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<rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" version="2.0"><channel><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > provincia di Cuneo]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/]]></link><atom:link href="https://www.cuneodice.it/rss/news/cultura/storia-locale/rss2.0.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[Tutte le notizie di Storia Locale che la provincia di Cuneo dice]]></description><lastBuildDate>Mon, 13 Apr 2026 10:48:24 +0200</lastBuildDate><image><url>https://static.cuneodice.it/cuneo/images/logo.png</url><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > provincia di Cuneo]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/]]></link></image><item><title><![CDATA[Quando a Cuneo c'era la zecca del Regno di Sicilia e del Regno di Napoli]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-c-era-la-zecca-del-regno-di-sicilia-e-del-regno-di-napoli_117059.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-c-era-la-zecca-del-regno-di-sicilia-e-del-regno-di-napoli_117059.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/117059/141729.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Quanti sanno che Cuneo &egrave; stata per qualche tempo la zecca del Regno di Sicilia e del Regno di Napoli? &Egrave; accaduto poco pi&ugrave; di settecento anni orsono, durante il periodo della dominazione angioina su buona parte dell&rsquo;Italia e, in particolare, sul basso Piemonte di cui Cuneo fu capitale (<em>Conium caput est Pedemontis</em>). Par giusto riportare quanto ha scritto il Gabotto sull&rsquo;importanza dell&rsquo;arrivo degli Angi&ograve; nel basso Piemonte e in Cuneo in particolare: <em>&ldquo;Impura nelle origini, la signoria angioina, estesasi rapidamente a tutto il Piemonte a danno di Asti, ebbe per&ograve; per la nostra citt&agrave; (Cuneo) benefici effetti&rdquo;</em>. Con un pacifico e notevole sviluppo dei commerci, aprendo Cuneo ai solidi rapporti con la Provenza francese che sono durati nei secoli e che molto hanno legato e legano Cuneo alla vicina Francia.</p>
<p>Fra l&rsquo;altro il nome &ldquo;Piemonte&rdquo; nasce proprio con gli Angioini, Pedemontis appunto. Cuneo era nata ufficialmente da poco pi&ugrave; di una cinquantina di anni (gi&agrave; esisteva come villaggio prima del 1198, anno a cui risale il primo documento ufficiale attestante la sua esistenza e la sua sottomissione alla citt&agrave; di Asti) quando Carlo I di Angi&ograve;, dopo aver partecipato alla settima crociata (1248-1254) conquist&ograve; il basso Piemonte e fece di Cuneo la sua capitale. Carlo I d&rsquo;Angi&ograve;, conte di Provenza e fratello del re di Francia Luigi IX (poi santo), si fece grande onore nella crociata e anche con l&rsquo;aiuto del Papa tent&ograve; la conquista dell&rsquo;Italia contro l&rsquo;imperatore germanico (le famose lotte fra Guelfi e Ghibellini) e vi riusc&igrave; in buona parte. Conquist&ograve; la maggior parte delle citt&agrave; di Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto e Toscana, e divenne poi re di Sicilia, re di Napoli, principe di Taranto, re d&rsquo;Albania, principe d&rsquo;Acaja e re titolare di Gerusalemme (non pago estese il suo dominio anche alla Lorena e a regioni lontane come la Polonia e l&rsquo;Ungheria). Molto per la venuta di Carlo I in Piemonte si deve anche all&rsquo;abate di Borgo San Dalmazzo.&nbsp;</p>
