em>. E il &ldquo;nostro&rdquo; San Donato? Sorger&agrave; nel Settecento, per opera di <strong>Francesco Gallo</strong>.</div>
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<h2>La (quasi) imprendibile cittadella di Cuneo, distrutta da Napoleone&nbsp;</h2>
<div>Al duca &ldquo;Testa di Ferro&rdquo;, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/come-mai-si-dice-che-cuneo-e-pari-a-sagunto-per-fedelta_44911.html" target="_blank">molto impressionato dal valore dimostrato dai cuneesi nel 1557</a>, si deve il titolo di citt&agrave; attribuito all&rsquo;attuale capoluogo della Granda <em>&ldquo;in temporalibus&rdquo;</em>, cio&egrave; per quanto attiene alle cose temporali: Cuneo, come sappiamo, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/pio-vii-il-papa-prigioniero-che-fondo-la-diocesi-di-cuneo_28473.html" target="_blank">acquisir&agrave; dignit&agrave; vescovile solo nell&rsquo;Ottocento</a>. Sotto Emanuele Filiberto inizia la costruzione della cittadella, di cui non conosciamo il progettista: si pu&ograve; supporre che <strong>Francesco Paciotto</strong>, artefice della cittadella di Torino, non ne sia stato estraneo.</div>
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<div>Cosa accada dopo lo vediamo nelle due tavole dedicate a Cuneo dal <em>Theatrum Sabaudiae</em>, la straordinaria raccolta di &ldquo;cartoline&rdquo; dai domini sabaudi promossa da <strong>Carlo Emanuele II</strong> e stampata nel 1682: sappiamo che sul pizzo c&rsquo;erano ancora strutture medievali fortificate, con il loro coronamento merlato, ma anche al di fuori del tratto murato c&rsquo;era un coronamento pi&ugrave; antico che fu inglobato nella fortezza &ldquo;alla moderna&rdquo;. Cuneo viene dotata di diversi bastioni a tenaglia, nella maggior parte dei casi denominati in base alla chiesa pi&ugrave; vicina: Santa Maria della Pieve, Sant&rsquo;Ambrogio, San Giacomo. Solo due, il bastione verso Quaranta e il bastione verso l&rsquo;Olmo, non prendono nome da una chiesa.</div>
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<div>In corrispondenza del &ldquo;rivasso&rdquo;, cio&egrave; della riva verso il Gesso, non era stato necessario costruire le mura: la difesa naturale era pi&ugrave; che sufficiente, trattandosi di un precipizio ripido. Nei sei assedi che Cuneo sosterr&agrave; dopo la costruzione delle mura solo in uno, quello del 1641, i difensori dovettero accettare la vittoria degli assedianti. Fra il 1800 e il 1801, durante la dominazione napoleonica, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-giorno-che-cuneo-perse-le-mura_27352.html" target="_blank">la cittadella viene abbattuta</a>: da allora in poi, non si present&ograve; pi&ugrave; la necessit&agrave; di fortificare la citt&agrave;.</div>
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<h2>Il forte di Demonte, ultima &ldquo;barriera&rdquo; della valle Stura&nbsp;</h2>
<div>Il &ldquo;piccolo corso&rdquo; &egrave; protagonista in negativo anche della perdita del forte di Demonte, che oggi conosciamo solo per la polemica che vede i suoi resti sotterranei come &ldquo;impedimento&rdquo; rispetto alla progettata variante stradale. Gi&agrave; nel Medioevo il paese era difeso da un castello retto dalla famiglia Bolleris, una dinastia legata agli Angi&ograve; che nel 1259 avevano conquistato Cuneo e il suo territorio.</div>
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<div>L&rsquo;architetto centallese <strong>Ercole Negro di Sanfront</strong>, incaricato da <strong>Carlo Emanuele I</strong>, lo rappresenta in una tavola nel 1590. Si decide in quegli anni di approntare una fortificazione robusta a Demonte, per sbarrare la strada ai francesi: dopo Sanfront, se ne occuper&agrave; l&rsquo;architetto milanese <strong>Gabriele Busca</strong>. Il &ldquo;forte piccolo&rdquo; sorgeva sulla sommit&agrave; del monte Podio, il &ldquo;forte grande&rdquo; a met&agrave; e il &ldquo;forte novo&rdquo; in basso, quasi a pelo dello Stura: nel 1726 una perizia mostra che le muraglie del forte sono ormai fatiscenti. Per rinnovarle viene interpellato <strong>Francesco Bertola</strong>, progettista della cittadella di Alessandria. Gli invasori francesi, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/federico-guglielmo-leutrum-il-barone-tedesco-che-salvo-cuneo_27291.html" target="_blank">in ritirata dopo la sconfitta di Cuneo nel 1744</a>, cercheranno poi di distruggerlo <em>&ldquo;per mezzo di 30 mine&rdquo;</em>: l&rsquo;esercito sabaudo riesce a disinnescarne almeno una ventina. Un successivo intervento di rinforzo ha vita breve, perch&eacute; Napoleone ordina la distruzione del forte nel 1796, dopo l&rsquo;armistizio di Cherasco: nelle stesse circostanze sparisce il forte della Brunetta a Susa. Rimane oggi molto poco delle antiche fortificazioni, di cui si scorgono un robusto tenaglione verso lo Stura e poco altro.</div>
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<h2><strong>Il castello di Verzuolo, tesoro perduto dei marchesi di Saluzzo</strong>&nbsp;</h2>
<div>Il <em>Theatrum Sabaudiae</em>, di cui abbiamo parlato a proposito della cittadella di Cuneo, ci regala anche una raffigurazione del castello di Verzuolo. Un&rsquo;idea della meraviglia di questa fortificazione possiamo averla attraverso una fotografia scattata tra fine XIX e inizio XX secolo, precedente al crollo della torre di sudest nel 1916. Oltre alla mutilazione della costruzione, con il crollo andarono perse pi&ugrave; di 16mila lettere databili tra Cinquecento e Ottocento. Documenti preziosissimi per la storia del marchesato di Saluzzo, che vennero buttati insieme a molte altre testimonianze inestimabili. Nel 1937-38 fu distrutta la facciata pi&ugrave; importante: uno scempio che elimin&ograve; anche elementi architettonici in marmo, una fontana e i portali.</div>
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<div>Nel periodo di massimo splendore, tra Quattrocento e Cinquecento, la dimora era stata una delle pi&ugrave; belle del Saluzzese, sotto i marchesi <strong>Ludovico I</strong> e <strong>Ludovico II</strong>: quest&rsquo;ultimo aveva scelto di persona le maestranze adibite al taglio della pietra, per le parti pi&ugrave; importanti della decorazione. Nel Seicento e Settecento viene trasformato da fortificazione a luogo di dimora: se ne occupa soprattutto l&rsquo;abate <strong>Francesco Della Manta</strong>, figura chiave nelle relazioni tra i Savoia e la Francia. Gli interventi barocchi, tuttavia, non intaccarono l&rsquo;impianto voluto da Ludovico II. A luglio 2022 c&rsquo;&egrave; stato un passaggio di propriet&agrave;: il nuovo proprietario vuole farne un resort ed &egrave; verosimile che avr&agrave; comunque un destino migliore rispetto all&rsquo;inizio del Novecento.</div>
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<div><span style="text-decoration: underline;">Tutte le immagini sono tratte dal libro e riprodotte per gentile concessione dell&rsquo;autore</span></div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Sun, 18 Aug 2024 20:15:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Le storie delle masche, quelle tradizioni piemontesi da non dimenticare]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/le-storie-delle-masche-quelle-tradizioni-piemontesi-da-non-dimenticare_77536.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/le-storie-delle-masche-quelle-tradizioni-piemontesi-da-non-dimenticare_77536.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/77536/89383.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Molto anziane, non di bell&rsquo;aspetto, spesso vedove, zoppe e rugose. Cos&igrave; erano descritte le masche, anche se in realt&agrave; nei racconti dei nonni e dei bisnonni appaiono molte volte sotto forme diverse. Casalinghe, vecchiette, signore innocue capaci di trasformarsi in animali, di vendicare un torto, di portare disgrazie.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Solo un elemento ricorrente: le masche nella tradizione sono quasi sempre donne (nei rari casi in cui sono raccontate come uomini prendono il nome di masconi).</div>
<div>Da un certo punto di vista potrebbero essere paragonate alle streghe. Alla fine, entrambe ebbero come destino il rogo. Non si sa il numero preciso di quante morirono dopo essere state accusate di &ldquo;mascheria&rdquo;. Sicuramente per&ograve; furono molte, in particolare durante il periodo dell&rsquo;Inquisizione, nelle zone di Rivara, Pollenzo, della val Sesia e Soana. Erano i capri espiatori della societ&agrave;. Se moriva un neonato, il raccolto andava perduto, una donna non riusciva ad avere figli, oggetti da lavoro sparivano, era sempre colpa delle masche, invidiose e vendicative.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Erano donne con una profonda conoscenza del mondo naturale e avevano la capacit&agrave; di creare intrugli con fiori ed erbe. Fondamentale era il &ldquo;Libro del Comando&rdquo;, che conteneva formule magiche e incantesimi malvagi in grado di rafforzare i poteri, di leggere il passato e predire il futuro. Le masche avevano tanti poteri.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Qualcuno sostiene che potessero volare, altri che si sapessero trasformare in serpenti, cani, gatti, mosche, galline o in vegetali, o che dalle loro volont&agrave; dipendessero i temporali. Non erano per&ograve; esseri immortali, ma prima di morire dovevano passare i poteri a qualcuna (soprattutto figlie, nipoti o amiche) toccandola o tramite un determinato oggetto.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Secondo molti operavano di notte. Ma nella letteratura sono numerosi anche i racconti che si svolgono durante le ore del giorno. &ldquo;Un giorno incontro una donna forestiera, una bella donna, piccolina, ben vestita, con un fazzoletto nero legato intorno al collo [&hellip;] Sta donna accarezza il bambino con due dita, poi mi dice &lsquo;Quanti mesi ha?&rsquo; Non bisogna mai dire l&rsquo;et&agrave;, porta male. Io stupida le rispondo: &lsquo;Ha quattro mesi&rsquo;. &lsquo;Oh, &egrave; troppo sviluppato per l&rsquo;et&agrave;. Vedr&agrave; madamin che non lo alleva&rsquo;. Otto giorni dopo &egrave; morto [&hellip;] Gli sono usciti tutti i denti sopra e sotto, usciti completi, mentre prima aveva niente. Ho subito pensato a quella donna, che me lo aveva malefisi&agrave;, che me lo aveva maledetto il bambino&rdquo;.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Questa &egrave; una delle testimonianze presenti nel libro &ldquo;L&rsquo;anello forte. La donna: storie di vita contadina&rdquo;, di Nuto Revelli pubblicato nel 1985. Nelle righe compare un&rsquo;ennesima rappresentazione della masca: una bella donna e non la solita signora zoppa e gobba. Sempre nel volume di Revelli si fa riferimento alla storia di Miciulina. &ldquo;L&rsquo;avevano messa su un mucchio di fascine, poi hanno dato fuoco e lei bruciava, e loro gridavano: &lsquo;Miciulina tacte, tacte, salvte&rsquo;, per&ograve; io non ho visto&rdquo;, scrive l&rsquo;autore riportando le parole dell&rsquo;intervistata Lucia Rosso.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Secondo i racconti Miciulina (o Micilina o, ancora, Michelina) era una donna con molte rughe, pochi capelli, senza denti, piccola, un po&rsquo; deforme e viveva a Pocapaglia. La leggenda narra che la donna avesse toccato la schiena di una bambina, causandole la crescita di una gobba il giorno seguente. E che un ragazzo, vedendo Miciulina, avesse perso l&rsquo;equilibrio e, rialzandosi, avrebbe notato di avere un piede in avanti e uno al contrario. Inizi&ograve; a diffondersi la voce che la donna fosse una masca. Fu condannata al rogo, bruci&ograve; nel luogo che oggi prende il nome di Bric d&rsquo;la masca.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In tutto il Piemonte erano praticati accorgimenti per tutelarsi dalle cattiverie delle masche. C&rsquo;era chi credeva che il sacerdote durante la messa potesse individuare la masca, chi spargeva sale, chi faceva attenzione a non stendere gli indumenti dei figli perch&eacute; le masche potevano far loro male attraverso gli abiti facendo crescere il bambino deforme, o ancora chi circondava la propria abitazione con un filo di canapa filato da una ragazza giovane che non aveva mai usato un fuso prima di allora. Nella letteratura esistono anche le masche buone, ma sono molto meno presenti.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Non si sa di preciso quando si inizi&ograve; a parlare delle masche. La prima comparsa della parola &ldquo;masca&rdquo; risale all&rsquo;Editto di Rotari del 643 d.C., dove si legge &ldquo;strigam, quam dicunt Mascam&rdquo;, cio&egrave; &ldquo;strega, che chiamano la masca&rdquo;. L&rsquo;etimologia &egrave; incerta, ma la parola &egrave; diffusa in gran parte del Piemonte: nelle valli cuneesi, valli di Lanzo, nel canavese, alessandrino, provincia di Biella, Langhe e Roero. I racconti sono noti principalmente grazie alla pazienza dei nonni e dei bisnonni che negli anni hanno continuato a tramandare queste storie che, a loro volta, avevano sentito dai genitori. A noi il compito di non interrompere questa tradizione.</div>
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<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Thu, 24 Aug 2023 08:13:00 +0200</pubDate><dc:creator>Micol Maccario</dc:creator><author><name>Micol Maccario</name></author></item><item><title><![CDATA[In Argentina esiste una scuola di piemontese (e si fa su Whatsapp)]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/in-argentina-esiste-una-scuola-di-piemontese-e-si-fa-su-whatsapp_76569.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/in-argentina-esiste-una-scuola-di-piemontese-e-si-fa-su-whatsapp_76569.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/76569/88171.jpg" title="Teresa Gandolfo ed Emilio Domenico Frola (antenati di Matias Alejandro Frola): tutti i figli nacquero nella provincia di Cuneo, tranne una in Argentina" alt="Teresa Gandolfo ed Emilio Domenico Frola (antenati di Matias Alejandro Frola): tutti i figli nacquero nella provincia di Cuneo, tranne una in Argentina" /><br /><div>Questa &egrave; una storia di radici lontane che non vogliono essere abbandonate. E di come la tecnologia possa essere un&rsquo;alleata nel tramandare il valore delle origini e unire territori molto distanti.&nbsp;A circa 11mila chilometri in linea d&rsquo;aria da Cuneo ci sono 142 persone che non vogliono dimenticare il piemontese che parlavano i loro avi. Tutto &egrave; iniziato grazie all&rsquo;iniziativa del professore <strong>Ronal Comba</strong>, argentino di ottantatr&eacute; anni con origini piemontesi e una particolare predisposizione per l&rsquo;uso intelligente di Internet.&nbsp;<em>&ldquo;&Egrave; sempre stato appassionato di lingue. Anche per questo ha deciso di fondare una scuola di piemontese. I genitori, Luigi Comba e Caterina Venciotti, erano di Brossasco. Alcuni dei figli nacquero in quella citt&agrave;, altri nel comune di Cantalupa, vicino a Torino, e altri ancora in Argentina. Tra quelli nati in Piemonte c&rsquo;erano il nonno di Ronal Comba e la mia bisnonna paterna Paula Comba de Torleto&rdquo;</em>, spiega <strong>Matias Alejandro Frola</strong>, contadino argentino discendente di piemontesi e attualmente residente a Colonia Marina, un piccolo paese in provincia di Cord&ograve;ba: <em>&ldquo;Il professore ha appreso il piemontese dai nonni. Poi ha deciso di perfezionarlo con il tempo e di insegnarlo agli altri&rdquo;</em>.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Attualmente Ronal Comba &egrave; fondatore, direttore e insegnante di CEREA - che in piemontese &egrave; una forma di saluto in origine reverenziale poi con il tempo diventata familiare, ma ora in parte in disuso. CEREA &egrave; una scuola diversa dal comune perch&eacute; non ha una sede fisica, ma si tiene su WhatsApp: <em>&ldquo;&Egrave; completamente gratuita. Fanno parte del gruppo argentini, italiani e argentini con origini piemontesi. La gente che lo frequenta vive in diverse regioni dell&rsquo;Argentina&rdquo;</em>. Oltre al gruppo Whatsapp esiste anche un canale Youtube in cui Comba carica tutte le sue lezioni cos&igrave; che siano fruibili anche da remoto e da un maggior numero di persone.&nbsp;L&rsquo;iniziativa &egrave; partita durante i mesi della pandemia e non si &egrave; pi&ugrave; fermata. <em>&ldquo;Tacuma &euml;l cors de lenga piemont&egrave;isa. Ancheui che al &eacute; &euml;l prim de luj 2023&rdquo;</em>, dice il professore in uno dei video mentre spiega i verbi al tempo presente tenendo in mano il suo libro intitolato &ldquo;R&ograve;ba Piemonteisa&rdquo;. Le lezioni si focalizzano su conversazioni, dialoghi, pronuncia, scrittura, detti e aneddoti. <em>&ldquo;Tutti gli iscritti partecipano trasmettendo le proprie nozioni in italiano, spagnolo o piemontese&rdquo;</em>, continua Frola. A pi&ugrave; di diecimila chilometri da noi, quindi, c&rsquo;&egrave; qualcuno che il piemontese vuole continuare a parlarlo e studiarlo. <em>&ldquo;&Egrave; parte delle nostre radici. I miei bisnonni erano piemontesi, la famiglia Frola &egrave; arrivata in Argentina nel 1893. Mio bisnonno era nato a Verolengo, in provincia di Torino. Da parte di mia mamma la met&agrave; sono piemontesi e i restanti venivano dal Friuli. &Egrave; molto importante per noi preservare le nostre origini. &Egrave; bello ricordare sempre il piemontese, mantenerlo e non dimenticarlo mai&rdquo;</em>, aggiunge Matias Alejandro.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div>
