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<rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" version="2.0"><channel><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > Cuneo]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/cuneo-e-valli/]]></link><atom:link href="https://www.cuneodice.it/rss/news/cultura/storia-locale/cuneo-e-valli/rss2.0.xml?page=2rss2.0.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[Tutte le ultime notizie di Storia Locale a Cuneo aggiornate in tempo reale e le news che Cuneo dice]]></description><lastBuildDate>Fri, 01 May 2026 06:51:12 +0200</lastBuildDate><image><url>https://static.cuneodice.it/cuneo/images/logo.png</url><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > Cuneo]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/cuneo-e-valli/]]></link></image><item><title><![CDATA[Cuneo, il colera e l'impegno delle prostitute]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/cuneo-il-colera-e-l-impegno-delle-prostitute_118140.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/cuneo-il-colera-e-l-impegno-delle-prostitute_118140.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/118140/143218.jpg" title="L'attuale via Peveragno: all'incrocio con corso Giovanni XXIII sorgeva casa Serra, utilizzata come lazzaretto nel 1835" alt="L'attuale via Peveragno: all'incrocio con corso Giovanni XXIII sorgeva casa Serra, utilizzata come lazzaretto nel 1835" /><br /><p>M&rsquo;&egrave; capitato di rileggere recentemente un <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-cera-davvero-bordello-prostituzione-selvaggia-e-case-di-tolleranza-a-inizio-900_70866.html" target="_blank">articolo</a> apparso su Cuneodice a febbraio del 2023, che parlava della prostituzione (i bordelli) nella Cuneo dei primi del &lsquo;900. La lettura mi ha ricordato quanto ho scritto nel libro &ldquo;Piumla Basa&rdquo; a proposito del colera del 1835 in Cuneo e dell&rsquo;eccezionale comportamento delle prostitute del tempo. Ancora una volta emerge dal racconto la straordinaria curiosit&agrave; della nostra Cuneo, e, aggiungo, il senso di accoglienza che l&rsquo;ha sempre caratterizzata. Comincio dalla prima parte del racconto, la parte che potrebbe essere anche una delle tante barzellette cuneesi.</p>
<p>Prima, per&ograve;, mi sia consentito un breve accenno al colera, brutta malattia, che si ripet&eacute; per parecchi anni &nbsp;(ben sei volte fino al 1893) e colp&igrave; prevalentemente quelle che eran chiamate &ldquo;classi inferiori&rdquo; (circa il 97-98% della popolazione), a causa delle allucinanti condizioni igieniche in cui erano costrette a vivere nella Cuneo di quei tempi, come nella stragrande maggioranza delle citt&agrave; italiane.</p>
<p>Riporto dal mio libro citato: &ldquo;<em>Al giorno d&rsquo;oggi ci &egrave; quasi impossibile comprendere come la stragrande maggioranza delle persone (il popolo) vivesse a quei tempi e quanto &lsquo;schifose&rsquo; (il termine non &egrave; esagerato) dovessero essere le citt&agrave;. Un&rsquo;inchiesta parlamentare del 1885-1886 rivel&ograve; che in Italia su oltre 8 mila Comuni pi&ugrave; di 6 mila erano ancora privi di rete fognaria, che ben poche case (quelle dei ceti benestanti) disponevano di latrine e che molti Comuni non avevano l&rsquo;acqua potabile (l&rsquo;acqua arrivava in condotte a cielo aperto)</em>&rdquo;. &Egrave; facile immaginare quale fosse la situazione, ancor peggiore, cinquant&rsquo;anni prima. I poveri erano costretti a vivere in stanze malsane (ancora ai primi del '900 migliaia di poveracci in Cuneo vivevano in scantinati, e sempre nei primi anni del Novecento ancora correva nel centro dell&rsquo;attuale via Roma la &ldquo;bealera" di acqua sporca), costretti a vivere in dieci e pi&ugrave; persone in due stanze o in una sola stanza (che faceva da cucina, con camino e camera da letto, tutti insieme in una promiscuit&agrave; assoluta). Non c&rsquo;erano latrine; i pi&ugrave; fortunati vivevano negli ultimi piani di caseggiati con latrine comuni a decine di famiglie. Le strade erano piene di rifiuti di ogni genere: scarti di macellazione e della concia delle pelli, letame degli animali, rifiuti organici ed escrementi di animali e di esseri umani. Non c&rsquo;era l&rsquo;acqua nelle case e la si doveva andare a prendere nei pochi pozzi, spesso alimentati da condotte a cielo aperto in cui poteva cadere di tutto, e il popolo la beveva! Il fetore delle strade sarebbe al giorno d&rsquo;oggi insopportabile. La gente (si parla sempre dei ceti bassi) non aveva possibilit&agrave; di lavarsi. In pi&ugrave; l&rsquo;alimentazione delle &ldquo;classi inferiori&rdquo; era al limite della sopravvivenza.</p>
<p>Ed ecco la prima curiosit&agrave;, proprio cuneese: come combattere il malanno? Ci pensarono, a dire il vero senza alcun successo, il sindaco (il conte Alessandro Ferraris di Celle) e il Consiglio comunale su indicazione di uno spagnolo, &ldquo;don Javier di Pamplona&rdquo;. L&rsquo;uomo, che parlava un italiano accettabile, raccont&ograve; che la malattia era miracolosamente scomparsa da Pamplona grazie alle pecore. Ebbene s&igrave;. Le pecore. Una mandria di pecore merinos era entrata nella citt&agrave; nel pieno dell&rsquo;epidemia e, dopo quel passaggio, la terribile malattia era rapidamente scomparsa. Furono comprate quattrocentosettantuno pecore, che furono fatte girare pi&ugrave; volte per la citt&agrave; e per le frazioni: &ldquo;<em>Mossi a ci&ograve;</em> &ndash; cos&igrave; recita l&rsquo;ordinato della Ragioneria civica &ndash; <em>dalla notizia che il passaggio non previsto di una mandria di merinos presso le mura della citt&agrave; di Pamplona in Spagna, mentre essa era afflitta dalla stessa malattia, aveva prodotto il salutare effetto di questa far scomparire immediatamente</em>&rdquo;. Naturalmente la cura non ebbe l&rsquo;effetto sperato. I poveri, per&ograve;, l&rsquo;apprezzarono.&nbsp;</p>
<p>&ldquo;<em>Il germe morboso o elemento miasmatico o principio volatile o effluvjo colerico, seminio morbifero, fomite choleroso, come avevano preso a chiamarlo i medici a seconda della loro preparazione, continu&ograve; a mietere vittime. Il lazzaretto e l&rsquo;ospedale Santa Croce continuarono a riempirsi di malati, che prendevano il posto di quelli usciti in orizzontale, dopo aver lasciato i loro effluvi morbosi nell&rsquo;aria, sui materassi e sui pavimenti; sulle pareti persino, perch&eacute; c&rsquo;era chi vomitava spruzzando ovunque il fomite choleroso. Diarree tremende, incontenibili e poi lo &lsquo;stato algido&rsquo;, il male al cuore e la respirazione affannosa, mentre non si riusciva pi&ugrave; a urinare e riprendevano le diarree sempre pi&ugrave; acquose; la sete, infine, insaziabile e la morte in pochi giorni</em>&rdquo;. Questo era il colera.</p>
<p>Solo ancor un piccolo accenno alle prostitute. V&rsquo;erano gi&agrave; allora le case chiuse, ma molte lavoravano anche per strada. Ovviamente, salvo quando davano soddisfazione ai clienti, erano disprezzate e mal viste, spesso ritenute contagiose e accusate anche di essere untrici (come ai tempi della peste). Ebbene cosa accadde? &Egrave; la moglie di Roberto d&rsquo;Azeglio (fratello di Massimo) ad averci ricordato quanto accaduto in una lettera inviata al figlio Emanuele (lettere riportate nel libro &ldquo;Il giornale degli anni memorabili&rdquo; edito da Cino del Duca Editore nel 1960).&nbsp;</p>
<p>Segue il brano tratto dal libro Piumla Basa. &ldquo;&lsquo;<em>Conosco una&hellip;&rsquo;, disse una giovane suora al Vescovo (Amedeo Bruno di Samone, il primo vescovo di Cuneo), e il viso si fece rosso, si fece forza: &lsquo;Una della casa&rsquo;, respir&ograve; profondamente, &lsquo;di una casa chiusa&rsquo;. Amedeo sollev&ograve; sorpreso un sopracciglio. &lsquo;Continua&rsquo;, disse. &lsquo;&Egrave; venuta a curare il fratello in ospedale. Lui &egrave; morto, ma lei &egrave; voluta rimanere a curare gli altri&rsquo;. &lsquo;Bene&rsquo; disse in un sospiro Amedeo, &lsquo;cos&igrave; potr&agrave; fare ammenda dei suoi peccati. E con questo?&rsquo;. &lsquo;&Egrave; che non &egrave; la sola. Dice che altre&rsquo;. &lsquo;Donne da strapazzo&rsquo; sussurr&ograve; il vescovo. La giovane suora lo fiss&ograve; smarrita. Sospir&ograve;, riprese coraggio: &lsquo;Quella che ho conosciuto era pi&ugrave; brava degli infermieri e di noi suore&rdquo;. &lsquo;Far di prostitute delle infermiere. Questo sei venuta a propormi?&rsquo;, chiese, mostrando un pizzico di irritazione, il Vescovo. Solo un pizzico, per&ograve;. &lsquo;Chi meglio di loro &ndash; pens&ograve; il prelato &ndash; chi meglio di loro abituate a vederne di tutti i colori, a maneggiar uomini&rsquo;, al pensiero Amedeo alz&ograve; gli occhi al cielo, &lsquo;pu&ograve; sopportare tanto orrore?&rsquo;. &lsquo;Sono brave&rsquo;, Amedeo ud&igrave; la voce della giovane. &lsquo;E cos&igrave;&rsquo;, disse, &lsquo;si guadagneranno anche il Paradiso</em>&rsquo;&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>E cos&igrave; fu. Amedeo Bruno incaric&ograve; un prete, che sapeva frequentatore delle case chiuse, di prendere contatto con le tenutarie e di far loro la proposta, che poteva sembrar folle, ma folle non era. &nbsp;&ldquo;<em>Cui &lsquo;d Cuni</em>&rdquo;, disse qualche tempo dopo una dama in tono ironico e sprezzante in casa d&rsquo;Azeglio. Costanza, moglie di Roberto d&rsquo;Azeglio la fiss&ograve; con disprezzo. &ldquo;<em>Mi riferisco alle pecore</em>&rdquo;, aggiunse la dama chinando il capo per farsi perdonare. Anche Costanza aveva riso delle pecore, ma aveva apprezzato la scelta del Vescovo e, al contrario della sua ospite, ammirava le poverette. &ldquo;<em>Le prostitute</em>&rdquo;, rispose, &ldquo;<em>si sono dimostrate le infermiere pi&ugrave; attente e pi&ugrave; devote. Non &egrave; mai stato possibile rimproverarle e, evidentemente, per la salute delle loro anime il buon Dio ricava profitto anche dal colera</em>&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Quando la terribile epidemia cess&ograve;, in ringraziamento per l&rsquo;opera che avevano svolto durante l&rsquo;epidemia di colera, re Carlo Alberto concesse al vescovo e al sindaco di Cuneo l&rsquo;onorificenza di Commendatore dell&rsquo;Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro. Nessuna onorificenza fu riconosciuta alle prostitute.</p>]]></description><pubDate>Tue, 14 Apr 2026 09:38:00 +0200</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Quando a Cuneo c'era la zecca del Regno di Sicilia e del Regno di Napoli]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-c-era-la-zecca-del-regno-di-sicilia-e-del-regno-di-napoli_117059.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-c-era-la-zecca-del-regno-di-sicilia-e-del-regno-di-napoli_117059.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/117059/141729.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Quanti sanno che Cuneo &egrave; stata per qualche tempo la zecca del Regno di Sicilia e del Regno di Napoli? &Egrave; accaduto poco pi&ugrave; di settecento anni orsono, durante il periodo della dominazione angioina su buona parte dell&rsquo;Italia e, in particolare, sul basso Piemonte di cui Cuneo fu capitale (<em>Conium caput est Pedemontis</em>). Par giusto riportare quanto ha scritto il Gabotto sull&rsquo;importanza dell&rsquo;arrivo degli Angi&ograve; nel basso Piemonte e in Cuneo in particolare: <em>&ldquo;Impura nelle origini, la signoria angioina, estesasi rapidamente a tutto il Piemonte a danno di Asti, ebbe per&ograve; per la nostra citt&agrave; (Cuneo) benefici effetti&rdquo;</em>. Con un pacifico e notevole sviluppo dei commerci, aprendo Cuneo ai solidi rapporti con la Provenza francese che sono durati nei secoli e che molto hanno legato e legano Cuneo alla vicina Francia.</p>
<p>Fra l&rsquo;altro il nome &ldquo;Piemonte&rdquo; nasce proprio con gli Angioini, Pedemontis appunto. Cuneo era nata ufficialmente da poco pi&ugrave; di una cinquantina di anni (gi&agrave; esisteva come villaggio prima del 1198, anno a cui risale il primo documento ufficiale attestante la sua esistenza e la sua sottomissione alla citt&agrave; di Asti) quando Carlo I di Angi&ograve;, dopo aver partecipato alla settima crociata (1248-1254) conquist&ograve; il basso Piemonte e fece di Cuneo la sua capitale. Carlo I d&rsquo;Angi&ograve;, conte di Provenza e fratello del re di Francia Luigi IX (poi santo), si fece grande onore nella crociata e anche con l&rsquo;aiuto del Papa tent&ograve; la conquista dell&rsquo;Italia contro l&rsquo;imperatore germanico (le famose lotte fra Guelfi e Ghibellini) e vi riusc&igrave; in buona parte. Conquist&ograve; la maggior parte delle citt&agrave; di Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto e Toscana, e divenne poi re di Sicilia, re di Napoli, principe di Taranto, re d&rsquo;Albania, principe d&rsquo;Acaja e re titolare di Gerusalemme (non pago estese il suo dominio anche alla Lorena e a regioni lontane come la Polonia e l&rsquo;Ungheria). Molto per la venuta di Carlo I in Piemonte si deve anche all&rsquo;abate di Borgo San Dalmazzo.&nbsp;</p>
<p>L&rsquo;abbazia allora aveva gi&agrave; grande influenza sulle valli che si dipartono da Borgo San Dalmazzo e il suo abate Anselmo partecip&ograve; in qualit&agrave; di segretario del papa Innocenzo IV al concilio di Lione, con cui fu promossa la crociata. Innocenzo IV premi&ograve; l&rsquo;abate con la bolla Religiosam Vitam del 1246, una sorta di <em>magna charta</em> con la quale l&rsquo;abbazia ebbe la definitiva sovranit&agrave; su tutte le valli. Come &ldquo;signore feudale&rdquo; l&rsquo;abate si impegn&ograve; a mandare uomini delle valli e della citt&agrave; del pizzo, Conium, alla crociata sotto le insegne di Carlo I d&rsquo;Angi&ograve;. Favor&igrave; cos&igrave; anche l&rsquo;alleanza di Carlo I con Cuneo e il suo ingresso in Piemonte. Alla crociata presero parte, infatti, molti cuneesi e abitanti delle valli. &Egrave; certo che vi parteciparono i fratelli Alardo e Giovanni di Valdieri e i Lovera loro parenti, tant&rsquo;&egrave; che Ugone dei Lovera, che gi&agrave; risiedeva in Cuneo, dopo quella spedizione ottenne l&rsquo;autorizzazione di aggiungere allo stemma di famiglia, accanto al lupo antico (da cui deriva il nome, Lupus-Lupera-Lovera), la Croce di Gerusalemme. Sempre su proposta e per volont&agrave; di Ugone, in Cuneo fu edificata una chiesa intitolata a San Giovanni Gerosolimitano con annessa precettoria dei cavalieri del Tempio e un ospedale di carit&agrave;, cui si aggiunse poi la confraternita di Santa Croce.</p>
<p>Con Carlo I inizi&ograve; dunque la dominazione degli Angi&ograve; su Cuneo, dominazione che dur&ograve; con alterne vicende (guerre e temporanei domini dei marchesi di Saluzzo, dei Visconti di Milano e dei Savoia) per un centinaio di anni. Quella di Carlo I fu infatti una dominazione disorganica con molte sollevazioni soprattutto nell&rsquo;Italia settentrionale, ma anche in Italia meridionale (fra cui quella famosa dei Vespri Siciliani). Ne segu&igrave; la guerra contro Genova che port&ograve; alla formazione di una potente coalizione, comprendente buona parte delle citt&agrave; settentrionali gi&agrave; sottomesse e di importanti casate nobiliari (i marchesi di Saluzzo, i Visconti di Milano, i Savoia, addirittura invi&ograve; proprie truppe a sostegno della coalizione anche Alfonso di Castiglia dalla Spagna). Cuneo soltanto rimase fedele all&rsquo;Angi&ograve; e ne usc&igrave; sconfitta (nel novembre del 1275 le truppe angioine subirono l&rsquo;ultima sconfitta a Roccavione). Seguirono anni difficili: molte famiglie di fede guelfa e angioina dovettero fuggire da Cuneo, le loro case furono distrutte e con i resti delle stesse furono rinforzate le fortificazioni.</p>
<p>Gli Angi&ograve;, tuttavia, rimasti signori di buona parte degli altri territori italiani fra cui il regno di Napoli e il regno di Sicilia (cui formalmente apparteneva ancora il ducato piemontese, di cui Cuneo era la capitale), non tardarono a ritornare. Nel 1305 si riaffacciarono&nbsp;in Piemonte con Carlo II, detto lo Zoppo, con un esercito di trecento cavalieri e di mille fanti, guidati da Raimondo Gambatesa e dal cuneese Giacomo Arduino (procuratore, avvocato regio e vice reggente del siniscalco). E questa volta tornarono a vincere.&nbsp;</p>
<p>Ne segu&igrave; il periodo di maggior splendore di Cuneo, quale <em>Caput Pedemontis</em>, e qui entra in gioco la zecca. A Cuneo fu infatti fabbricato per anni il &ldquo;Grosso Tornese&rdquo;, moneta medievale d'argento, equivalente a 12 denari, che riprodotta in varie localit&agrave; europee ebbe una vasta circolazione in molte nazioni dell'Europa.&nbsp;</p>
<p>Afferma G. Fea che dieci degli undici grossi tornesi della zecca di Cuneo, sino ad oggi pubblicati, debbano essere attribuiti a Carlo I. In verit&agrave; un documento attesterebbe l'attivit&agrave; della zecca cuneese anche pochi mesi dopo l'inizio della signoria angioina con Carlo I. Tuttavia l'unico testo di appalto della zecca di Cuneo giunto sino a oggi &egrave; quello a nome di Carlo II del 31 marzo 1307, che prevedeva l'emissione in Cuneo dei grossi tornesi.&nbsp;</p>
<p>Poco importa quale sia la data esatta. Certo &egrave; che Cuneo fu la zecca degli angioini in Piemonte e Italia e che fu tra le citt&agrave; pi&ugrave; importanti del regno angioino. Non &egrave; un caso che lo stemma di Cuneo porti le tre bande orizzontali rosse su campo bianco proprie delle insegne degli Angi&ograve;, dato che in un sigillo del Comune di Cuneo del 1379, custodito presso l'archivio storico di Torino, spiccano le insegne degli Angi&ograve; (con le tre bande orizzontali rosse su campo bianco) con la legenda: <em>"Notum sit contis: Conium caput est Pedemontis"</em>.</p>
<p>Ulteriore dimostrazione dell&rsquo;importanza di Cuneo &egrave; il fatto che quando nel 1309 Roberto I detto il Saggio (cui Carlo II, quando nel 1309 mor&igrave;, lasci&ograve; il regno di Napoli, cui era assoggettata anche la contea del Piemonte) non volle tutti i nobili del suo Regno a giurargli fedelt&agrave; in Napoli, ma pretese che tutti si ritrovassero per tale scopo in Cuneo. In Cuneo, dunque, e non a Napoli.</p>