<p>L&rsquo;abbazia allora aveva gi&agrave; grande influenza sulle valli che si dipartono da Borgo San Dalmazzo e il suo abate Anselmo partecip&ograve; in qualit&agrave; di segretario del papa Innocenzo IV al concilio di Lione, con cui fu promossa la crociata. Innocenzo IV premi&ograve; l&rsquo;abate con la bolla Religiosam Vitam del 1246, una sorta di <em>magna charta</em> con la quale l&rsquo;abbazia ebbe la definitiva sovranit&agrave; su tutte le valli. Come &ldquo;signore feudale&rdquo; l&rsquo;abate si impegn&ograve; a mandare uomini delle valli e della citt&agrave; del pizzo, Conium, alla crociata sotto le insegne di Carlo I d&rsquo;Angi&ograve;. Favor&igrave; cos&igrave; anche l&rsquo;alleanza di Carlo I con Cuneo e il suo ingresso in Piemonte. Alla crociata presero parte, infatti, molti cuneesi e abitanti delle valli. &Egrave; certo che vi parteciparono i fratelli Alardo e Giovanni di Valdieri e i Lovera loro parenti, tant&rsquo;&egrave; che Ugone dei Lovera, che gi&agrave; risiedeva in Cuneo, dopo quella spedizione ottenne l&rsquo;autorizzazione di aggiungere allo stemma di famiglia, accanto al lupo antico (da cui deriva il nome, Lupus-Lupera-Lovera), la Croce di Gerusalemme. Sempre su proposta e per volont&agrave; di Ugone, in Cuneo fu edificata una chiesa intitolata a San Giovanni Gerosolimitano con annessa precettoria dei cavalieri del Tempio e un ospedale di carit&agrave;, cui si aggiunse poi la confraternita di Santa Croce.</p>
<p>Con Carlo I inizi&ograve; dunque la dominazione degli Angi&ograve; su Cuneo, dominazione che dur&ograve; con alterne vicende (guerre e temporanei domini dei marchesi di Saluzzo, dei Visconti di Milano e dei Savoia) per un centinaio di anni. Quella di Carlo I fu infatti una dominazione disorganica con molte sollevazioni soprattutto nell&rsquo;Italia settentrionale, ma anche in Italia meridionale (fra cui quella famosa dei Vespri Siciliani). Ne segu&igrave; la guerra contro Genova che port&ograve; alla formazione di una potente coalizione, comprendente buona parte delle citt&agrave; settentrionali gi&agrave; sottomesse e di importanti casate nobiliari (i marchesi di Saluzzo, i Visconti di Milano, i Savoia, addirittura invi&ograve; proprie truppe a sostegno della coalizione anche Alfonso di Castiglia dalla Spagna). Cuneo soltanto rimase fedele all&rsquo;Angi&ograve; e ne usc&igrave; sconfitta (nel novembre del 1275 le truppe angioine subirono l&rsquo;ultima sconfitta a Roccavione). Seguirono anni difficili: molte famiglie di fede guelfa e angioina dovettero fuggire da Cuneo, le loro case furono distrutte e con i resti delle stesse furono rinforzate le fortificazioni.</p>
<p>Gli Angi&ograve;, tuttavia, rimasti signori di buona parte degli altri territori italiani fra cui il regno di Napoli e il regno di Sicilia (cui formalmente apparteneva ancora il ducato piemontese, di cui Cuneo era la capitale), non tardarono a ritornare. Nel 1305 si riaffacciarono&nbsp;in Piemonte con Carlo II, detto lo Zoppo, con un esercito di trecento cavalieri e di mille fanti, guidati da Raimondo Gambatesa e dal cuneese Giacomo Arduino (procuratore, avvocato regio e vice reggente del siniscalco). E questa volta tornarono a vincere.&nbsp;</p>
<p>Ne segu&igrave; il periodo di maggior splendore di Cuneo, quale <em>Caput Pedemontis</em>, e qui entra in gioco la zecca. A Cuneo fu infatti fabbricato per anni il &ldquo;Grosso Tornese&rdquo;, moneta medievale d'argento, equivalente a 12 denari, che riprodotta in varie localit&agrave; europee ebbe una vasta circolazione in molte nazioni dell'Europa.&nbsp;</p>
<p>Afferma G. Fea che dieci degli undici grossi tornesi della zecca di Cuneo, sino ad oggi pubblicati, debbano essere attribuiti a Carlo I. In verit&agrave; un documento attesterebbe l'attivit&agrave; della zecca cuneese anche pochi mesi dopo l'inizio della signoria angioina con Carlo I. Tuttavia l'unico testo di appalto della zecca di Cuneo giunto sino a oggi &egrave; quello a nome di Carlo II del 31 marzo 1307, che prevedeva l'emissione in Cuneo dei grossi tornesi.&nbsp;</p>
<p>Poco importa quale sia la data esatta. Certo &egrave; che Cuneo fu la zecca degli angioini in Piemonte e Italia e che fu tra le citt&agrave; pi&ugrave; importanti del regno angioino. Non &egrave; un caso che lo stemma di Cuneo porti le tre bande orizzontali rosse su campo bianco proprie delle insegne degli Angi&ograve;, dato che in un sigillo del Comune di Cuneo del 1379, custodito presso l'archivio storico di Torino, spiccano le insegne degli Angi&ograve; (con le tre bande orizzontali rosse su campo bianco) con la legenda: <em>"Notum sit contis: Conium caput est Pedemontis"</em>.</p>