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<div>Il forte legame &egrave; dimostrato anche dalle tradizioni culinarie. Primi fra tutti il &ldquo;salame casero&rdquo; (fatto in casa) e il vin brul&eacute;. <em>&ldquo;Ogni anno nella colonia San Augustin, nella provincia di Santa Fe, si celebra la festa della bagna cauda e si ballano i balli tipici&rdquo;</em>, racconta la signora Dulce Mastricola, anche lei piemontese di origine e attualmente residente in Argentina. <em>&ldquo;Mia sorella Rosy</em> - continua - <em>&egrave; un po&rsquo; pi&ugrave; grande di me e mi ha raccontato che la nonna faceva un dolce tipico, una sorta di budino al cioccolato. Lo chiamava il bon&egrave;t&rdquo;</em>. Il legame con le proprie origini, quindi, passa dalla cucina, dalla lingua, e viene perpetuato anche con il ricordo dei sacrifici dei propri antenati. <em>&ldquo;A Colonia Marina c&rsquo;&egrave; il Museo de la colonizaci&oacute;n piemontes dove &egrave; spiegato come furono i primi tempi dei piemontesi arrivati in Argentina, dove sono raffigurati tutti gli sforzi che fecero per costruire le loro case e le loro aziende&rdquo;</em>, spiega Matias Alejandro.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Preservare il ricordo &egrave; possibile. Lo stanno facendo a migliaia di chilometri da noi, mentre qui con il passare del tempo tante tradizioni stanno andando perdute. CEREA e la comunit&agrave; piemontese in Argentina sono l&rsquo;esempio che il valore delle proprie origini merita di essere tutelato e tramandato. E in questo la tecnologia gioca un ruolo fondamentale, facendo da connettore tra persone e territori remoti che, senza Internet, non avrebbero la possibilit&agrave; di incontrarsi mai.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div>]]></description><pubDate>Sat, 22 Jul 2023 11:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Micol Maccario</dc:creator><author><name>Micol Maccario</name></author></item><item><title><![CDATA[Quarant’anni fa la strage del cinema Statuto: anche la Granda pianse i suoi morti nel rogo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quarantanni-fa-la-strage-del-cinema-statuto-anche-la-granda-pianse-i-suoi-morti-nel-rogo_71167.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quarantanni-fa-la-strage-del-cinema-statuto-anche-la-granda-pianse-i-suoi-morti-nel-rogo_71167.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/71167/81325.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Era una domenica il 13 febbraio del 1983: Torino era sotto una fitta nevicata. All&rsquo;epoca in citt&agrave; esistevano ancora pi&ugrave; di ottanta cinema, con varie sale nello stesso quartiere, alcune addirittura nella stessa strada. Molti erano piccoli locali, dove si potevano vedere film in seconda o terza visione per poche lire. Si spendeva poco e poco si badava alla sicurezza: ma sarebbe cambiato tutto, presto.</div>
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<div>Quel pomeriggio il cinema Statuto di via Cibrario 16-18 proiettava &ldquo;La capra&rdquo;, una commedia brillante con Gerard Depardieu. In una sala con una capienza di 1200 posti, appena un centinaio di persone: la pellicola infatti era alla tredicesima settimana di programmazione e lo Statuto era appunto un cinema di &ldquo;seconda visione&rdquo;. Anche la neve, probabilmente, aveva indotto pi&ugrave; di qualcuno a rimanere nel tepore casalingo. Tra gli spettatori c&rsquo;erano famiglie con bambini e nonni, giovani coppie di fidanzati, studenti. C&rsquo;era una ragazza americana di 27 anni, venuta dalla California per studiare arte: si chiamava Bonnie Clair Calvert. Un giovane di vent&rsquo;anni appena, Giacomo Fracchia, era stato tra i corazzieri del Quirinale e quel pomeriggio era l&igrave; insieme alla fidanzata, Annalisa Fantoni. Nessuno di loro sarebbe mai uscito da quella sala.</div>
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<div>Venti minuti dopo l&rsquo;inizio della proiezione, intorno alle 18,15, un&rsquo;improvvisa fiammata incendi&ograve; una tenda che separava il corridoio d&rsquo;accesso di destra dalla platea. Un tonfo sordo, simile all&rsquo;accensione di una stufa, secondo i sopravvissuti. Le indagini dimostreranno che a innescare la peggior tragedia vissuta a Torino nel dopoguerra era stato un cortocircuito: nessun piromane, come si era sospettato in un primo tempo, dato che nel giugno precedente tre cinema in citt&agrave; erano stati colpiti da azioni simili. Emergeranno per&ograve; anche le responsabilit&agrave; di chi avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza del pubblico. Quando il fuoco ostruisce ormai quasi del tutto le uscite posteriori, pochi spettatori sono riusciti a fendere le fiamme e fuggire. Altri, terrorizzati, si lanciano verso le sei uscite laterali, solo per scoprire che erano state chiuse: il gestore intendeva cos&igrave; contrastare i frequenti ingressi dei &ldquo;portoghesi&rdquo;. Dall&rsquo;esterno arrivano urla e richieste d&rsquo;aiuto, mentre gli spettatori che sono riusciti a raggiungere l&rsquo;atrio della biglietteria implorano il proprietario del cinema, Raimondo Capella, di fare qualcosa. Lui cerca di calmare gli animi, teme un&rsquo;ondata di panico.</div>
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<div>Il paradosso &egrave; che in quel cinema, secondo la normativa di allora, tutto era stato fatto &ldquo;a regola d&rsquo;arte&rdquo;. Solo il mese prima i locali erano stati ristrutturati e sottoposti alle verifiche della commissione di controllo: <em>&ldquo;Non c'era una sola lampadina fulminata, niente fuori posto&rdquo;</em> dir&agrave; Capella al processo, ricordando che gli ispettori si erano complimentati e non gli avevano fatto <em>&ldquo;neanche una prescrizione&rdquo;</em>. In realt&agrave; a provocare la strage concorrono diversi errori: quando le fiamme sciolgono i cavi elettrici l&rsquo;illuminazione principale viene a mancare, ma nessuno si preoccupa di accendere le luci di sicurezza, tramite l&rsquo;interruttore ausiliario dietro alla cassa. Nel tentativo di contenere il panico la proiezione non viene nemmeno interrotta. Cos&igrave; per diversi minuti chi &egrave; in galleria non percepisce il pericolo, fin quando il fumo la invade. Molte persone si danno a una fuga disperata verso il varco di sinistra che d&agrave; sull&rsquo;atrio, ma nessuno lo raggiunge: in quel punto si conteranno quasi quaranta morti. Altri si accalcano verso una porta di destra che conduce per&ograve; alle toilette, un vicolo cieco. Alcuni spettatori vengono trovati asfissiati sulle poltrone, dove erano stati sorpresi prima di poter azzardare qualsiasi reazione. In meno di un minuto, infatti, la galleria si &egrave; trasformata in una sorta di camera a gas: colpa delle esalazioni tossiche di acido cianidrico, prodotte dalla combustione del poliuretano espanso delle poltrone e dei rivestimenti plastici delle lampade e dei tendaggi. La certificazione si limitava ad accertare le propriet&agrave; ignifughe dei rivestimenti, ma non menzionava i rischi connessi alle esalazioni tossiche. Sull&rsquo;etichetta solo la dicitura <em>&ldquo;tessuto ignifugo autorizzato dallo Stato&rdquo;</em> e la generica avvertenza <em>&ldquo;produce fumo&rdquo;</em>: nulla poteva far capire, sosterr&agrave; Capella, che quella fibra avrebbe sprigionato fumi tossici se incendiata.</div>
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<div>I soccorritori che entrarono per primi in quel luogo di orrore vi trovarono sessantaquattro cadaveri, 31 di maschi adulti e altrettanti di femmine, pi&ugrave; un bambino e una bambina. La vittima pi&ugrave; giovane &egrave; una bimba di sette anni, Giuseppina Vario: veniva da Moncalieri con il pap&agrave; Giovanni e la mamma Lorena Artioli, entrambi ventisettenni, accompagnati dalla zia Loretta Artioli con il fidanzato Angelo Vago. Tutti moriranno nel rogo. La tragedia scuote l&rsquo;Italia intera e anche la Granda piange le sue vittime: Piera Rivarossa di Polonghera, 30 anni, quel giorno era al cinema con il marito Luigi Stringani, originario di Torino. Erano andati a trovare la suocera, morta insieme a loro. Lorenzo Racca, 35enne originario di Sommariva del Bosco, dipendente della Michelin a Torino, era anch&rsquo;egli l&igrave; con sua moglie, Palmari Galvani. Una tragedia familiare &egrave; pure quella di Roberto Pepino, farmacista trentunenne di Cuneo, morto insieme alla moglie 25enne Maria Luisa Chierici: quel 13 febbraio era il loro primo anniversario di nozze, avevano deciso di festeggiarlo al cinema. Maria Luisa, per gli amici Isa, aspettava un bambino.</div>
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<div>Le conseguenze di quell&rsquo;immane disastro porteranno a un&rsquo;ondata di ispezioni e chiusure nei mesi successivi: dieci giorni dopo a Cuneo viene chiuso il cinema Monviso, ancora privo di porte tagliafuoco. Il Corso, il Nazionale e il Fiamma scampano alla serrata ma patiscono per alcuni mesi le conseguenze della chiusura di molti cinema torinesi, perch&eacute; le case di distribuzione fanno giungere meno film in Piemonte. Problemi di poco conto, tuttavia, rispetto a quanto accaduto a Torino. Al termine del processo sei degli undici imputati verranno condannati per omicidio colposo plurimo. Al proprietario dello Statuto una pena di otto anni in primo grado, ridotti a due in appello con sentenza definitiva, pi&ugrave; un risarcimento di 3 miliardi ai familiari delle vittime che gli coster&agrave; il sequestro e la vendita dei beni. Il cinema di via Cibrario non ha mai pi&ugrave; riaperto i battenti: l&rsquo;edificio annerito &egrave; stato abbattuto nel 1996 e trasformato in un condominio. Poco lontano una lapide commemorativa, collocata in una piccola aiuola, ricorda le 64 vittime.</div>]]></description><pubDate>Mon, 13 Feb 2023 18:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Memoria e Ricordo, in cosa simili e in cosa diversi?]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/memoria-e-ricordo-in-cosa-simili-e-in-cosa-diversi_70618.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/memoria-e-ricordo-in-cosa-simili-e-in-cosa-diversi_70618.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/70618/80663.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>In questo periodo dell&rsquo;anno si intrecciano tre ricorrenze che, ancora a ottant&rsquo;anni di distanza, accendono un notevole dibattito sul peso che esse debbano avere nella &ldquo;religione civile&rdquo; italiana e, di conseguenza, nell&rsquo;opinione pubblica. Si tratta della commemorazione dei caduti sul fronte russo, delle vittime della Shoah e dei massacri delle foibe. Partendo dal presupposto che ogni vicenda tragica del passato non debba essere giustificata n&eacute; minimizzata in alcun modo, &egrave; necessario comunque comprendere le specificit&agrave; storiche di ognuna, per evitare di semplificare il passato. In particolar modo ci soffermeremo sugli ultimi due fatti storici, ricostruendone il contesto.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il &ldquo;Giorno della Memoria&rdquo; &egrave; una ricorrenza internazionale, fissata in Italia dalla Legge del 20 luglio 2000 con l&rsquo;Istituzione del &ldquo;Giorno della Memoria&rdquo; in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, e dagli Stati membri dell'ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1&ordm; novembre 2005. Essa si celebra il 27 gennaio poich&eacute; in tale data, nel &ldquo;lontano&rdquo; 1945, le truppe sovietiche liberarono il campo di sterminio di Auschwitz, in cui trovarono la morte circa un milione e mezzo di esseri umani. Il &ldquo;Giorno del Ricordo&rdquo; &egrave; una solennit&agrave; civile nazionale italiana, istituita con la Legge del 30 marzo 2004, che vuole mantenere la &ldquo;memoria delle vittime delle foibe, dell&rsquo;esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale&rdquo;.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il &ldquo;Giorno della Memoria&rdquo; &egrave; dedicato ai pi&ugrave; grande genocidio della storia umana, la &ldquo;Shoah&rdquo;, termine ebraico che indica la catastrofe. Definito impropriamente &ldquo;Olocausto&rdquo;, che nel linguaggio giudaico indica il sacrificio di una vittima a Dio, lo sterminio della popolazione ebraica, perpetrato dal regime hitleriano, &egrave; stato oggetto di un lungo dibattito storiografico. Oggi molti storici considerano questo drammatico evento un unicum nella storia di tutti i tempi. Questo perch&eacute; da un lato lo sterminio degli ebrei sarebbe stato il solo ad essere condotto per motivi puramente ideologici, e dall&rsquo;altro aveva &ldquo;nelle intenzioni di Hitler, un carattere globale e universale, prevedendo l'eliminazione totale del gruppo vittima&rdquo;. Altri storici invece, propendono a considerare la Shoah un evento estremo pi&ugrave; che unico, in quanto &ldquo;sintesi assoluta e perfetta di tutti gli elementi e i momenti che compongono il processo finalizzato al genocidio&rdquo;. Va inoltre considerato che lo sterminio nazista fu eseguito applicando fedelmente il metodo scientifico. Fu un genocidio industriale, che aveva messo in campo tutti gli sforzi dell'apparato nazista, sacrificando talvolta le priorit&agrave; belliche in nome di un&rsquo;ideologia sterminatrice.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Dal punto di vista storico, quella che noi chiamiamo Shoah fu pianificata nella Conferenza di Wannsee, nei pressi di Berlino, il 20 gennaio 1942. In tale circostanza, alti ufficiali, burocrati, gerarchi di partito nazisti programmarono la cosiddetta &ldquo;soluzione finale del problema ebraico&rdquo;. Organizzatore dell'evento fu Reinhard Heydrich, vice comandante delle SS tedesche e capo del servizio di sicurezza del Reich che, con l'aiuto del suo braccio destro Adolf Eichmann, aveva stilato una lista di tutti gli ebrei presenti in Europa, che sarebbero dovuti essere eliminati. Sul documento si legge che in Italia ne erano stimati 58 mila. Ma all&rsquo;epoca il nostro paese non era una nazione sovrana, alleata della Germania? Il fascismo, alle origini, non si era dimostrato assolutamente antisemita. Al contrario alcune personalit&agrave; di spicco del mondo ebraico italiano avevano appoggiato l'ascesa del Duce. Tra di loro vi era Ettore Ovazza, banchiere, imprenditore e fondatore della rivista &ldquo;La Nostra Bandiera&rdquo;, che rappresentava il punto di vista degli ebrei fascisti. Sua sorella, Carla Ovazza, sarebbe stata la madre di Alain Elkann. L'iniziale adesione di Ettore al fascismo non lo salv&ograve; dal tragico destino che condivise insieme a tantissimi italiani di regione ebraica. Ettore e i suoi familiari furono barbaramente uccisi; i corpi, fatti a pezzi, furono bruciati in una stufa di una scuola di Verbania.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>L'atteggiamento clemente dei fascisti nei confronti degli ebrei, quindi, non dur&ograve; a lungo. Con l'emanazione delle leggi razziali del 1938, una serie di restrizioni avrebbe coinvolto decine di migliaia di persone: l'espulsione degli ebrei stranieri, la revoca della cittadinanza per coloro che l'avevano ottenuta dopo il 1918, il divieto di matrimonio misto e l&rsquo;esclusione degli ebrei dall'esercito, dall'insegnamento e dalle principali cariche pubbliche. Va comunque ricordato che alla discriminazione non segu&igrave; un vera e propria persecuzione. Anzi, in alcuni teatri di guerra, le truppe italiane cercarono di proteggere gli ebrei dalla furia nazista. Tale fu il comportamento tenuto dagli uomini della Quarta Armata, che presidiava il Delfinato, la Provenza e la Savoia.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma il vero dramma ebbe inizio in seguito all'armistizio dell'8 settembre e all'occupazione tedesca di gran parte dell&rsquo;Italia. Il nuovo Governo fascista repubblicano, nato in seguito alla liberazione di Mussolini da parte delle SS il 12 settembre, collabor&ograve; attivamente con i tedeschi nella persecuzione antiebraica. Al congresso del Partito Fascista Repubblicano, Alessandro Pavolini, il numero due del regime di Sal&ograve;, &ldquo;rigetta sugli ebrei le responsabilit&agrave; della guerra e prospetta le misure punitive: queste sue affermazioni - scrive lo storico Mimmo Franzinelli - vengono salutate da applausi e commenti compiaciuti&rdquo;. Gli ebrei furono equiparati ai cittadini di nazione nemica. Alle parole seguirono i fatti. Le autorit&agrave; fasciste collaborarono nell'arresto, nella deportazione e, talvolta, nell'uccisione stessa di ebrei. A Ferrara, il 14 novembre 1943, gli squadristi trucidarono per rappresaglia undici persone sulle mura del castello Estense: due di loro erano ebrei, Mario e Vittore Hanau, padre e figlio. E, insieme a loro, tanti altri fecero la stessa fine, uccisi non da tedeschi, ma da italiani. Gli ultimi proprio a Cuneo, il 26 aprile del 1945, sei ebrei fucilati dalle Brigate nere in fuga, sotto le arcate del Viadotto Soleri. In definitiva, la Shoah deve essere vista come un fenomeno di natura europea, pi&ugrave; che strettamente tedesca, dato che i nazisti poterono contare sul collaborazionismo nelle zone occupate. Nello stesso tempo, non vanno dimenticati quanti, mettendo in gioco la propria vita, nascosero i perseguitati e diedero loro ospitalit&agrave;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La vicenda storica delle foibe non &egrave; meno complessa. Il dramma inizi&ograve; dal settembre del 1943, in seguito all&rsquo;Armistizio di Cassibile, e fu caratterizzato dalla discriminazione, dalla persecuzione, fino all&rsquo;uccisione e all&rsquo;occultamento dei corpi&nbsp; nelle famigerate cavit&agrave; carsiche da parte dei partigiani comunisti jugoslavi. Anche in questo frangente &egrave; stata evidenziata da alcuni storici la partecipazione di alcuni italiani nelle uccisioni. Per quale motivo una tale persecuzione nei confronti degli italiani - che per secoli avevano vissuto pacificamente in Istria, nella Dalmazia e nel Quarnaro? Tutto ebbe inizio nel 1941, con l&rsquo;occupazione della Jugoslavia da parte delle forze dell&rsquo;Asse. L&rsquo;Italia fascista acquis&igrave; il controllo dell'area costituente la provincia di Lubiana, dell'area accorpata alla provincia di Fiume e delle aree costituenti il Governatorato di Dalmazia. Nelle zone occupate, &ldquo;il Regio esercito si dedic&ograve; allo sterminio dei prigionieri, agli incendi di interi villaggi e all&rsquo;istituzione di campi di concentramento&rdquo;, scrive Mirella Serri. Interi reportages fotografici mostrano prigionieri fucilati, decapitati, impiccati non solo dai tedeschi, dalle milizie collaborazioniste degli ustascia e dei domobranci, ma anche dai soldati italiani. Ad Arbe, in Croazia, nel 1942 fu addirittura istituito un campo di concentramento in cui trovarono la morte oltre 3.500 slavi. Con l&rsquo;8 settembre la zona pass&ograve; direttamente sotto il controllo tedesco che istitu&igrave; la Zona d'operazioni del Litorale adriatico o OZAK, comprendente le province italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana, e amministrata dal Gauleiter Friedrich Rainer. In questo periodo, nelle zone occupate dai partigiani, iniziarono subito le ritorsioni contro gli italiani. D&rsquo;altro canto, le truppe fasciste della Milizia di difesa territoriale collaborarono spesso con le SS tedesche, comandate da Rainer e da Odilo Globočnik, nelle sanguinose rappresaglie. Dopo il ritiro delle truppe tedesche, le uccisioni a danni degli italiani si acuirono. La maggior parte delle vittime, comunque, scrive lo storico Raoul Pupo, &ldquo;non fin&igrave; i suoi giorni sul fondo delle cavit&agrave; carsiche, ma incontr&ograve; la morte lungo la strada verso la deportazione, ovvero nelle carceri o nei campi di concentramento jugoslavi&rdquo;. Secondo gli storici le vittime furono tra le 5.000 e le 11.000 e la persecuzione fu cos&igrave; feroce da determinare l'esodo giuliano dalmata, ovvero l'emigrazione della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dalla Venezia Giulia, dal Quarnaro e dalla Dalmazia.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Le vicende storiche della Shoah e delle foibe furono insomma molto diverse, ma altrettanto drammatiche. Va comunque sottolineato il carattere specifico della prima, vista come tragedia di massa, industriale e totale.&nbsp;</div>