<p>Seguirono una trentina d&rsquo;anni di relativa pace, fin quando, morto Roberto (nel 1343), essendogli prematuramente scomparso il figlio Carlo, assunse il potere la regina Giovanna (nota in provincia di Cuneo come Reino Jano). Con lei inizi&ograve; la decadenza degli Angioini e nel 1366 Cuneo, Cherasco e Mondov&igrave; dovettero rimettersi a Amedeo VI detto il Conte Verde, che, avendo vinto grazie all&rsquo;alleanza con i Visconti di Milano, a sua volta decret&ograve; la signoria sulle nominate citt&agrave; di Galeazzo II Visconti.</p>
<p>Si arriva infine al 19 febbraio 1382 quando Luigi d&rsquo;Angi&ograve; - adottato come erede da Giovanna - rimise definitivamente a favore di Amedeo VI Conte Verde di Savoia ogni diritto su Cuneo, oltre che su Asti, Alba, Tortona, Mondov&igrave; e Cherasco: in buona sostanza su quel che restava della contea del Piemonte. Inizi&ograve; il lungo dominio dei Savoia protrattosi fino all&rsquo;unit&agrave; d&rsquo;Italia, trasformando Cuneo da borgo commerciale in strategica citt&agrave;-fortezza proprio contro i francesi. Cos&igrave; Cuneo fin&igrave; di produrre i grossi tornesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>FONTI</strong></p>
<p><em>Ferdinando Gabotto &ldquo;Storia di Cuneo &ndash; dalle origini ai giorni nostri&rdquo;.</em></p>
<p><em>Da Biblioteca Diocesana &ndash; Cuneo: Ospedale di San Giovanni Gerosolimitano (Precettoria dei Cavalieri del Tempio dal 1217 al 1437, quando fu unito all&rsquo;ospedale della Confraternita di Santa Croce). La tradizione collega la fondazione della Precettoria dei Cavalieri del Tempio a Cuneo dal 1217 o dal 1250 all&rsquo;iniziativa della famiglia dei Lovera di Valdieri, di cui due cavalieri parteciparono alla &nbsp;crociata guidata da san Luigi di Francia.&nbsp;</em></p>
<p><em>La zecca angioina di Cuneo in "Gli Angi&ograve; nell'Italia nord-occidentale" a cura di R. Comba, 2006, pagg. 363-376</em></p>
<p><em>R. Lopez, &ldquo;La prima crisi della banca di Genova - &nbsp;1250-1259&rdquo;, Milano 1956, doc. 108</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 25 Mar 2026 16:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Quando a Cuneo era vietato lavorare nei giorni festivi. Storie e curiosità sulla legge nel Medioevo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116275/140647.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Alcune curiosit&agrave; sulle norme penali durante il Medioevo nelle nostre terre.&nbsp;In questo campo davvero si nota l&rsquo;impressionante differenza fra le epoche passate e l&rsquo;attuale. Se alcune pene possono apparire addirittura ridicole, altre fanno rabbrividire.&nbsp;Rispetto a oggi due sono le differenze sostanziali: allora erano pubbliche e soprattutto fisiche (con menomazioni corporali) e, in secondo luogo, erano pesantemente puniti i reati contro la morale (cristiana, logicamente).&nbsp;Uno per tutti: la bestemmia.&nbsp;Era il primo reato contro la religione.&nbsp;Come veniva punita? Un po&rsquo; ovunque con la &ldquo;lavata di capo&rdquo;. In questo caso la pena non comportava lesioni fisiche, ma &ldquo;solo&rdquo; l&rsquo;esposizione al pubblico ludibrio.&nbsp;Il colpevole veniva condannato a pagare una multa salata e, se non vi provvedeva, veniva portato in un luogo pubblico (in genere al pozzo centrale del borgo, a Demonte e a Cuneo al luogo chiamato il &ldquo;pellerino&rdquo;): di fronte al popolo tutto radunato per l&rsquo;occasione, il bestemmiatore veniva fatto distendere per terra e gli venivano versate tre o pi&ugrave; secchiate d&rsquo;acqua sul capo (tre a Boves, quattro a Cuneo, tre a Demonte). Per di pi&ugrave; a Demonte il colpevole, prima della lavata di capo, doveva rimanere per un giorno intero legato al pellerino ed esposto al pubblico ludibrio. Una bella umiliazione e non solo, perch&eacute; quando il poveretto era legato e impossibilitato a difendersi, chi passava poteva non limitarsi a deriderlo.</p>
<p>Un altro reato oggi scomparso &egrave; il &ldquo;lavoro in giorno festivo&rdquo;.&nbsp;Anche questo era un reato ed era punito con una multa, in quanto spregio al giorno dedicato al Signore. V&rsquo;era tuttavia la possibilit&agrave; di farla franca. Quando? Facile immaginarlo. Quando si lavorava per il bene diretto o indiretto della Chiesa: ad esempio lo statuto di Beinette prevedeva l&rsquo;esenzione dalla pena se il lavoro era fatto per la Confratria (le confraternite erano enti religiosi), o per l&rsquo;ospedale (anche qui, in quanto opera di carit&agrave;, in mano al Clero) o per la Chiesa o per una persona povera.&nbsp;</p>
<p>E il buon costume?&nbsp;In questo termine erano compresi tutti i comportamenti lesivi del credo religioso e della morale assai severa del tempo, ma ci&ograve; che pi&ugrave; colpisce &egrave; la differenza enorme di trattamento fra uomo e donna nei delitti di adulterio e violenza sessuale. Sembra roba d&rsquo;altri tempi, ma &egrave; giusto ricordare che la violenza sessuale &egrave; divenuta in Italia reato contro la persona soltanto nel 1996. Le pene poi, solitamente, riguardavano soltanto gli uomini e non le donne, alle quali era riservato un trattamento ben peggiore.&nbsp;L&rsquo;adulterio dell&rsquo;uomo era punito con la multa e, nel caso il reo non potesse pagarla, con la pubblica fustigazione. Ad esempio, in Beinette l&rsquo;adultero si prendeva una bella multa, il cui importo variava a seconda del consenso o meno della donna. Chi non poteva pagare la multa era sottoposto alla fustigazione.&nbsp;A Boves ci si limitava alla fustigazione da una porta all&rsquo;altra del paese e per due volte.&nbsp;</p>
<p>&Egrave; appena il caso di ricordare che destinatario delle norme in esame era l&rsquo;uomo e non la donna, perch&eacute; a quest&rsquo;ultima era riservato ben di peggio. Scopo della donna era dare figli certi al marito e nel comune sentire la donna che violava tale obbligo, violava una legge sacra e si metteva fuori dalla societ&agrave;. L&rsquo;adultera poteva nel generale consenso essere picchiata anche fino alla morte dal marito tradito, in molti luoghi era condannata a morte; ben che andasse veniva ripudiata e diventava la svergognata del paese, una puttana e niente pi&ugrave;, e come tale trattata da tutti. &nbsp;</p>
<p>A comprova dello stato di totale inferiorit&agrave; della donna &egrave; anche quanto veniva disposto in tema di violenza carnale cum virgine (e anche qui siamo arrivati quasi ai giorni nostri). Sempre in Boves la pena consisteva nel taglio di una mano o di un piede (molte donne e non solo, al giorno d&rsquo;oggi, riterrebbero giusto ripristinare qualcosa di simile a quell&rsquo;uso, anche se adattato ai tempi, come ad esempio: la castrazione chimica), ma il reo poteva evitare la pena sposando entro dieci giorni la vittima. &Egrave; il cosiddetto &ldquo;matrimonio riparatore&rdquo; in uso pressoch&eacute; ovunque e rimasto nella nostra Italia fino al 1981 quando con la legge n. 442 fu finalmente abrogato l&rsquo;art. 544 del Codice Penale che prevedeva l&rsquo;estinzione del reato per lo stupratore e i suoi complici se la violentata (se minorenne, per lei i suoi genitori) accettava di sposarlo. Del resto la donna aveva ben poche alternative, perch&eacute; ben difficilmente avrebbe potuto sposarsi ed era per tutti una &ldquo;svergognata&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Senza approfondire molti altri casi di reati assai pi&ugrave; gravi e pene, par giusto chiudere con una curiosit&agrave;. Era il reato per &ldquo;i cattivi scherzi alle spose&rdquo;. S&igrave;, i cattivi scherzi alle spose vietati dallo statuto di Cuneo. Evidentemente in citt&agrave; era invalso l&rsquo;uso curioso di far scherzi alle spose, degenerato poi in scherzi decisamente pesanti al punto di prevederne la punibilit&agrave;, come l&rsquo;accogliere la sposa con corni, sonagli e bacini o con ingiurie, o addirittura, si badi perch&eacute; la cosa &egrave; davvero curiosa, portar via porte e finestre della camera nuziale o far trovare un terzo vestito (da uomo ovviamente) nel letto nuziale.</p>
<p>Cos&igrave; andava il mondo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Ad Aigues Mortes una targa per ricordare il massacro in cui furono uccisi anche due cuneesi]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ad-aigues-mortes-una-targa-per-ricordare-il-massacro-in-cui-furono-uccisi-anche-due-cuneesi_116254.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ad-aigues-mortes-una-targa-per-ricordare-il-massacro-in-cui-furono-uccisi-anche-due-cuneesi_116254.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116254/140624.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Ieri, mercoled&igrave; 13 marzo 2026, ad Aigues Mortes &egrave; stata inaugurata una targa in memoria della <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/sangue-nelle-saline-il-massacro-degli-immigrati-italiani-ad-aigues-mortes_77333.html" target="_blank">strage xenofoba</a> che tra il 16 e il 17 agosto 1893 provoc&ograve; la morte di dieci lavoratori italiani, due dei quali, Giovanni Bonetto, trentunenne di Frassino, e Giuseppe Merlo, 29 anni, centallese, erano originari della provincia di Cuneo.</p>
<p>La posa della targa &egrave; frutto dell&rsquo;impegno di Enzo Barnab&agrave;, lo storico che da anni si occupa del tragico episodio in cui un gruppo di lavoratori italiani impiegati nelle saline della cittadina francese venne massacrato dalla folla inferocita con l&rsquo;accusa di sottrarre lavoro alla manodopera locale.</p>
<p>Nel corso della cerimonia, cui ha partecipato il sindaco di Aigues Mortes, Pierre Maum&eacute;jean, &egrave; stato auspicato che le vittime dell&rsquo;eccidio possano essere ricordate anche nei rispettivi paesi di origine con la dovuta evidenza.</p>
<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 09:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[I quattro argomenti: quando il borgo di Demonte divenne ufficialmente Comune]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-quattro-argomenti-quando-il-borgo-di-demonte-divenne-ufficialmente-comune_115843.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-quattro-argomenti-quando-il-borgo-di-demonte-divenne-ufficialmente-comune_115843.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115843/139976.jpg" title="Un'immagine storica di Demonte" alt="Un'immagine storica di Demonte" /><br /><p>Cos&rsquo;erano nel Medioevo i quattro argomenti? Rappresentavano il potere del signore sui luoghi da lui dominati. Erano l&rsquo;aria, l&rsquo;acqua, il fuoco e la terra. Quindi le fonti di vita: i terreni, anzitutto, gli animali di terra, di acqua e di aria, il legname per costruire case, riscaldarsi, cuocere i cibi, e l&rsquo;acqua, in particolare i corsi d&rsquo;acqua, sui quali nel Medioevo erano costruiti i mulini, la pi&ugrave; importante fonte di energia dell&rsquo;epoca. Interessanti per capire come funzionava tale potere dei signori sono gli atti a cui si fa risalire la data della nascita del Comune di Demonte, cio&egrave; gli atti con cui il Marchese di Saluzzo riconosce al borgo taluni diritti sulle fonti della vita e quindi gli concede una certa autonomia e il ruolo di citt&agrave;. &nbsp;</p>
<p>Il borgo di Demonte divenne ufficialmente Comune con atto verbale del 1214-1215 del Marchese, che poi lo conferm&ograve; con atto scritto nel 1231. In tale atto fu regolamentato l&rsquo;uso dei quattro argomenti che non erano del borgo, ma del signore (il marchese appunto). Non va dimenticato che nel Medioevo vigeva la tripartizione funzionale della societ&agrave;, vale a dire che il mondo era diviso in oratores (religiosi), bellatores (coloro che combattono assicurando la difesa delle terre, cio&egrave; nobili e cavalieri, proprietari di ogni bene) e laboratores (tutti gli altri, in particolare i contadini legati alla terra che non potevano lasciare e dovevano coltivare, costretti in condizioni di servit&ugrave; verso gli oratores e i bellatores). La propriet&agrave; delle terre e dei quattro elementi era come gi&agrave; detto dei signori (&ldquo;bellatores&rdquo;, nobili di vario grado, e &ldquo;oratores&rdquo;, religiosi di alto lignaggio). Con la crescita dei liberi Comuni la condizione di semi schiavit&ugrave; dei &ldquo;laboratores&rdquo; and&ograve; poco a poco migliorando e nacquero nuovi uomini liberi (vigeva il detto: &ldquo;L&rsquo;aria della citt&agrave; rende liberi&rdquo;) e ci&ograve; costrinse poco per volta i nobili (i bellatores) a riconoscere via via pi&ugrave; diritti ai borghi ed ai loro abitanti.</p>
<p>Ecco dunque l&rsquo;importanza dell&rsquo;atto sopra ricordato (e di altri successivi), poich&eacute; Demonte era il borgo pi&ugrave; importante della valle Stura e costituiva una via di mezzo fra le comunit&agrave; pi&ugrave; piccole e meno libere e i Comuni pi&ugrave; importanti, e quindi pi&ugrave; forti e indipendenti, come quello di Cuneo. Era quindi la comunit&agrave; principale della valle Stura e come tale il marchese volle (o dovette) riconoscerla, ed ecco il contenuto di tali atti, utilissimi per comprendere la mentalit&agrave; del tempo.</p>
<p>Rivediamo quali erano i quattro argomenti cos&igrave; come li descrive don Alfonso Maria Riberi: &ldquo;<em>Aria (diritto di caccia), acqua (diritto di molini e battitoi), fuoco (i forni), terra (diritto di fodro e albergaria)</em>&rdquo;. Ebbene, nell&rsquo;atto del 1231 il marchese di Saluzzo conservava la signoria sui quattro argomenti, ma in modo solo simbolico, in quanto riconosceva ai demontesi il diritto di caccia &ldquo;<em>dell&rsquo;astore e dell&rsquo;orso</em>&rdquo;, ma si doveva dare a lui (al marchese) &ldquo;<em>un astore per ogni nidiata e il terzo di ogni orso ucciso</em>&rdquo;. Pretendeva, inoltre, un barile di miele e un moggio di cera all&rsquo;anno. Quanto all&rsquo;acqua e al fuoco, il marchese concedeva ai demontesi la libert&agrave; di impiantare mulini, battitoi e forni purch&eacute; in terreno privato.</p>
<p>Curioso, vero? Nidiate di astori (il rapace simbolo di potenza e controllo), orsi (a quell&rsquo;epoca erano probabilmente ancora tanti in valle Stura) e miele e moggi di cera, mulini, battitoi, forni. Il marchese rinunciava, infine, a ogni tipo di prestazione personale, ai servizi d&rsquo;arme e alle roide (che erano giornate lavorative organizzate almeno due volte all&rsquo;anno, in primavera e in autunno, in cui ognuno doveva prestare gratuitamente la propria opera manuale per la sistemazione delle strade e dei fossi). Rinunciava inoltre a ogni altra fornitura, se non resa volontariamente.</p>
<p>Restavano il &ldquo;fodro&rdquo; (una tassa di cui si parler&agrave; in altra occasione) e il diritto di &ldquo;albergaria&rdquo;, il diritto cio&egrave; del marchese di essere ospitato, lui e il suo seguito di familiari e di armati, a spese degli ospitanti tutte le volte che saliva in valle e si fermava in un borgo. Nell&rsquo;atto in questione tale diritto era, per&ograve;, ridimensionato e fissato in due sole albergarie all&rsquo;anno.</p>
<p>Poi c&rsquo;erano le guerre, e il marchese ne faceva spesso. In tal caso il Comune gli doveva trenta &ldquo;somate&rdquo; (trenta carichi di muli, cavalli o altre bestie da soma) di cibarie. In compenso, sempre in caso di guerra, il marchese rinunciava a ogni altra pretesa fatta valere in passato: null&rsquo;altro poteva essere chiesto ai signori e agli abitanti di Demonte e degli altri paesi, che non erano pi&ugrave; tenuti quindi a forniture e prestazioni d&rsquo;ogni genere a vantaggio del marchese; gli uomini della valle potevano, inoltre, continuare relazioni di pace e di amicizia anche con i nemici del marchese ed erano unicamente tenuti ad aiutare gli uomini del borgo di San Dalmazzo, ma soltanto nel territorio compreso fra il Gesso e lo Stura (tale concessione &egrave; assai significativa sia della reale autonomia degli abitanti, sia della crescente importanza dei commerci e della nascente borghesia).&nbsp;</p>
<p>Tutti questi &ldquo;benefici&rdquo; e riconoscimenti di libert&agrave; in favore degli abitanti del borgo erano gi&agrave; un grande passo avanti rispetto al passato e un riconoscimento della autonomia dei borghi stessi. Tuttavia non venivano certo dati gratuitamente, perch&eacute; il nobile continuava ad incassare il fodro, la tassa annuale, e altre tasse che, anche se con altri nomi, non erano a quei tempi tanto diverse da quelle attuali, come Imu, Iva, tasse di successione e sulla vendita degli immobili, e altre ancora, ma di queste si parler&agrave; in altra occasione.</p>
<p><br><strong>FONTI</strong><br><em>Documenti contenuti nell&rsquo;Archivio Storico del Comune di Demonte&nbsp;</em><br><em>&ldquo;RAM Repertorio di Antiche Memorie&rdquo; di Don. Alfonso Maria Riberi, Primalpe</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 04 Mar 2026 16:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Una Pompei tra le campagne di Costigliole: ecco i segreti della villa romana]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/una-pompei-tra-le-campagne-di-costigliole-ecco-i-segreti-della-villa-romana_115636.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/una-pompei-tra-le-campagne-di-costigliole-ecco-i-segreti-della-villa-romana_115636.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/139682.jpg" title="" alt="" /><br /><p>La chiamano la &ldquo;Pompei di Costigliole Saluzzo&rdquo;, perch&eacute; in comune con la citt&agrave; romana pi&ugrave; celebre al mondo ha l&rsquo;esperienza di una tragedia che ne fiss&ograve; gli ultimi istanti per l&rsquo;eternit&agrave;. In questo caso non si tratt&ograve; di un&rsquo;eruzione, bens&igrave; di un incendio.</p>
<p>Gli archeologi lo datano con precisione alla fine del terzo secolo dopo Cristo, tra l&rsquo;anno 280 e il 290, in base alle monete ritrovate. Si sa che quel rogo distrusse un insediamento rurale che nel periodo di massimo splendore si estendeva su tre ettari di terreni, con un corpo di fabbrica principale grande cinquemila metri quadrati. La villa era insieme un centro agricolo e artigianale e una stazione di posta, collocata in posizione strategica. Per tre secoli, prima di consumarsi nelle fiamme, aveva dominato gli scambi lungo uno dei maggiori assi viari della Gallia Cisalpina.</p>