<p>Ulteriore dimostrazione dell&rsquo;importanza di Cuneo &egrave; il fatto che quando nel 1309 Roberto I detto il Saggio (cui Carlo II, quando nel 1309 mor&igrave;, lasci&ograve; il regno di Napoli, cui era assoggettata anche la contea del Piemonte) non volle tutti i nobili del suo Regno a giurargli fedelt&agrave; in Napoli, ma pretese che tutti si ritrovassero per tale scopo in Cuneo. In Cuneo, dunque, e non a Napoli.</p>
<p>Seguirono una trentina d&rsquo;anni di relativa pace, fin quando, morto Roberto (nel 1343), essendogli prematuramente scomparso il figlio Carlo, assunse il potere la regina Giovanna (nota in provincia di Cuneo come Reino Jano). Con lei inizi&ograve; la decadenza degli Angioini e nel 1366 Cuneo, Cherasco e Mondov&igrave; dovettero rimettersi a Amedeo VI detto il Conte Verde, che, avendo vinto grazie all&rsquo;alleanza con i Visconti di Milano, a sua volta decret&ograve; la signoria sulle nominate citt&agrave; di Galeazzo II Visconti.</p>
<p>Si arriva infine al 19 febbraio 1382 quando Luigi d&rsquo;Angi&ograve; - adottato come erede da Giovanna - rimise definitivamente a favore di Amedeo VI Conte Verde di Savoia ogni diritto su Cuneo, oltre che su Asti, Alba, Tortona, Mondov&igrave; e Cherasco: in buona sostanza su quel che restava della contea del Piemonte. Inizi&ograve; il lungo dominio dei Savoia protrattosi fino all&rsquo;unit&agrave; d&rsquo;Italia, trasformando Cuneo da borgo commerciale in strategica citt&agrave;-fortezza proprio contro i francesi. Cos&igrave; Cuneo fin&igrave; di produrre i grossi tornesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>FONTI</strong></p>
<p><em>Ferdinando Gabotto &ldquo;Storia di Cuneo &ndash; dalle origini ai giorni nostri&rdquo;.</em></p>
<p><em>Da Biblioteca Diocesana &ndash; Cuneo: Ospedale di San Giovanni Gerosolimitano (Precettoria dei Cavalieri del Tempio dal 1217 al 1437, quando fu unito all&rsquo;ospedale della Confraternita di Santa Croce). La tradizione collega la fondazione della Precettoria dei Cavalieri del Tempio a Cuneo dal 1217 o dal 1250 all&rsquo;iniziativa della famiglia dei Lovera di Valdieri, di cui due cavalieri parteciparono alla &nbsp;crociata guidata da san Luigi di Francia.&nbsp;</em></p>
<p><em>La zecca angioina di Cuneo in "Gli Angi&ograve; nell'Italia nord-occidentale" a cura di R. Comba, 2006, pagg. 363-376</em></p>
<p><em>R. Lopez, &ldquo;La prima crisi della banca di Genova - &nbsp;1250-1259&rdquo;, Milano 1956, doc. 108</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 25 Mar 2026 16:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Clavesana tra i siti storici Grimaldi: dalle alleanze medievali alla rete culturale]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/clavesana-tra-i-siti-storici-grimaldi-dalle-alleanze-medievali-alla-rete-culturale_116862.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/clavesana-tra-i-siti-storici-grimaldi-dalle-alleanze-medievali-alla-rete-culturale_116862.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116862/141446.jpg" title="" alt="" /><br /><p>La storia, spesso, costruisce ponti invisibili tra territori lontani nel tempo e nello spazio. &Egrave; proprio uno di questi legami, nato da eredit&agrave; feudali e alleanze matrimoniali, a riportare oggi Clavesana al centro di un progetto culturale contemporaneo. Il Comune piemontese entra ufficialmente nell&rsquo;Associazione italiana dei Siti Storici Grimaldi di Monaco, contribuendo al raggiungimento di un traguardo significativo: 50 Comuni aderenti in tutta Italia.</p>
<p>L&rsquo;ingresso non &egrave; casuale, n&eacute; simbolico. Il sodalizio, infatti, accoglie esclusivamente territori che possano dimostrare un rapporto storico diretto con la famiglia Grimaldi.&nbsp;</p>