</div>]]></description><pubDate>Mon, 30 Jan 2023 11:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Alla scoperta delle origini “cuneesi” del leggendario Manuale Cencelli]]></title><link>https://www.cuneodice.it/politica/cuneo-e-valli/alla-scoperta-delle-origini-cuneesi-del-leggendario-manuale-cencelli_64578.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/politica/cuneo-e-valli/alla-scoperta-delle-origini-cuneesi-del-leggendario-manuale-cencelli_64578.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/64578/73520.jpg" title="in foto: il terzo governo Moro, alla presenza del presidente della Repubblica Saragat" alt="in foto: il terzo governo Moro, alla presenza del presidente della Repubblica Saragat" /><br /><div><strong>Pubblicato in origine sul numero del 14 luglio del settimanale Cuneodice - in edicola ogni gioved&igrave;:</strong></div>
<div>&nbsp;</div>
<div><em>&ldquo;L&rsquo;hanno fatta &lsquo;sta giunta?&rdquo;</em>. Nelle ultime due settimane questa &egrave; stata la domanda pi&ugrave; ricorrente nei bar di Cuneo. Beninteso, almeno tra gli appassionati di politica.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Le lungaggini che hanno accompagnato la formazione dell&rsquo;organo esecutivo del Comune, perlomeno nei discorsi da bar, hanno trovato i canonici commenti: <em>&ldquo;Stanno studiando come spartirsi le poltrone&rdquo;</em>, <em>&ldquo;perch&eacute; non si sono messi d&rsquo;accordo prima?&rdquo;</em>, <em>&ldquo;non capisco cosa possa cambiare in una settimana&rdquo;</em>. Ora che i giochi sono fatti, qualcuno, tra gli osservatori in possesso di un voluminoso bagaglio di cultura dietrologica, ha commentato: <em>&ldquo;Il Manuale Cencelli &egrave; stato seguito alla lettera&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Di cosa si tratta? Evocato ogni volta che la politica deve procedere alle nomine per cariche pubbliche di ogni tipo, viene spesso utilizzato con ironia o sarcasmo per alludere alla spartizione delle poltrone tra i partiti, mentre la pluricitata &ldquo;competenza&rdquo; resta seduta nell&rsquo;anticamera delle stanze dei bottoni. Ed effettivamente si tratta di un preciso meccanismo basato su formule algebriche, volto a calcolare la forza di ogni partito (o corrente), tenendo conto delle percentuali ottenute nelle urne o ai congressi.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Alcuni sostengono che neanche esista, almeno fisicamente, mentre pare che si tratti di un fascicolo di otto pagine scritte a mano dallo stesso Cencelli e che ne siano in circolazione sette copie. Fin qui nulla di nuovo, ma c&rsquo;&egrave; un aspetto che non tutti conoscono: il &ldquo;Manuale&rdquo; deve molto a Cuneo, o meglio, a un cuneese. Andiamo per ordine. Era il 1968, Aldo Moro stava per uscire di scena come presidente del Consiglio e si profilava il secondo governo di Giovanni Leone. Un giovane deputato democristiano, <strong>Adolfo Sarti</strong>, torinese di nascita, ma cuneese d&rsquo;adozione - visse e studi&ograve; sotto la Bisalta da quando aveva 10 anni - era sottosegretario al Turismo e Spettacolo nel governo Moro III. Per i cuneesi incanutiti dal tempo non c&rsquo;&egrave; bisogno di presentazioni, mentre i pi&ugrave; giovani lo conosceranno perch&eacute; a lui &egrave; intitolato il ponte dell&rsquo;Est-Ovest sullo Stura. Il resto lo scopriranno continuando a leggere queste righe.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In quei giorni nelle piazze gli studenti e gli operai, suggestionati dall&rsquo;idea di rivoluzionare la societ&agrave; e la politica, contestavano i valori tradizionali e le istituzioni. Nel frattempo il giovane Sarti, nel suo ufficio di via della Ferratella, si chiedeva come dare una svolta alla sua carriera politica: l&rsquo;avvento di <strong>Giovanni Leone</strong> a palazzo Chigi era un&rsquo;occasione molto ghiotta. Eletto per la prima volta deputato nel 1958, all&rsquo;et&agrave; di 30 anni, Sarti intendeva bruciare le tappe del cursus honorum. Ai suoi collaboratori diceva: <em>&ldquo;Perch&eacute; Cossiga &egrave; alla Difesa, Gaspari alle Poste e io devo essere relegato qui?&rdquo;</em>. Allora chiam&ograve; in ufficio il suo segretario, <strong>Massimiliano Cencelli</strong>. Ci&ograve; che &egrave; accaduto in seguito &egrave; stato raccontato proprio da quest&rsquo;ultimo, durante una recente presentazione del libro &ldquo;Il Manuale Cencelli. Il prontuario della lottizzazione democristiana&rdquo; (pubblicato una prima volta negli anni &lsquo;80 e riedito negli anni scorsi in occasione della scomparsa dell&rsquo;autore, <strong>Renato Venditti</strong>, stimata firma de <em>L&rsquo;Unit&agrave;</em> e <em>Paese Sera</em>).</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nell&rsquo;occasione Sarti mostr&ograve; a Cencelli un foglio di carta con scritte solo due indicazioni: <em>&ldquo;Da una parte monocolore, dall&rsquo;altra centrosinistra&rdquo;</em>. Il sottosegretario chiedeva soprattutto al suo portaborse di sapere quanti posti di ministro sarebbero spettati alla corrente democristiana dei &ldquo;pontieri&rdquo; (che aveva fondato con Cossiga e Taviani, n.d.r.), sia nel caso che si fosse ricostruito il governo organico di centrosinistra, formato da quattro partiti, sia che si decidesse di dare a Leone il suo secondo incarico di presidente per un governo monocolore. Cencelli, ritiratosi nel suo ufficio, prese una calcolatrice elettronica, effettu&ograve; alcuni conteggi e torn&ograve; da Sarti con la risposta. Secondo lo scritto, ogni posto di governo aveva un peso calcolato da un punto di vista qualitativo e a cui veniva assegnato un punteggio di calcolo. Il ministero dell&rsquo;Interno, ad esempio, aveva un valore superiore a quello della Cultura; quello delle Poste e Telecomunicazioni, per il suo valore in termini di voti di scambio, contava molto di pi&ugrave; di un altro come Turismo e Spettacolo. Anche sui sottosegretari si faceva lo stesso gioco: erano ripartiti secondo il principio che un ministro vale &ldquo;due sottosegretari e mezzo&rdquo;. Come anticipato, il manuale Cencelli regolava la spartizione dei posti anche in base all&rsquo;equilibrio interno dei partiti. In particolare, i criteri utilizzati per determinare il peso di una corrente fanno riferimento al numero degli iscritti portati al partito dai capi corrente e ai risultati congressuali. Esisteva anche un equilibrio nella rappresentanza geografica. Formalmente l&rsquo;atto di nascita del manuale Cencelli, &egrave; riconducibile a questo episodio.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>L&rsquo;espressione entr&ograve; nel linguaggio della carta stampata solo qualche giorno pi&ugrave; tardi, in seguito alla risposta rilasciata da Adolfo Sarti ai giornalisti che lo tallonavano per sapere come sarebbero stati distribuiti i posti di ministro tra le correnti democristiane: <em>&ldquo;Bisogna consultare il manuale Cencelli&rdquo;</em>. Nasceva cos&igrave;, come spesso accade, da una geniale intuizione, un nome che sarebbe entrato nell&rsquo;immaginario collettivo degli addetti ai lavori. A dare i natali all&rsquo;espressione fu dunque un cuneese. E quel cuneese riusc&igrave; nel suo obiettivo di schiodarsi dal ministero del Turismo e dello Spettacolo? No, o meglio non subito. Leone, che tre anni dopo verr&agrave; eletto presidente della Repubblica, lo lasci&ograve; nella sua &ldquo;grigia&rdquo; posizione. Poco male, in quanto all&rsquo;epoca i governi avevano la scadenza breve, quasi come lo yogurt.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>L&rsquo;esecutivo di Leone dur&ograve; poco pi&ugrave; di cinque mesi. Gli succedette <strong>Mariano Rumor</strong>, che &ldquo;promosse&rdquo; Sarti sottosegretario al Tesoro. Da l&igrave; cominci&ograve; l&rsquo;ascesa del Nostro. Dopo altre due esperienze da sottosegretario con Emilio Colombo e Giulio Andreotti la carriera di Sarti prese il largo: nel 1972 venne eletto senatore, quindi ricevette la nomina a sottosegretario alla presidenza del Consiglio nei governi di Mariano Rumor e a ministro per il Turismo nei governi di Aldo Moro. Seguirono poi l&rsquo;incarico di ministro per i Rapporti con il Parlamento e ministro della Difesa e della Pubblica Istruzione nei governi di Cossiga e, infine, ministro di Grazia e Giustizia nel governo di Forlani. Nel 1981 fin&igrave; invischiato nello scandalo della loggia massonica P2, alla quale aveva presentato domanda di adesione. Sull&rsquo;onda del clamore mediatico fu costretto a presentare le dimissioni dal Viminale. Tre giorni dopo lo scandalo travolse l&rsquo;intero governo Forlani - negli elenchi di <strong>Licio Gelli</strong> figuravano due ministri e cinque sottosegretari -, che si dimise in massa. Superata la buriana, Sarti verr&agrave; rieletto deputato nell&rsquo;87, dopo aver ricoperto la carica di vice presidente del gruppo parlamentare della Democrazia Cristiana, e nel &lsquo;90 sar&agrave; vice presidente della Camera.</div>
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<div>Circa il famoso manuale, tra le innumerevoli citazioni vale la pena di ricordare quella di Andreotti, che regal&ograve; in proposito una delle sue proverbiali freddure: <em>&ldquo;Il manuale Cencelli? Uno dei libri da dimenticare, purch&eacute; lo dimentichino tutti&rdquo;</em>.</div>]]></description><pubDate>Sat, 16 Jul 2022 14:27:00 +0200</pubDate><dc:creator>Samuele Mattio</dc:creator><author><name>Samuele Mattio</name></author></item><item><title><![CDATA[Solferino, un giorno che cambiò la storia]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/solferino-un-giorno-che-cambio-la-storia_63153.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/solferino-un-giorno-che-cambio-la-storia_63153.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/63153/71875.jpg" title="Carlo Bossoli, La battaglia di Solferino" alt="Carlo Bossoli, La battaglia di Solferino" /><br /><div>
<div><strong>Pubblicato in origine sul numero del 12 maggio del settimanale Cuneodice: ogni gioved&igrave; in edicola</strong></div>
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<div>In seconda media partecipai ad un corso di primo soccorso organizzato dalla Croce Rossa Italiana, all&rsquo;interno dei locali della scuola. Durante tale esperienza ebbi modo di conoscere la storia di Henry Dunant, il filantropo svizzero che nel 1863 fond&ograve; quell&rsquo;organizzazione internazionale che avrebbe accompagnato per sempre l&rsquo;umanit&agrave; anche nei momenti pi&ugrave; difficili.</div>
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<div>Dunant, fortemente scosso dalla terribile carneficina di Solferino e San Martino, si attiv&ograve; per prestare soccorso ai feriti, abbandonati sul campo di battaglia in quei roventi giorni di giugno. Il mio interesse mi ha spinto ad approfondire quella vicenda, nel cuore del processo risorgimentale. Durante il corso di studi sulla storia italiana dell&rsquo;Ottocento, ho svolto una presentazione in merito. Sfogliando il testo di <strong>Ulrich Ladurner</strong>, ho colto importanti spunti di riflessione. In seguito al conseguimento della laurea, lavorando come guida presso il Museo Nazionale del Risorgimento italiano di Torino, ho incontrato le rappresentazioni di quella battaglia, nel difficile contesto dell&rsquo;unificazione italiana, maturando cos&igrave; il desiderio di visitare i luoghi in cui i fatti avvennero.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nella cittadina di Solferino, tra le stupende colline moreniche del Garda, si distingue la rocca che domina l&rsquo;altura circostante. Di origine medievale, essa ospita il museo del Risorgimento di Solferino e San Martino e, durante quel fatidico 24 giugno, conobbe i combattimenti pi&ugrave; cruenti. Da l&igrave; non si pu&ograve; non respirare la storia, in tutto il suo fascino e in tutta la sua tragicit&agrave;. Facendo un passo indietro, l&rsquo;avvenimento di cui si sta trattando &egrave; strettamente connesso alle guerre di indipendenza combattute dal Regno di Piemonte contro la potenza austriaca. <strong>Camillo Benso conte di Cavour</strong>, primo ministro del regno dal 1852, prosegu&igrave; una strategia di allargamento dei confini del Piemonte verso l&rsquo;Italia settentrionale. Tuttavia era consapevole che, per riuscire nel suo intento, fosse necessaria un&rsquo;alleanza con una grande potenza europea. Partecipando alla 2 guerra in Crimea e potendo sedere come stato vincitore alla conferenza di Parigi del 1856, Cavour ebbe l&rsquo;occasione di sollevare la questione italiana di fronte a un consesso internazionale. In particolare il conte protest&ograve; contro la presenza militare austriaca, ritenendola motivo di instabilit&agrave; e tensioni rivoluzionarie, presentando il Piemonte come portavoce delle istanze di rinnovamento e potenza di leadership all&rsquo;interno del contesto italiano.</div>
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<div>Nel luglio del 1858 il primo ministro piemontese ottenne un&rsquo;alleanza difensiva con <strong>Napoleone III</strong>, sancita attraverso gli accordi di Plombi&egrave;res. Cavour, in questo contesto, fece di tutto per provocare l&rsquo;Austria, spingendola a dichiarare guerra in modo da fare scattare l&rsquo;alleanza e il conseguente intervento francese a fianco delle truppe sarde. Il governo sabaudo mise in atto delle esercitazioni militari al confine con Lombardia e ricorse all&rsquo;armamento del corpo dei volontari dei Cacciatori delle Alpi. Il 23 aprile 1859 l&rsquo;Austria invi&ograve; un ultimatum al Piemonte che Cavour ovviamente respinse. La guerra fu breve ma molto sanguinosa.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Durante la battaglia decisiva di Solferino e San Martino, sul campo di battaglia i tre sovrani, Vittorio Emanuele II, Napoleone III e Francesco Giuseppe. La torre non &egrave; l&rsquo;unica testimone di quell&rsquo;avvenimento. Il pi&ugrave; toccante &egrave; l&rsquo;ossario. Al suo interno riposano 9.492 scheletri. Dopo la battaglia i contadini dei dintorni non potevano svolgere i propri lavori perch&eacute;, scavando il terreno, di continuo portavano alla luce resti umani. Il sindaco di Solferino scrisse una lettera al senatore <strong>Luigi Torelli</strong>, il quale decise che a Solferino dovesse esserci un luogo simbolico dell&rsquo;unificazione italiana. Sugger&igrave; quindi di riesumare le spoglie dei caduti e di creare per essi due ossari, uno a Solferino e uno a San Martino. L&rsquo;ossario &egrave; un inquietante testimone dell&rsquo;inutilit&agrave; e della tragicit&agrave; della guerra. Gli scheletri giacciono uno accanto all&rsquo;altro, ora uguali nella morte, un tempo volti di uomini distinti nelle proprie peculiarit&agrave;, e che, quel 24 giugno, videro la loro vita finire sul campo di battaglia. Proprio a Torelli &egrave; stato dedicato un progetto di raccolta e riordino, in ordine alfabetico, dei nomi di quanti parteciparono alle campagne risorgimentali, dal 23 marzo 1848, data d&rsquo;inizio della Prima Guerra d&rsquo;Indipendenza, al 20 settembre 1870, giorno della Presa di Roma con la Breccia di Porta Pia. Divisi per citt&agrave;, circa 640.000 mila nomi: la memoria storica di coloro che combatterono per l&rsquo;unit&agrave; d&rsquo;Italia. Questi elenchi rappresentano anche i &ldquo;mattoni&rdquo; con cui fu edificata la Torre di San Martino della Battaglia, eretta 3 anche grazie ai contributi e alla sottoscrizione popolare di quelle migliaia di famiglie di reduci delle battaglie risorgimentali.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Dalla banca dati del progetto Torelli &egrave; possibile ricercare, tramite i nostri cognomi, gli omonimi che presero parte alla battaglia di Solferino e San Martino. Il risultato, che si pu&ograve; osservare, evidenzia come moltissimi cuneesi vi combatterono. Inoltre, nell&rsquo;immensa torre, costruita a partire dal 1880, come luogo di memoria storica e di celebrazione degli eroi della guerra di indipendenza, scorrono i nomi di coloro che caddero tra quelle colline. Tanti provenivano da Cuneo, Busca, Bra, Villafalletto, Marene. Avi che persero la vita in una delle battaglie pi&ugrave; importanti della storia.</div>
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<div>Lasciando la parola a Ladurner, <em>&ldquo;bisognerebbe avere anche il nome dell&rsquo;uomo che ha sparato il proiettile, e questo porterebbe certamente al risultato di far cessare le guerre del mondo. Se anche il carnefice avesse un nome, e non solo la vittima, se il carnefice sapesse esattamente il nome dell&rsquo;uomo che ha ferito, mutilato, ammazzato, non sarebbe pi&ugrave; capace di sparargli addosso perch&eacute; si sentirebbe un assassino e non pi&ugrave; un soldato&rdquo;</em>. Dalle guerre possono nascere eroi, miti, culti e coscienze comuni, ma anche morti, distruzioni e dolore. Da quel dolore <strong>Henry Dunant</strong> si rimbocc&ograve; le maniche e fece del proprio meglio per aiutare chi ne aveva bisogno. <em>&ldquo;La domenica mattina sono riuscito a riunire un certo numero di donne che fecero del loro meglio per soccorrere i feriti</em> [...]<em>, bisognava assicurare il vitto e soprattutto soddisfare la sete di gente che moriva di stenti e privazioni: bisognava poi pensare alle loro piaghe, alle loro ferite, e lavare dei corpi sanguinanti, coperti di fango, di vermi, e bisognava fare tutto ci&ograve; in mezzo a esalazioni fetide e nauseabonde, attraverso lamenti e urla di dolore, in un&rsquo;atmosfera bruciante e corrotta. Ben presto si form&ograve; un nucleo di volontarie [...] io cercai di organizzare, il meglio possibile, i soccorsi&rdquo;</em>.</div>
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<div>L&rsquo;esperienza di Solferino lo segn&ograve; cos&igrave; profondamente da convincerlo della necessit&agrave; di creare una squadra di infermieri volontari preparati, il cui operato potesse dare un apporto fondamentale alla sanit&agrave; militare. In quei paesi, sulle colline del Garda, i mille sentieri della storia si incontrarono, forse per fortuito destino, ma fa effetto pensarlo.</div>
</div>]]></description><pubDate>Sat, 04 Jun 2022 17:20:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[L’insurrezione nel Cuneese: 25 aprile 1945]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/linsurrezione-nel-cuneese-25-aprile-1945_61779.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/linsurrezione-nel-cuneese-25-aprile-1945_61779.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/61779/70169.jpg" title="" alt="" /><br /><div><strong>Pubblicato in origine sul numero del 14 aprile del settimanale Cuneodice: ogni gioved&igrave; in edicola</strong></div>