<p>L&rsquo;incendio, per quanto ne sappiamo, non ebbe vittime: gli scavi non hanno restituito scheletri, all&rsquo;infuori di quello di un povero cane. Per gli archeologi il disastro &egrave; per&ograve; una fonte straordinaria di informazioni, perch&eacute; ci permette oggi di ricostruire le tecniche e i materiali di quell&rsquo;epoca. &Egrave; ci&ograve; che la squadra impegnata sugli scavi ha cercato di fare a partire dal 2022, con una campagna di archeologia sperimentale.&nbsp;<em>&ldquo;Qui c&rsquo;&egrave; una delle ville romane pi&ugrave; significative del nord Italia per ampiezza, ma il sito sta diventando molto di pi&ugrave;&rdquo;</em> conferma il prorettore dell&rsquo;universit&agrave; di Torino <strong>Gianluca Cuniberti</strong>, intervenendo all&rsquo;incontro che il Fai di Cuneo ha organizzato per presentare i risultati della ricerca: <em>&ldquo;L&rsquo;archeologia sperimentale</em> - aggiunge - <em>diventa concretamente un&rsquo;archeologia di comunit&agrave; che pu&ograve; coinvolgere tutti&rdquo;</em>.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139683.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"></p>
<h2>Un grande centro di scambi sulla via delle Alpi</h2>
<p>Quando gli studiosi iniziarono a interessarsi del sito alla periferia del paese, poco pi&ugrave; di vent&rsquo;anni fa, si pensava fosse un piccolo insediamento o un ricetto per animali. Nel corso degli anni si &egrave; capito che si trattava di qualcosa di differente:<em> &ldquo;La villa sorge al centro di quello che era sicuramente un esteso fondo agricolo, da cui derivavano i prodotti che poi venivano trasformati all&rsquo;interno&rdquo;</em> spiega la professoressa <strong>Valeria Meirano</strong>. In et&agrave; augustea vi erano due corpi di fabbrica originari, poi ampliati: c&rsquo;erano ambienti residenziali abitati dai proprietari, i pi&ugrave; raffinati, ma anche una <em>taberna deversoria</em>, ovvero una locanda. Offriva riparo e pasti caldi, oltre a una rimessa per i carri, ai viaggiatori di passaggio lungo la via pedemontana e la via delle Gallie, in direzione del colle dell&rsquo;Agnello e degli altri passi alpini.</p>
<p><em>&ldquo;La taberna deversoria &egrave; dotata anche di latrina, un &lsquo;comfort&rsquo; probabilmente non usuale&rdquo;</em> fa presente l&rsquo;archeologa. A testimoniare l&rsquo;importanza di questa area di sosta &egrave; la presenza di un esteso sistema idraulico, con <em>&ldquo;una rete di condotti sotterranei che &egrave; assolutamente unica per un insediamento extraurbano di questo tipo&rdquo;</em>. C&rsquo;erano ben tre fornaci per la creazione di manufatti in argilla e metallo e una quantit&agrave; ingente di macine in pietra, utili a produrre farine per rifocillare i braccianti e gli ospiti della <em>taberna</em>. A Costigliole la terra ha restituito anche i resti di un impianto di produzione vinicola: uno dei pochissimi nell&rsquo;intero arco alpino occidentale. Il ritrovamento dei vinaccioli ha consentito di lanciare un progetto di archeologia botanica per risalire alle variet&agrave; dei vitigni presenti. I resti ossei animali e i macroresti vegetali consentono di acquisire altre informazioni fondamentali sull&rsquo;alimentazione dei residenti.</p>
<p><em>&ldquo;Il sito restituisce una quantit&agrave; e una qualit&agrave; di conoscenza veramente stupefacente&rdquo;</em> conferma il professor <strong>Diego Elia</strong>, che insieme alla collega Meirano conduce la missione scientifica dal 2007. Una scoperta tanto pi&ugrave; rilevante in quanto <em>&ldquo;non ci sono libri che ci parlino di questa parte di territorio prima del Mille: oggi siamo invece in grado di raccontarne la storia&rdquo;</em>.</p>
<h2><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139684.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"><br>L&rsquo;archeologia sperimentale riporta in vita i materiali</h2>
<p>Insieme ai collaboratori&nbsp;<strong>Veronica Bellacicco</strong> e <strong>Simone Guion</strong>, Elia ha condotto negli ultimi tre anni un progetto di archeologia sperimentale che ha consentito di ricostruire, con buona approssimazione, alcune opere murarie della villa. Dalla zona della cava di Piasco sono stati recuperati argilla, sabbia e limo, da cui sono poi stati realizzati gli impasti: <em>&ldquo;Su questi tipi di costruzione </em>- osserva Guion -<em> la letteratura antica non ci d&agrave; nessuna indicazione, poche ne derivano anche dalla letteratura novecentesca&rdquo;</em>. I ricercatori hanno poi sottoposto il muro cos&igrave; realizzato, secondo la tecnica dell&rsquo;<em>opus craticium</em>, a una &ldquo;prova del fuoco&rdquo; per confrontare i materiali ottenuti con quelli originali dello scavo.</p>
<p>Un&rsquo;autentica &ldquo;archeologia del gesto&rdquo;, la definisce il capo missione: il tentativo di ricostruire l&rsquo;immateriale, ricreando tecniche dimenticate da duemila anni. La stessa ambizione ha portato l&rsquo;<em>&eacute;quipe</em> dell&rsquo;universit&agrave; di Torino a cercare di riprodurre tegole e coppi in argilla gialla e rossa, in modo che si avvicinino il pi&ugrave; possibile ai materiali antichi. Solo pochi giorni fa i risultati di questo esperimento sono stati consegnati, per essere completati, a <strong>Roberto Paolini</strong>, un ceramista di Cerveteri che da anni si dedica alle riproduzioni ceramiche.</p>
<h2><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139685.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"><br>La villa di Costigliole &egrave; ora un &ldquo;caso&rdquo; internazionale</h2>
<p>Il futuro della &ldquo;Pompei di Costigliole&rdquo; &egrave; ancora da scrivere, man mano che il suo passato riemerge dalla terra o si riplasma nelle mani degli archeologi.&nbsp;<em>&ldquo;Non ci sono ancora i capitali per poter musealizzare il sito, cosa che ci auguriamo avvenga al pi&ugrave; presto&rdquo;</em> dice <strong>Roberto Audisio</strong>, capo delegazione del Fai di Cuneo.</p>
<p>Nel frattempo, la fama della villa ha valicato i confini nazionali. Nel 2024 era stata oggetto di un intervento al convegno internazionale dei bronzi antichi ad Atene, con oltre 130 relatori. Il prossimo agosto c&rsquo;&egrave; la possibilit&agrave; che gli studiosi tornino a parlarne nella capitale greca, con una ricerca sui vetri della villa.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139686.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"></p>]]></description><pubDate>Sun, 01 Mar 2026 07:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Il mistero dello scheletro interroga gli archeologi: chi era la donna sepolta nelle grotte di Aisone?]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-mistero-dello-scheletro-interroga-gli-archeologi-chi-era-la-donna-sepolta-nelle-grotte-di-aisone_109443.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-mistero-dello-scheletro-interroga-gli-archeologi-chi-era-la-donna-sepolta-nelle-grotte-di-aisone_109443.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/130891.jpg" title="" alt="" /><br /><p>&Egrave; il principale ritrovamento di una campagna di scavo che gli archeologi dell&rsquo;universit&agrave; di Milano hanno condotto a partire dal 2024, in una falesia a nord dell&rsquo;abitato di Aisone. Uno scheletro <em>&ldquo;magnificamente conservato&rdquo;</em>, secondo la definizione che ne d&agrave; il professor <strong>Umberto Tecchiati</strong>, coordinatore della campagna: <em>&ldquo;Inizialmente ho pensato che la tomba fosse precedente alla fase Neolitica: a una datazione molto antica ci faceva pensare la posizione supina della defunta, caratteristica delle sepolture Paleolitiche e Mesolitiche&rdquo;</em>.</p>
<p>Solo in seguito &egrave; emerso che si tratta invece di una sepoltura abbastanza &ldquo;recente&rdquo;, in termini archeologici. Dalla datazione radiocarbonica si &egrave; appurato che quella persona, una donna, visse tra la met&agrave; del Quattrocento e i primissimi decenni del Seicento. La presenza di amido di mais nel tartaro dentale suggerisce che non possa essere deceduta prima della scoperta dell&rsquo;America. Ma perch&eacute; il suo corpo trov&ograve; il riposo eterno in quel luogo?&nbsp;<em>&ldquo;Siamo in un&rsquo;epoca in cui chiunque morisse veniva sepolto in un cimitero, questa donna &egrave; invece sepolta fuori da uno spazio consacrato: ne nascono un&rsquo;infinit&agrave; di interrogativi&rdquo;</em> osserva l&rsquo;archeologo.</p>
<p>Quel che pare assodato &egrave; che si trattasse di una figura marginale nella comunit&agrave;: gli indizi, oltre che dalla sepoltura, arrivano dalla sua dieta. Era principalmente vegetariana, con uno scarso apporto di proteine animali e nessun consumo di pesce. Al momento del decesso doveva essere in un&rsquo;et&agrave; compresa tra i 44 e i 55 anni.&nbsp;<em>&ldquo;Non godeva di buona salute&rdquo;</em> conferma l&rsquo;archeologa <strong>Sara Fumagalli</strong>: sullo scheletro si possono notare placchette arteriosclerotiche, ossificazioni legate tendenzialmente all&rsquo;et&agrave; ma che aumentano con la vita in ambienti freddi. La sua epoca, d&rsquo;altronde, era quella della cosiddetta piccola era glaciale: chi viveva in valle Stura nel XVI secolo fronteggiava un clima molto pi&ugrave; freddo di quello attuale.</p>
<p><em>&ldquo;Gli indizi ci portano a credere che potesse essere stata sepolta in una fossa scavata nel terreno, perch&eacute; le ossa non hanno avuto spazio per spostarsi&rdquo;</em> spiega la ricercatrice: a causa della posizione degli arti, si pensa non fosse stata nemmeno avvolta in un sudario. Difficile, tuttavia, che sia stata vittima di omicidio:&nbsp;<em>&ldquo;Questa persona ha ricevuto una sepoltura ordinaria ma composta&rdquo;</em> afferma il funzionario della Soprintendenza <strong>Gian Battista Garbarino</strong>. <em>&ldquo;La sepoltura </em>- aggiunge - <em>potrebbe essere ricondotta al fenomeno delle sepolture anomale, presente in diverse epoche, ma non del tutto: le sepolture anomale sono legate a figure che dovevano essere esorcizzate post mortem. Avvenivano per esempio con la deposizione di una pietra sul corpo, in posizione prona o addirittura, in epoca romana, con incatenamenti del defunto. Tutto questo nella sepoltura di Aisone non c&rsquo;&egrave;&rdquo;</em>.</p>
<p>Il mistero insomma permane, e potrebbe essere dipanato solo con nuovi studi. C&rsquo;&egrave; almeno un &ldquo;cold case&rdquo; archeologico, ricorda il professor Tecchiati, la cui vicenda &egrave; stata studiata alla luce della teoria e dei metodi della criminologia: si parla del celeberrimo uomo del Similaun. <em>&ldquo;Mi chiedo</em> - osserva il docente - <em>se un domani che avremo raccolto maggiori informazioni queste potrebbero essere utilizzate da un criminologo per costruire una storia&rdquo;</em>. Lo scheletro &egrave; attualmente oggetto di analisi specialistiche presso il laboratorio Bagolini dell&rsquo;universit&agrave; di Trento, per ricostruire un quadro d&rsquo;insieme sullo stato di salute, l&rsquo;occupazione svolta in vita e le possibili cause di morte. Quel che si pu&ograve; gi&agrave; dire, nel frattempo, &egrave; che i resti rappresentano <em>&ldquo;un rinvenimento estremamente importante per ricostruire un&rsquo;epoca ancora poco documentata nella storia della valle Stura&rdquo;</em>.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/small_130892.jpg" alt="Gli scavi archeologici ad Aisone"></p>
<h2>Le grotte di Aisone, un tesoro ancora da scoprire</h2>
<p>La falesia di Aisone, costituita da una trentina di cavit&agrave;, appare come un sito archeologico ad altissima potenzialit&agrave;: basti dire che, sui due chilometri di estensione complessiva, gli scavi attuali stanno indagando circa il 10% dell&rsquo;intera area. Un &ldquo;viaggio nel tempo profondo&rdquo; che ha condotto gli autori della ricerca dal Mesolitico all&rsquo;et&agrave; moderna, in periodi diversi durante i quali le grotte erano state abitate. Le ricerche si sono concentrate su due punti in particolare: nel cosiddetto riparo 10 &egrave; stato individuato un lembo di deposito archeologico databile al Neolitico, insieme a un livello pi&ugrave; profondo con carboni e tracce di frequentazione antropica che potrebbe risalire al Mesolitico (tra il IX e il VI millennio a.C.). Nel riparo 10, l&rsquo;ampliamento del settore di scavo ha portato alla luce frammenti di ceramica e resti faunistici, databili forse alla seconda met&agrave; del IV millennio avanti Cristo. Il ritrovamento di una serie di buche per palo indica che l&rsquo;area prossima all&rsquo;ingresso era stata strutturata come un ricovero temporaneo o stagionale. Resti umani sparsi, interpretabili come quel che resta di antiche sepolture sconvolte, indicano inoltre il carattere funerario del riparo 19, forse in connessione con la vicina sorgente. &nbsp;Per ottenere datazioni pi&ugrave; precise sui reperti preistorici, sar&agrave; necessario incrementare le analisi radiocarboniche, inviando nuovi campioni al laboratorio dell&rsquo;universit&agrave; di Vienna, in aggiunta a quelli gi&agrave; provenienti dalle ricerche del 2024.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/small_130893.jpg" alt="Gli scavi di Aisone"></p>
<h2>Costa Nebbiera e le incisioni di epoca romana</h2>
<p>La Soprintendenza ha portato avanti di recente anche un&rsquo;altra complessa indagine nel territorio di Bernezzo, a quasi mille metri di quota, in localit&agrave; Costa Nebbiera. Qui &egrave; stata ritrovata una notevolissima quantit&agrave; di incisioni e figure di animali, prevalentemente datate all&rsquo;et&agrave; romana:&nbsp;<em>&ldquo;Abbiamo identificato anzitutto un grandissimo numero di testi ancora in via di interpretazione, &egrave; evidente la presenza di numerosi termini onomastici su questa parete di roccia: il perch&eacute; non &egrave; ancora chiaro&rdquo;</em> spiega Garbarino. L&rsquo;orizzonte temporale &egrave; quello del primo e secondo secolo dopo Cristo. Costa Nebbiera si trova proprio al confine di due agri di citt&agrave; romane, Forum Germanorum (san Lorenzo di Caraglio) e Pedona (Borgo San Dalmazzo): <em>&ldquo;Centri importanti per la gestione dei traffici transalpini e incaricati della riscossione della quadragesima galliarium, il dazio per chi entrava in Italia&rdquo;</em>. Testimonianze di un passato in cui la valle Stura rappresentava un crocevia di scambi anche a livello culturale e religioso.</p>]]></description><pubDate>Tue, 21 Oct 2025 11:08:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[5 agosto 1985: quarant'anni fa il tragico incidente di Sant'Anna di Vinadio]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/106042/125890.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Undici morti, ventisette feriti. &Egrave; il drammatico bilancio di uno dei pi&ugrave; tragici incidenti stradali mai avvenuti in provincia di Cuneo, di cui oggi ricorre il quarantesimo anniversario. Il teatro della sciagura &egrave; quello della strada che da Vinadio porta ai 2020 metri di altitudine del santuario di Sant&rsquo;Anna.&nbsp;</p>
<p>Sono da poco passate le ore 16 del 5 agosto 1985, un luned&igrave;, quando sul vallone si abbatte un violento nubifragio. &ldquo;<em>Un temporale, estivo, violento: l&rsquo;acqua battente invade la stretta strada di montagna. I tornanti fanno paura. La visibilit&agrave; &egrave; ridotta</em>&rdquo;. Questo lo scenario descritto dall&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo; Emanuele Mont&agrave;, nell&rsquo;articolo pubblicato all&rsquo;indomani sulla prima pagina del quotidiano. Due pullman dell&rsquo;Ati sono partiti poco prima dal piazzale del Santuario per riportare a Cuneo un gruppo di pellegrini: la strada era gi&agrave; vietata ai mezzi oltre i dieci metri, con apposita segnaletica installata dalla Provincia, ma il divieto all&rsquo;epoca veniva frequentemente ignorato. I due bus scendono verso valle fino a quando due auto che li precedono si fermano sulla carreggiata ostruendo il passaggio, nei pressi della vecchia presa dell&rsquo;Enel. Forse un guasto, forse un tamponamento: i conducenti dei due mezzi escono dall&rsquo;abitacolo, costringendo i due pullman al sorpasso in un punto in cui la strada &egrave; particolarmente stretta.&nbsp;</p>
<p>Il primo bus passa, non senza difficolt&agrave;, poi procede il secondo. &Egrave; in quel momento che si consuma la tragedia: forse una manovra sbagliata di qualche centimetro, forse un cedimento del terreno, le ruote di sinistra finiscono fuori dalla carreggiata, l&rsquo;autobus scivola e finisce nella scarpata sottostante, ribaltandosi pi&ugrave; volte e finendo scoperchiato, ridotto ad un ammasso di lamiere. Tragico, come detto, il bilancio, spettrale la scena che i soccorritori si ritrovano davanti: &ldquo;<em>Rottami sparsi ovunque, corpi senza vita, prigionieri delle lamiere e confusi con una ventina di feriti. Altri, meno gravi, si lamentano tra gli arbusti e cercano di raggiungere la strada. Ovunque sangue, documenti, oggetti personali</em>&rdquo;, scrive ancora l&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo;. Nove persone vengono estratte gi&agrave; prive di vita, altre due moriranno pochi giorni dopo in ospedale a Cuneo e Savigliano a causa delle ferite riportate.&nbsp;</p>
<p>Le vittime erano di Cuneo, Montanera, Castelletto Stura, Caraglio, Cervignasco e Torino, tutti pellegrini al rientro da una visita al santuario pi&ugrave; alto d'Europa. La pi&ugrave; giovane, Anna Maria Ambrogio, aveva 25 anni: con lei anche la figlia di 4 anni, sopravvissuta.&nbsp;</p>
<p>Nel seguente processo Roberto Origlia, quarantenne cuneese che era alla guida del pullman, avrebbe poi patteggiato un anno per omicidio colposo. I parenti delle vittime e i feriti saranno risarciti con un miliardo di lire dall&rsquo;assicurazione dell&rsquo;azienda di trasporti.</p>]]></description><pubDate>Tue, 05 Aug 2025 14:28:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Dalmasso</dc:creator><author><name>Andrea Dalmasso</name></author></item><item><title><![CDATA[Un viaggio nella Granda criminale del primo Novecento: ecco la nuova puntata di “Wall of Cuni”]]></title><link>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/103844/123001.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Se la Cuneo di oggi non vi sembra pi&ugrave; un&rsquo;&ldquo;isola felice&rdquo;, dovreste conoscere quella di un secolo fa. Alessandra Demichelis, storica e bibliotecaria dell&rsquo;Istituto Storico della Resistenza e della Societ&agrave; Contemporanea, ce ne parla nel suo bellissimo &ldquo;La Mala Vita&rdquo;, un&rsquo;antologia di dodici racconti reali tratti da altrettante vicende giudiziarie cuneesi del primo Novecento.</div>