<p>Una scelta precisa, che tutela il valore della rete e ne rafforza l&rsquo;identit&agrave;, fondata su connessioni documentate e su una memoria condivisa che continua a vivere attraverso progetti di valorizzazione culturale e turistica.</p>
<p>Per comprendere il legame tra Clavesana e i Grimaldi, occorre tornare indietro di secoli, in un contesto segnato da dinastie e passaggi di potere. Il territorio, inizialmente inserito nella Marca Arduinica torinese, cambi&ograve; assetto dopo la morte di Adelaide di Torino nel 1091, entrando nei domini del nipote Umberto II di Savoia e, successivamente, sotto il controllo del Marchese di Savona Bonifacio del Vasto.</p>
<p>Fu per&ograve; con i suoi discendenti che Clavesana assunse un ruolo centrale. Dopo la morte senza eredi del figlio Ugo, i possedimenti passarono al nipote Bonifacio, figlio di Anselmo. Da lui ebbe origine la dinastia dei Marchesi di Clavesana, protagonisti per oltre due secoli di un dominio esteso tra Piemonte e Liguria.</p>
<p>Il loro feudo comprendeva numerosi centri, tra cui Farigliano, Dogliani e Saliceto, e si spingeva fino alla Marca di Albenga, un&rsquo;area strategica che collegava l&rsquo;entroterra alle coste liguri, da Finale Ligure a Bussana. Un territorio vasto e articolato, testimone dell&rsquo;importanza politica e geografica della casata.</p>
<p>Un momento decisivo nella frammentazione di questi domini &egrave; documentato nell&rsquo;atto del 21 ottobre 1268, redatto presso il Monastero di Santo Stefano di Millesimo. In quell&rsquo;occasione, una quota di Clavesana, appartenuta al Marchese Giacomo Del Carretto, fu assegnata al figlio Antonio, dando origine al ramo dei Del Carretto di Finale Ligure.</p>
<p>&Egrave; proprio attraverso la famiglia Del Carretto che si consolida il legame con i Grimaldi di Monaco. Ilaria del Carretto, figlia del marchese Giacomo e titolare di una parte del territorio di Clavesana, spos&ograve; Rainieri II Grimaldi (1350-1407), figura di primo piano nella storia della dinastia monegasca.</p>
<p>Da questa unione nacque una linea familiare che rafforz&ograve; nel tempo i rapporti tra le due casate. Il loro nipote Catalano, morto nel 1457, spos&ograve; Bianca del Carretto, confermando una continuit&agrave; di alleanze che attraversa generazioni e territori. Un intreccio dinastico che rappresenta oggi il fondamento storico dell&rsquo;adesione di Clavesana all&rsquo;associazione.</p>
<p>L&rsquo;ingresso del Comune piemontese segna dunque un duplice risultato: da un lato il riconoscimento di un passato condiviso, dall&rsquo;altro l&rsquo;apertura a nuove opportunit&agrave; di valorizzazione. Con Clavesana, l&rsquo;Associazione Italiana dei Siti Storici Grimaldi di Monaco raggiunge quota 50 Comuni, rafforzando una rete sempre pi&ugrave; ampia e coesa.</p>
<p>Attraverso iniziative comuni, eventi, percorsi tematici e collaborazioni istituzionali, i territori aderenti trasformano la storia in uno strumento attivo di promozione culturale. In questo quadro, Clavesana si inserisce come un tassello significativo, capace di raccontare una vicenda complessa fatta di eredit&agrave;, relazioni e identit&agrave; condivise.</p>
<p>Un passato che non resta confinato nei documenti, ma che continua a generare valore, costruendo nuove connessioni tra comunit&agrave; unite da una storia comune.</p>]]></description><pubDate>Mon, 23 Mar 2026 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandro Nidi</dc:creator><author><name>Alessandro Nidi</name></author></item><item><title><![CDATA[Quando a Cuneo era vietato lavorare nei giorni festivi. Storie e curiosità sulla legge nel Medioevo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116275/140647.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Alcune curiosit&agrave; sulle norme penali durante il Medioevo nelle nostre terre.