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<div>Sono passati 77 anni dal 25 aprile 1945, eppure mai come oggi risultano attuali i temi della guerra, della guerra civile e della lotta per la libert&agrave;. Partendo dal presupposto che ogni guerra sia una guerra civile, che non esista alcuna giustificazione per spargere sangue e interrompere una vita, &egrave; necessario comprendere la ragione di tanti morti che il mondo ancora oggi presenta sul conto. Una grande questione, alla quale &egrave; difficile trovare una risposta, riguarda la legittimit&agrave; o meno di rispondere alla violenza con la violenza, la necessit&agrave; di difendersi da un&rsquo;aggressione o dall&rsquo;oppressione.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>I giorni della liberazione rappresentarono la fine violenta e drammatica di una dittatura, di una guerra non voluta, di 20 mesi di terrore e guerra civile. La violenza insurrezionale non solo fu molto acuta e si trascin&ograve; in numerosi &ldquo;regolamenti di conti&rdquo;, a danno, in particolare, di fascisti o presunti tali, ma molte zone della nostra provincia, investite dalla ritirata delle colonne tedesche, furono interessate da stragi e rappresaglie. La provincia di Cuneo, per via della posizione geografica e per la presenza numerosa delle formazioni partigiane, conobbe combattimenti di una certa intensit&agrave;, ma, nello stesso tempo, la ritirata nazifascista si svolse, nella maggioranza dei casi, in modo ordinato e compatto: l&rsquo;insistenza di ingenti formazioni tedesche e fasciste e l&rsquo;importanza secondaria attribuita da parte degli Alleati a questo angolo di Italia, permise ai tedeschi e, in alcuni casi, ad alcuni fascisti di retrocedere agilmente verso la &ldquo;zona franca&rdquo; di Strambino, nel Canavese, e l&igrave; di consegnarsi agli Americani senza subire ritorsioni.</div>
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<div>Nello specifico, tra marzo e aprile del 1945, sussistevano, tra le Langhe e il Monregalese, le unit&agrave; di controguerriglia della Repubblica Sociale, i famigerati &ldquo;Cacciatori degli Appennini&rdquo;, comandati dal colonnello <strong>Aurelio Languasco</strong>. Tali unit&agrave; erano inquadrate nel comando della 34&ordf; Divisione di Fanteria tedesca, condotta dal generale Lieb. Pi&ugrave; ad ovest, a Cuneo citt&agrave;, la presenza dei brigatisti neri della &ldquo;Lidonnici&rdquo;, fu ben salda almeno fino al 26 aprile. Proprio nei giorni antecedenti e contemporanei all&rsquo;insurrezione, alcuni fascisti cuneesi si resero responsabili di crimini piuttosto odiosi. In seguito alla partenza dei principali gerarchi della nostra provincia e all&rsquo;inizio dei primi scontri per la liberazione, furono passati per le armi, il 25 aprile, alcuni presunti fiancheggiatori dei partigiani, per ordine dei vertici dell&rsquo;Ufficio Politico Investigativo. Il giorno successivo lo squadrista <strong>Attilio Zanaboni</strong>, uno degli uomini pi&ugrave; crudeli che la Cuneo dell&rsquo;epoca avesse conosciuto, si rese probabilmente responsabile della fucilazione di sei ebrei stranieri sotto le arcate del Ponte Nuovo. Su questo fatto aleggia ancora oggi un alone di mistero: alcune fonti sostengono che i responsabili della carneficina fossero i tedeschi del servizio di sicurezza SD, comandati dal maresciallo Max. Questi ultimi, altrettanto attivi nella repressione antipartigiana, si resero responsabili, sempre il 26, dell&rsquo;uccisione di <strong>Filippo Ponza di San Martino</strong>, ufficiale partigiano. Negli stessi giorni, prima della ritirata, il fascista Bellinetti falci&ograve; cinque detenuti fuggitivi dal carcere di Cuneo.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Le valli occidentali furono investite, negli stessi giorni, dalla ritirata degli uomini della &ldquo;Littorio&rdquo; e della &ldquo;Monterosa&rdquo;. I primi, lasciando le valli Gesso e Stura, sostennero scontri con i partigiani a Borgo San Dalmazzo e Caraglio. In quest&rsquo;ultimo paese, dopo la liberazione, furono brutalmente giustiziati alcuni ex appartenenti alla brigata nera &ldquo;Resega&rdquo;, ritenuti responsabili della rappresaglia del 30 dicembre 1944. In valle Varaita e in valle Maira, invece, gli scontri coinvolsero i partigiani, in particolare appartenenti alla 181&ordf; brigata garibaldina &ldquo;Morbiducci&rdquo;, e gli alpini del battaglione &ldquo;Bassano&rdquo; della divisione Monterosa. Qui ebbero luogo anche delle trattative tra il maggiore Molinari, comandante del battaglione e i capi partigiani. Tali accordi, conseguiti il 24 aprile, regolarono le eventuali condizioni di resa da parte dei fascisti, che, ovviamente, non riguardavano coloro che erano considerati criminali di guerra. Era palese che tra questi &ldquo;ricercati&rdquo; figurassero gli uomini di Adriano Adami, il &ldquo;Pavan&rdquo;, responsabili delle operazioni di controbanda. Difatti il 26 aprile, mentre gli uomini del &ldquo;Bassano&rdquo; si arrendevano ai partigiani, Adami, con un gruppo di otto persone, decise di portarsi dalla valle Varaita alla valle Pellice, per unirsi a reparti della X&ordf; Mas. Il 28 aprile la comitiva fu accerchiata e catturata. Dopo essere stati esposti al ludibrio della popolazione, il 1&deg; maggio Adami e quattro dei suoi uomini furono condannati a morte da un tribunale partigiano e fucilati alla caserma Musso di Saluzzo.</div>
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<div>In merito alle zone di pianura, la ritirata delle truppe tedesche appartenenti alla 34&ordf; divisione, alle quali si unirono numerosi fascisti della Brigata nera &ldquo;Lidonnici&rdquo;, della divisione &ldquo;San Marco&rdquo; e dei &ldquo;Cacciatori degli Appennini&rdquo;, interess&ograve; il Monregalese, il Fossanese e il Saviglianese. Tali aree furono funestate da una lunga &ldquo;scia di sangue&rdquo;. I tedeschi infatti, ancora determinati e non disposti a farsi catturare dai partigiani, risposero con eccezionale durezza ogni qualvolta furono attaccati. Il 26 aprile furono uccise oltre 20 persone a Narzole e il 29 aprile si consum&ograve; a Genola un ultimo tremendo eccidio. In seguito all&rsquo;uccisione di un soldato tedesco, 11 persone furono rinchiuse in un cascinale e arse vive dal fuoco dei lanciafiamme. Basti pensare che solo divisioni tedesche in ritirata, in Piemonte, provocarono pi&ugrave; di 300 vittime. Una tale violenza era dovuta all&rsquo;incapacit&agrave; da parte dei nazisti di accettare la sconfitta, e l&rsquo;intolleranza nei confronti dei partigiani, considerati dei tedeschi non come soldati ma come banditi. &Egrave; doveroso poi sottolineare il clima da resa dei conti successivo alla liberazione.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Secondo lo storico <strong>Giampaolo Pansa</strong>, furono oltre 400 i fascisti o presunti tali giustiziati in seguito all&rsquo;insurrezione, nella nostra provincia. Al di l&agrave; della correttezza storica del numero dei morti, &egrave; interessante valutare le dinamiche di quei giorni. I repubblicani non solo furono ritenuti responsabili della distruzione materiale e morale del Paese, ma vennero visti come un corpo estraneo all&rsquo;interno della comunit&agrave;, stranieri in patria. Sapendo di essere odiati e disprezzati, i fascisti si resero responsabili dei crimini pi&ugrave; atroci, contribuirono a spaccare in modo irrimediabile un paese, considerando il nemico partigiano come un traditore da abbattere senza piet&agrave;. Tale atteggiamento, ovviamente, nel momento della sconfitta, decret&ograve; la condanna a morte per molti repubblichini catturati. Di pi&ugrave;, se consideriamo il momento dell&rsquo;insurrezione, come una catarsi in seguito ad oltre vent&rsquo;anni dittatura, la morte dei fascisti non rappresentava che un sacrificio atto a purificare la societ&agrave; da quel male che l&rsquo;aveva macchiata per tutto quel tempo. Il Giorno della Liberazione, da questo punto di vista, pu&ograve; presentare uno spunto di riflessione sulla drammaticit&agrave; delle guerre civili e sulla pericolosit&agrave; dell&rsquo;ideologia totalitaria. Quest&rsquo;ultima non solo port&ograve; ad una profonda spaccatura della societ&agrave;, ma cre&ograve; le condizioni di una lacerante guerra intestina, combattuta parallelamente a quella di liberazione contro l&rsquo;occupante. Le guerre civili non terminano mai con il cessare delle ostilit&agrave;, ma generano rancori e odi che possono durare nel tempo. &Egrave; sufficiente voltarsi verso est per capirlo.</div>]]></description><pubDate>Mon, 25 Apr 2022 11:10:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Quando l'Italia preparò a Cuneo il vittorioso Mondiale del 1938 (lontano da ogni tentazione)]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-l-italia-preparo-a-cuneo-il-vittorioso-mondiale-del-1938-lontano-da-ogni-tentazione_55962.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-l-italia-preparo-a-cuneo-il-vittorioso-mondiale-del-1938-lontano-da-ogni-tentazione_55962.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/55962/63661.jpg" title="L'Italia di Pozzo schierata davanti all'odierno Paschiero" alt="L'Italia di Pozzo schierata davanti all'odierno Paschiero" /><br /><div>
<div>Il 19 giugno del 1938 allo stadio di <strong>Colombes</strong>, dieci chilometri a nord-ovest di Parigi, l&rsquo;Italia solleva al cielo per la seconda volta consecutiva la Coppa del Mondo di calcio. Il successo degli azzurri arriva grazie all&rsquo;affermazione per 4-2 contro l&rsquo;Ungheria nella finalissima: le doppiette di <strong>Piola</strong> e <strong>Colaussi</strong> consentono alla squadra allenata da <strong>Vittorio Pozzo</strong> di confermare il titolo conquistato in casa quattro anni prima e di concludere un ciclo quasi irripetibile, completato dall&rsquo;oro alle Olimpiadi di <strong>Berlino</strong> nel 1936. Solo il Brasile di Pel&egrave; sar&agrave; capace di ripetere l&rsquo;impresa di vincere due Mondiali di fila tra il 1958 e il 1962. Se l&rsquo;epopea dell&rsquo;Italia di Pozzo negli anni Trenta &egrave; storia nota alla gran parte degli appassionati di calcio, &egrave; forse meno noto che il cammino che condusse gli azzurri verso il titolo mondiale del 1938 pass&ograve; anche da Cuneo: tra maggio e giugno, infatti, Meazza e compagni sostennero proprio sul prato dell&rsquo;odierno stadio &ldquo;Fratelli Paschiero&rdquo; - allora <strong>stadio &ldquo;Littorio&rdquo;</strong> - una parte del ritiro pre mondiale.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Le motivazioni che fecero cadere la scelta su Cuneo sono descritte nel numero del 1&deg; giugno 1938 de <strong>&ldquo;Il Calcio Illustrato&rdquo;</strong>: &ldquo;<em>Anzitutto la dislocazione geografica: ultima citt&agrave; d&rsquo;importanza posta sulla grande linea di comunicazione verso la Riviera francese, dove si disputer&agrave; la prima partita della nostra squadra, consente di restare a casa proprio sino all&rsquo;ultimo. Inoltre Cuneo &egrave; una citt&agrave; tranquilla, che offre notevoli comodit&agrave; di soggiorno, priva di quelle distrazioni che possono, in un certo senso&hellip; pregiudicare i benefici effetti di un lungo periodo di seria e laboriosa preparazione di atleti. Dal lato climatologico, poi, Cuneo offriva i migliori vantaggi: ubicata com&rsquo;&egrave; ai piedi delle Alpi Marittime, appena sopra ai 500 metri di altitudine, gode di un clima temperato che pu&ograve; essere il pi&ugrave; favorevole per lo stato di salute di giovani alla vigilia di fornire sforzi fisici non indifferenti</em>&rdquo;. Lo stadio cuneese, per ordine del Podest&agrave; <strong>Giovanni Battista Imberti</strong> e nonostante fosse stato inaugurato appena tre anni prima, fu oggetto di modifiche e adattamenti, ritenuti indispensabili dal commissario tecnico Pozzo dopo alcuni sopralluoghi: il terreno di gioco fu ampliato, gli spogliatoi furono oggetti di alcuni interventi di adeguamento. L&rsquo;amministrazione comunale - scrisse ancora &ldquo;Il Calcio Illustrato&rdquo; - si fece in quattro per soddisfare ogni richiesta del CT: &ldquo;<em>Se anche Pozzo, o qualcuno degli azzurri, avesse manifestato ai dirigenti cuneensi il desiderio di far abbattere un&rsquo;ala della nuova stazione ferroviaria, alla quale i cittadini di Cuneo sono giustamente molto affezionati, perch&eacute; impediva magari di godere appieno il paesaggio maestoso delle vicine montagne, di sicuro anche un pezzo della stazione ferroviaria sarebbe stato sacrificato</em>&rdquo;. Un arrivo, quello della comitiva azzurra, atteso con grande entusiasmo dalla citt&agrave;, in anni in cui il calcio aveva ormai intrapreso la strada per diventare la pi&ugrave; grande passione popolare che &egrave; oggi: &ldquo;<em>Con la pi&ugrave; viva simpatia e la pi&ugrave; schietta cordialit&agrave;, la popolazione attende i valorosi atleti, graditissimi ospiti</em>&rdquo;, scrisse La Stampa nella sua edizione del 27 aprile 1938.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Dopo il raduno del 26 aprile e i primi allenamenti a Stresa, - nei giorni in cui l&rsquo;attenzione dei giornali, anche in provincia Granda, era rivolta all&rsquo;imminente visita di Adolf Hitler a Roma - il gruppo azzurro si trasfer&igrave; a Cuneo, con quartier generale nell&rsquo;albergo <strong>&ldquo;Corona Imperiale&rdquo;</strong> (tra le attuali via Silvio Pellico e corso IV Novembre), dalla sera dell&rsquo;8 maggio. Nel pomeriggio i giocatori avevano assistito a Torino, allo stadio &ldquo;Benito Mussolini&rdquo; (l&rsquo;odierno Olimpico), alla finale di ritorno di Coppa Italia, vinta dalla Juventus contro il Torino. Dal giorno successivo si diede il via agli allenamenti al &ldquo;Littorio&rdquo;, che malgrado la denominazione imposta dal regime fascista per molti cuneesi era semplicemente lo stadio <strong>&ldquo;Monviso&rdquo;</strong>. Le sessioni, salvo rare eccezioni, si svolgevano a porte chiuse, ma decine di ragazzini si affollavano comunque arrampicandosi sui muri di cinta dello stadio per ammirare le gesta di Meazza, Piola e compagni. Come era sua consuetudine, anche a Cuneo Vittorio Pozzo - con trascorsi da tenente degli Alpini durante la Prima Guerra Mondiale - pretendeva dai suoi una disciplina di stampo militare e costringeva il gruppo a vita monastica, non senza lamentele da parte dei calciatori: praticamente vietate le libere uscite, poche le concessioni per quanto riguarda svago e divertimento, non pi&ugrave; di qualche partita a carte in albergo e qualche momento di relax ascoltando la radio. Solo a Marsiglia, a Mondiale iniziato e dopo lunghe insistenze da parte della squadra, Meazza in testa, Pozzo concesse una puntata nel bordello cittadino, ma questa &egrave; un&rsquo;altra storia.</div>
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<div>Di quei giorni cuneesi ha parlato anche <strong>Giorgio Bocca</strong>, in un&rsquo;intervista rilasciata ancora a &ldquo;La Stampa&rdquo; nel 2005, in occasione del centenario del Cuneo Calcio: &ldquo;<em>Per portare le valigie ai giocatori, noi giovani del Cuneo tardavamo ad andare ad allenarci. Li aspettavamo per vederli uscire dall&rsquo;albergo vicino alla stazione, poi sbucavamo quando loro passavano e prendevamo le loro valigie fino al campo</em>&rdquo;, ha raccontato lo scrittore e giornalista scomparso nel 2011, calciatore della prima squadra biancorossa nella stagione 1938-1939. Anche Bocca, nei suoi ricordi, ha sottolineato la rigida disciplina pretesa da Pozzo: &ldquo;<em>Se ripenso ai raduni di quella nazionale nella mia citt&agrave;, a Cuneo, faccio fatica a credere in tanta modestia. La imponeva Vittorio Pozzo, un tipo di alpino e salesiano arrivato chiss&agrave; come alla guida degli azzurri senza essere n&eacute; un allenatore di professione n&eacute; un burocrate dello sport, ma semplicemente un piemontese risorgimentale ciecamente convinto delle virt&ugrave; piemontesi. Uno di quelli per cui la parola sacra &egrave; &lsquo;&euml;l travai</em>&rsquo;&rdquo;. Il 12 maggio la formazione azzurra disput&ograve; la sua prima amichevole in terra cuneese contro una selezione di giocatori attinti dalle varie societ&agrave; della provincia. Il resoconto della sfida, su &ldquo;La Stampa&rdquo; del giorno successivo, &egrave; firmato da V.P., iniziali di Vittorio Pozzo. Non si tratta di un caso di omonimia: il Ct azzurro era infatti un giornalista e collaboratore del quotidiano torinese. La gara si disput&ograve; in tre tempi, due da 35 minuti e uno da 45, con risultato finale di 13-1 in favore degli azzurri. Un rotondo 11-0 arriv&ograve; poi in una successiva sfida contro il Cuneo, ma le fatiche sul rettangolo verde non erano gli unici impegni sull&rsquo;agenda della truppa italiana in quei giorni. La mattina del 12 maggio, prima della citata partita, la delegazione azzurra si era infatti recata dapprima alla Casa del Littorio per deporre una corona di fiori sul sacrario dei Martiri fascisti, per poi dirigersi, accompagnata dal Podest&agrave;, di fronte al monumento ai caduti della Grande Guerra. Dopo la partita, invece, Piola e compagni furono invitati dal Comando della Divisione Alpina Cuneense ad incontrare il Battaglione del 2&deg; Reggimento Alpini &ldquo;Borgo San Dalmazzo&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Per il secondo test l&rsquo;Italia di Pozzo si trasfer&igrave; invece a Milano: un doppio test, per la verit&agrave;, quello in programma domenica 15 maggio, in cui il ct divise la squadra in due gruppi per affrontare rispettivamente Belgio e Lussemburgo. Risultati: due rotonde vittorie, per 6-1 contro il Belgio, per 4-0 contro il Lussemburgo, prima del rientro a Cuneo per proseguire con la preparazione. Una settimana pi&ugrave; tardi, domenica 22 maggio, stavolta a Genova, una nuova doppia amichevole, stavolta contro la Jugoslavia e la Germania Sud Est, e altre due convincenti vittorie, con i punteggi di 4-0 e 5-2. Dopo questa doppia sfida Pozzo diram&ograve; la lista ufficiale dei 22 convocati per il Mondiale, questi i prescelti: Olivieri, Ceresoli, Masetti, Monzeglio, Foni, Genta, Rava, Serantoni, Andreoli, Locatelli, Perazzolo, Olmi, Donati, Biavati, Pasinati, Meazza, Piola, Bertoni, Ferrari, Ferraris, Chizzo, Colaussi.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La permanenza a Cuneo degli azzurri, malgrado gli ottimi risultati delle gare amichevoli, non fu per&ograve; priva di difficolt&agrave;. In particolare, gli allenamenti furono spesso condizionati dal maltempo. Scrisse Pozzo su &ldquo;La Stampa&rdquo; di sabato 28 maggio, all&rsquo;indomani della vittoria per 8-0 contro il Fanfulla al &ldquo;Littorio&rdquo;: &ldquo;<em>Decisamente il tempo non &egrave; favorevole agli azzurri. Quella che dapprima aveva l&rsquo;aria di una strana combinazione, adesso prende l&rsquo;aspetto di una vera esagerazione. Fatto sta che ogni volta che gli azzurri puntano fuori il capo dal loro ritiro per lavorare sulla palla, piove; quando essi organizzano un incontro di allenamento vero e proprio, allora l&rsquo;acqua prende a cadere a catinelle. La cosa comincia a recare seriamente disturbo alla preparazione tecnica</em>&rdquo;. Nonostante la calorosa accoglienza della citt&agrave;, insomma, il soggiorno non fu sempre piacevole. Il 1&deg; giugno del 1938 si disput&ograve; l&rsquo;ultima gara amichevole a Cuneo prima della partenza della squadra verso la Francia. Ad affrontare gli azzurri fu la Sanremese: 13-1 il punteggio alla fine dei tre tempi. Sugli spalti, riportano le cronache dell&rsquo;epoca, oltre 2 mila persone, accorse da ogni angolo della provincia per salutare gli azzurri, alla loro ultima esibizione in Granda prima della spedizione mondiale.</div>