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<div>Attraverso le carte dei processi in Corte d&rsquo;Assise e le cronache dei giornali dell&rsquo;epoca, con uno sguardo umano e partecipe su quelle storie dimenticate, l&rsquo;autrice ripercorre i drammi di una famiglia contadina della Langa che vede assassinare un figlio nella notte (forse da un fratello, di poco pi&ugrave; grande), di una rissa tra immigrati ad Acceglio - ma erano, pensate, bresciani e bergamaschi - finita con un accoltellato, di una prostituta vittima di un serial killer nel cuore di Cuneo vecchia, di un prete traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra che uccide un parrocchiano a pistolettate e molto altro. Storie che non hanno nulla della morbosit&agrave; del <em>true crime</em>, ma sono altrettanti spaccati su un&rsquo;epoca tumultuosa.</div>
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<div>Nella penultima puntata di <em>Wall of Cuni</em>, il podcast di Cuneodice condotto da Andrea Cascioli e Luca &ldquo;Sbrab&rdquo; Abb&agrave;, vi regaliamo un viaggio nel tempo imperdibile, tra le pieghe insospettabili di un &ldquo;buon tempo antico&rdquo; che spesso non era cos&igrave; buono.</div>
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<div>Il nuovo episodio di <em>Wall of Cuni</em> &egrave; disponibile su <a href="https://youtu.be/1ezZbA8_tdM" target="_blank" rel="nofollow">YouTube</a> e su <a href="https://open.spotify.com/episode/0K58r7i0P888FfqY2ypJqA?si=oHQ2CD3KRzWZEnlHge6PMw" target="_blank" rel="nofollow">Spotify</a>.</div>]]></description><pubDate>Wed, 18 Jun 2025 16:30:00 +0200</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[“Ho agito a fin di bene e per un’idea”: il senso del 25 aprile nelle lettere dei partigiani condannati a morte]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/101111/119406.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Ogni anno, in occasione del 25 aprile, nel dibattito pubblico serpeggia in maniera pi&ugrave; o meno sistematica la riflessione sull&rsquo;importanza del ricordo di giornate come quella della Festa della Liberazione. &Egrave; proprio vero che, come scriveva Primo Levi, &ldquo;<em>la memoria umana &egrave; uno strumento meraviglioso ma fallace</em>&rdquo;, che si sporca e si altera facilmente, persino quando riguarda pagine eroiche della nostra Storia, la storia di tutti gli italiani. E cos&igrave;, anno dopo anno, &egrave; sempre pi&ugrave; forte il sospetto che si stia perdendo il senso profondo del 25 aprile soprattutto a livello istituzionale, con dichiarazioni audaci e storicamente scorrette e poca disponibilit&agrave; a celebrare a dovere una giornata che rappresenta l&rsquo;essenza della nostra democrazia.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In occasione dell&rsquo;80&deg; anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, abbiamo quindi deciso di andare a cercare il senso profondo del 25 aprile &ldquo;interpellando&rdquo; direttamente coloro che l&rsquo;hanno realizzato, ovvero i partigiani che hanno combattuto nella Granda, provincia che, non bisogna mai dimenticarlo, &egrave; stata decorata con la Medaglia d&rsquo;oro al merito civile proprio per il suo contributo alla Resistenza. Per farlo abbiamo raccolto le lettere dei combattenti cuneesi contenute nel volume "Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana", uscito per Einaudi in prima edizione nel 1952 e ancora oggi uno dei testi di riferimento per ragionare sul 25 aprile.&nbsp;</div>
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<div>Si tratta degli ultimi pensieri di ragazzi e ragazze per lo pi&ugrave; giovanissimi e comuni, che si ritrovano di fronte alla morte e decidono di affrontarla con una dignit&agrave; che sorprende e commuove. Leitmotiv delle missive contenute in questo volume, dei combattenti cuneesi ma in generale di quasi tutti i partigiani d&rsquo;Italia, &egrave; la volont&agrave; di chiedere perdono ai propri genitori per il dolore loro inflitto e per essere stati poco presenti nella loro vita. Uno scrupolo che carica di un&rsquo;umanit&agrave; quasi mai adeguatamente considerata i combattenti per la libert&agrave; che erano, prima di tutto, dei giovani.&nbsp;</div>
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<div>Tra le lettere dei partigiani cuneesi non mancano alcuni nomi di spicco, giustamente celebrati ancora oggi. In primis Maria Luisa Alessi, staffetta partigiana di Falicetto fucilata nel piazzale della stazione di Cuneo il 26 novembre 1944, che nel salutare i suoi cari scrive una frase da vera combattente, fino all&rsquo;ultimo: &ldquo;<em>Prego solo non fate tante chiacchiere sul mio conto e di allontanare da voi certe donne alle quali io devo la carcerazione</em>&rdquo;. Altro personaggio di spicco della Resistenza cuneese (e non solo) che ha lasciato una lettera finale &egrave; l&rsquo;eroe nazionale, Medaglia d&rsquo;Oro al Valor Militare Duccio Galimberti. L&rsquo;allora 38enne avvocato cuneese, poche ore prima di essere fucilato a tradimento dai fascisti nei pressi di Centallo, lasci&ograve; ai suoi cari un saluto lapidario e inequivocabile, perfettamente conforme al modo di esprimersi di una figura che, con il suo discorso del 26 luglio 1943, in qualche modo ha dato inizio alla stagione della Resistenza nel nostro Paese: &ldquo;<em>Ho agito a fin di bene e per un&rsquo;idea. Per questo sono sereno e dovrete esserlo anche voi</em>&rdquo;. Questa semplice frase racchiude in s&eacute; il significato profondo del partigianato.</div>
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<div>Un messaggio quasi identico a quello lasciato da Galimberti &egrave; anche quello di Ettore Garelli (nomi di battaglia Gomma, Bollo), 53enne torinese fucilato assieme a Maria Luisa Alessi dopo aver coordinato le attivit&agrave; partigiane nel Fossanese (&ldquo;<em>Ho coscienza di non avere male operato</em>&rdquo;). Pi&ugrave; intellettuale e ideologica &egrave; invece la riflessione che Pedro Ferreira, 23enne di Genova fucilato a Torino il 23 gennaio 1945, lascia ai suoi parenti. In questo caso &egrave; interessante notare come il giovane, combattente nelle brigate Giustizia e Libert&agrave; di Galimberti in Valle Grana, sottolinei un filo rosso che unisce i partigiani ai patrioti del Risorgimento: &ldquo;<em>Vostro figlio e fratello &egrave; morto come i fratelli Bandiera, come Ciro Menotti, Oberdan e Battisti colla fronte verso il sole ove attinse sempre forza e calore: &egrave; morto per la Patria alla quale ha dedicato tutta la sua vita: &egrave; morto per l&rsquo;onore perch&eacute; non ha mai tradito il suo giuramento, &egrave; morto per la libert&agrave; e la giustizia che trionferanno pure un giorno quando sar&agrave; passata questa bufera</em>&rdquo;.</div>
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<div>Sono invece molto pi&ugrave; &ldquo;prosaiche&rdquo;, ma non per questo meno intense, le ultime righe lasciate dagli altri combattenti cuneesi contenute nel volume: Gilberto Manegrassi, 20enne di Costigliole Saluzzo, Giuseppe Manfredi, 21enne di Fossano, Attilio Martinetto, 21enne astigiano, fucilato al Cimitero Vecchio di Cuneo, Luigi Pieropan, 24enne torinese fucilato a San Michele Mondov&igrave; e Dario Scaglione (Tarzan), 19enne di Valdivilla, celebrato anche da Fenoglio nella sua opera. Chi chiede perdono ai genitori, chi perdona i propri carnefici, chi saluta la fidanzata e le augura di trovare un nuovo amore, chi d&agrave; consigli ai fratelli minori: sono lettere di un&rsquo;umanit&agrave; sconcertante, che fanno rabbrividire a leggerle oggi.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Uno spazio a s&eacute; stante lo merita la missiva che Paola Garelli (Mirka), 28enne nata a Mondov&igrave; ma operante e fucilata a Savona, indirizza alla figlioletta: &ldquo;<em>Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino per il dolore che do loro. Non devi piangere n&eacute; vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa solo: studia, io ti protegger&ograve; dal cielo</em>&rdquo;.&nbsp;</div>
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<div>Leggendo queste e tutte le altre lettere dei condannati a morte della Resistenza non si pu&ograve; che comprendere quanto questa stagione sia stata unica e irripetibile nella nostra Storia. Una stagione dove chi combatteva lo faceva per ideali pi&ugrave; alti del &ldquo;qui e ora&rdquo;, dove valeva la pena soffrire oggi per sorridere tutti domani, per inventare la democrazia in un Paese che non l&rsquo;aveva mai conosciuta prima e che da vent&rsquo;anni a quella parte non conosceva altro che ingiustizia e repressione. &ldquo;<em>La Resistenza ci ha dato la nostra religione civile</em>&rdquo;, disse un altro grande combattente cuneese come Giorgio Bocca. Ricordare e celebrare il 25 aprile e tutte le altre giornate dedicate a questa stagione vuol dire farsi discepoli di questa &ldquo;religione di tutti&rdquo;.&nbsp;&nbsp;</div>
</div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Fri, 25 Apr 2025 07:01:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giacomo Giraudo Cordero</dc:creator><author><name>Giacomo Giraudo Cordero</name></author></item><item><title><![CDATA[Che fine ha fatto il tesoro della Quarta armata? La vicenda ricostruita in un libro]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/che-fine-ha-fatto-il-tesoro-della-quarta-armata-la-vicenda-ricostruita-in-un-libro_100208.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/che-fine-ha-fatto-il-tesoro-della-quarta-armata-la-vicenda-ricostruita-in-un-libro_100208.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/100208/118253.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Gioved&igrave; 3 aprile il Museo Diocesano di Cuneo ha ospitato, aprendo con un breve ricordo di Giandomenico Genta, la presentazione del libro &ldquo;La vera storia del tesoro della 4&ordf; armata, il memoriale originale del generale Operti&rdquo;, scritto da <strong>Riccardo Rossotto</strong>, avvocato che da anni approfondisce gli eventi della storia contemporanea. Il lavoro di Rossotto si &egrave; concentrato su un episodio particolare che ha coinvolto il generale <strong>Raffaele Operti</strong>, intendente della quarta armata e ragioniere, di quelli che <em>&ldquo;contavano anche le cinque lire&rdquo;</em>. Operti si ritrova coinvolto negli accadimenti post 8 settembre, relativi all&rsquo;armistizio del governo Badoglio con gli Alleati. Un quadro di totale caos che trova nel generale Operti il &ldquo;protagonista&rdquo;. La particolarit&agrave; &egrave; che il generale era il custode della cassa comune della Quarta Armata. Una cifra altissima, pari a 170 milioni di euro attuali. In una situazione cos&igrave; complicata il generale decide di tenere la barra dritta, senza scappare e frazionando l&rsquo;immensa somma di denaro in diversi rivoli. </div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma perch&eacute; si parla dopo ottant&rsquo;anni di un evento che ha toccato queste zone dal punto di vista politico&nbsp; e anche economicamente? &ldquo;<em>Sono cinque anni che cerco di capire cosa fosse successo. &Egrave; stata un&rsquo;occasione anche per capire come &egrave; nata la Resistenza qui e quali fossero i dibattiti interni ad essa. Una narrazione che &egrave; stata caratterizzata, secondo me, da buoni e cattivi, ha lasciato fuori personaggi come Mauro Martini. Capo partigiano il cui nome non viene raccontato, salvo alcuni episodi dalla storiografia. Il Corpo Volontario della Libert&agrave; aveva cercato di riunificare tutte le brigate partigiane, anime che si sono scontrate al loro interno per decidere come combattere i nazifascisti. Erano tutti uniti nell&rsquo;obiettivo, ma all&rsquo;interno le anime erano diverse. &Egrave; proprio in questo contesto che il generale Operti si trova coinvolto</em>&rdquo;. 170 milioni di euro non sono pochi, quella era la somma che il generale Operti doveva gestire per organizzare l&rsquo;armata. Alla prima occasione utile affida il residuo di quella cassa alla Banca d&rsquo;Italia di Cuneo, il 25 aprile.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ne consegner&agrave; 85 milioni, con tanto di regolare ricevuta. Ecco, sicuramente sorge una domanda spontanea: il resto? Qui si apre un enorme dibattito, che sfocia anche in una pesante campagna stampa denigratoria che ha come protagonista <strong>Giorgio Bocca</strong>, soprattutto nel momento in cui Operti viene coinvolto in un processo legato a Bernocco. Qui parte quella pesante campagna di stampa che costringer&agrave; lo stesso Operti a difendersi sia in sede amministrativa, sia in sede penale, ma anche a tutelare la sua reputazione. Scriver&agrave; un memoriale in cui difende la sua posizione, una storia che ripercorre tutto il periodo (venti mesi circa) in cui &egrave; stato il custode della cassa. Nel 1948 scriver&agrave; anche un libro a riguardo.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Le storie ricamate dietro questo tesoro sono molteplici, come quella che riguarda grandi dinastie imprenditoriali dell&rsquo;Albese che sarebbero emerse proprio grazie a una porzione di quei soldi. Ma la particolarit&agrave; di tutta questa vicenda &egrave; che &egrave; stata dormiente per pi&ugrave; di&nbsp;settant'anni. Come sono andate le cose? La leggenda si intreccia con eventi storici, ma resta il fatto che l&rsquo;unica cosa certa &egrave; la restituzione di quel 50% alla Banca d&rsquo;Italia di Cuneo. Una vicenda spinosa, contorta e che ha dato vita ad autentiche leggende. Un lavoro di ricostruzione storica che &egrave; stato fonte di grande soddisfazione per l&rsquo;autore: &ldquo;<em>Proprio ad Alba vennero rappresentanti della sinistra italiana e mi hanno riconosciuto che questa storia della Resistenza piemontese, raccontata in tutte le sue anime, belle o brutte, avvicina perch&eacute; non &egrave; una storia di eroi inimitabili. Se io racconto la vicenda nella versione giusta, indipendentemente dalla mia visione ideologica, avvicino di pi&ugrave; i giovani. Comprendono meglio la vicenda e lo vedo quando vado nelle scuole a raccontarla&rdquo;</em>.</div>
</div>]]></description><pubDate>Fri, 04 Apr 2025 12:52:00 +0200</pubDate><dc:creator>Piero Coletta</dc:creator><author><name>Piero Coletta</name></author></item><item><title><![CDATA[L'Olocausto a Borgo San Dalmazzo: Memo4345 ricorda una storia a lungo dimenticata]]></title><link>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/l-olocausto-a-borgo-san-dalmazzo-memo4345-ricorda-una-storia-a-lungo-dimenticata_97033.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/l-olocausto-a-borgo-san-dalmazzo-memo4345-ricorda-una-storia-a-lungo-dimenticata_97033.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/97033/114139.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Ogni ricorrenza ha i suoi luoghi simbolo. Nel caso della Giornata della Memoria, istituita nel 2005 per ricordare lo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, quei luoghi sono i campi di concentramento, testimonianze fisiche di un periodo tra i pi&ugrave; bui della storia. Un orrore, quello dell&rsquo;Olocausto, che vide come teatro anche la provincia di Cuneo. A Borgo San Dalmazzo, infatti, fu attivo tra la fine del 1943 e l&rsquo;inizio del 1944 un vero e proprio campo di concentramento. Una storia fino ad alcuni anni fa poco nota, una storia di cui gli stessi borgarini, negli anni successivi al conflitto, avrebbero parlato malvolentieri. A testimonianza dei fatti avvenuti in quei mesi, dal 2021 &egrave; aperto a Borgo San Dalmazzo il museo multimediale Memo4345: allestito all&rsquo;interno della ex chiesa di Sant&rsquo;Anna, il percorso espositivo, frutto di approfondite ricerche storiche, accompagna i visitatori alla scoperta della storia degli ebrei - oltre 350 - che furono deportati dal campo borgarino, la gran parte con destinazione Auschwitz.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<h2>La fuga da Saint Martin Vesubie</h2>
<div>Il campo borgarino apr&igrave; la sera del 18 settembre 1943. Pochi giorni prima circa ottocento ebrei, una volta iniziato il ripiegamento delle truppe italiane della IV Armata di stanza in Francia dopo l'armistizio dell'8 settembre, erano fuggiti dal confino coatto di Saint Martin Vesubie e attraversando le Alpi a piedi erano scesi in valle Gesso. Si trattava di persone provienienti da tutta Europa, che speravano che dopo l&rsquo;8 settembre l&rsquo;Italia potesse essere un luogo sicuro. Da questa parte delle montagne, a Valdieri, i fuggitivi trovarono per&ograve; le forze tedesche. I nazisti avevano occupato Cuneo il 12 settembre, oltre trecento persone furono catturate durante il rastrellamento in valle sei giorni pi&ugrave; tardi. Gli ebrei stranieri arrivati da Saint Martin Vesubie &ndash; compresi coloro che si presentarono spontaneamente dopo un bando diramato dal Comando tedesco di Borgo San Dalmazzo - vennero schedati la sera stessa, ma di quei registri oggi non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; traccia. Negli archivi del Comune di Borgo San Dalmazzo &egrave; presente un elenco che riporta 349 nomi, che si stima sia stato compilato pi&ugrave; di un mese dopo l&rsquo;internamento dei prigionieri. Agli ebrei catturati il 18 settembre si erano aggiunti quelli rastrellati dalla Gestapo a Cuneo e dintorni e quelli che, dopo aver trovato rifugio nelle montagne e nelle borgate intorno a Borgo San Dalmazzo, furono trovati e fermati dai tedeschi nei giorni successivi all'arrivo da Saint Martin Vesubie. Alcuni erano riusciti a fuggire gettandosi dai camion che dalla valle Gesso trasportavano i catturati verso Borgo San Dalmazzo, altri confondendosi tra la folla che si era radunata sul piazzale antistante l'ex caserma degli Alpini scelta come Polizeihaftlager.</div>
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<h2>Il campo di concentramento</h2>