&nbsp;In questo campo davvero si nota l&rsquo;impressionante differenza fra le epoche passate e l&rsquo;attuale. Se alcune pene possono apparire addirittura ridicole, altre fanno rabbrividire.&nbsp;Rispetto a oggi due sono le differenze sostanziali: allora erano pubbliche e soprattutto fisiche (con menomazioni corporali) e, in secondo luogo, erano pesantemente puniti i reati contro la morale (cristiana, logicamente).&nbsp;Uno per tutti: la bestemmia.&nbsp;Era il primo reato contro la religione.&nbsp;Come veniva punita? Un po&rsquo; ovunque con la &ldquo;lavata di capo&rdquo;. In questo caso la pena non comportava lesioni fisiche, ma &ldquo;solo&rdquo; l&rsquo;esposizione al pubblico ludibrio.&nbsp;Il colpevole veniva condannato a pagare una multa salata e, se non vi provvedeva, veniva portato in un luogo pubblico (in genere al pozzo centrale del borgo, a Demonte e a Cuneo al luogo chiamato il &ldquo;pellerino&rdquo;): di fronte al popolo tutto radunato per l&rsquo;occasione, il bestemmiatore veniva fatto distendere per terra e gli venivano versate tre o pi&ugrave; secchiate d&rsquo;acqua sul capo (tre a Boves, quattro a Cuneo, tre a Demonte). Per di pi&ugrave; a Demonte il colpevole, prima della lavata di capo, doveva rimanere per un giorno intero legato al pellerino ed esposto al pubblico ludibrio. Una bella umiliazione e non solo, perch&eacute; quando il poveretto era legato e impossibilitato a difendersi, chi passava poteva non limitarsi a deriderlo.</p>
<p>Un altro reato oggi scomparso &egrave; il &ldquo;lavoro in giorno festivo&rdquo;.&nbsp;Anche questo era un reato ed era punito con una multa, in quanto spregio al giorno dedicato al Signore. V&rsquo;era tuttavia la possibilit&agrave; di farla franca. Quando? Facile immaginarlo. Quando si lavorava per il bene diretto o indiretto della Chiesa: ad esempio lo statuto di Beinette prevedeva l&rsquo;esenzione dalla pena se il lavoro era fatto per la Confratria (le confraternite erano enti religiosi), o per l&rsquo;ospedale (anche qui, in quanto opera di carit&agrave;, in mano al Clero) o per la Chiesa o per una persona povera.&nbsp;</p>
<p>E il buon costume?&nbsp;In questo termine erano compresi tutti i comportamenti lesivi del credo religioso e della morale assai severa del tempo, ma ci&ograve; che pi&ugrave; colpisce &egrave; la differenza enorme di trattamento fra uomo e donna nei delitti di adulterio e violenza sessuale. Sembra roba d&rsquo;altri tempi, ma &egrave; giusto ricordare che la violenza sessuale &egrave; divenuta in Italia reato contro la persona soltanto nel 1996. Le pene poi, solitamente, riguardavano soltanto gli uomini e non le donne, alle quali era riservato un trattamento ben peggiore.&nbsp;L&rsquo;adulterio dell&rsquo;uomo era punito con la multa e, nel caso il reo non potesse pagarla, con la pubblica fustigazione. Ad esempio, in Beinette l&rsquo;adultero si prendeva una bella multa, il cui importo variava a seconda del consenso o meno della donna. Chi non poteva pagare la multa era sottoposto alla fustigazione.&nbsp;A Boves ci si limitava alla fustigazione da una porta all&rsquo;altra del paese e per due volte.&nbsp;</p>
<p>&Egrave; appena il caso di ricordare che destinatario delle norme in esame era l&rsquo;uomo e non la donna, perch&eacute; a quest&rsquo;ultima era riservato ben di peggio. Scopo della donna era dare figli certi al marito e nel comune sentire la donna che violava tale obbligo, violava una legge sacra e si metteva fuori dalla societ&agrave;. L&rsquo;adultera poteva nel generale consenso essere picchiata anche fino alla morte dal marito tradito, in molti luoghi era condannata a morte; ben che andasse veniva ripudiata e diventava la svergognata del paese, una puttana e niente pi&ugrave;, e come tale trattata da tutti. &nbsp;</p>