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<div>Un Mondiale per certi versi anomalo, quello del 1938, che gi&agrave; risentiva dei nefasti venti di guerra che avrebbero devastato l&rsquo;Europa e il mondo negli anni a venire: la guerra civile in Spagna aveva tolto di mezzo una delle favorite, a marzo l&rsquo;Anschluss aveva prodotto un altro forfait, quello dell&rsquo;Austria. Alfio Caruso, nel suo &ldquo;Un secolo azzurro&rdquo; (Longanesi, 2013), riporta il laconico telegramma inviato da Vienna all&rsquo;organizzazione del torneo: &ldquo;<em>Spiacenti disdire iscrizione campionato mondiale. Motivo: la Federazione calcistica austriaca non esiste pi&ugrave;</em>&rdquo;. Mancavano anche Argentina e Uruguay: la prima indispettita per non aver ottenuto l&rsquo;organizzazione del torneo, il secondo per i rifiuti ricevuti da nazione ospitante otto anni prima, nel primo Mondiale della storia. In pi&ugrave;, rest&ograve; a casa l&rsquo;Inghilterra, che, come avrebbe fatto fino al 1950, altezzosamente declin&ograve; l&rsquo;invito ritenendo le altre nazionali &ldquo;non degne&rdquo; di confrontarsi con chi aveva inventato il gioco. Insomma, anche allora le polemiche intorno al pallone non mancavano. Il 3 giugno la delegazione azzurra salut&ograve; Cuneo e si diresse verso <strong>Marsiglia</strong>, sede della prima partita contro la Norvegia. All&rsquo;arrivo Pozzo e i suoi ragazzi furono accolti da 3 mila antifascisti inferociti, sia italiani che francesi: solo grazie al consistente spiegamento di Polizia riuscirono a raggiungere l&rsquo;albergo, ma di questo sui giornali italiani - come di consueto in quell&rsquo;epoca - nulla fu riferito. Il clima ostile sarebbe stato una costante in quasi tutti gli stadi per gli azzurri durante il Mondiale francese: la nazionale era considerata l&rsquo;emblema del regime fascista, i giocatori &ldquo;servi&rdquo; che si prestavano ad essere sfruttati dalla dittatura. Pressioni e contestazioni che per&ograve; non intaccarono il morale e le prestazioni della nazionale italiana: al contrario Pozzo - abilissimo motivatore - le sfrutt&ograve; a suo favore per compattare il gruppo conducendolo verso l'obiettivo. Al ritorno in Italia, sul treno che riport&ograve; gli azzurri in patria e che arriv&ograve; a <strong>Torino Porta Nuova</strong> alle ore 7 del 21 giugno, c&rsquo;era anche la Coppa del Mondo. Vittorio Pozzo sarebbe poi tornato nella Granda meno di un anno dopo, il 31 marzo 1939, per una conferenza organizzata dalla sezione provinciale dell&rsquo;Istituto di Cultura Fascista presso il Teatro Littorio, l&rsquo;attuale Cinema Monviso: un&rsquo;occasione per ripercorrere il cammino trionfale del 1938 e quell&rsquo;impresa costruita - in parte - anche a Cuneo.</div>
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<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Sat, 13 Nov 2021 09:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Dalmasso</dc:creator><author><name>Andrea Dalmasso</name></author></item><item><title><![CDATA[Quei cuneesi strapaesani: ''Gente servile, arrogante, ingiusta e crudele con i poveretti'']]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quei-cuneesi-strapaesani-gente-servile-arrogante-ingiusta-e-crudele-con-i-poveretti_45504.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quei-cuneesi-strapaesani-gente-servile-arrogante-ingiusta-e-crudele-con-i-poveretti_45504.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/45504/51368.jpg" title="" alt="" /><br />
<div><em>&ldquo;Ma quanto &egrave; grande la provincia di Cuneo! Io credo essa si estenda dai villaggi miserabili delle Alpi sino alle contrade pi&ugrave; lontane e squallide della Sicilia e della Sardegna. &lsquo;Provincia di Cuneo&rsquo; &egrave; tutta la provincia italiana, semifeudale, piccolo-borghese, scettica e bigotta, pettegola e ipocrita, piena di gente che &egrave; servile con i potenti, arrogante, ingiusta e crudele con i poveretti. Questa provincia &egrave; stata idealizzata; ne hanno fatto il serbatoio delle virt&ugrave; borghesi, il vivaio dei forti caratteri&rdquo;.</em></div>
<div>&nbsp;</div>
<div>I detrattori pi&ugrave; accesi della Granda, quelli che solitamente raggiunta la maggiore et&agrave; prendono un treno per andare a fare i lavapiatti a Londra e non tornare mai pi&ugrave;, si ritroveranno in queste parole che potrebbero essere state scritte l&rsquo;altro ieri. Certo, l&rsquo;eloquio tradisce capacit&agrave; di scrittura superiori alla media che oggi popola i social network, ma al netto di qualche parola in disuso nell&rsquo;italiano corrente, dai &lsquo;borghesi&rsquo; alle &lsquo;contrade&rsquo;, potrebbe essere davvero stata pensata ai nostri tempi in contrapposizione alla retorica della Granda &lsquo;isola felice&rsquo; che abbiamo sentito tante volte. Il seguito invece, lascia trasparire la poca &lsquo;freschezza&rsquo; dello scritto:<em> &ldquo;La letteratura fascista ha ancora forzato questo ideale, sino al ridicolo e al grottesco -</em> continua il brano -.<em> Che cosa &egrave; &ldquo;Strapaese&rdquo; se non la provincia di Cuneo diventata modello di vita nazionale? E &ldquo;l&rsquo;Italia rurale&rdquo;, di cui parlano Mussolini e i gerarchi, che cosa &egrave; se non una grande, enorme &ldquo;provincia di Cuneo&rdquo;, una provincia di Cuneo standardizzata, dove il sindaco deficiente e canaglia &egrave; diventato podest&agrave; per decreto reale, il commendatore giolittiano porta all&rsquo;occhiello lo stemma del fascio, il prete fa il sornione mentre benedice tutti e due, e chi lavora crepa di fame?&rdquo;.</em></div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Non portiamo il &lsquo;mistero&rsquo; oltre il dovuto, anche perch&eacute; ne abbiamo gi&agrave; dato anticipazione nel titolo. A scrivere queste parole, nel marzo del 1931, fu <strong>Palmiro Togliatti</strong>, segretario e leader indiscusso del Partito Comunista Italiano per quasi quarant&rsquo;anni. Il suoi genitori, ferventi cattolici, lo chiamarono cos&igrave; perch&eacute; venne alla luce nel giorno della Domenica delle Palme. Ci&ograve; non gli imped&igrave; di diventare ateo, cos&igrave; come l&rsquo;aver effettuato il suo primo comizio in provincia di Cuneo (a Savigliano n.d.r.) non lo persuase a indorare la pillola quando si trov&ograve; a descrivere la terra tra il Monviso e la Bisalta. Tutt&rsquo;altro.</div>
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<div>L&rsquo;occasione fu la scrittura della prefazione del libro di <strong>Giovanni Germanetto</strong> &ldquo;Memorie di un barbiere&rdquo;. Il volume del giornalista e sindacalista rosso ebbe un successo straordinario per l&rsquo;epoca: 36 edizioni in 24 lingue diverse, superando la tiratura di 800 mila copie.</div>
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<div>Germanetto era un politico che ebbe una certa notoriet&agrave; per buona parte del secolo scorso. Scelse di intitolare cos&igrave; la sua autobiografia, scritta con brillantezza, perch&eacute; da ragazzo fu mandato a lavorare nella bottega di un barbiere a Fossano. Forse fu il racconto del &lsquo;compagno&rsquo; che firmava i suoi primi articoli sui giornali locali - nei quali attingeva a mani basse tra le storielle che dipingono i cuneesi come idioti - con lo pseudonimo di Barbadirame, e che a causa del suo credo politico faceva spola tra carcere e questura, a influenzare in peggio l&rsquo;opinione del futuro ministro di Grazia e Giustizia nei governi che tennero a galla l&rsquo;Italia dopo le macerie lasciate dal fascismo.</div>
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<div>"<em>Fossano era un piccolo centro di bottegai, di preti, di pensionati e di nobili. Paesi pettegoli in cui ogni cittadino &egrave; passato alla critica pi&ugrave; spietata&rdquo;</em> scriveva Barbadirame, tra i fondatori del Partito Comunista Italiano nel &rsquo;21 e delegato all&rsquo;Internazionale sindacale rossa a Mosca nel &rsquo;23. La prima edizione di &ldquo;Memorie di un barbiere&rdquo; venne data alle stampe in Unione Sovietica nel 1930 perch&eacute; Germanetto era stato arrestato dai fascisti, poi rilasciato per errore e da l&igrave; espatriato prima in Francia e poi in Russia, dove si impegn&ograve; nell&rsquo;Internazionale sindacale e nel Soccorso Rosso. Un anno dopo la prima edizione in italiano con la caustica prefazione di Togliatti, data alle stampe in Francia e diffusa nel bel paese solo clandestinamente, in barba alla censura del regime di<strong> Benito Mussolini</strong>. D&rsquo;altronde gi&agrave; nei primi anni venti Germanetto era costretto a esercitare la sua attivit&agrave; di barbiere semi-clandestinamente a causa delle ordinanze che diffidavano i tanti soldati di stanza a Fossano dal farsi tagliare i capelli da quel &lsquo;barbiere antitaliano e socialista&rsquo;.</div>
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<div>Barbadirame, che non ebbe un&rsquo;infanzia facile a causa di una paralisi alla gamba sinistra, prese la sua rivincita nel dopoguerra, quando il suo libro ebbe grande diffusione anche nella terra che lo aveva ripudiato, tanto da finire al centro di un dibattito in Consiglio provinciale, anche grazie alla prefazione di Togliatti. Nel 1948 l&rsquo;assemblea protest&ograve; contro le parole scritte diciassette anni prima. Proprio nel luglio di quell&rsquo;anno l&rsquo;ideatore della &ldquo;via italiana al socialismo&rdquo; sub&igrave; l&rsquo;attentato che port&ograve; l&rsquo;Italia sull&rsquo;orlo della rivoluzione. &ldquo;Il Migliore&rdquo;, a cui la Russia dedica ancora oggi una citt&agrave; di oltre 700 mila abitanti, morir&agrave; nel 1964 dopo anni da protagonista della scena politica italiana e internazionale.</div>
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<div>Come mai il leader comunista fu cos&igrave; spietato? L&rsquo;invettiva di Togliatti, abbiamo esordito, &egrave; molto chiara nella prima parte, un po&rsquo; meno nella seconda. Necessita di qualche parola in pi&ugrave; lo &ldquo;Strapaese&rdquo; di cui, secondo Togliatti, la provincia di Cuneo sarebbe diventata modello di vita nazionale.</div>
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<div>&ldquo;Strapaese&rdquo; era una corrente letteraria, nata nel 1926, che si rifaceva volutamente al provincialismo pi&ugrave; ortodosso, in antitesi alla letteratura esterofila e alle contaminazioni estere e in particolare alla pi&ugrave; progressista &ldquo;Stracitt&agrave;&rdquo; che propugnava attraverso la rivista di <strong>Massimo Bontempelli</strong> &lsquo;Novecento&rsquo; i valori di una cultura aperta alle avanguardie europee e al dibattito sulla scienza e l'industria. I maggiori esponenti della prima furono <strong>Mino Maccari</strong>, direttore della rivista &lsquo;Il Selvaggio&rsquo;, <strong>Leo Longanesi</strong>, che tra le altre cose fond&ograve; &lsquo;L&rsquo;Italiano&rsquo; e l&rsquo;ondivago <strong>Curzio Malaparte</strong>.</div>
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<div>Dal suo punto di vista Togliatti aveva individuato nella gente &ldquo;scettica e bigotta&rdquo; della provincia di Cuneo gli &lsquo;strapaesani&rsquo; per antonomasia. In un certo senso, con il senno di poi, si pu&ograve; dire che dal suo punto di vista aveva ragione. Al netto dei toni forti e di una descrizione oggettivamente livorosa, Togliatti aveva capito con largo anticipo che le resistenze pi&ugrave; grandi al sorgere del &lsquo;sol dell&rsquo;avvenire&rsquo; nello stivale una volta caduto il fascismo sarebbero venute dalla provincia italiana, di cui la Granda agricola e cattolica era l&rsquo;emblema. Nonostante il ruolo importante avuto nella Resistenza, nel dopoguerra Cuneo divent&ograve; roccaforte della Democrazia Cristiana, relegando il Partito Comunista Italiano su percentuali molto pi&ugrave; basse di quelle a cui era abituato in quegli anni (al netto di qualche fuoco di paglia). Una tendenza, quella di guardare con sospetto i partiti pi&ugrave; rivoluzionari, che non ha mai abbandonato le scelte dei cuneesi nella cabina elettorale.</div>]]></description><pubDate>Sun, 21 Feb 2021 11:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Samuele Mattio</dc:creator><author><name>Samuele Mattio</name></author></item><item><title><![CDATA[L’alpino cuneese che scoprì le foibe: ‘‘Non mi dissero cosa avrei dovuto fotografare lì sotto’’]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/lalpino-cuneese-che-scopri-le-foibe-non-mi-dissero-cosa-avrei-dovuto-fotografare-li-sotto_45173.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/lalpino-cuneese-che-scopri-le-foibe-non-mi-dissero-cosa-avrei-dovuto-fotografare-li-sotto_45173.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/45173/51006.jpg" title="Mario Maffi nell'estate 1957 (per gentile concessione)" alt="Mario Maffi nell'estate 1957 (per gentile concessione)" /><br />
<div>Sembra una spy story uscita dalla fantasia di Fleming o Le Carr&eacute;, ma &egrave; la vera storia dell&rsquo;uomo che scopr&igrave; le foibe. <strong>Mario Maffi</strong>, classe 1933, &egrave; scomparso nel marzo 2017 dopo una vita di studi dedicati alla storia militare e alle terribili scoperte di cui lui stesso era stato testimone sessant&rsquo;anni prima.</div>
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<div>All&rsquo;alpino-speleologo, cui &egrave; co-intitolata dal 2019 la sede del Gruppo Alpini &ldquo;Cuneo Centro&rdquo;, tocc&ograve; il compito di addentrarsi nelle cavit&agrave; del Carso nel corso di una missione che sarebbe rimasta coperta da segreto militare per mezzo secolo. Per la prima volta l&rsquo;esercito faceva luce sui massacri dei partigiani jugoslavi che tra il 1943 e l&rsquo;immediato dopoguerra costarono la vita a migliaia di italiani della Venezia Giulia, dell&rsquo;Istria e della Dalmazia.</div>
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<div><strong>In missione segreta tra Basovizza e la Jugoslavia: &ldquo;Mi resi conto che stavo camminando sulle ossa&rdquo;</strong></div>
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<div>L&rsquo;anno &egrave; il 1957. Il sottotenente di complemento Maffi svolge il suo servizio di leva nel Genio pionieri alpini, inquadrato nella Compagnia &ldquo;Orobica&rdquo; di Merano. &Egrave; un appassionato di fotografia e di esplorazioni nelle grotte, tanto che appena ventenne ha fondato a Cuneo quello che diventer&agrave; in seguito il Gruppo speleologico Alpi Marittime. Sono queste qualit&agrave; a renderlo adatto per la missione che si sta organizzando. Il generale di brigata che lo manda a chiamare gli dice in poche parole che si tratta di una missione volontaria con un certo grado di rischio, senza precisare dove si sarebbe svolta. L&rsquo;indomani il giovane sottotenente risponde che accetta e viene condotto a Bassano del Grappa e di l&igrave; a Monfalcone, in compagnia del colonnello Bongioanni che ha il comando dell&rsquo;operazione. I superiori gli ordinano di portare con s&eacute; anche un abito borghese. Arrivato a destinazione sentir&agrave; nominare per la prima volta la parola <strong>&ldquo;foiba&rdquo;</strong>. Allo scrivente, che l&rsquo;aveva intervistato su questa vicenda nel febbraio del 2015, l&rsquo;ex militare aveva rivelato di non sapere cosa avrebbe trovato in quelle profondit&agrave;: <em>&ldquo;Conoscevo l&rsquo;esistenza delle doline e dei pozzi carsici, ma non avevo idea di cosa avrei dovuto fotografare l&agrave; sotto. Quando chiesi spiegazioni, mi venne risposto &lsquo;arrivato in fondo lo vedr&agrave;&rsquo;&rdquo;</em>.</div>
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<div>La prima discesa &egrave; nella foiba di <strong>Monrupino</strong>, a nord di Trieste, in compagnia dello speleologo Giovanni Spangher del Gruppo grotte di Monfalcone. La cavit&agrave; &egrave; formata da due pozzi paralleli, collegati tra loro da un passaggio molto stretto: dalle rilevazioni effettuate nell&rsquo;anteguerra risultava che quell&rsquo;apertura aveva un&rsquo;ampiezza di dieci metri, ma quando Maffi la vede erano rimasti appena ottanta centimetri. Il resto era ostruito dal pietrisco, al di sotto del quale c&rsquo;erano i cadaveri. Come in altre grotte, i corpi degli infoibati sono sepolti dalle frane provocate con l&rsquo;esplosivo: <em>&ldquo;Qui e l&agrave; vedevo spuntare un po&rsquo; di stoffa annerita, il tacco di uno scarpone, una mandibola umana. Mi resi conto che stavo camminando sulle ossa&rdquo;</em>. I due esploratori hanno a disposizione soltanto una macchina fotografica con un difettoso flash al magnesio, ma riescono comunque a documentare scene impressionanti: tra i resti umani si riconosce il braccio di un bambino, di non pi&ugrave; di dieci anni.</div>
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<div>Il giorno successivo Maffi &egrave; a <strong>Basovizza</strong>, dove oggi sorge il sacrario in memoria delle vittime. Quella di Basovizza non &egrave; una foiba ma un pozzo minerario in disuso, all&rsquo;interno del quale l&rsquo;alpino si cala per 235 metri aiutato da un gruppo di speleologi triestini: non trova niente, a parte uno strato di sapone nero che copre il fondo della parete e che ritiene essere grasso umano. Le vera missione, per&ograve;, comincia solo a quel punto. Tornato alla stazione dei carabinieri di Monfalcone, Maffi trova ad attenderlo un documento d&rsquo;identit&agrave; sotto falso nome, dove viene indicato come &ldquo;fotografo&rdquo;, e un&rsquo;auto che lo conduce vestito in borghese fino ad un albergo di Trieste. Gli ordini arrivano in camera, all&rsquo;interno di una busta sigillata che ne contiene un&rsquo;altra, di colore giallo, con l&rsquo;avvertenza &ldquo;da aprirsi solo dopo le ore x&rdquo;. Nel foglietto il sottotenente trova l&rsquo;indicazione del percorso da seguire per arrivare al luogo stabilito, la targa della macchina che l&rsquo;avrebbe aspettato, la parola d&rsquo;ordine e la controparola. Una volta lette le istruzioni, ha il compito di bruciarle insieme alle due buste.</div>