<div>Il campo non aveva l&rsquo;aspetto macabro al quale i lager rimandano l&rsquo;immaginario collettivo. Non c&rsquo;erano torrette di guardia, non c&rsquo;era il filo spinato: si trattava semplicemente dell&rsquo;ex caserma degli Alpini &ldquo;Principe di Piemonte&rdquo;, abbandonata da anni, sita nel piazzale che oggi ospita le scuole medie e l&rsquo;Asl. C&rsquo;erano Carabinieri addetti alla sorveglianza interna, c'erano militari tedeschi, ma alcuni detenuti avevano permessi per uscire e godevano di autorizzazioni a ricevere visite all&rsquo;interno del campo, oltre che a comunicare con i parenti all'esterno. Nelle settimane successive molti borgarini si mossero per portare ai prigionieri cibo, coperte, indumenti e altro materiale, tutto quanto potesse in qualche modo alleggerire il peso della permanenza nel campo. Figura fondamentale fu quella di don Raimondo Viale, che insieme a don Francesco Brondello, oltre a fornire aiuti materiali agli internati, si prodig&ograve; per coloro che erano riusciti ad evitare la cattura e che si nascondevano nelle vallate circostanti: a lui dal 1998 &egrave; intitolata la piazza dove sorgeva il campo.</div>
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<div>La permanenza dei prigionieri nel campo in ogni caso fu fin da subito molto dura: la caserma, dopo tanti anni di abbandono, era sporca, fatiscente e priva dei servizi fondamentali, dai materassi al riscaldamento. Sarebbero poi stati gli stessi detenuti ad allestire un&rsquo;infermeria e a ripulire i locali, sfruttando anche gli aiuti ricevuti dai borgarini. Ad una sistemazione precaria si aggiungevano poi le continue violenze, le umiliazioni e i soprusi da parte delle SS. Gli uomini in salute nei due mesi successivi furono costretti a svolgere lavori pesanti, proprio come accadeva nei pi&ugrave; grandi campi di concentramento in altre parti d&rsquo;Europa: il pi&ugrave; delle volte si trattava di trasportare alla stazione ferroviaria tutto ci&ograve; che veniva razziato sul territorio e poi inviato in Germania.</div>
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<div>Tra i detenuti ci fu chi riusc&igrave; a salvarsi dalla deportazione alla quale gli ebrei erano destinati: alcuni riuscirono ad evadere e scappare, altri si salvarono perch&egrave; ricoverati nell&rsquo;ospedale di Cuneo (quelli ricoverati a Borgo, invece, non furono risparmiati), chi per malattie contratte durante l'internamento, chi per incidenti durante il lavoro nel campo. A fine ottobre, inoltre, furono liberati i prigionieri cuneesi, gli &ldquo;ariani&rdquo; che secondo i rapporti dell&rsquo;epoca erano stati &ldquo;erroneamente arrestati&rdquo;, e nel campo rimasero solamente gli ebrei stranieri.</div>
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<div>A inizio novembre anche le forze tedesche della Waffen SS, inviate sul fronte russo, lasciarono Borgo San Dalmazzo. Furono rimpiazzate in provincia di Cuneo dalla Wermacht, la quale decise di lasciare ai Carabinieri la gestione del campo. Nel frattempo, il 20 novembre, si concluse la deportazione verso Auschwitz degli ebrei internati nel campo di Drancy, a nord est di Parigi: un evento che indirettamente condann&ograve; anche i prigionieri di Borgo San Dalmazzo. Fu in quel momento, infatti, che il comandante del campo di Drancy Alois Brunner ordin&ograve; la partenza di coloro che erano detenuti nell'ex caserma degli Alpini &ldquo;Principe di Piemonte&rdquo;: la direttiva fu trasmessa a Borgo San Dalmazzo dall'Ufficio antiebraico della Gestapo di Nizza e la mattina del 21 novembre fu comunicata ai prigionieri. Nelle cucine del campo gli internati si affrettarono a recuperare tutto il cibo possibile, i Carabinieri offrirono loro cappotti e provviste per il viaggio: un viaggio lungo, si andava &ldquo;nel Reich&rdquo;, come avevano comunicato le SS arrivate al campo la mattina. Alle 11 l&rsquo;ordine di partire, con quattro o cinque militari tedeschi a scortare gli ebrei verso la vicina stazione ferroviaria, dove dieci-dodici vagoni merci erano stati predisposti la sera precedente: alle 13, dopo essere stati depredati di denaro e gioielli, tutti i detenuti furono caricati sui vagoni. Alle 14 il convoglio part&igrave; verso Nizza via Savona per poi fare tappa a Drancy e, tra dicembre e gennaio, ripartire verso Auschwitz: a bordo del treno partito il 21 novembre 1943 dalla stazione di Borgo San Dalmazzo c&rsquo;erano 331 ebrei.</div>
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<h2>La seconda deportazione</h2>
<div>Dopo quel nefasto 21 novembre il campo rimase chiuso per dodici giorni, prima di essere riaperto su iniziativa della Repubblica Sociale Italiana a inizio dicembre: il Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi dispose l&rsquo;arresto degli ebrei presenti sul territorio nazionale e la loro detenzione nei campi di concentramento provinciali, contestualmente alla confisca di tutti i loro beni. Nei due mesi successivi altri 26 ebrei, 23 italiani e 3 stranieri, sarebbero cos&igrave; stati rinchiusi nel campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo, in attesa di un destino analogo a quello di chi li aveva preceduti. Un nuovo convoglio part&igrave; dalla stazione ferroviaria borgarina, diretto a Fossoli, alle 5.30 del mattino del 15 febbraio 1944, un orario strategico scelto in modo che la popolazione non si accorgesse di ci&ograve; che stava succedendo: alcuni furono poi deportati ad Auschwitz, altri a Buchenwald.</div>
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<div>Dei 357 ebrei detenuti nel campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo e successivamente deportati, settantotto non arrivavano ai 21 anni, sette avevano meno di un anno. Pochissimi riuscirono a sopravvivere: i nomi di diciannove superstiti campeggiano in verticale nel Memoriale di fianco alla stazione ferroviaria, simbolo visivo di chi era riuscito a rimanere in piedi. Secondo le ricerche condotte negli anni successivi dalle autrici di &ldquo;Oltre il Nome&rdquo;, Adriana Muncinelli ed Elena Fallo, per&ograve;, i superstiti sarebbero stati almeno trentanove.</div>
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<h2>Dopo la guerra</h2>
<div>Al termine del conflitto, per vent'anni il campo rimase cos&igrave; com'era quel 15 febbraio del 1944, quando gli ultimi prigionieri lo lasciarono: abbandonato al suo destino, ferita aperta in una citt&agrave; che per molti anni avrebbe fatto fatica a riparlare di ci&ograve; che vi era successo in quei cinque mesi. Non si fece nulla per conservare la struttura, n&eacute; per costruire una consapevolezza dolorosa, ma necessaria ed istruttiva: i gesti concreti per mantenere viva questa memoria sarebbero arrivati solo decenni pi&ugrave; tardi. Tra il 1964 e il 1974 un'intera ala dell'edificio venne demolita per fare spazio alla nuova scuola media della citt&agrave;. Solo una targa, accanto all'ingresso, fu posta a ricordo dei fatti avvenuti durante la guerra. Nei decenni successivi l'edificio che oggi ospita gli ambulatori e gli uffici dell'Asl si sarebbe poi sovrapposto a ci&ograve; che restava della ex caserma degli Alpini: una parte venne ristrutturata, un'altra abbattuta e ricostruita. Oggi di quello che fu il campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo rimangono l'androne, un salone, ristrutturato e intitolato a don Raimondo Viale, e il cortile interno. &Egrave; rimasta come allora, invece, la stazione ferroviaria dalla quale partirono i convogli. Il Memoriale che ricorda gli ebrei deportati dal campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo di fianco alla stazione ferroviaria &egrave; stato inaugurato nel 2006.</div>
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<h2>Memo4345</h2>
<div>Memo4345 &egrave; stato inaugurato il 5 settembre del 2021. L&rsquo;obiettivo, per usare le parole dell&rsquo;allora sindaco di Borgo Gian Paolo Beretta, &egrave; ricordare una storia &ldquo;<em>che per troppi anni &egrave; stata dimenticata</em>&rdquo;. I contenuti dell&rsquo;esposizione sono stati curati dalla gi&agrave; citata Adriana Muncinelli, collaboratrice dell&rsquo;Istituto storico della Resistenza e della Societ&agrave; Contemporanea della provincia di Cuneo. Memo4345 ospita non solo la ricostruzione delle storie di chi venne deportato da Borgo San Dalmazzo, ma anche approfondimenti sulla persecuzione antiebraica in Europa nella prima met&agrave; del Novecento, fino alla Shoah. Un&rsquo;iniziativa - spiegano gli ideatori del museo - &ldquo;<em>dedicata alla memoria degli ebrei che sono passati di qui e rivolta a tutti coloro che sentono il dovere di conoscere e ricordare i passi che hanno portato alla Shoah e la responsabilit&agrave; di opporsi oggi ovunque si manifestino</em>&rdquo;.</div>
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<div>La gestione del percorso museale &egrave; affidata all&rsquo;Atl del Cuneese, gi&agrave; titolare dell&rsquo;Ufficio Turistico IAT di Borgo San Dalmazzo. La mostra &egrave; visitabile il sabato e la domenica (&egrave; consigliata la prenotazione, a questo link ulteriori informazioni), mentre dal luned&igrave; al venerd&igrave; &egrave; aperta su richiesta per gruppi e scolaresche. Memo4345 &egrave; un progetto del Comune di Borgo San Dalmazzo, realizzato anche con il contributo del FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), nell&rsquo;ambito di Vermenagna-Roya (Programma europeo di cooperazione transfrontaliera tra Francia e Italia ALCOTRA 2014/20), e con il contributo di Fondazione CRC per restauro e valorizzazione della ex chiesa di Sant'Anna, grazie al Bando Patrimonio Culturale.</div>
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<div>Nella Giornata della Memoria che si celebra oggi, chiudiamo con una riflessione riportata proprio sul sito di Memo4345: &ldquo;<em>Oggi come allora, le democrazie impaurite dalle pressioni populiste cominciano a distinguere tra migranti &lsquo;qualificati&rsquo; da eventualmente accogliere e quelli da respingere. Nessuna differenza tra i nazionalismi furibondi del primo dopoguerra e quelli di oggi, che ciecamente si costruiscono con le proprie mani la loro prigione, barricandosi dietro fili spinati e leggi contro la piet&agrave;, identiche a quelle del passato. Nessuna differenza nei mille avvoltoi politici che presentano ogni giorno esattamente come allora, gli stranieri come la causa di tutti i mali del proprio Stato. E che seminano nei confronti di quanti chiedono aiuto la psicosi dell&rsquo;invasione criminale. Nulla di nuovo nell&rsquo;indifferenza di quanti, oggi come allora, continuano la loro vita chiudendo occhi e orecchie, come se nulla stesse succedendo, come se tutto questo non li riguardasse</em>&rdquo;.</div>]]></description><pubDate>Mon, 27 Jan 2025 08:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Dalmasso</dc:creator><author><name>Andrea Dalmasso</name></author></item><item><title><![CDATA[Il passato rivive attraverso le piante: l'erbario storico del Liceo Pellico diventa un libro]]></title><link>https://www.cuneodice.it/eventi/cuneo-e-valli/il-passato-rivive-attraverso-le-piante-l-erbario-storico-del-liceo-pellico-diventa-un-libro_96484.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/eventi/cuneo-e-valli/il-passato-rivive-attraverso-le-piante-l-erbario-storico-del-liceo-pellico-diventa-un-libro_96484.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/96484/113439.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Un&rsquo;opera che intreccia scienza, storia e cultura locale: &ldquo;Un erbario, un Liceo, una citt&agrave;&rdquo;, il libro realizzato dal Liceo Classico e Scientifico Pellico-Peano di Cuneo, &egrave; il frutto di un lavoro collettivo che ha attraversato gli anni e coinvolto docenti, studenti ed esperti del territorio. La presentazione si terr&agrave; domani, sabato 11 gennaio, alle 17.30 presso la Casa del Fiume, con un successivo evento il 12 febbraio al cinema teatro Monviso.</div>
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<h2>La storia dietro l'erbario</h2>
<div>L'erbario storico, curato tra il 1874 e il 1901 dal professor Corrado Boccaccini, docente di Storia Naturale presso il Regio Liceo Pellico, &egrave; un patrimonio unico: diciotto volumi contenenti circa novecento specie botaniche, raccolte principalmente nel Cuneese e accompagnate da un manoscritto dettagliato. Questo non si limita a descrivere le caratteristiche botaniche delle specie, ma riporta anche informazioni sui luoghi di raccolta, fornendo una preziosa testimonianza della Cuneo ottocentesca e dei suoi ambienti naturali. "Le Scienze Naturali, abituando a classificare un gran numero di idee, ammaestrano i giovani in quella parte della logica che si chiama metodo, perch&eacute; la storia naturale &egrave; la scienza che esige i metodi pi&ugrave; rigorosi". Questa frase rappresenta l&rsquo;approccio metodico come filo conduttore del progetto scolastico che ha portato alla riscoperta e valorizzazione dell&rsquo;erbario.</div>
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<h2>Il progetto scolastico</h2>
<div>Tutto &egrave; iniziato nel 2017 con un percorso biennale di Alternanza Scuola-Lavoro (oggi PCTO) che ha visto la partecipazione, inizialmente di diciotto studenti, determinati a portare avanti il lavoro con dedizione. Il progetto, coordinato dalle professoresse Angiola Bono e Fulvia Giannessi, insieme al botanico Dario Olivero, si &egrave; concentrato su diversi aspetti: la trascrizione del manoscritto, lo studio delle specie botaniche e l&rsquo;analisi degli ambienti naturali del Parco fluviale Gesso-Stura.</div>
<div>Attraverso uscite sul campo e lezioni pratiche, gli studenti hanno esplorato il territorio, fotografando le specie e confrontando i dati storici con la realt&agrave; attuale. Una delle scoperte pi&ugrave; curiose riguarda la &ldquo;Typha minima&rdquo;, una pianta che un tempo cresceva alla confluenza tra il Gesso e lo Stura e oggi si trova solo a Moiola. Questo studio, condotto in collaborazione con il Parco Alpi Marittime e l'Universit&agrave; di Torino, rappresenta un esempio di come passato e presente possano dialogare attraverso la ricerca scientifica.</div>
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<h2>Il libro</h2>
<div>&ldquo;Un erbario, un Liceo, una citt&agrave;&rdquo; non &egrave; solo un libro scientifico: &egrave; una narrazione a pi&ugrave; voci che unisce l&rsquo;analisi botanica alla storia del Liceo Pellico e della citt&agrave; di Cuneo. Ogni pagina testimonia l&rsquo;impegno di chi ha creduto nel progetto: docenti come Angiola Bono e Fulvia Giannessi, esperti come Dario Olivero e Renzo Salvo, e studenti che hanno messo a disposizione il loro entusiasmo e le loro competenze. Il dirigente scolastico Alessandro Parola ha contribuito con un capitolo sulla storia del Liceo, sottolineando l&rsquo;importanza di mantenere viva la memoria di una scuola che ha rappresentato un punto di riferimento culturale per la citt&agrave;.</div>
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<h2>Un omaggio al territorio</h2>
<div>Come ha osservato Igor Varrone, direttore provinciale di Cia Agricoltori Italiani, questo lavoro &egrave; &ldquo;un omaggio alla cultura agricola del nostro territorio&rdquo;. L&rsquo;erbario non &egrave; solo una raccolta di piante, ma una finestra su un mondo in trasformazione, dove la natura e la storia si intrecciano per raccontare l&rsquo;evoluzione della citt&agrave;.</div>
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<h2>Appuntamenti da non perdere</h2>
<div>La presentazione ufficiale del libro si terr&agrave; domani, sabato 11 gennaio, alle 17.30 presso la Casa del Fiume (piazzale Cavallera 19). L&rsquo;evento &egrave; gratuito, ma &egrave; necessaria la prenotazione sul sito del Parco fluviale Gesso-Stura. Il secondo appuntamento sar&agrave; mercoled&igrave; 12 febbraio alle 21 presso il cinema teatro Monviso, nell&rsquo;ambito delle conferenze organizzate da Pro Natura Cuneo. Con &ldquo;Un erbario, un Liceo, una citt&agrave;&rdquo;, il Liceo Pellico-Peano non solo celebra il proprio passato, ma invita a riflettere sul rapporto tra natura, educazione e memoria collettiva, offrendo un contributo prezioso alla comunit&agrave; cuneese.</div>
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<h2>Dove trovare il libro</h2>
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<div>Per maggiori informazioni e per acquistare il volume &egrave; possibile contattare i referenti al seguente indirizzo mail: <a href="mailto:erbario.cuneo@gmail.com" target="_blank" rel="nofollow">erbario.cuneo@gmail.com</a>.</div>
</div>]]></description><pubDate>Fri, 10 Jan 2025 15:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Monica Fissore</dc:creator><author><name>Monica Fissore</name></author></item><item><title><![CDATA[A ottant'anni dall'assassinio, le ultime ore di vita di Duccio Galimberti ricostruite in un libro]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/a-ottant-anni-dall-assassinio-le-ultime-ore-di-vita-di-duccio-galimberti-ricostruite-in-un-libro_95181.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/a-ottant-anni-dall-assassinio-le-ultime-ore-di-vita-di-duccio-galimberti-ricostruite-in-un-libro_95181.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/95181/111783.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Il 28 novembre del 1944 Duccio Galimberti fu casualmente arrestato a Torino. Trasportato a Cuneo, la sera del 2 dicembre varc&ograve; verso le ore 20 il passo carraio in corso IV Novembre 11. Dopo circa dieci ore di orribili violenze, il corpo fu scaricato presso Tetto Croce. Sugli abiti i segni di una finta fucilazione, rilevati alcuni anni fa dai RIS di Parma. Oggi, 3 dicembre 2024, ricorrono quindi gli ottant&rsquo;anni dall&rsquo;uccisione dell&rsquo;avvocato ed eroe della Resistenza cuneese.</div>
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<div>Un nuovo libro, &ldquo;La verit&agrave; sull&rsquo;assassinio di Duccio Galimberti ottant&rsquo;anni dopo&rdquo;, ricostruisce ora le ore che ne precedettero la morte. Pubblicato da Primalpe, &egrave; stato scritto da Sergio Costagli.</div>