<p>A comprova dello stato di totale inferiorit&agrave; della donna &egrave; anche quanto veniva disposto in tema di violenza carnale cum virgine (e anche qui siamo arrivati quasi ai giorni nostri). Sempre in Boves la pena consisteva nel taglio di una mano o di un piede (molte donne e non solo, al giorno d&rsquo;oggi, riterrebbero giusto ripristinare qualcosa di simile a quell&rsquo;uso, anche se adattato ai tempi, come ad esempio: la castrazione chimica), ma il reo poteva evitare la pena sposando entro dieci giorni la vittima. &Egrave; il cosiddetto &ldquo;matrimonio riparatore&rdquo; in uso pressoch&eacute; ovunque e rimasto nella nostra Italia fino al 1981 quando con la legge n. 442 fu finalmente abrogato l&rsquo;art. 544 del Codice Penale che prevedeva l&rsquo;estinzione del reato per lo stupratore e i suoi complici se la violentata (se minorenne, per lei i suoi genitori) accettava di sposarlo. Del resto la donna aveva ben poche alternative, perch&eacute; ben difficilmente avrebbe potuto sposarsi ed era per tutti una &ldquo;svergognata&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Senza approfondire molti altri casi di reati assai pi&ugrave; gravi e pene, par giusto chiudere con una curiosit&agrave;. Era il reato per &ldquo;i cattivi scherzi alle spose&rdquo;. S&igrave;, i cattivi scherzi alle spose vietati dallo statuto di Cuneo. Evidentemente in citt&agrave; era invalso l&rsquo;uso curioso di far scherzi alle spose, degenerato poi in scherzi decisamente pesanti al punto di prevederne la punibilit&agrave;, come l&rsquo;accogliere la sposa con corni, sonagli e bacini o con ingiurie, o addirittura, si badi perch&eacute; la cosa &egrave; davvero curiosa, portar via porte e finestre della camera nuziale o far trovare un terzo vestito (da uomo ovviamente) nel letto nuziale.</p>
<p>Cos&igrave; andava il mondo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Ad Aigues Mortes una targa per ricordare il massacro in cui furono uccisi anche due cuneesi]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ad-aigues-mortes-una-targa-per-ricordare-il-massacro-in-cui-furono-uccisi-anche-due-cuneesi_116254.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ad-aigues-mortes-una-targa-per-ricordare-il-massacro-in-cui-furono-uccisi-anche-due-cuneesi_116254.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116254/140624.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Ieri, mercoled&igrave; 13 marzo 2026, ad Aigues Mortes &egrave; stata inaugurata una targa in memoria della <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/sangue-nelle-saline-il-massacro-degli-immigrati-italiani-ad-aigues-mortes_77333.html" target="_blank">strage xenofoba</a> che tra il 16 e il 17 agosto 1893 provoc&ograve; la morte di dieci lavoratori italiani, due dei quali, Giovanni Bonetto, trentunenne di Frassino, e Giuseppe Merlo, 29 anni, centallese, erano originari della provincia di Cuneo.</p>
<p>La posa della targa &egrave; frutto dell&rsquo;impegno di Enzo Barnab&agrave;, lo storico che da anni si occupa del tragico episodio in cui un gruppo di lavoratori italiani impiegati nelle saline della cittadina francese venne massacrato dalla folla inferocita con l&rsquo;accusa di sottrarre lavoro alla manodopera locale.</p>
<p>Nel corso della cerimonia, cui ha partecipato il sindaco di Aigues Mortes, Pierre Maum&eacute;jean, &egrave; stato auspicato che le vittime dell&rsquo;eccidio possano essere ricordate anche nei rispettivi paesi di origine con la dovuta evidenza.</p>