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<div>La prima automobile lo conduce fuori citt&agrave;, dove lo aspetta una camionetta dei carabinieri con le armi e tutta l&rsquo;attrezzatura necessaria alle discese. La stessa scena si ripete per quattro notti successive, nel corso delle quali l&rsquo;ufficiale raggiunge diverse zone del Carso, verosimilmente oltre il confine jugoslavo: <em>&ldquo;Non so dove mi portassero. Facevano lunghi giri uscendo dalle strade pi&ugrave; battute, per eludere eventuali inseguitori e forse per evitare che io, in seguito, fossi in grado di ricostruire gli spostamenti&rdquo;</em>. Una volta scesi dalla camionetta, i carabinieri piazzano sul terreno una mitragliatrice pesante, mentre Maffi si cala nella foiba con una pistola sul fianco, tenendo il colpo in canna: <em>&ldquo;In una delle cavit&agrave; trovai un filo steso che mi sbarrava la strada. Da buon geniere lo aggirai, perch&eacute; sapevo che poteva trattarsi di una mina a strappo&rdquo;</em>. Nelle <strong>foibe jugoslave</strong> il quadro &egrave;, se possibile, ancor pi&ugrave; agghiacciante: <em>&ldquo;Erano cavit&agrave; poco profonde, tra i quindici e i venti metri. Non c&rsquo;erano cumuli di resti come a Monrupino, ma alcune salme erano quasi intatte. Una in particolare mi colp&igrave;, perch&eacute; era adagiata sopra una cengia, una sporgenza di roccia: forse la vittima aveva cercato di risalire la grotta, senza riuscirci&rdquo;</em>.</div>
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<div><strong>&ldquo;La figlia di un infoibato di Vernante disse che avevo ridato dignit&agrave; al padre&rdquo;</strong></div>
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<div>Maffi ipotizzava che all&rsquo;origine della missione affidatagli dal ministero della Difesa potesse esserci stata una richiesta del <strong>governo tedesco</strong>, interessato a conoscere il destino di alcuni feriti scomparsi dall&rsquo;ospedale di Trieste dopo l&rsquo;arrivo dei titini: a Monrupino, in effetti, tra gli altri reperti era affiorato il bottone di una divisa tedesca.</div>
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<div>Di tutte le attivit&agrave; &ldquo;coperte&rdquo; non &egrave; rimasta alcuna documentazione oltre ai rapporti stesi dal protagonista della vicenda e dal colonnello Bongioanni, ora sepolti in qualche archivio militare. Fedele alla consegna, per cinquant&rsquo;anni Maffi ha serbato il silenzio sulla seconda parte dell&rsquo;operazione, limitandosi a qualche accenno &ldquo;da ufficiale a ufficiale&rdquo; con il padre, colonnello degli Alpini. Perfino i figli sarebbero venuti a conoscenza dei fatti solo dopo la pubblicazione del volume <strong>&ldquo;1957. Un alpino alla scoperta delle foibe&rdquo;</strong>, uscito nel 2013 con prefazione di Gianni Oliva.</div>
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<div>Dopo aver completato il servizio militare, Mario Maffi aveva costruito una carriera lavorativa in Fiat e una famiglia a Cuneo con la moglie Rosa Bongioanni e i due figli Anna Ida e Riccardo. Nel suo studio conservava in perfetto ordine gli albi con i ritagli di giornale inviati dagli amici triestini, i libri dedicati all&rsquo;eccidio e le fotografie scattate a Monrupino e Basovizza, le uniche che aveva potuto conservare e riprodurre sul suo aggiornatissimo archivio informatico. <em>&ldquo;Non sono mai stato n&eacute; fascista n&eacute; comunista&rdquo;</em> spiegava a chi gli chiedesse conto di eventuali simpatie politiche, ricordando anche i suoi trascorsi da piccola staffetta per i messaggi dei partigiani durante l&rsquo;infanzia. Pi&ugrave; tardi avrebbe partecipato alle grandi manifestazioni studentesche per il <strong>ritorno di Trieste all&rsquo;Italia</strong>: a Cuneo si tenne fra l&rsquo;altro un corteo in corso Nizza, conclusosi con un comizio, durante il quale Maff&igrave; parl&ograve; - applauditissimo - a nome degli studenti del Bonelli.</div>
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<div>Oltre a deprecare il fatto che la questione delle foibe fosse diventata un &ldquo;caso politico&rdquo;, sosteneva che nel ricostruire l&rsquo;origine della pulizia etnica perpetrata dai titini non sarebbe stato giusto trascurare gli avvenimenti precedenti, dall&rsquo;annessione delle province asburgiche all&rsquo;italianizzazione forzata sotto il fascismo: <em>&ldquo;A parte il ceto medio di Gorizia e Trieste, non credo che le popolazioni locali fossero particolarmente irredentiste. Mio nonno, che fu generale durante la prima guerra mondiale, scrive nei suoi diari &lsquo;questi friulani sono peggio degli austriaci&rsquo;&rdquo;</em>.</div>
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<div>Non si riteneva uno storico di professione ma un testimone, che fino all&rsquo;ultimo ha continuato a documentare i fatti senza prestarsi a strumentalizzazioni. Tra le maggiori soddisfazioni ricordava un episodio in cui, grazie alle sue ricerche d&rsquo;archivio, era riuscito a risalire alla famiglia di un <strong>infoibato cuneese</strong>: <em>&ldquo;Era un uomo di Vernante, di cui si sa soltanto che venne arrestato a Gorizia dopo essere uscito in divisa e poi condotto a Lubiana. La famiglia lo ha creduto disperso per molti anni, fin quando li ho informati che il suo nome era tra gli elenchi degli infoibati. La figlia mi ha detto che avevo ridato dignit&agrave; alla memoria di suo padre&rdquo;</em>.</div>]]></description><pubDate>Wed, 10 Feb 2021 19:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Dopo vent’anni rispunta la lapide perduta della contessa di Castiglione]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/alba-e-langhe/dopo-ventanni-rispunta-la-lapide-perduta-della-contessa-di-castiglione_44603.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/alba-e-langhe/dopo-ventanni-rispunta-la-lapide-perduta-della-contessa-di-castiglione_44603.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/44603/50377.jpg" title="" alt="" /><br />
<div>Ci sono voluti vent&rsquo;anni per recuperare la lapide tombale della contessa di Castiglione, cugina di Cavour e amante di Napoleone III, che era data per dispersa dopo la liquidazione del vecchio premio Grinzane Cavour.</div>
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<div>La pietra era stata portata a Torino dal cimitero P&egrave;re-Lachaise di Parigi nel 1999, in occasione del centenario della morte, quando il patron del premio Grinzane <strong>Giuliano Soria</strong> aveva fatto restaurare il sepolcro e sostituito la lapide originale con una copia. L&rsquo;accordo era che il professore provvedesse a sue spese al restauro del reperto, che si pensava di collocare in seguito nel castello di Costigliole d&rsquo;Asti insieme alle spoglie mortali della contessa.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Le successive traversie giudiziarie di Soria, dimessosi dalla presidenza del premio nel 2009 e finito in carcere pochi anni dopo (&egrave; deceduto nel febbraio 2019), avevano per&ograve; bloccato l&rsquo;iniziativa. Una volta messo in liquidazione il Grinzane la lapide era quindi stata abbandonata nel deposito di un'impresa edilizia che, nel frattempo, aveva cessato la sua attivit&agrave;. Soltanto oggi, riferisce l&rsquo;Ansa, &egrave; stata ritrovata all&rsquo;esito di un lavoro di ricerca condotto dalla Fondazione Cavour presieduta da Marco Boglione. La stessa Fondazione contatter&agrave; al pi&ugrave; presto, tramite vie diplomatiche, il Minist&egrave;re de la Culture francese per concordare la destinazione finale della lapide che al momento viene conservata in un'area dedicata all'interno del parco cavouriano di Santena (Torino), in prossimit&agrave; della prestigiosa Sala diplomatica del Castello.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nata a Firenze il 22 marzo 1837 come <strong>Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini</strong>, la futura contessa di Castiglione era figlia del marchese spezzino Filippo Oldoini e della marchesa Isabella Lamporecchi, nonch&eacute; cugina del conte <strong>Camillo Benso di Cavour</strong>. Dopo un&rsquo;adolescenza irrequieta in un convento delle Orsoline spos&ograve; a soli diciassette anni <strong>Francesco Verasis Asinari</strong>, conte di Costigliole d&rsquo;Asti e Castiglione Tinella: dalla loro unione nascer&agrave; un figlio, Giorgio, da lei poco amato e morto di vaiolo ad appena 24 anni d&rsquo;et&agrave;. Considerata gi&agrave; allora una delle donne pi&ugrave; belle e affascinanti della sua epoca, alla corte dei Savoia la Castiglione guadagna presto il favore di re Vittorio Emanuele II e di altri potenti.</div>
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<div>Nel 1855 il cugino Cavour la invia in missione in Francia, presso l&rsquo;imperatore <strong>Napoleone III</strong>, allo scopo di perorare le ragioni dell&rsquo;alleanza franco-piemontese. L&rsquo;operazione riscuote un successo straordinario: Virginia, protagonista degli eventi mondani di Parigi, diviene l&rsquo;amante ufficiale dell&rsquo;imperatore e ne condiziona le scelte politiche in chiave filo-sabauda. Al fianco del Regno di Sardegna le truppe francesi prendono parte alla spedizione in Crimea contro la Russia e pochi anni dopo alla seconda guerra d&rsquo;indipendenza italiana, culminata con l&rsquo;annessione della Lombardia nel 1859. In quello stesso anno l&rsquo;imperatrice Eugenia ne ottiene l&rsquo;espulsione dalla Francia, dove la Oldoini torner&agrave; solo tre anni pi&ugrave; tardi, quando il suo astro si &egrave; ormai offuscato a beneficio di altre amanti.</div>
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<div>Rimasta vedova nel 1867 (il marito, rovinato economicamente dalle spese di lei e conscio dei suoi innumerevoli tradimenti, non aveva mai cessato di amarla), la <em>femme fatale</em> del Risorgimento italiano assister&agrave; con crescente rancore alle ingiurie del tempo, rinchiudendosi in un esilio volontario nella sua residenza di place Vend&ocirc;me: qui far&agrave; velare tutti gli specchi con un panno nero, affinch&eacute; non riflettessero pi&ugrave; la sua sfiorita bellezza. Dopo lunghi anni di solitudine muore a Parigi, in rue Cambon 14, il 28 novembre 1899. Aveva chiesto di essere sepolta a La Spezia, senza che venisse data alcuna notizia alla stampa e alle autorit&agrave; e senza funzione religiosa, con indosso la vestaglia di seta che aveva portato durante la fatidica notte d&rsquo;amore con Napoleone III e in compagnia dei suoi due pechinesi imbalsamati, Sanduga e Kasino. Nessuna delle sue ultime volont&agrave; verr&agrave; rispettata: viene invece sepolta a Parigi, nel cimitero di P&egrave;re-Lachaise, con rito religioso e funzione pubblica. I gioielli (del valore di due milioni di lire, all&rsquo;epoca) passarono a sconosciuti eredi e la famosa vestaglia &egrave; ora al museo cavouriano di Santena.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Dopo la morte tutte le carte compromettenti sui suoi rapporti con capi di Stato, politici e banchieri (aveva tenuto fra l&rsquo;altro un diario personale in codice sui suoi amanti) vennero recuperate dalla polizia e dall&rsquo;ambasciata italiana, per il tramite del futuro ministro degli Esteri Carlo Sforza, e distrutte.</div>]]></description><pubDate>Sat, 23 Jan 2021 12:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Il naviglio di Cuneo, storia di un progetto mai realizzato]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-naviglio-di-cuneo-storia-di-un-progetto-mai-realizzato_44263.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-naviglio-di-cuneo-storia-di-un-progetto-mai-realizzato_44263.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/44263/50001.jpg" title="" alt="" /><br />
<div>Qualche anno fa, era il 2014, un gruppo di burloni si divert&igrave; a prendere per il naso i residenti sull&rsquo;altopiano montando, in quattro angoli del centro cittadino, altrettanti totem informativi che illustravano il progetto di un mezzo di trasporto che avrebbe impiegato<em> &ldquo;meno di 2 minuti per andare da piazza Galimberti a piazza Europa&rdquo;,</em> con lo slogan <em>&ldquo;Benvenuto futuro, benvenuta metropolitana!&rdquo;</em>.</div>
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<div>In molti sentirono puzza di bruciato, ma qualcuno, forse per tener fede alla fama dei cuneesi creduloni derivata dalle vecchie &ldquo;Storie e storielle&rdquo; raccolte da <strong>Piero Camilla</strong>, ci casc&ograve; in pieno. Quella che poi fu raccontata come una <em>&ldquo;provocazione artistica&rdquo;</em> del collettivo di creativi ZooArt fu in qualche modo in anticipo sulle &lsquo;fake news&rsquo; che corrono sul web e, nonostante quell&rsquo;episodio sia ancora nella mente di molti, possiamo raccontare la storia dei navigli di Cuneo senza il rischio di passare per bufalari.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>I navigli, cos&igrave; come la metro, non furono mai realizzati, ma i tentativi di vederli realizzati furono molteplici.&nbsp;La prima volta che se ne sent&igrave; parlare era il 1560, quando il duca <strong>Emanuele Filiberto</strong>, commission&ograve; al suo architetto messer <strong>Domenico Ponzello</strong> un progetto &ldquo;<em>per livellare il navilio da Cuneo a Casalgrasso</em>&rdquo;, che avrebbe dovuto servire a portare &ldquo;<em>(&hellip;) et il sale nostro, che bisogner&agrave; per l&rsquo;uso di questo nostro paese di Piemonte et altre robbe e merci al piacere d&rsquo;ognuno&rdquo;.</em></div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Come gli appassionati di storia locale ricorderanno Emanuele Filiberto, soprannominato &ldquo;Testa di Ferro&rdquo;, spost&ograve; in quegli anni il centro dello stato sabaudo al di qu&agrave; delle Alpi, da Chamb&eacute;ry a Torino. La preoccupazione dei sovrani era quella di sviluppare il commercio nella citt&agrave; portuale di Nizza (allora piemontese) e di agevolarne le comunicazioni con l&rsquo;entroterra, per rendere pi&ugrave; veloci gli scambi e meno costoso il funzionamento della gabella del Sale, una delle principali entrate dello Stato.</div>
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<div>In questo quadro il progetto di un canale navigabile per il trasporto merci da Cuneo a Torino avrebbe segnato un deciso passo avanti. Di qui l&rsquo;idea, forse concepita dallo stesso sovrano, di servirsi dell&rsquo;acqua. Il progetto ideato dal Ponzello rimase per&ograve; su carta: con il trattato di Fossano del 1562 il duca dovette cedere al marchese di Saluzzo le citt&agrave; di Savigliano e Genola, tagliando cos&igrave; l&rsquo;ipotetico percorso.&nbsp;</div>
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<div>L&rsquo;idea torn&ograve; in forma diversa sei anni dopo sfruttando il gi&agrave; esistente Naviglio del Duca, fino ad allora un semplice canale di bonifica: Emanuele Filiberto era intenzionato a collegare Cuneo a Bra. L&rsquo;opera idraulica gi&agrave; esistente convogliava le acque del territorio di Fossano per Savigliano, Cavallermaggiore e Cherasco verso l&rsquo;abitato di Bra. Dopo aver stretto accordi con le comunit&agrave; locali e aver affidato la direzione del cantiere al &ldquo;solito&rdquo; Ponzello, vennero anche eseguiti alcuni lavori tra molte difficolt&agrave; tecniche. Ma il Naviglio del Duca non pot&egrave; mai essere trasformato nel canale navigabile che avrebbe voluto il sovrano caro ai torinesi e di cui ancora oggi campeggia una statua bronzea equestre in piazza San Carlo, opera dello scultore <strong>Carlo Marochetti</strong>. Il duca &ldquo;Testa di Ferro&rdquo; era solito alzare il gomito e nel 1580 pass&ograve; a miglior vita a causa di una cirrosi epatica. A riprendere il discorso sar&agrave; il figlio <strong>Carlo Emanuele I</strong>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nel 1596 l&rsquo;architetto idraulico <strong>Giacomo Soldati</strong> present&ograve; a lui una relazione su un <em>"(&hellip;) navilio da Cunio a Carmagnola et a Turino&rdquo;.</em> Il tecnico pensava che il naviglio dovesse &ldquo;imboccarsi&rdquo; dalla Stura per la bealera Leona, tra Roccasparvera e Centallo, per poi attraversare Fossano e Bra, Sanfr&eacute;, Sommariva del Bosco e Carmagnola. Non avrebbe portato soltanto un incremento del commercio, ma sarebbe stato anche una valida difesa contro gli invasori in caso di attacco. Inoltre, le terre attraversate dal canale potevano essere meglio irrigate. Di contro c&rsquo;era da considerare che la via d&rsquo;acqua avrebbe leso gli interessi dei carrettieri, dei mulattieri e dei proprietari delle terre espropriate. Proprio quest&rsquo;ultimo fu il punto che fece saltare il banco, nonostante la lungimirante relazione di Soldati, vox clamantis in deserto: <em>&ldquo;(&hellip;) queste imprese sono di quelle, che mentre si fabricano, fanno gridare molta gente et dolersi, et dopo fatte sono da tutti lodate et trovate buone&hellip;&rdquo;.</em></div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nel 1608 Carlo Emanuele I torn&ograve; alla carica, interessando una commissione composta da tre ingegneri, i quali si recarono a Cuneo e presero in considerazione i canali gi&agrave; esistenti all&rsquo;epoca: Roero, Morra e Miglia, che provenendo dalla Stura a tutt&rsquo;oggi attraversano l&rsquo;abitato di Confreria per poi diramarsi in pianura. Ma alla fine gli esperti optarono ancora una volta per la bealera Leona, pi&ugrave; conveniente per l&rsquo;abbondanza di acqua. Anche questa volta il progetto non ebbe ulteriori sviluppi e del naviglio non si sent&igrave; pi&ugrave; parlare per oltre settant&rsquo;anni (o perlomeno non ne abbiamo memoria scritta).&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>&Egrave; sotto la reggenza di <strong>Maria Giovanna Battista</strong>, la seconda Madama Reale, che nel 1680 il Naviglio torn&ograve; d&rsquo;attualit&agrave;. A quell&rsquo;epoca il <strong>conte Cays di Demonte</strong> aveva fatto un viaggio a Tolosa e ammirato il Canale Reale di Linguadoca (Canal du Midi), che univa il capoluogo dell&rsquo;Occitania a Cette (oggi S&egrave;te), collegando il Mediterraneo e l&rsquo;Atlantico. Ammaliato dall&rsquo;opera ingegneristica pens&ograve; a come avrebbe potuto portare qualcosa di simile in valle Stura, collegando Demonte a Cuneo e poi a Torino. Per la prima volta l&rsquo;idea del Naviglio viene presentata in abbinamento alla strada Nizza-Borgo San Dalmazzo: le due opere avrebbero collegato Cuneo con il mare, sia per il trasporto del sale che per quello delle altre merci.</div>