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<div>Spiega l&rsquo;autore: &ldquo;<em>Parlare e scrivere di questo delitto sembra dare ancora fastidio ai pochi che detengono il monopolio della storiografia della Resistenza, convinti di avere solo loro il diritto di raccontarne i fatti secondo una versione ufficiale immutabile e mai compiutamente verificata da oltre sessant&rsquo;anni. Gli abbagli e gli scivoloni di una ottusa vulgata ufficiale, che vede Galimberti assassinato lungo la statale 20, oppure Galimberti che giunto sul luogo dell&rsquo;esecuzione grida &lsquo;No! No!&rsquo; (la fonazione era impedita in realt&agrave; da una grave frattura alla mandibola), o ancora Galimberti &lsquo;sfigurato e finito a colpi di pistola&rsquo;, come affermato sul sito del Comune di Cuneo, in contrasto con l&rsquo;immagine fotografica scattata nella camera mortuaria del cimitero urbano, nella quale il volto appare sereno e non sfigurato</em>&rdquo;.</div>
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<div>Il nuovo libro chiarisce, mettendo in luce nuovi documenti e testimonianze, come e dove fu commesso il delitto: non a Tetto Croce, dove oggi un cippo ricorda l&rsquo;assassino e dove il corpo di Galimberti fu portato gi&agrave; privo di vita, ma a Cuneo, alcune ore prima.</div>
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<div>Costagli sottolinea poi quelle che secondo lui sono &ldquo;occasioni perse&rdquo; dalla citt&agrave; di Cuneo: &ldquo;<em>Nel 1929 Galimberti con due amici fond&ograve; il Circolo schermistico di Cuneo con sede nel palazzo Chiodo. Fortissimo schermista, nel 1933 conquist&ograve; il titolo provinciale di campione di spada e di sciabola, titolo che conserver&agrave; nei due anni successivi. Perch&eacute; non intitolare il &lsquo;Circolo Schermistico Cuneo&rsquo; in piazza Foro Boario a Duccio Galimberti? La ricorrenza degli ottant&rsquo;anni dall&rsquo;assassinio, poteva essere l&rsquo;occasione per esporre in modo permanente il cappotto e la giacca di Galimberti (con le necessarie spiegazioni) nella Casa Museo, poich&eacute; quegli abiti non solo rappresentano un bene della collettivit&agrave;, ma costituiscono anche un&rsquo;importante memoria della storia della citt&agrave; e non semplicemente un triste reperto da conservare chiuso in una vecchia valigia. Verso le 20 del 2 dicembre 1944, Galimberti, detenuto, varc&ograve; il passo carraio dell&rsquo;Ufficio politico di corso IV Novembre 11. Nessuna lapide per ricordare quelle dieci terribili ore di violenze e torture del trentottenne avvocato cuneese, oltre che dei numerosi antifascisti picchiati e torturati in quel luogo. Una vergogna. Ritengo queste occasioni imperdonabilmente perse dalla Citt&agrave; Medaglia d&rsquo;Oro al Valore Militare dove nacque l&rsquo;eroe nazionale</em>&rdquo;.</div>
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<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Tue, 03 Dec 2024 10:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[Un viaggio nel Piemonte che non c’è più: ecco le meraviglie che abbiamo perso]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/un-viaggio-nel-piemonte-che-non-ce-piu-ecco-le-meraviglie-che-abbiamo-perso_91079.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/un-viaggio-nel-piemonte-che-non-ce-piu-ecco-le-meraviglie-che-abbiamo-perso_91079.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/91079/106759.jpg" title="Veduta di Verzuolo nel Theatrum Sabaudiae" alt="Veduta di Verzuolo nel Theatrum Sabaudiae" /><br /><div>Anche il Piemonte ha le sue meraviglie perdute, simili al monastero che ne <em>Il nome della rosa</em> viene divorato dalle fiamme insieme alla sua leggendaria biblioteca. Solo letteratura, in quel caso, sebbene <strong>Umberto Eco</strong> abbia tratto qualche ispirazione dalla Sacra di San Michele.</div>
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<div>Altri luoghi, tra quelli del tutto scomparsi e quelli rovinati fino a divenire irriconoscibili, punteggiano le antiche mappe della nostra regione, disegnando una geografia dell&rsquo;invisibile. Ne parla lo storico dell&rsquo;architettura <strong>Simone Caldano</strong>, autore de <em>Il Piemonte che non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave;</em> per le Edizioni del Capricorno. Esperto studioso delle architetture religiose medievali tra Piemonte e Liguria, il novarese Caldano ha selezionato venticinque edifici scomparsi tracciandone in sintesi le vicende, con l&rsquo;ausilio di un ricco apparato iconografico. Ci sono forti e castelli, ma anche cattedrali, abbazie, casini di caccia e &ldquo;luoghi di delizie&rdquo; (come venivano chiamate le dimore nobiliari destinate alle villeggiature), perfino un esempio di architettura industriale novecentesca, la ex Snia Viscosa di Torino. L&rsquo;autore del volume vagheggia un vero e proprio &ldquo;turismo dell&rsquo;inesistente&rdquo;: <em>&ldquo;&Egrave; evidente che questo libro non pu&ograve; essere un invito alla visita. Ma sarebbe bello se ci fossero pannelli a ricordo di questi monumenti scomparsi, alcuni davvero sorprendenti&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il libro &egrave; stato presentato in primavera dall&rsquo;autore al Museo diocesano di Cuneo, insieme alla direttrice <strong>Laura Marino</strong>: <em>&ldquo;Questa &lsquo;guida&rsquo; &egrave; un grande esercizio di immaginazione&rdquo;</em> ha ricordato lei, menzionando le innumerevoli testimonianze di una citt&agrave; &ldquo;sommersa&rdquo; che possiamo trovare, anche vicino a noi. Dall&rsquo;antica cittadella sul pizzo di Cuneo alla scomparsa chiesa di Santa Maria della Pieve che d&agrave; tuttora il suo nome a una strada, via della Pieve, passando per le costruzioni medievali che lasciarono il posto a piazza Virginio e ad altre piazze del centro storico attuale. Caldano ha selezionato solo luoghi &ldquo;fantasma&rdquo; e non rovine: <em>&ldquo;Mi sarebbe sembrato offensivo per i colleghi archeologi, menzionare contesti di scavo archeologico fra i luoghi che non esistono pi&ugrave;&rdquo;</em> spiega. L&rsquo;unica eccezione &egrave; ad Alba, con la chiesa di Santa Maria del Ponte.</div>
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<div>Questa chiesa parrocchiale sorgeva grossomodo a met&agrave; strada tra l&rsquo;imbocco dell&rsquo;attuale via Cavour e l&rsquo;argine del Tanaro, in prossimit&agrave; di un ponte che attraversava il fiume. Non &egrave; chiaro in quali circostanze sia scomparsa, sta di fatto che dopo il 1386 non se ne trovano pi&ugrave; tracce per quattrocento anni. Nel 1788, quando il Comune intraprende lavori di scavo sulla riva destra del Tanaro, affiorano testimonianze menzionate dall&rsquo;abate <strong>Carlo Benevelli</strong>: monete, alcune sculture tra cui la chiave di una volta, una protome, una punta di lancia, una lamina di rame con l&rsquo;iscrizione <em>&ldquo;Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi&rdquo;</em>. Da un documento del 1196 sappiamo che Santa Maria doveva avere anche un chiostro e che era una chiesa betlemita, cio&egrave; soggetta all&rsquo;autorit&agrave; del vescovo di Betlemme. Nella diocesi di Alba ce n&rsquo;erano ben quattro, disseminate tra Guarene, Farigliano, Monesiglio e appunto il <em>&ldquo;burgus de ultra Tanagrum&rdquo;</em>. Poco o nulla si sa di come si articolasse la struttura a una navata e quali decorazioni avesse, ma la sua presenza, nota lo storico, aggiunge un tassello al panorama dell&rsquo;architettura medievale della Langa.</div>
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<h2>Quando Mondov&igrave; rivaleggiava con Torino: la cittadella e il duomo scomparso&nbsp;</h2>
<div>Di chiese sparite, in questo caso proprio perch&eacute; demolite dall&rsquo;autorit&agrave; secolare, si parla in riferimento alla costruzione della cittadella di Mondov&igrave;, promossa nel 1573 dal duca <strong>Emanuele Filiberto di Savoia</strong>. Figura chiave nella storia del casato, cui si deve lo spostamento della capitale da Chambery a Torino, il duca &ldquo;Testa di ferro&rdquo; si preoccup&ograve; con grande lungimiranza di difendere il Piemonte con fortezze &ldquo;alla moderna&rdquo;, cio&egrave; adeguate ai tiri delle nuove armi da fuoco. Poco male, si trover&agrave; a pensare, se per farlo era necessario spianare addirittura una cattedrale, il che &egrave; appunto quel che successe sulla collina di Piazza.</div>
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<div><em>&ldquo;Vista la vicinanza alla Francia e al mare,</em> - sottolinea Caldano - <em>non pochi valutavano la possibilit&agrave; che la capitale diventasse proprio Mondov&igrave; e non Torino, come &egrave; poi accaduto&rdquo;</em>. La cattedrale di San Donato, uno dei pochi edifici rinascimentali in Piemonte, aveva gi&agrave; preso il posto di una preesistente fondazione religiosa, attestata per la prima volta nel 1207: il cantiere avviato a fine Quattrocento va di pari passo con quello coevo per la cattedrale di Torino e non &egrave; azzardato parlare - gi&agrave; allora - di una &ldquo;competizione&rdquo; tra le due citt&agrave;, che si traduce in un progetto molto ambizioso. Con l&rsquo;erezione della cittadella, ciascuna delle sue due navate minori verr&agrave; inglobata in una caserma, mentre la navata centrale rimane in uno spazio aperto. L&rsquo;abside sopravviver&agrave; fino al XIX secolo, prima di essere demolito.</div>
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<div>Ma non &egrave; solo San Donato a interferire con i piani del duca. In un &ldquo;valzer&rdquo; di ordini religiosi, mentre la sede del duomo viene spostata nella chiesa di San Francesco, i francescani finiscono relegati nella pi&ugrave; piccola chiesa di Sant&rsquo;Andrea e i predicatori domenicani si trasferiscono da San Domenico a Carassone, in San Giovanni di Lupazanio. Il papa <strong>Gregorio XIII</strong>, a cui nessuno aveva chiesto il permesso, non ne fu affatto contento, sebbene Emanuele Filiberto avesse cercato di blandirlo, affermando che la cittadella sarebbe stato <em>&ldquo;riparo contro gli eretici&rdquo;</em>. Solo quando il pontefice gli fece notare che distruggere le chiese era appunto ci&ograve; a cui gli eretici si dedicavano in Germania e in Inghilterra, il duca scopr&igrave; le carte con franchezza:<em> &ldquo;Io non distruggo il poco n&eacute; male che per edificare il molto e meglio. Trovomi qui vicino al pericolo e ho da essere il primo ai colpi, onde mi conviene stare all&rsquo;erta et in buona custodia, e per me et per l&rsquo;Italia tutta&rdquo;</em>. E il &ldquo;nostro&rdquo; San Donato? Sorger&agrave; nel Settecento, per opera di <strong>Francesco Gallo</strong>.</div>
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<h2>La (quasi) imprendibile cittadella di Cuneo, distrutta da Napoleone&nbsp;</h2>
<div>Al duca &ldquo;Testa di Ferro&rdquo;, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/come-mai-si-dice-che-cuneo-e-pari-a-sagunto-per-fedelta_44911.html" target="_blank">molto impressionato dal valore dimostrato dai cuneesi nel 1557</a>, si deve il titolo di citt&agrave; attribuito all&rsquo;attuale capoluogo della Granda <em>&ldquo;in temporalibus&rdquo;</em>, cio&egrave; per quanto attiene alle cose temporali: Cuneo, come sappiamo, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/pio-vii-il-papa-prigioniero-che-fondo-la-diocesi-di-cuneo_28473.html" target="_blank">acquisir&agrave; dignit&agrave; vescovile solo nell&rsquo;Ottocento</a>. Sotto Emanuele Filiberto inizia la costruzione della cittadella, di cui non conosciamo il progettista: si pu&ograve; supporre che <strong>Francesco Paciotto</strong>, artefice della cittadella di Torino, non ne sia stato estraneo.</div>
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<div>Cosa accada dopo lo vediamo nelle due tavole dedicate a Cuneo dal <em>Theatrum Sabaudiae</em>, la straordinaria raccolta di &ldquo;cartoline&rdquo; dai domini sabaudi promossa da <strong>Carlo Emanuele II</strong> e stampata nel 1682: sappiamo che sul pizzo c&rsquo;erano ancora strutture medievali fortificate, con il loro coronamento merlato, ma anche al di fuori del tratto murato c&rsquo;era un coronamento pi&ugrave; antico che fu inglobato nella fortezza &ldquo;alla moderna&rdquo;. Cuneo viene dotata di diversi bastioni a tenaglia, nella maggior parte dei casi denominati in base alla chiesa pi&ugrave; vicina: Santa Maria della Pieve, Sant&rsquo;Ambrogio, San Giacomo. Solo due, il bastione verso Quaranta e il bastione verso l&rsquo;Olmo, non prendono nome da una chiesa.</div>
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<div>In corrispondenza del &ldquo;rivasso&rdquo;, cio&egrave; della riva verso il Gesso, non era stato necessario costruire le mura: la difesa naturale era pi&ugrave; che sufficiente, trattandosi di un precipizio ripido. Nei sei assedi che Cuneo sosterr&agrave; dopo la costruzione delle mura solo in uno, quello del 1641, i difensori dovettero accettare la vittoria degli assedianti. Fra il 1800 e il 1801, durante la dominazione napoleonica, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-giorno-che-cuneo-perse-le-mura_27352.html" target="_blank">la cittadella viene abbattuta</a>: da allora in poi, non si present&ograve; pi&ugrave; la necessit&agrave; di fortificare la citt&agrave;.</div>
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<h2>Il forte di Demonte, ultima &ldquo;barriera&rdquo; della valle Stura&nbsp;</h2>
<div>Il &ldquo;piccolo corso&rdquo; &egrave; protagonista in negativo anche della perdita del forte di Demonte, che oggi conosciamo solo per la polemica che vede i suoi resti sotterranei come &ldquo;impedimento&rdquo; rispetto alla progettata variante stradale. Gi&agrave; nel Medioevo il paese era difeso da un castello retto dalla famiglia Bolleris, una dinastia legata agli Angi&ograve; che nel 1259 avevano conquistato Cuneo e il suo territorio.</div>
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<div>L&rsquo;architetto centallese <strong>Ercole Negro di Sanfront</strong>, incaricato da <strong>Carlo Emanuele I</strong>, lo rappresenta in una tavola nel 1590. Si decide in quegli anni di approntare una fortificazione robusta a Demonte, per sbarrare la strada ai francesi: dopo Sanfront, se ne occuper&agrave; l&rsquo;architetto milanese <strong>Gabriele Busca</strong>. Il &ldquo;forte piccolo&rdquo; sorgeva sulla sommit&agrave; del monte Podio, il &ldquo;forte grande&rdquo; a met&agrave; e il &ldquo;forte novo&rdquo; in basso, quasi a pelo dello Stura: nel 1726 una perizia mostra che le muraglie del forte sono ormai fatiscenti. Per rinnovarle viene interpellato <strong>Francesco Bertola</strong>, progettista della cittadella di Alessandria. Gli invasori francesi, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/federico-guglielmo-leutrum-il-barone-tedesco-che-salvo-cuneo_27291.html" target="_blank">in ritirata dopo la sconfitta di Cuneo nel 1744</a>, cercheranno poi di distruggerlo <em>&ldquo;per mezzo di 30 mine&rdquo;</em>: l&rsquo;esercito sabaudo riesce a disinnescarne almeno una ventina. Un successivo intervento di rinforzo ha vita breve, perch&eacute; Napoleone ordina la distruzione del forte nel 1796, dopo l&rsquo;armistizio di Cherasco: nelle stesse circostanze sparisce il forte della Brunetta a Susa. Rimane oggi molto poco delle antiche fortificazioni, di cui si scorgono un robusto tenaglione verso lo Stura e poco altro.</div>
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<h2><strong>Il castello di Verzuolo, tesoro perduto dei marchesi di Saluzzo</strong>&nbsp;</h2>
<div>Il <em>Theatrum Sabaudiae</em>, di cui abbiamo parlato a proposito della cittadella di Cuneo, ci regala anche una raffigurazione del castello di Verzuolo. Un&rsquo;idea della meraviglia di questa fortificazione possiamo averla attraverso una fotografia scattata tra fine XIX e inizio XX secolo, precedente al crollo della torre di sudest nel 1916. Oltre alla mutilazione della costruzione, con il crollo andarono perse pi&ugrave; di 16mila lettere databili tra Cinquecento e Ottocento. Documenti preziosissimi per la storia del marchesato di Saluzzo, che vennero buttati insieme a molte altre testimonianze inestimabili. Nel 1937-38 fu distrutta la facciata pi&ugrave; importante: uno scempio che elimin&ograve; anche elementi architettonici in marmo, una fontana e i portali.</div>
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<div>Nel periodo di massimo splendore, tra Quattrocento e Cinquecento, la dimora era stata una delle pi&ugrave; belle del Saluzzese, sotto i marchesi <strong>Ludovico I</strong> e <strong>Ludovico II</strong>: quest&rsquo;ultimo aveva scelto di persona le maestranze adibite al taglio della pietra, per le parti pi&ugrave; importanti della decorazione. Nel Seicento e Settecento viene trasformato da fortificazione a luogo di dimora: se ne occupa soprattutto l&rsquo;abate <strong>Francesco Della Manta</strong>, figura chiave nelle relazioni tra i Savoia e la Francia. Gli interventi barocchi, tuttavia, non intaccarono l&rsquo;impianto voluto da Ludovico II. A luglio 2022 c&rsquo;&egrave; stato un passaggio di propriet&agrave;: il nuovo proprietario vuole farne un resort ed &egrave; verosimile che avr&agrave; comunque un destino migliore rispetto all&rsquo;inizio del Novecento.</div>
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<div><span style="text-decoration: underline;">Tutte le immagini sono tratte dal libro e riprodotte per gentile concessione dell&rsquo;autore</span></div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Sun, 18 Aug 2024 20:15:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Ottant'anni fa la morte del partigiano Mario Ferrua, primo caduto della Banda Val Pesio]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ottant-anni-fa-la-morte-del-partigiano-mario-ferrua-primo-caduto-della-banda-val-pesio_84571.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ottant-anni-fa-la-morte-del-partigiano-mario-ferrua-primo-caduto-della-banda-val-pesio_84571.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/84571/98402.jpg" title="" alt="" /><br /><div>In occasione dell'ottantesimo anniversario della morte del partigiano Mario Ferrua, avvenuta il 21 febbraio 1944 per mano fascista nei pressi della Cappella di San Rocchetto, in via Provinciale San Bartolomeo, il Comune di Chiusa Pesio e il Museo della Resistenza &ldquo;I Sentieri della Memoria&rdquo; rendono omaggio al primo Caduto della Banda Val Pesio, appena diciannovenne.</div>