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<div>Il <strong>conte Riquet</strong>, ingegnere direttore del Canale di Linguadoca si offr&igrave; di venire nel Cuneese a visitare la localit&agrave; e studiare il percorso del Naviglio. Cays, entusiasta, si rec&ograve; dal generale delle Finanze, <strong>Giovanni Battista Turchi</strong>, che a nome di Madama Reale accett&ograve; l&rsquo;offerta del francese. Il fato si mise di mezzo: il 3 ottobre 1681 Riquet mor&igrave; improvvisamente, proprio mentre si stava preparando al viaggio per Demonte. Ad occuparsi del sopralluogo furono i suoi tecnici, accompagnati dell&rsquo;<strong>ingegner Portal</strong>, imprenditore delle Strade del Re di Francia. Percorsero il cammino da Nizza a Cuneo passando per la valle di San Martino e per Entracque, quindi da Cuneo fino a Torino, lungo l&rsquo;ipotetico percorso del naviglio.</div>
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<div>I tecnici francesi suggerirono di far passare la strada per il colle della Finestra, costruendo magazzini a San Giacomo di Entracque e San Martino - oggi San Martin Vesubie - in caso di maltempo. Scartarono il colle di Tenda perch&eacute;, scriveva testualmente il conte Cays: <em>&ldquo;(&hellip;) &egrave; un paese selvaggio, pieno di precipizi, si sente parlare di disordini, e genovesi e ladri insultano i passanti sui colli di Breil e Sospel&rdquo;.</em> Dopo molti carteggi tra Cays e Torino si cominci&ograve; a considerare l&rsquo;opera di prossima realizzazione e a segnarne il tracciato sulle carte geografiche e topografiche, ma anche questa volta il progetto non venne attuato.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Altra versione pi&ugrave; grandiosa e complessa fu sottoposta, nel secolo successivo, all&rsquo;attenzione del Gran Cancelliere conte<strong> Caissotti di Santa Vittoria</strong>, primo presidente del Senato del Piemonte. Alla sua morte, nel 1779, si trov&ograve; un fascicolo intitolato <em>&ldquo;Considerazioni sul progetto d&rsquo;un canale per la navigazione da Cuneo al Po, d&rsquo;una darsena nella spiaggia di Nizza e d&rsquo;una strada carreggiabile insino al pi&egrave; del colle di Tenda&rdquo;.</em> Si evidenzia che <em>&ldquo;non si tratta di cose nuove</em>&rdquo; e che l&rsquo;opera, pesati i pro e i contro - tra questi ultimi il timore che gli &ldquo;<em>appetiti&rdquo;</em> francesi si orientassero sulla Costa Azzurra - era ritenuta utile. Nell&rsquo;epoca della nascente economia politica l&rsquo;obiettivo era aumentare il traffico e i commerci: si cercarono i fondi con manovre finanziarie, ma anche questa volta non si pass&ograve; alla concretizzazione dell&rsquo;opera. In quegli anni stava per abbattersi sull&rsquo;Europa una bufera di nome <strong>Napoleone Bonaparte</strong>. E fu proprio il generale corso, quando la Granda era diventata D&eacute;partement de la Stura, a riportare in auge il progetto del naviglio. Nel 1807 l&rsquo;<strong>ingegner Thierrat</strong> progett&ograve; un canale navigabile da Cuneo - la navigazione doveva cominciare da Madonna dell&rsquo;Olmo, dove si sarebbe scavata una darsena - fino al Po, nei pressi di Card&egrave;, con un adattamento della bealera Roero. Ma la dominazione imperiale non dur&ograve; a sufficienza. Dopo la restaurazione dell&rsquo;Ancien Regime, il tema della navigazione interna rimase sul tavolo dei regnanti e nel 1833 l&rsquo;ingegnere Ignazio Michelotti riprese l&rsquo;idea, stavolta ipotizzando la partenza da Borgo San Dalmazzo e l&rsquo;arrivo a Moncalieri.</div>
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<div>Inutile dire che anche questa volta l&rsquo;idea rimase sulla carta: fu l&rsquo;ultima apparizione storica del Naviglio di Cuneo. L&rsquo;avvento dei nuovi mezzi di comunicazione e di trasporto terrestri e aerei e le mutate esigenze avrebbero spostato l&rsquo;interesse verso altri problemi.</div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Wed, 13 Jan 2021 10:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Samuele Mattio</dc:creator><author><name>Samuele Mattio</name></author></item><item><title><![CDATA[Cent’anni fa terminava l’impresa di Fiume: anche un manipolo di cuneesi rispose all’appello del Vate]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/centanni-fa-terminava-limpresa-di-fiume-anche-un-manipolo-di-cuneesi-rispose-allappello-del-vate_43850.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/centanni-fa-terminava-limpresa-di-fiume-anche-un-manipolo-di-cuneesi-rispose-allappello-del-vate_43850.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/43850/49566.jpg" title="" alt="" /><br />
<div>Sono passati cent&rsquo;anni esatti dal &ldquo;Natale di sangue&rdquo; della Fiume dannunziana, l&rsquo;ultimo atto nell&rsquo;incredibile avventura della Reggenza italiana del Carnaro incominciata quindici mesi prima, l&rsquo;11 settembre 1919.</div>
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<div>A mettere la parola fine sull&rsquo;esperienza della citt&agrave;-stato adriatica, animata da reduci, artisti, letterati e rivoluzionari, &egrave; il governo di <strong>Giovanni Giolitti</strong>, deciso a dar seguito al trattato firmato poco pi&ugrave; di un mese prima a Rapallo con la neonata Jugoslavia. In base agli accordi diplomatici, Zara e una parte delle isole del Quarnaro vengono assegnate all&rsquo;Italia in cambio della Dalmazia, mentre Fiume diviene Stato libero. Gli jugoslavi masticano amaro, ma anche i legionari di Gabriele d&rsquo;Annunzio vedono in questa conclusione un tradimento delle aspirazioni irredentiste che avevano animato l&rsquo;insurrezione del settembre 1919.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Roma per&ograve; non pu&ograve; pi&ugrave; tollerare che la sua politica verso i Balcani resti condizionata dalle stravaganze e dalle ambizioni del Vate, tanto pi&ugrave; che l&rsquo;accordo italo-jugoslavo viene accolto con favore anche da <strong>Benito Mussolini</strong>, ben pi&ugrave; realista di d&rsquo;Annunzio e preoccupato dalla crisi in cui il fascismo &egrave; sprofondato dopo la disfatta elettorale di un anno prima. Si passa cos&igrave; alle maniere forti: nel pomeriggio del 24 dicembre, scaduto l&rsquo;ultimatum del generale Caviglia, l&rsquo;esercito italiano attacca la citt&agrave; ribelle da terra e dal mare. Il Comandante dichiara di essere pronto a farsi ammazzare <em>&ldquo;con tranquillo disprezzo&rdquo;</em> ma cambia idea dopo aver constatato che la solidariet&agrave; che contava di ricevere dall&rsquo;Italia &egrave; ben poca cosa e che i militari, questa volta, sembrano fare sul serio. Quando un proiettile sparato dalla nave Andrea Doria si schianta sul cornicione della finestra del suo studio, d&rsquo;Annunzio decide che la misura &egrave; colma: la vita, sentenzia, <em>&ldquo;non vale la pena di gettarla oggi in servigio di un popolo che non si cura di distogliere neppure per un attimo dalle gozzoviglie natalizie la sua ingordigia, mentre il governo fa assassinare con fredda determinazione una gente di sublime virt&ugrave;&rdquo;</em>. Il 28 dicembre, d&rsquo;accordo con i suoi consiglieri locali, annuncia la resa: i legionari lasciano sul campo 22 caduti, tutti di Fiume e della vicina Veglia. Si contano anche cinque vittime civili dei bombardamenti - che proseguiranno fino al giorno 29 - tra cui un ragazzino di 12 anni.</div>
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<div>Il realismo dell&rsquo;uomo di Dronero, arcinemico di d&rsquo;Annunzio fin dai tempi dello scontro tra interventisti e neutralisti nel &ldquo;radioso maggio&rdquo; 1915, ha avuto la meglio. Ma l&rsquo;eredit&agrave; politica e intellettuale di quell&rsquo;esperienza segner&agrave; nel profondo l&rsquo;Italia del primo dopoguerra. Negli ultimi mesi della Reggenza di Fiume si vara addirittura una costituzione, la Carta del Carnaro, che per la prima volta estende alle donne il suffragio (e il servizio militare, in ruoli non combattenti), introduce il divorzio, assegna ai sindacati un ruolo di direzione nell&rsquo;attivit&agrave; economica che si rifletter&agrave; sull&rsquo;impianto corporativistico del fascismo. L&rsquo;ispiratore della Carta &egrave; tuttavia un uomo che dal futuro regime si manterr&agrave; distante, fino a morire da esule in Francia, ovvero l&rsquo;ideologo del sindacalismo rivoluzionario <strong>Alceste de Ambris</strong>. Insieme a lui animano i quindici mesi della &ldquo;citt&agrave; di vita&rdquo; altre singolari figure di avventurieri e agitatori: come l&rsquo;aviatore <strong>Guido Keller</strong>, fondatore del gruppo artistico-esoterico Yoga e protagonista di un memorabile blitz aereo su Montecitorio dove lanci&ograve; in segno di protesta un pitale contenente un mazzo di carote e rape. O l&rsquo;ardito fiumano <strong>Giovanni Host-Venturi</strong>, pi&ugrave; tardi deputato fascista, che nel secondo dopoguerra emigrer&agrave; in Argentina e morir&agrave; suicida dopo la scomparsa del figlio, militante peronista vittima del regime dei colonnelli. Anche gli stranieri accorrono alla chiamata di d&rsquo;Annunzio: il belga <strong>L&eacute;on Kochnitzky</strong>, ebreo convertito, filosovietico e omosessuale dichiarato, diviene il suo &ldquo;ministro degli esteri&rdquo;. Sar&agrave; lui a farsi promotore della Lega di Fiume, un contraltare ideale della neonata Societ&agrave; delle Nazioni che sostiene i diritti dei popoli oppressi e colonizzati dalle potenze imperialiste, prendendo contatti tra l&rsquo;altro con lo Sinn Fein irlandese.</div>
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<div><strong>I legionari cuneesi e il difficile ritorno a casa</strong></div>
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<div>Nell&rsquo;elenco ufficiale dei legionari di Fiume (riportato sul <a href="https://fiume.vittoriale.it/archivio-fiumano/" target="_blank">sito della Fondazione Vittoriale degli Italiani</a>) figurano trenta volontari ed ex soldati provenienti dalla provincia Granda, i cui nomi riportiamo in calce a questo articolo. A differenza dei personaggi sopra citati di loro non si conosce nulla oltre ai dati anagrafici: &egrave; probabile che tutti fossero reduci della Grande Guerra, persone comuni richiamate &ldquo;alla festa della rivoluzione&rdquo; (per riprendere il titolo di quello che &egrave; forse il pi&ugrave; famoso saggio sull&rsquo;impresa fiumana) per patriottismo e spirito d&rsquo;avventura. Gli unici riferimenti in rete si colgono in un articolo dello storico <strong>Aldo Mola</strong> intitolato <a href="https://www.pensalibero.it/legionari-fiumani-tra-dannunzio-e-il-fascismo-1919-1925/" target="_blank"><em>Legionari fiumani: tra D&rsquo;Annunzio e il fascismo (1919-1925)</em></a>. Qui si fa menzione delle difficolt&agrave; cui andranno incontro molti ex legionari citando la lettera inviata da un certo <strong>Giovanni Vaniglia</strong> di Torresina, residente a Ceva, alla Federazione Legionari Fiumani di Torino: <em>&ldquo;Compagni legionari, Vengo a Voi con queste mie poche righe per farvi sapere che sono ancora legionario fedele come nel Natale 1920. Io dopo che sono venuto da Fiume non o pi&ugrave; un giorno tranquillo senza lavoro prego Voi che siete in torino di cercarmi un lavoro da qualunque sia lavoro in fabrica da cameriere. Voi che siete legionari fedeli fatemi una risposta su questo. Un saluto fedele da un legionario che a dato la vita per la causa fiumana&rdquo;</em>.</div>
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<div>Vaniglia, classe 1898, &egrave; un ex volontario di appena 24 anni (la sua lettera &egrave; datata 21 febbraio 1922) che in italiano incerto si rivolge ai suoi compagni d&rsquo;arme d&rsquo;un tempo e in particolare a <strong>Giacomo Treves</strong>, massone fondatore della loggia Guglielmo Oberdan di Trieste e attivo promotore dell&rsquo;impresa dannunziana fin da prima della marcia di Ronchi. A lui, nella sua veste di presidente della sezione torinese della Federazione, scrive il 13 luglio anche un altro legionario cuneese: si tratta di <strong>Celeste Giovanni Rosso</strong>, che si presenta come sergente della Compagnia d&rsquo;Annunzio (l&rsquo;unit&agrave; conosciuta come <em>La Disperata</em>, protagonista della &ldquo;santa entrata&rdquo; a Fiume sotto il comando del tenente Elia Rossi Passavanti). Il suo nome non &egrave; nell&rsquo;elenco del Vittoriale ma si sa, da una sua precedente lettera, che si tratta di un &ldquo;ragazzo del &lsquo;99&rdquo; e che prima di giungere a Fiume era stato ferito nella battaglia del Solstizio e decorato con la medaglia d&rsquo;argento. Nella missiva il giovane, orfano di padre e di madre, ringrazia Treves per il suo interessamento nel trovargli un impiego come manovale e gli invia la somma di quattro lire per la tessera sociale e per la medaglia commemorativa della marcia di Ronchi: <em>&ldquo;E mi a fatto molto piacere nel sapere che lei se ne interessava di me per trovarmi una occupazione la quale mi fa molto piacere. Sei mesi fa avevo fatto domanda alle ferovie dello Stato come guardia di Vigilanza ma non oh mai avuto risposta. E adesso qui a Cuneo non si trova niente del lavoro. Percio spero nella sua gentile persona che mi trovera una occupazione&rdquo;</em>.</div>
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<div>Anche questa toccante testimonianza ricorda, come sottolinea Mola, lo smarrimento dei giovani reduci del dopoguerra: <em>&ldquo;I meno fortunati furono proprio i giovani &ldquo;di leva&rdquo;, delle classi 1900-1901, che a Fiume erano andati sicuri che la &ldquo;citt&agrave; di vita&rdquo; avrebbe mutato l&rsquo;Italia, l&rsquo;Europa intera e le loro condizioni individuali, ma poi ci vissero male, disgustati da episodi di criminalit&agrave; e dal palese contrasto tra lo sfarzo di alcuni e le ristrettezze dei pi&ugrave;. Tornarono ai luoghi d&rsquo;origine, dispersi nel vortice di un&rsquo;Italia alle prese con tensioni sociali, disoccupazione, scioperi, scontri anche sanguinosi fra opposte fazioni&rdquo;</em>.</div>
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<div><strong>L&rsquo;elenco ufficiale dei legionari fiumani provenienti dalla Granda</strong></div>
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<div>Alladio Matteo di Guglielmo, classe 1899, Racconigi, caporale</div>
<div>Arnold Ruggero di Eugenio, classe 1896, Ormea, volontario</div>
<div>Cantamessa Giuseppe di Antonio, classe 1900, San Pietro di Govone, volontario</div>
<div>Ciravegna Marco, Benevagienna, volontario</div>
<div>Colombo Carlo di Giuseppe, classe 1902, Cuneo, marinaio</div>
<div>Comand&oacute; Francesco, Cuneo, volontario</div>
<div>Consolo Pietro di Francesco, classe 1887, Cuneo, capo manipolo</div>
<div>Cornaglia Maurizio di Bartolo, Cuneo, caporale maggiore</div>
<div>Dalma Giovanni di Desiderio, classe 1895, Cuneo, indicato come <em>&ldquo;volontario in Angheben tenente&rdquo;</em> (sic)</div>
<div>D&rsquo;Amico Tito di Cesare, classe 1887, Paesana, maresciallo</div>
<div>Daniele Vincenzo di Giobatta, classe 1899, Murello, bersagliere</div>
<div>Del Piero Silvio di Antonio, classe 1900, Alba, volontario</div>
<div>Falconi Giorgio, Cuneo, caporale maggiore</div>
<div>Ferrua o Ferma Costanzo di Michele, classe 1900, Mondov&igrave;, caporale</div>
<div>Fiorasi Francesco di Leopoldo, classe 1896, Cuneo, caporale aviatore</div>
<div>Gambaro Giovan Battista di Michele, classe 1898, Cuneo, sergente</div>
<div>Giachino Agostino di Luigi, classe 1898, Alba, volontario</div>
<div>Guerra Agostino o Augusto di Santo, classe 1896, Mondov&igrave; o Pesaro (Mercatello), maresciallo aviatore</div>
<div>Leri Fernando, Dronero [erroneamente indicato come <em>&ldquo;Cronero&rdquo;</em>, ndr], sergente</div>
<div>Manzoni Luigi, Barolo, volontario</div>
<div>Marsiglio Agostino di Domenico, classe 1897, Priola, volontario</div>
<div>Occhialini Sebastiano, Fossano, partecip&ograve; con i granatieri alla Marcia di Ronchi</div>
<div>Odasso Giovanni, San Giacomo di Mondov&igrave; [forse San Giacomo di Roburent, ndr], volontario</div>
<div>Peano Giorgio, Saluzzo, volontario</div>
<div>Penna Pietro di Luigi, classe 1899, Cossano Belbo, caporale maggiore - legione fiumana</div>
<div>Piano Mario di Biagio, classe 1902, Cervere, soldato - legione fiumana</div>
<div>Politelli Roberto di Roberto, classe 1895, Cuneo, tenente</div>
<div>Prato Giuseppe di Tommaso, classe 1898, Saluzzo, tenente</div>
<div>Trinchero Pietro di Ernesto, classe 1892, Racconigi, maresciallo</div>
<div>Vaniglia Giovanni, classe 1898, Torresina, volontario</div>]]></description><pubDate>Mon, 28 Dec 2020 16:35:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Quando anche a Cuneo scoppiò la contestazione: la protesta contro il Cantagiro del 1969]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-anche-a-cuneo-scoppio-la-contestazione-la-protesta-contro-il-cantagiro-del-1969_37970.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-anche-a-cuneo-scoppio-la-contestazione-la-protesta-contro-il-cantagiro-del-1969_37970.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/37970/42917.jpg" title="Titoli sugli scontri al Cantagiro, da La Stampa del 26 giugno 1969" alt="Titoli sugli scontri al Cantagiro, da La Stampa del 26 giugno 1969" /><br />
<div>Chi era presente, ormai pi&ugrave; di mezzo secolo fa, lo ricorda ancora adesso come l&rsquo;evento culminante della contestazione giovanile nella sonnolenta provincia cuneese.</div>
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<div>Delle <strong>proteste contro il Cantagiro</strong> in piazza Galimberti il 25 giugno 1969 si occuper&agrave; il giorno dopo anche l&rsquo;edizione nazionale de <em>La Stampa</em>: <em>&ldquo;Violenti scontri a Cuneo fra cantanti e contestatori&rdquo;</em> titola il quotidiano torinese, relegando nel taglio basso della stessa pagina gli ultimi aggiornamenti sullo scandaloso divorzio di Teddy Reno. Che cosa era successo? Tutto risale alla decisione della giunta democristiana di ospitare la prima tappa della popolarissima kermesse musicale: ideato da Ezio Radaelli nel 1962, il &lsquo;giro d&rsquo;Italia&rsquo; della musica leggera era all&rsquo;epoca una delle manifestazioni pi&ugrave; attese da giovani e giovanissimi.</div>
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<div>I contestatori di sinistra per&ograve; prendono di mira l&rsquo;industria discografica e le canzonette <em>&ldquo;ammazza coscienze&rdquo;</em>. Gi&agrave; durante l&rsquo;inaugurazione allo stadio comunale, gli studenti improvvisano un sit-it con cartelli e fischi che viene disperso dalla polizia. Il giorno dopo, alla partenza della carovana in piazza Galimberti, un centinaio di giovani usciti dalla sede dell&rsquo;Anpi fendono la folla di appassionati e curiosi intonando slogan di protesta: <em>&ldquo;I divi si limitano a guardare sorridenti e con l&rsquo;aria un po&rsquo; svagata questi giovanotti barbuti e le loro compagne&rdquo;</em> riporta il cronista della <em>Stampa</em> Carlo Sartori. A un certo punto l&rsquo;autista di <strong>Massimo Ranieri</strong> cerca di forzare il blocco dei dimostranti e scoppia la rissa: Ranieri &egrave; costretto a ripararsi dietro a un gruppo di fans che <em>&ldquo;anche in questi attimi non smettono di chiedergli autografi, di accarezzargli i lunghi capelli&rdquo;</em>, mentre Gian Pieretti e Nicola di Bari vengono presi a sputi. <strong>Mal dei Primitives</strong> &egrave; difeso dalle numerose ammiratrici che lo circondano - scrive il giornalista - urlando <em>&ldquo;Mal &egrave; nostro, lasciatelo stare&rdquo;</em>, ma viene colpito da una bastonata. A bordo della Chevrolet degli <strong>Equipe 84</strong> invece c&rsquo;&egrave; chi reagisce: <em>&ldquo;A un tratto Victor, il pi&ugrave; robusto dei quattro, esce e comincia a picchiare all&rsquo;impazzata tutti quelli che gli si fanno incontro. Un poliziotto lo afferra lo fa risalire sull&rsquo;auto, che parte di scatto passando attraverso la folla&rdquo;</em>. Terminata la gazzarra, le oltre 300 vetture cominciano il viaggio fino a Viverone dove va in scena la prima gara canora vinta - per la cronaca - da I Camaleonti e da Ranieri davanti a Lucio Battisti e Mino Reitano. Alcuni giorni dopo scatteranno le denunce per 19 giovani accusati di oltraggio aggravato, violenza privata e vilipendio delle forze dell&rsquo;ordine.</div>
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<div><em>Le radici del '68 cuneese: Nuova Resistenza e il dissenso cattolico de &lsquo;La Guida&rsquo;</em></div>
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<div>&Egrave; forse la prima volta che a Cuneo si registrano scontri di piazza tanto estesi da guadagnare i titoli delle cronache nazionali, ma il fuoco della protesta cova da tempo sotto la cenere. Ne ha ricostruito la genesi un saggio di Sergio Orlando dal titolo <em>Il lungo &rsquo;68 a Cuneo: societ&agrave; e politica</em>, che mette in luce le specificit&agrave; del contesto locale rispetto a quello di tante altre realt&agrave;. All&rsquo;inizio del decennio la Granda &egrave; ancora una terra di emigrazione e povert&agrave;: nel 1960, quando per la prima volta in Italia i lavoratori dell&rsquo;industria superano quelli dell&rsquo;agricoltura, a Cuneo il settore agricolo copre il 48% degli occupati. Il primo grande stabilimento lo realizza la Michelin nel 1963, seguita dalla Vestebene del gruppo Miroglio ad Alba. Solo allora comincia la &lsquo;modernizzazione&rsquo; del tessuto produttivo: <em>&ldquo;L&rsquo;esodo, grandioso e caotico, vissuto come scelta di civilt&agrave;, ricorda l&rsquo;emigrazione antica. Adesso la Francia e le Americhe le abbiamo in casa&rdquo;</em> scriver&agrave; <strong>Nuto Revelli</strong>.</div>
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<div>Cuneo per&ograve; resta ai margini dei cambiamenti impetuosi che attraversano la societ&agrave;: la stessa Torino &egrave; lontana, molto pi&ugrave; di quanto non dica la geografia. In compenso, a innescare forme embrionali di mobilitazione sar&agrave; la situazione internazionale con la crisi dei missili di Cuba e poi soprattutto con le proteste pacifiste per il Vietnam. Nel settembre 1963 nasce l&rsquo;associazione <strong>Nuova Resistenza</strong> che in nome dell&rsquo;antifascismo riunisce studenti dei vari movimenti di sinistra e cattolici (pur diffidati ad aderire dai vertici della Dc giovanile). Attraverso questa esperienza passano tutti i futuri animatori del Sessantotto locale, che si formano sui periodici come <em>La Voce</em>, <em>Lotte Nuove</em> e <em>La Sentinella delle Alpi</em>. Ma &egrave; soprattutto l&rsquo;area del dissenso cattolico a mostrare vivacit&agrave; intellettuale e spirito d&rsquo;iniziativa: i giovani pi&ugrave; entusiasti delle innovazioni suscitate dal concilio Vaticano II trovano il loro riferimento nel settimanale diocesano <em>La Guida</em> diretto da <strong>don Costanzo Marino</strong>. Il futuro direttore della biblioteca civica Mario Cordero, uno dei &lsquo;ragazzi di don Marino&rsquo;, la definir&agrave; <em>&ldquo;la culla e la tribuna del Sessantotto cattolico a Cuneo&rdquo;</em>.</div>
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<div><em>Il Vietnam come scintilla: le proteste al Festival della Resistenza e gli scioperi</em></div>
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<div>In questi ambienti il <strong>dibattito sulla guerra in Vietnam</strong> costituisce a partire dal 1966 il principale tema di confronto, visto nell&rsquo;ottica di una prosecuzione ideale della resistenza antifascista. Nella primavera del 1967 si forma anche nel capoluogo della Granda il Comitato d&rsquo;iniziativa citt&agrave; europee per il Vietnam, un&rsquo;organizzazione apartitica che sensibilizza la popolazione con metodi finora mai adottati: volantinaggi porta a porta, mostre fotografiche, sit-in. Alla fiaccolata organizzata la sera del 27 maggio partecipano migliaia di persone, come se n&rsquo;erano viste in precedenza solo nei cortei del 25 aprile. Ma non manca chi dissente: il futuro assessore liberale <strong>Gianmaria Dalmasso</strong>, ad esempio, che durante la sfilata fa suonare il disco con l&rsquo;inno dei marines americani. I contrasti sulla guerra in Indocina scavano presto un solco tra la nuova sinistra nelle sue declinazioni (marxiste e cattoliche) e le forze moderate, fino ad allora unite dalla memoria comune della lotta partigiana: lo si vede in dicembre durante l&rsquo;ultima edizione del <strong>Festival della Resistenza</strong>, rassegna cinematografica internazionale nata nel 1962 dall&rsquo;iniziativa del consigliere comunale socialista Franco Viara. La decisione della giunta democristiana di sostituirne gli organizzatori e di annullare la prevista proiezione di un documentario sul Vietnam scatena malumori che esplodono durante la premiazione al Fiamma, dove il sindaco <strong>Tancredi Dotta Rosso</strong> &egrave; fatto oggetto di dure contestazioni.</div>
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<div><em>&ldquo;La fabbrica &egrave; il nostro Vietnam&rdquo;</em> scrivono sul loro foglio di lotta, <em>La Scintilla</em>, i militanti del Psiup, la pi&ugrave; attiva tra le sigle di sinistra in provincia. Negli stessi anni in cui gli studenti organizzano i primi scioperi al Bonelli e nei licei cittadini e prendono posizione sui fatti che investono il mondo giovanile (il caso <em>La Zanzara</em> al liceo Parini di Milano, la morte di Paolo Rossi alla Sapienza di Roma), anche gli operai si mobilitano: nascono consigli di fabbrica alla Burgo di Verzuolo, alla Falci di Dronero, alla Fiat Ferroviaria di Savigliano e pi&ugrave; tardi anche alla Miroglio/Vestebene e alla Ferrero di Alba e alla Michelin di Cuneo. In una realt&agrave; assai poco sindacalizzata come quella della Granda fa scalpore l&rsquo;adesione plebiscitaria allo <strong>sciopero generale</strong> del novembre 1968: incrociano le braccia oltre 13mila lavoratori, il 100% degli operai in quasi tutte le principali aziende. Le rivendicazioni si estendono, fuori dall&rsquo;ambito lavorativo, alle lotte per la casa e contro il degrado urbano: si formano le prime <strong>associazioni di quartiere</strong>, soprattutto in Cuneo vecchia che &egrave; divenuta l&rsquo;area con la maggior concentrazione di immigrati meridionali, operai e pensionati poveri.</div>
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<div>La vicenda del Cantagiro segner&agrave; l&rsquo;apice e insieme il declino di quella stagione di fervore politico, seguita dalla radicalizzazione dei movimenti extraparlamentari (il primo, Lotta di classe, compare in quei mesi) e dalla sempre pi&ugrave; profonda crisi del centrosinistra nazionale. In Consiglio comunale le opposizioni socialiste e comuniste difendono i contestatori e criticano sia la scelta di ospitare la manifestazione che la repressione da parte della polizia. Il consigliere liberale Giuliano Pellegrini, gi&agrave; membro del Cln provinciale durante la guerra, risponde: <em>&ldquo;Se il poliziotto potesse farebbe non il poliziotto, ma il cantante, e sarebbe assai meglio pagato di quanto &egrave; in effetti. I figli di pap&agrave; riflettano sulle contraddizioni in cui sovente agiscono&rdquo;</em>. Lo strascico delle polemiche riemerge durante l&rsquo;<strong>inaugurazione del monumento alla Resistenza</strong> il successivo 7 settembre, alla presenza di Sandro Pertini e Ferruccio Parri: anche questa volta non manca la contromanifestazione dei giovani che inalberano cartelli per Ho Chi Minh, scomparso cinque giorni prima. L&rsquo;ex comandante partigiano Parri li ammonisce bonario paragonando la <em>&ldquo;facile contestazione&rdquo;</em> del presente a quella <em>&ldquo;difficile&rdquo;</em> degli anni Venti e Trenta. Una stoccata su cui il giornale democristiano <em>La Vedetta</em> chiosa: <em>&ldquo;L&rsquo;avranno capito il monito, i nostri eroi del Cantagiro cuneese?&rdquo;</em>.</div>]]></description><pubDate>Thu, 25 Jun 2020 09:32:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[‘L’ora delle decisioni irrevocabili’: ottant’anni fa cominciava la ‘strana guerra’ tra Italia e Francia]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/lora-delle-decisioni-irrevocabili-ottantanni-fa-cominciava-la-strana-guerra-tra-italia-e-francia_37484.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/lora-delle-decisioni-irrevocabili-ottantanni-fa-cominciava-la-strana-guerra-tra-italia-e-francia_37484.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/37484/42384.jpg" title="" alt="" /><br />
<div><em>&ldquo;Un&rsquo;ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L&rsquo;ora delle decisioni irrevocabili&rdquo;</em>: ottant&rsquo;anni fa, dal balcone di piazza Venezia, Benito Mussolini annunciava a una folla insolitamente silenziosa nel crepuscolo romano l&rsquo;<strong>entrata in guerra dell&rsquo;Italia</strong> contro la Francia e la Gran Bretagna.</div>
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<div>&Egrave; forse il pi&ugrave; celebre e il pi&ugrave; citato tra i discorsi del duce, quello con cui l&rsquo;ex socialista interventista chiama alla <em>&ldquo;lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l&rsquo;oro della terra&rdquo;</em>, alla <em>&ldquo;lotta tra due secoli e due idee&rdquo;</em>, concludendo con il celebre appello: <em>&ldquo;Popolo italiano! Corri alle armi&rdquo;</em>. Questo &egrave; anche il titolo del libro che Dario Gariglio ha dedicato alla breve guerra combattuta fra Italia e Francia dal 10 al 25 giugno 1940. Se quella tra il Reich tedesco e il governo di Parigi aveva preso il soprannome di <em>dr&ocirc;le de guerre</em> (strana guerra) prima del Blitzkrieg risolutivo del maggio-aprile 1940, quello sulle Alpi sudoccidentali &egrave; un conflitto ancor pi&ugrave; strano.</div>
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<div>Lo &egrave; innanzitutto perch&eacute; l&rsquo;Italia ci arriva controvoglia e senza sufficiente preparazione, dopo aver nicchiato per mesi con il sempre pi&ugrave; impaziente alleato germanico. Per entrambi gli eserciti, quello italiano con la Prima e la Quarta Armata sotto il comando di Rodolfo Graziani e quello francese con l&rsquo;Arm&eacute;e des Alpes, l&rsquo;ordine &egrave; di evitare qualsiasi azione offensiva e di non valicare la frontiera.</div>
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<div>Tra il monte Bianco e Ventimiglia il Gruppo di Armate Ovest schiera 299mila soldati e sottoufficiali contro i 176mila effettivi francesi, appena 83mila dei quali costituiscono le truppe combattenti di prima linea. Sono questi ultimi a preoccuparsi di interrompere subito tutti i ponti e le strade d&rsquo;accesso all&rsquo;Italia, minando anche l&rsquo;imbocco del tunnel del Frejus e i viadotti della ferrovia Cuneo-Ventimiglia-Nizza. Le <strong>conseguenze sulla popolazione alpina</strong> sono subito terribili, anche perch&eacute; le valli non vengono evacuate per tempo: <em>&ldquo;&Egrave; il quadro classico dell&rsquo;esodo</em> - scriver&agrave; il colonnello Verg&eacute;zac, testimone degli eventi - <em>donne terrorizzate che tengono in braccio i bambini inebetiti dal sonno e dalla paura, i vecchi che si cerca di evacuare con ogni mezzo; fagotti pesanti, bestiame spaventato: tutti i particolari del quadro&rdquo;</em>.</div>
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<div>Sul versante italiano vengono risparmiate ai civili le distruzioni, ma non l&rsquo;amarezza dello sfollamento. In alta valle Varaita, ad esempio, i paesi della vallata di Bellino e i comuni di Pontechianale e Casteldelfino vengono evacuati: gli abitanti, trasferiti nell&rsquo;Astigiano, sono costretti a vendere il bestiame a un quarto del loro valore agli allevatori di Sampeyre e della bassa valle, ma otterranno di riaverli al prezzo di svendita al loro ritorno. Pi&ugrave; fortunati gli sfollati dell&rsquo;alta valle Stura, fino a Vinadio compreso, che possono sistemare le bestie negli alpeggi del vallone di Marmora o ospitarle presso gli allevatori della bassa valle.</div>
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<div>A innescare le ostilit&agrave; tra due avversari che non hanno alcuna voglia di farsi male &egrave; un <strong>bombardamento inglese</strong> compiuto nella notte tra l&rsquo;11 e il 12 giugno su Torino. Alle 00,18 una decina di velivoli decollati da un aeroporto vicino a Londra attraversano il territorio francese e sganciano ordigni sugli stabilimenti industriali della Fiat: l&rsquo;incursione, proseguita poi sull&rsquo;Ansaldo di Genova, ha effetti irrilevanti dal punto di vista militare ma provoca 14 vittime e 30 feriti tra la popolazione civile. Sono solo i primi, purtroppo. Colpito nell&rsquo;orgoglio da un&rsquo;azione che ha messo in luce tutta l&rsquo;inadeguatezza della contraerea italiana, Mussolini ordina il giorno dopo un pesante bombardamento sulla base navale di Tolone. Ma il duce ora esige anche un&rsquo;offensiva sulle Alpi e il giorno 15 convoca il capo di stato maggiore Pietro Badoglio per imporla, sebbene il maresciallo cerchi in ogni modo di farlo ricredere.</div>
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<div>Al fronte, intanto, si comincia a morire. Il primo caduto dell&rsquo;Arm&eacute;e des Alpes &egrave; lo <em>chasseur</em> Jean Rigot, ucciso il 14 giugno al mont Capelet Sup&eacute;rieur nel corso di un breve ma violento scontro con gli alpini del battaglione Ceva. Il giorno prima era morto nei pressi del colle della Maddalena il sottotenente <strong>Beppino Nasetta</strong>, inquadrato come volontario nei Nuclei Armati Supplementari (NAS) della Guardia di Frontiera: la vicenda del primo militare italiano caduto della seconda guerra mondiale &egrave; ricordata da Giovanni Cerutti nel suo <em>La storia nella toponomastica di Cuneo</em>. Nasetta, nato a Roata Lerda (ora Madonna delle Grazie) nel 1916 e trasferitosi in Cuneo vecchia in tenera et&agrave;, era stato un membro dell&rsquo;Azione Cattolica e dell&rsquo;associazione giovanile San Carlo. Da fervente cattolico sar&agrave; l&rsquo;unico a prendere la parola per controbattere nel corso di una turbolenta riunione del febbraio 1939 al teatro Littorio (l&rsquo;attuale Monviso), indetta dal federale fascista Antonio Bonino per denunciare l&rsquo;attivit&agrave; dei giovani dell&rsquo;AC e dello stesso vescovo di Cuneo. Per tutta risposta Bonino decreta la sua espulsione dal Pnf il giorno dopo per <em>&ldquo;assoluta assenza di fede fascista&rdquo;</em>. Questo spiega il successivo imbarazzo del regime nel celebrarne la morte, che pure aveva suscitato grande emozione in citt&agrave; anche per l&rsquo;eroismo dimostrato: nel primo mattino del 13 giugno, avvertito dell&rsquo;incursione di una quarantina di soldati francesi su una cima presidiata da cinque uomini di un NAS, il sottotenente aveva raggiunto un mitragliatore aprendo il fuoco sugli assalitori fino a venire colpito dal fuoco nemico. Per lui il comando militare chiede il riconoscimento della medaglia d&rsquo;oro al valore, ma le autorit&agrave; - memori del suo passato - gli concedono solo quella d&rsquo;argento: la notizia della sua morte verr&agrave; riportata dal giornale fascista cuneese <em>La Sentinella d&rsquo;Italia</em> soltanto il 30 luglio successivo.</div>
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<div>Il mattino del 20 giugno Mussolini ordina l&rsquo;offensiva generale sull&rsquo;intero arco alpino: gi&agrave; da sette giorni sulla tour Eiffel sventola la bandiera con la svastica e il tracollo del nemico &egrave; imminente. La Wehrmacht &egrave; arrivata fino a Lione e il duce vuole evitare a ogni costo lo smacco di vederla avanzare fino al Mediterraneo: <em>&ldquo;Non voglio subire l&rsquo;onta che i tedeschi occupino e ci consegnino poi il Nizzardo!&rdquo;</em> dice a un rassegnato Badoglio. Ma i francesi sono determinati a opporsi con tutti i mezzi all&rsquo;avanzata e lo fanno perlopi&ugrave; con successo, inchiodando gli italiani lungo la ben presidiata Maginot alpina. Se per secoli erano stati i piemontesi - e le genti di Cuneo pi&ugrave; di tutti - a dar prova di coraggio e determinazione nel difendere la propria terra, ora le parti sono invertite: tra gli atti di eroismo di quel breve scontro si segnala l&rsquo;ostinata difesa del <strong>forte della Redoute Ruin&eacute;e</strong>, presso il colle delle Traversette. Qui una sparuta guarnigione di 47 riservisti al comando del tenente Dessertaux riuscir&agrave; a resistere a ogni attacco fino all&rsquo;armistizio. Solo il 2 luglio gli <em>chasseurs</em> francesi ammainano la bandiera e sfilano di fronte al nemico che rende l&rsquo;onore delle armi: cinque anni pi&ugrave; tardi Dessertaux avr&agrave; il compito di riportare la stessa bandiera al forte.</div>
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<div>Pi&ugrave; a sud il 2&deg; Corpo della Prima Armata, di cui fanno parte la <strong>divisione alpina Cuneense</strong> e il 2&deg; raggruppamento Alpini, d&agrave; vita all&rsquo;&rsquo;operazione M&rsquo;, ovvero Maddalena, con il compito di fiancheggiare l&rsquo;asse principale dell&rsquo;offensiva. Sui passi dell&rsquo;Ubaye viene per&ograve; bloccato da forti nevicate, tanto che gli alpini del battaglione Saluzzo sono costretti a valicare il colle dell&rsquo;Autaret accollandosi i carichi dei muli: sembra una sinistra anticipazione di ci&ograve; che la &lsquo;divisione martire&rsquo; dovr&agrave; patire nella <a href="/cronaca/cuneo-e-valli/obiettivo-rossosc-77-anni-fa-la-tragedia-della-divisione-cuneense_32622.html" target="_blank">campagna di Russia</a>. Fino all&rsquo;armistizio, decretato per le ore 00,35 del 25 giugno, le artiglierie francesi possono cos&igrave; agire indisturbate anche in valle Stura, dove proprio la notte prima della cessazione delle ostilit&agrave; il fuoco delle batterie colpisce il comando di Corpo d&rsquo;Armata a Bersezio. Il bilancio &egrave; di undici soldati uccisi e numerosi feriti sulla strada per il colle della Maddalena: saranno le ultime vittime di quella strana guerra.</div>]]></description><pubDate>Wed, 10 Jun 2020 20:59:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item></channel></rss>