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<div>Di seguito, condividiamo l&rsquo;articolo pubblicato nel 1945 su "Movimento", periodo del M.U.R.I-Movimento Unitario del Rinnovamento Italiano. Il testo pubblicato nelle ore immediatamente successive all&rsquo;uccisione di Ferrua viene ripreso integralmente su &ldquo;Rinascita d&rsquo;Italia&rdquo; (Poesia Armata), foglio clandestino della III Divisione Alpi.</div>
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<div><strong>Il primo Caduto: Mario Ferrua</strong></div>
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<div><em>Un movimento insolito, una interrogazione sulle labbra di tutti i Chiusani: &ldquo;partigiani o fascisti&rdquo;? Un gruppo di uomini armati e vestiti in ogni foggia, gira per le strade del paese, con le facce scure, con le armi pronte. Dopo poco una sparatoria, bombe a mano; un correre spaventato e curioso. Che &egrave;? Al bivio di S.Rocchetto un camioncino di partigiani &egrave; stato fermato (mediante spartineve in mezzo alla strada). Sei erano e fiduciosi: fermarono e il pi&ugrave; giovane balzando svelto dal camion grida: &ldquo;Non sparate, siamo partigiani anche noi&rdquo;. Non ha udito la risposta, perch&eacute; una raffica lo ha colpito al cuore ed &egrave; caduto con la bocca schiusa, sereno; l&rsquo;ombra del dubbio non lo ha potuto sfiorare: &ldquo;siamo partigiani anche noi&rdquo;.</em></div>
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<div><em>L&rsquo;ho visto all&rsquo;ospedale, ch&egrave; di andare sulla piazza del paese dove il comandante di quella marmaglia, di fronte al corpo ancora caldo del primo Caduto nostro, teneva una concione, non ho avuto il coraggio; mi sono state riferite le parole uscite da quella bocca oscena: non ricordo che una frase: &ldquo;&egrave; ora di finirla di ucciderci tra fratelli&rdquo;, ed un&rsquo;altra ancora: &ldquo;ecco la belva della montagna, guardatela!&rdquo;. E la belva della montagna, ancora sanguinante, bagnava di rosso il selciato della piazza e la gente muta, sbalordita, incredula a tanta crudelt&agrave; guardava senza osar proferire parola di commento.</em></div>
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<div><em>Ti hanno preso a calci Mario, ti hanno malmenato; ma tu non li vedevi. Tu, la belva della montagna, erravi tra gli spazi celesti, o forse eri accanto ai tuoi compagni feriti che tornavano a dare a tutti i partigiani la triste notizia. E gli sciacalli partivano in fretta; c&rsquo;era pericolo; essi, che avevano sparato contro di te che ignaro e sorridente andavi loro incontro, temevano i tuoi compagni; le altre belve della montagna. Ti lasciarono l&agrave; disteso e la carit&agrave; della gente ti raccolse e port&ograve; all&rsquo;ospedale. Fu l&agrave; che ti vidi, bello nella morte dei santi. Ho sollevato la giacca per vedere le tue ferite perch&eacute; non credevo alla tua morte: io ti vedevo respirare. E cos&igrave; ti ricordo, con i tuoi colori che ancora conservavi, con la tranquilla e serena espressione della tua fede.</em></div>
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<div><em>Una staffetta stravolta e affannosa: &ldquo;un morto e due feriti gravi!&rdquo;...&rdquo;chi &egrave; il morto?&rdquo;, &ldquo;ancora non si sa: giovanissimo, biondo, ricciuto, robusto; con un pastrano marrone&rdquo;. &ldquo;&Egrave; Mario Ferrua&rdquo; esclama il capitano e nel suo volto improvvisamente impietrito si scorge il dolore acutissimo come una lama di coltello nel cuore. Era il cucciolo della Banda, Mario, sempre vicino al suo comandante che amava come un fratello.</em></div>
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<div><em>E ora improvvisamente il comandante si rende conto di quello che era Mario: fedele coraggioso entusiasta, pi&ugrave; d&rsquo;una volta aveva, con la sua ingenua fiducia, dato nuova forza all&rsquo;animo stanco, allo spirito scettico dei pi&ugrave; anziani; compagno instancabile nelle ore pi&ugrave; dure della fatica, sempre primo nei pi&ugrave; pericolosi colpi di mano, con la divina incoscienza del fanciullo ignaro del volto orribile della morte.</em></div>
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<div><em>Arriva il misero corteo sanguinante: volti segnati dalla lotta, corpi traforati dalle raffiche e sostenuti dai compagni pietosi, bocche tremanti di pianto al ricordo del compagno Caduto, occhi sfavillanti di sdegno per l&rsquo;infamia della vilissima imboscata. Parole di cocente rammarico per l&rsquo;inutile nostra generosit&agrave; di pochi giorni prima che aveva risparmiato dal massacro un&rsquo;intera compagnia di fascisti accerchiata al Pian delle Gorre, per evitare spargimento di sangue fraterno.</em></div>
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<div><em>Nell&rsquo;ospedaletto della piccola borgata montana, le Suore spaurite si prodigano a medicare le ferite sanguinanti; i compagni attorno con sguardo affettuoso tentano incuorare i colpiti; i reduci incolumi dall&rsquo;imboscata, raccontano con frasi concitate i particolari dell&rsquo;azione. Il comandante, accigliato, parte con tre compagni per il paese a riconoscere la situazione, acquistare medicinali e recuperare la salma.&nbsp;</em></div>
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<div><em>I pattini della slitta scricchiolano tristemente sulla neve soffice; la bara scura sulla neve bianca scivola inesorabilmente verso l&rsquo;ignoto come i nuovi destini della nostra lotta; i nostri pensieri sono torbidi nel cervello, come i nostri sguardi nel brulicare bianco della neve che cade&hellip;par di sognare: in quelle quattro tavole male inchiodate c&rsquo;&egrave; il volto bianco di Mario Ferrua, il suo corpo rigido dal petto traforato e insanguinato che va verso la povera dimora nella terra fredda, nell&rsquo;immensa solitudine della montagna. E presto verr&agrave; la Madre, e non sapremo cosa dirle, potremo soltanto piangere con Lei. Era il pi&ugrave; giovane, il pi&ugrave; buono, il pi&ugrave; coraggioso: ce lo aveva dato fiduciosa, non abbiamo saputo difenderlo dalla morte.</em></div>
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<div><em>Sotto il portico squallido del rifugio ove prima si ricoverava il mulo nel tempo di neve, ora &egrave; la cosiddetta &ldquo;camera ardente&rdquo; del nostro Caduto: due panche e sopra la bara ornata miracolosamente di un tricolore. Due partigiani stracciati e mal ricoperti che, rigidi sull&rsquo;attenti, vegliano.</em></div>
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<div><em>Con quale volto, con quali parole l&rsquo;abbiamo accolta? Non sappiamo. &Egrave; giunta per lunghe strade e sentieri di neve per vedere il suo figliolo; non crede ancora che sia morto; morta &egrave; Lei di stanchezza e di emozione, ma abbraccia il figlio e lo chiama coi pi&ugrave; dolci nomi dell&rsquo;infanzia e dice &ldquo;&hellip;ricordi Mario?&rdquo; e sorride sperduta nel passato felice, ma poi improvvisamente: &ldquo;&hellip;te l&rsquo;avevo detto Mario, sii prudente; sei l&rsquo;unico mio sostegno; ma tu eri troppo forte e coraggioso&hellip;&rdquo; e la querela si perde nel pianto disperato. Cos&igrave; rimane tutta la notte e l&rsquo;indomani fino alla sepoltura. Noi assistiamo inebetiti alla tragedia immane di questo dolore e ci sentiamo sperduti nella solitudine e ci pare che la natura e gli uomini siano tutti contro di noi e che il nostro destino sia compiuto.</em></div>
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<div><em>Sono istanti terribili di sconforto che supereremo soltanto domani col nuovo sole abbagliante sulla neve fresca. Ma intanto abbiamo visto nell&rsquo;avvenire, abbiamo capito la strana giustizia di questa guerra dove i fratelli devono uccidere i fratelli ferocemente&hellip;Abbiamo capito che i nostri Caduti saranno la sola luce che illuminer&agrave; la nostra strada, la sola forza che ci sosterr&agrave; nel cammino; che essi non possono essere caduti invano e perci&ograve; l&rsquo;avvenire sar&agrave; migliore; che noi dobbiamo essere degni del loro estremo sacrificio sacrificandoci a nostra volta senza lamenti.</em></div>
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<div><em>Questo ti dobbiamo, o Mario Ferrua, nostro primo Caduto!</em></div>
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<div><em>Terra gelata, faticosamente scavata dai compagni tutta la notta. Pietose preghiere del sacerdote; strane e nuove preghiere nel cuore dei partigiani: preghiere che cantano misteriosamente nei cuori e che nessuno conosce.</em></div>
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<div><em>E la lotta fratricida comincia. Lotta che noi abbiamo aborrita e che le vere belve ci hanno imposta. A loro soli il pianto di tutte le madri, le torture di tutti i nostri martiri, i lutti di tutte le nostre famiglie. Peso immane che graver&agrave; nei secoli su coloro che hanno tradito le eterne leggi dell&rsquo;umanit&agrave; e della giustizia.</em></div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Wed, 21 Feb 2024 07:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>c.s.</dc:creator><author><name>c.s.</name></author></item><item><title><![CDATA[I disegni del film “Sacco e Vanzetti” sono ora custoditi a Cuneo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-disegni-del-film-sacco-e-vanzetti-sono-ora-custoditi-a-cuneo_81166.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-disegni-del-film-sacco-e-vanzetti-sono-ora-custoditi-a-cuneo_81166.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/81166/94011.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Sono passati oltre cinquant&rsquo;anni dalla realizzazione del film &ldquo;Sacco e Vanzetti&rdquo;, ma molto &egrave; rimasto impresso nella memoria di chi vi prese parte. <strong>Shoshanah Dubiner</strong> aveva ventisette anni, si era trasferita in Italia dagli Stati Uniti per lavorare come costumista nel cinema e nel teatro. La sua conoscenza della lingua l&rsquo;aiut&ograve; a ottenere un incarico dalla produzione italo-francese, al fianco di Enrico Sabbatini.</div>
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<div>Le riprese - forse per caso, forse no - iniziarono il 23 agosto 1970, esattamente 43 anni dopo l&rsquo;esecuzione degli anarchici italiani, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/bartolomeo-vanzetti-il-pescivendolo-cuneese-che-divenne-apostolo-della-liberta_28706.html" target="_blank" rel="nofollow">accusati di due omicidi che non avevano commesso e giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927</a>. Il regista <strong>Giuliano Montaldo</strong> e la sua troupe filmarono solo poche scene a Boston, dove la tragedia dei due immigrati si era consumata. Gli altri esterni furono girati tra Dublino e la Jugoslavia. Dubiner ricorda il freddo delle scene di massa allestite di notte, ma soprattutto il momento culminante del film, il monologo di <strong>Gian Maria Volont&eacute;</strong> nei panni di Bartolomeo Vanzetti: <em>&ldquo;Tutta la troupe scoppi&ograve; in un pianto silenzioso. Ascoltarlo in quella stessa stanza era una grande emozione, questo dimostra il potere dell&rsquo;arte&rdquo;</em>.</div>
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<div>L&rsquo;artista americana, ormai ottantenne, era sabato a Cuneo per la donazione dei disegni di scena da lei realizzati all&rsquo;Istituto Storico della Resistenza. Qui verranno conservati insieme ai quattordici faldoni di documenti e lettere che <strong>Vincenzina Vanzetti</strong>, la sorella pi&ugrave; giovane del villafallettese &ldquo;Bart&rdquo;, aveva consegnato all&rsquo;archivio prima di morire. Tra gli schizzi realizzati dall&rsquo;aiuto costumista del film ci sono i suoi bozzetti preliminari: <em>&ldquo;Sono basati su fotografie dell&rsquo;epoca&rdquo;</em> spiega. In particolare quelle che il danese-americano <strong>Jacob Riis</strong>, uno dei padri della fotografia documentaristica, aveva scattato tra fine Ottocento e inizio Novecento a centinaia di poveri e immigrati di varie nazionalit&agrave; giunti a New York. <em>&ldquo;Anche per questo</em> - dice Dubiner - <em>ho deciso di realizzare i disegni con un tratto un po&rsquo; &lsquo;sporco&rsquo;&rdquo;</em>.</div>
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<div>Altre immagini ritraggono invece il &ldquo;making of&rdquo; del film: <em>&ldquo;Sul set non avevo molto da fare, perch&eacute; a quel punto il mio lavoro era gi&agrave; finito. Mi sono dedicata allora a realizzare bozzetti a penna stilografica su un piccolo quaderno, disegnando le persone della troupe e alcune delle scene principali&rdquo;</em>. Ora tutte queste memorie verranno preservate: due disegni sono stati donati venerd&igrave; al Comune di Villafalletto, gli altri a Cuneo. <em>&ldquo;Questi sono gli originali</em> - sottolinea l&rsquo;artista - <em>e sono molto contenta che abbiano trovato casa qui, dove saranno valorizzati&rdquo;</em>.</div>
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<div>La documentazione su Vanzetti gi&agrave; presente, ricorda <strong>Gigi Garelli</strong>, direttore dell&rsquo;Istituto Storico della Resistenza, <em>&ldquo;&egrave; un patrimonio non celebrativo: quei quattordici faldoni non sono la documentazione su personaggi da celebrare sull&rsquo;altare e tenere in una teca. Sono un monito a ci&ograve; che sta tornando a succedere in termini di ostracizzazione, di allontanamento degli ultimi, dei diversi, dei personaggi scomodi&rdquo;</em>. Insieme a lui, a ricevere la donazione erano presenti <strong>Giovanni Vanzetti</strong>, nipote di Bartolomeo, e lo storico <strong>Luigi Botta</strong> che da oltre cinquant&rsquo;anni raccoglie testimonianze sulla vicenda: <em>&ldquo;Quella di Vanzetti &egrave; una famiglia del nostro vecchio Piemonte che in qualche modo ha cambiato la storia del mondo: il loro &egrave; il caso pi&ugrave; eclatante di ingiustizia processuale finora documentato&rdquo;</em>.</div>]]></description><pubDate>Sun, 26 Nov 2023 18:48:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Le Gorge della Reina, un tuffo nella leggenda]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/le-gorge-della-reina-un-tuffo-nella-leggenda_79582.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/le-gorge-della-reina-un-tuffo-nella-leggenda_79582.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/79582/92014.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Salendo sopra il paese di Entracque, dopo l&rsquo;abitato di Tetti Violino, si apre una strada sterrata. Il sentiero prosegue fino a una faggeta e infine si intravede una splendida gola di rocce. Sono le Gorge della Reina, che si scavano tra ripide falesie di pietra calcarea. In una domenica di ottobre non c&rsquo;&egrave; acqua n&eacute; umidit&agrave;. Le foglie cadono, forse per la siccit&agrave; o forse per i primi freddi. Nelle giornate molto piovose l&rsquo;acqua scende dalle pareti insieme alle rocce e ai detriti.&nbsp;</div>
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<div>Le Gorge, oltre a essere un capolavoro della natura, conservano l&rsquo;alone della leggenda che il tempo scalfisce ma non cancella del tutto. Come l&rsquo;acqua sulle rocce, il passare dei secoli modella i luoghi, ma non ne cambia il fascino, l&rsquo;essenza e le memorie.&nbsp;</div>
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<div>Secondo la tradizione, le Gorge &ldquo;debbono il loro nome alla regina Giovanna d'Angi&ograve; che nel medioevo imperson&ograve; l'unione delle genti occitane, dalle Alpi cuneesi ai Pirenei catalani passando ovviamente per il sud della Francia&rdquo;, scrive Claudio Trova. &ldquo;Feroce con i nemici, la memoria popolare ricorda invece Giovanna come regina generosa e benevola verso le sue genti&rdquo;.&nbsp;</div>
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<div>Non sappiamo se Giovanna d&rsquo;Angi&ograve; pass&ograve; mai da Entracque, ma sappiamo chi era lei e dei sui legami con le terre occitane - come spiegato su CuneoDice in due diversi articoli di aprile del 2022. Il trisnonno di Giovanna era il famigerato Carlo d&rsquo;Angi&ograve;, noto per la sua crudelt&agrave;. Aveva fatto decapitare a Napoli Corradino di Svevia Hohenstaufen dopo averlo sconfitto nella battaglia di Tagliacozzo del 1268. Il giovane re, appena sedicenne, aveva cercato di scendere in Italia accompagnato dall'amico e cugino Federico I di Baden-Baden radunando i ghibellini del paese, per seguire le orme del nonno Federico II. I guelfi guidati da Carlo di Angi&ograve; non diedero loro tregua: Federico I di Baden-Baden fu giustiziato. Intere file di prigionieri sterminate: la dominazione francese al sud fu sempre mal tollerata e sfoci&ograve; con i Vespri siciliani.&nbsp;</div>
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<div>Ma la traduzione di Giovanna d&rsquo;Angi&ograve;, nelle terre della Valle Gesso, &egrave; dalla sua parte. &ldquo;La leggenda narra che la bella sovrana rifiut&ograve; l&rsquo;amore nutrito per lei dal figlio del re di Francia. Il giovane decise cos&igrave; di muoverle contro il suo esercito per prenderla con la forza. La Reino Jano trov&ograve; riparo presso Roaschia, ma il giovane principe decise di far salire i suoi soldati sul monte Lausa per poter dominare meglio la valle e sferrare l&rsquo;attacco dall&rsquo;alto. Questa azione prepotente fu per&ograve; punita dall&rsquo;ira divina: l&rsquo;intera armata sprofond&ograve; nell&rsquo;abisso della gorgia&rdquo;, si legge sul sito &ldquo;Visit terre dei Savoia&rdquo;, disponibile ora su Web Archive.&nbsp;</div>
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<div>Attorno alle Gorge si snoda il &ldquo;Sentiero di Camilla&rdquo;, dal quale &egrave; possibile raggiungere la magnifica Cascata Tancias. Storie e storia che si intrecciano in uni dei tanti angoli speciali della nostra terra.&nbsp;</div>
</div>]]></description><pubDate>Sat, 21 Oct 2023 07:23:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Chi era Joachim Peiper?]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/chi-era-joachim-peiper_77750.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/chi-era-joachim-peiper_77750.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/77750/89641.jpg" title="Da sinistra Dietrich, Himmler e Peiper a Metz nel 1940 (fonte: Archivio federale tedesco)" alt="Da sinistra Dietrich, Himmler e Peiper a Metz nel 1940 (fonte: Archivio federale tedesco)" /><br /><div>
<div>Il 14 luglio 1976, nel piccolo paesino francese di Traves in Alta Saona, un traduttore, che lavorava sotto lo pseudonimo di Rainer Buschmann, mor&igrave; nell&rsquo;incendio doloso della propria abitazione. Le autorit&agrave; - con non poche perplessit&agrave; - identificarono il cadavere carbonizzato: Joachim Peiper teneva ancora tra le braccia un fucile, un estremo tentativo di difendersi. Gli autori del gesto non furono mai identificati, ma si pensava si trattasse di ex partigiani o attivisti comunisti.&nbsp;</div>
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<div>Peiper aveva scelto la Francia come ultima destinazione dopo una vita di peripezie. In un&rsquo;intervista aveva detto: &ldquo;<em>Nel 1940 i francesi non erano coraggiosi, ecco perch&eacute; sono qui</em>&rdquo;. A differenza di tanti ex nazisti, Peiper non si nascose e, pur lavorando sotto uno pseudonimo, viveva sotto il suo nome di battesimo. Subissato di minacce per il suo passato, allontan&ograve; la famiglia poco prima dell&rsquo;attacco.&nbsp;</div>
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<div>Joachim Peiper, per ironia del destino, mor&igrave; tramite il mezzo che lui e la sua unit&agrave; avevano utilizzato per uccidere: il fuoco. Un fuoco che aveva divorato interi villaggi in Unione Sovietica fino al paese di Boves,&nbsp;ottant'anni fa, con alcuni dei suoi martiri, don Giuseppe Bernardi e Antonio Vassallo. Ma chi era veramente Peiper, perch&eacute; era diventato cos&igrave; noto?&nbsp;</div>
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<div>Joachim, detto Jochen, nacque a Berlino-Wilmersdorf il 30 gennaio 1915 da un Capitano dell&rsquo;esercito prussiano, Woldemar Peiper. Frequent&ograve; la Johann Wolfgang von Goethe Oberrealschule, una scuola superiore con indirizzo umanistico. Jochen si dimostr&ograve; &ldquo;<em>subito molto dotato soprattutto nella lingua francese, ma anche molto interessato alla letteratura, alla pittura ed alla filosofia</em> - scrive Alessandro Guzzi -. <em>Nel 1926 entr&ograve; a far parte dei Boy Scout tedeschi ma n&eacute; lui n&eacute; i suoi fratelli parteciparono ad alcuna organizzazione giovanile nazista, fino a quando, nel 1933, l&rsquo;intera organizzazione dei Boy Scout non venne incorporata nella Hitlerjugend e Peiper fu trasferito alla Jungvolk come comandante</em>&rdquo;. Ma nella famiglia Peiper le idee nazionaliste non mancavano. Il padre, dopo la Prima guerra mondiale, ader&igrave; ai Freikorps, corpi paramilitari di estrema destra, che, nella confusione della resa della Germania e della rivoluzione di novembre, imperversavano non solo nei territori tedeschi, ma anche in Polonia e nei paesi baltici. Woldemar partecip&ograve; alla repressione delle rivolte della Slesia, in cui i Freikorps si macchiarono di crimini orrendi.&nbsp;</div>
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<div>Anche Joachim, come il padre, segu&igrave; la strada paramilitare arruolandosi, nel 1933, nelle SS. L&rsquo;anno successivo, al sesto Congresso del Partito nazionalsocialista a Norimberga, conobbe Heinrich Himmler, Reichsf&uuml;hrer (comandante supremo) delle SS. Peiper cos&igrave;, ai soli 19 anni, intraprese una svolta nella sua carriera: dopo avere frequentato la scuola per ufficiali entr&ograve;, nel 1936, nel Leibstandarte Adolf Hitler.</div>
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<div>Il Leibstandarte-SS, per il giornalista Heinz H&ouml;hne &ldquo;<em>il pi&ugrave; memorabile reparto della storia militare nazionalsocialista</em>&rdquo;, non doveva essere una formazione militare da combattimento, essendo &ldquo;<em>destinato a guardia del corpo rappresentativa del Terzo Reich</em>&rdquo;. Ma &ldquo;<em>divent&ograve; pubblicamente la guardia del corpo di Hitler</em>&rdquo;. Il Leibstandarte era in sostanza un reparto a disposizione personale del F&uuml;hrer che poteva impiegare &ldquo;<em>come strumento di terrore politico</em>&rdquo;. Fu infatti dispiegato, nel 1934 in occasione della cosiddetta &ldquo;Notte dei lunghi coltelli&rdquo;, per eliminare i vertici delle SA, l&rsquo;organizzazione concorrente delle SS: l&rsquo;ex macellaio Josef &ldquo;Sepp&rdquo; Dietrich, storico comandante del Leibstandarte, organizz&ograve; le uccisioni.&nbsp;</div>
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<div>Peiper ader&igrave; a un&rsquo;unit&agrave; militare abituata alla violenza e che incarnava in s&eacute; la superiorit&agrave; dei fedelissimi di Hitler. Il giovane ufficiale, nel 1938, divenne poi aiutante di Himmler e quindi vicinissimo all&rsquo;entourage nazista. In questa veste fu testimone oculare dei crimini ordinati da Himmler e commessi dalle SS. Dai massacri in Polonia del 1939 fino all&rsquo;inizio della campagna di eliminazione sistematica degli ebrei nel 1940, occasioni in cui Peiper non mise in discussione l&rsquo;ideologia nazionalsocialista e la propria appartenenza alle SS. Nel maggio dello stesso anno, Jochen segu&igrave; in prima linea la sua unit&agrave; di origine, che nel frattempo era diventata una vera e propria divisione d&rsquo;assalto, la 1&ordf; Divisione Panzer SS Leibstandarte SS Adolf Hitler. La prima delle Waffen-SS, le SS combattenti, unit&agrave; d'&eacute;lite di prima linea da impiegare al fronte accanto all&rsquo;esercito regolare, la Wehrmacht. I membri del reparto si trovarono ad essere &ldquo;<em>circondati da un mito di durezza e virilit&agrave;, elettrizzati dalla consapevolezza d&rsquo;essere membri d&rsquo;una minoranza di aristocratici, di una collettivit&agrave; straordinaria con leggi proprie</em>&rdquo;. In effetti, i militi delle SS non erano soggetti ai tribunali militari ordinari, ricevevano salari e approvvigionamenti propri e, spesso, godevano di un trattamento favorevole rispetto ai colleghi dell&rsquo;esercito. &Egrave; lecito pensare che quello delle Waffen-SS fosse una sorta di esercito privato che rispondeva allo stato maggiore solo sui campi di battaglia, ma che aveva mano libera nelle retrovie dei territori occupati.&nbsp;</div>
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<div>Sempre a fianco di Himmler, Peiper, nel 1941, visit&ograve; il ghetto ebraico di Ł&oacute;dź: &ldquo;<em>Era un'immagine macabra: abbiamo visto come la polizia del ghetto ebraico, che portava cappelli senza bordo ed era armata di mazze di legno, ci faceva sconsideratamente spazio</em>&rdquo;, scrisse a proposito. Ebbe inoltre l&rsquo;occasione di venire a conoscenza degli spaventosi piani di pulizia e sostituzione etnica paventati dai vertici delle SS in Europa orientale. Solo durante le operazioni militari in Unione Sovietica ebbe per&ograve; modo di sperimentarle in prima persona.&nbsp;</div>
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<div>A partire dal gennaio del 1943, Peiper si macchi&ograve; di crimini molto gravi a danno della popolazione civile. Ordin&ograve; l&rsquo;incendio del villaggio di Krasnaya Polyana, in Ucraina, e la fucilazione dei suoi abitanti per vendicare l&rsquo;uccisione, da parte dei partigiani e dei soldati sovietici, di 25 tedeschi. A febbraio dello stesso anno, a Yefremovka e Semyonovka, quasi 900 civili furono eliminati: alcuni di essi furono rinchiusi in una chiesa e bruciati vivi. I metodi di Peiper colpirono gli ufficiali delle SS e Himmler stesso gli confer&igrave; la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro, complimentandosi pubblicamente con il giovane ufficiale durante una trasmissione radiofonica. Le sue &ldquo;gesta&rdquo; furono seguite da altri massacratori delle SS, come Oskar Dirlewanger e Adolf Diekmann.&nbsp;</div>
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<div>L&rsquo;11 settembre 1943, scrive lo storico Marco Ruzzi, &ldquo;<em>il III battaglione del 2&deg; reggimento della Divisione SS Leibstandarte, al comando dello Sturmbannf&uuml;hrer Joachim Peiper, arriv&ograve; ad Alba da Asti, entrando in una citt&agrave; morta, vuota, con le attivit&agrave; commerciali chiuse. Alcuni militari furono assassinati, ma la maggioranza, maldestramente consegnata nelle caserme, fu facilmente inquadrata e indirizzata alla stazione ferroviaria per l'invio in Germania</em>&rdquo;. Il 12 le SS arrivarono a Cuneo. Il 19 settembre s&igrave; verific&ograve; il primo episodio di resistenza armata ai nazisti. A Boves, i partigiani presero prigioniere due SS. Peiper allora si rec&ograve; in paese a pretenderne la restituzione e i patrioti, temendo conseguenze sulla popolazione civile, rilasciarono i due uomini. Il giovane maggiore, tuttavia, incendi&ograve; ugualmente il paese ordinando l&rsquo;uccisione di diversi civili, compresi i due parlamentari che avevano mediato tra i tedeschi e i ribelli. Quello di Boves non fu l&rsquo;unico crimine commesso dagli uomini della Divisione Leibstandarte. Sul Lago Maggiore, tra il settembre e l&rsquo;ottobre del 1943, le SS uccisero 57 persone di religione ebraica, occultando successivamente i cadaveri nel lago.</div>
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<div>Dopo una nuova parentesi sul fronte orientale, Peiper si rese protagonista di uno degli episodi pi&ugrave; tragicamente noti della seconda guerra mondiale: il massacro di Malmedy. Nel corso dell&rsquo;offensiva delle Ardenne, il 17 dicembre 1944, 84 soldati americani, fatti prigionieri dal Kampfgruppe Peiper, furono passati per le armi. Lo stesso giorno si verific&ograve; un altro efferato massacro ad opera delle SS. A Wereth undici soldati afroamericani furono catturati, orribilmente mutilati e giustiziati. In totale, il gruppo si rese responsabile della morte di 362 prigionieri di guerra e 111 civili nel contesto della battaglia delle Ardenne.&nbsp;</div>
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<div>Dopo la guerra, a Dachau, si apr&igrave; il processo per i crimini di Malmedy - senza tuttavia considerare il lungo dossier di delitti commessi da Peiper e dai suoi uomini. Il procedimento, che coinvolse 73 imputati, si concluse il 16 giugno 1946 con 43 condanne a morte, tra le quali quella di Peiper. Egli era il principale imputato nonch&eacute; la mente di un sistema che si basava sul terrore e la violenza. Cercando di imitare le gesta di Gengis Khan, era l&rsquo;ufficiale delle SS perfetto, che incarnava la fede assoluta per il Reich e l&rsquo;obbedienza totale agli ordini. Ma fu proprio la sua popolarit&agrave; - nel bene o nel male - a salvarlo dal cappio. Perfino il generale Guderian si mobilit&ograve; per ottenere la commutazione della pena e i cambiamenti politici della Guerra fredda fecero il resto. Nel 1951, la condanna a morte di Peiper fu commutata in ergastolo. Nel 1956 fu definitivamente rilasciato. Erano gli anni del maccartismo, dell&rsquo;inizio della caccia al comunista e quindi della riconciliazione con gli ambienti di estrema destra, visti ora con un certo favore dalle &eacute;lite dell&rsquo;esercito americano. I membri delle Waffen-SS furono cos&igrave; riabilitati, ignorando completamente il loro passato. Peiper torn&ograve; alla luce dei riflettori nel 2019, quando l'account Facebook del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti post&ograve; una fotografia a colori del criminale di guerra nazista per commemorare il 75&deg; anniversario della battaglia delle Ardenne.&nbsp;</div>
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<div>Per i morti di Krasnaya Polyana, Yefremovka, Semyonovka e Boves invece nessuna giustizia. Come nessuna giustizia la ebbero i soldati afroamericani trucidati a Wereth. A Boves, 80 anni dopo, il ricordo non &egrave; svanito, ma del rancore nessuna traccia. Il profondo cammino di perdono &egrave; il simbolo di una rinascita virtuosa che si spera, un domani, possa coinvolgere anche i discendenti di Peiper.</div>
</div>]]></description><pubDate>Tue, 19 Sep 2023 07:21:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Le storie delle masche, quelle tradizioni piemontesi da non dimenticare]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/le-storie-delle-masche-quelle-tradizioni-piemontesi-da-non-dimenticare_77536.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/le-storie-delle-masche-quelle-tradizioni-piemontesi-da-non-dimenticare_77536.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/77536/89383.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Molto anziane, non di bell&rsquo;aspetto, spesso vedove, zoppe e rugose. Cos&igrave; erano descritte le masche, anche se in realt&agrave; nei racconti dei nonni e dei bisnonni appaiono molte volte sotto forme diverse. Casalinghe, vecchiette, signore innocue capaci di trasformarsi in animali, di vendicare un torto, di portare disgrazie.</div>
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<div>Solo un elemento ricorrente: le masche nella tradizione sono quasi sempre donne (nei rari casi in cui sono raccontate come uomini prendono il nome di masconi).</div>
<div>Da un certo punto di vista potrebbero essere paragonate alle streghe. Alla fine, entrambe ebbero come destino il rogo. Non si sa il numero preciso di quante morirono dopo essere state accusate di &ldquo;mascheria&rdquo;. Sicuramente per&ograve; furono molte, in particolare durante il periodo dell&rsquo;Inquisizione, nelle zone di Rivara, Pollenzo, della val Sesia e Soana. Erano i capri espiatori della societ&agrave;. Se moriva un neonato, il raccolto andava perduto, una donna non riusciva ad avere figli, oggetti da lavoro sparivano, era sempre colpa delle masche, invidiose e vendicative.&nbsp;</div>
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<div>Erano donne con una profonda conoscenza del mondo naturale e avevano la capacit&agrave; di creare intrugli con fiori ed erbe. Fondamentale era il &ldquo;Libro del Comando&rdquo;, che conteneva formule magiche e incantesimi malvagi in grado di rafforzare i poteri, di leggere il passato e predire il futuro. Le masche avevano tanti poteri.</div>
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<div>Qualcuno sostiene che potessero volare, altri che si sapessero trasformare in serpenti, cani, gatti, mosche, galline o in vegetali, o che dalle loro volont&agrave; dipendessero i temporali. Non erano per&ograve; esseri immortali, ma prima di morire dovevano passare i poteri a qualcuna (soprattutto figlie, nipoti o amiche) toccandola o tramite un determinato oggetto.</div>
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<div>Secondo molti operavano di notte. Ma nella letteratura sono numerosi anche i racconti che si svolgono durante le ore del giorno. &ldquo;Un giorno incontro una donna forestiera, una bella donna, piccolina, ben vestita, con un fazzoletto nero legato intorno al collo [&hellip;] Sta donna accarezza il bambino con due dita, poi mi dice &lsquo;Quanti mesi ha?&rsquo; Non bisogna mai dire l&rsquo;et&agrave;, porta male. Io stupida le rispondo: &lsquo;Ha quattro mesi&rsquo;. &lsquo;Oh, &egrave; troppo sviluppato per l&rsquo;et&agrave;. Vedr&agrave; madamin che non lo alleva&rsquo;. Otto giorni dopo &egrave; morto [&hellip;] Gli sono usciti tutti i denti sopra e sotto, usciti completi, mentre prima aveva niente. Ho subito pensato a quella donna, che me lo aveva malefisi&agrave;, che me lo aveva maledetto il bambino&rdquo;.&nbsp;</div>
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<div>Questa &egrave; una delle testimonianze presenti nel libro &ldquo;L&rsquo;anello forte. La donna: storie di vita contadina&rdquo;, di Nuto Revelli pubblicato nel 1985. Nelle righe compare un&rsquo;ennesima rappresentazione della masca: una bella donna e non la solita signora zoppa e gobba. Sempre nel volume di Revelli si fa riferimento alla storia di Miciulina. &ldquo;L&rsquo;avevano messa su un mucchio di fascine, poi hanno dato fuoco e lei bruciava, e loro gridavano: &lsquo;Miciulina tacte, tacte, salvte&rsquo;, per&ograve; io non ho visto&rdquo;, scrive l&rsquo;autore riportando le parole dell&rsquo;intervistata Lucia Rosso.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</div>
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<div>Secondo i racconti Miciulina (o Micilina o, ancora, Michelina) era una donna con molte rughe, pochi capelli, senza denti, piccola, un po&rsquo; deforme e viveva a Pocapaglia. La leggenda narra che la donna avesse toccato la schiena di una bambina, causandole la crescita di una gobba il giorno seguente. E che un ragazzo, vedendo Miciulina, avesse perso l&rsquo;equilibrio e, rialzandosi, avrebbe notato di avere un piede in avanti e uno al contrario. Inizi&ograve; a diffondersi la voce che la donna fosse una masca. Fu condannata al rogo, bruci&ograve; nel luogo che oggi prende il nome di Bric d&rsquo;la masca.&nbsp;</div>
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<div>In tutto il Piemonte erano praticati accorgimenti per tutelarsi dalle cattiverie delle masche. C&rsquo;era chi credeva che il sacerdote durante la messa potesse individuare la masca, chi spargeva sale, chi faceva attenzione a non stendere gli indumenti dei figli perch&eacute; le masche potevano far loro male attraverso gli abiti facendo crescere il bambino deforme, o ancora chi circondava la propria abitazione con un filo di canapa filato da una ragazza giovane che non aveva mai usato un fuso prima di allora. Nella letteratura esistono anche le masche buone, ma sono molto meno presenti.&nbsp;</div>
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<div>Non si sa di preciso quando si inizi&ograve; a parlare delle masche. La prima comparsa della parola &ldquo;masca&rdquo; risale all&rsquo;Editto di Rotari del 643 d.C., dove si legge &ldquo;strigam, quam dicunt Mascam&rdquo;, cio&egrave; &ldquo;strega, che chiamano la masca&rdquo;. L&rsquo;etimologia &egrave; incerta, ma la parola &egrave; diffusa in gran parte del Piemonte: nelle valli cuneesi, valli di Lanzo, nel canavese, alessandrino, provincia di Biella, Langhe e Roero. I racconti sono noti principalmente grazie alla pazienza dei nonni e dei bisnonni che negli anni hanno continuato a tramandare queste storie che, a loro volta, avevano sentito dai genitori. A noi il compito di non interrompere questa tradizione.</div>
</div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Thu, 24 Aug 2023 08:13:00 +0200</pubDate><dc:creator>Micol Maccario</dc:creator><author><name>Micol Maccario</name></author></item></channel></rss>