<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 09:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[I quattro argomenti: quando il borgo di Demonte divenne ufficialmente Comune]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-quattro-argomenti-quando-il-borgo-di-demonte-divenne-ufficialmente-comune_115843.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-quattro-argomenti-quando-il-borgo-di-demonte-divenne-ufficialmente-comune_115843.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115843/139976.jpg" title="Un'immagine storica di Demonte" alt="Un'immagine storica di Demonte" /><br /><p>Cos&rsquo;erano nel Medioevo i quattro argomenti? Rappresentavano il potere del signore sui luoghi da lui dominati. Erano l&rsquo;aria, l&rsquo;acqua, il fuoco e la terra. Quindi le fonti di vita: i terreni, anzitutto, gli animali di terra, di acqua e di aria, il legname per costruire case, riscaldarsi, cuocere i cibi, e l&rsquo;acqua, in particolare i corsi d&rsquo;acqua, sui quali nel Medioevo erano costruiti i mulini, la pi&ugrave; importante fonte di energia dell&rsquo;epoca. Interessanti per capire come funzionava tale potere dei signori sono gli atti a cui si fa risalire la data della nascita del Comune di Demonte, cio&egrave; gli atti con cui il Marchese di Saluzzo riconosce al borgo taluni diritti sulle fonti della vita e quindi gli concede una certa autonomia e il ruolo di citt&agrave;. &nbsp;</p>
<p>Il borgo di Demonte divenne ufficialmente Comune con atto verbale del 1214-1215 del Marchese, che poi lo conferm&ograve; con atto scritto nel 1231. In tale atto fu regolamentato l&rsquo;uso dei quattro argomenti che non erano del borgo, ma del signore (il marchese appunto). Non va dimenticato che nel Medioevo vigeva la tripartizione funzionale della societ&agrave;, vale a dire che il mondo era diviso in oratores (religiosi), bellatores (coloro che combattono assicurando la difesa delle terre, cio&egrave; nobili e cavalieri, proprietari di ogni bene) e laboratores (tutti gli altri, in particolare i contadini legati alla terra che non potevano lasciare e dovevano coltivare, costretti in condizioni di servit&ugrave; verso gli oratores e i bellatores). La propriet&agrave; delle terre e dei quattro elementi era come gi&agrave; detto dei signori (&ldquo;bellatores&rdquo;, nobili di vario grado, e &ldquo;oratores&rdquo;, religiosi di alto lignaggio). Con la crescita dei liberi Comuni la condizione di semi schiavit&ugrave; dei &ldquo;laboratores&rdquo; and&ograve; poco a poco migliorando e nacquero nuovi uomini liberi (vigeva il detto: &ldquo;L&rsquo;aria della citt&agrave; rende liberi&rdquo;) e ci&ograve; costrinse poco per volta i nobili (i bellatores) a riconoscere via via pi&ugrave; diritti ai borghi ed ai loro abitanti.</p>
<p>Ecco dunque l&rsquo;importanza dell&rsquo;atto sopra ricordato (e di altri successivi), poich&eacute; Demonte era il borgo pi&ugrave; importante della valle Stura e costituiva una via di mezzo fra le comunit&agrave; pi&ugrave; piccole e meno libere e i Comuni pi&ugrave; importanti, e quindi pi&ugrave; forti e indipendenti, come quello di Cuneo. Era quindi la comunit&agrave; principale della valle Stura e come tale il marchese volle (o dovette) riconoscerla, ed ecco il contenuto di tali atti, utilissimi per comprendere la mentalit&agrave; del tempo.</p>
<p>Rivediamo quali erano i quattro argomenti cos&igrave; come li descrive don Alfonso Maria Riberi: &ldquo;<em>Aria (diritto di caccia), acqua (diritto di molini e battitoi), fuoco (i forni), terra (diritto di fodro e albergaria)</em>&rdquo;. Ebbene, nell&rsquo;atto del 1231 il marchese di Saluzzo conservava la signoria sui quattro argomenti, ma in modo solo simbolico, in quanto riconosceva ai demontesi il diritto di caccia &ldquo;<em>dell&rsquo;astore e dell&rsquo;orso</em>&rdquo;, ma si doveva dare a lui (al marchese) &ldquo;<em>un astore per ogni nidiata e il terzo di ogni orso ucciso</em>&rdquo;. Pretendeva, inoltre, un barile di miele e un moggio di cera all&rsquo;anno. Quanto all&rsquo;acqua e al fuoco, il marchese concedeva ai demontesi la libert&agrave; di impiantare mulini, battitoi e forni purch&eacute; in terreno privato.</p>
<p>Curioso, vero? Nidiate di astori (il rapace simbolo di potenza e controllo), orsi (a quell&rsquo;epoca erano probabilmente ancora tanti in valle Stura) e miele e moggi di cera, mulini, battitoi, forni. Il marchese rinunciava, infine, a ogni tipo di prestazione personale, ai servizi d&rsquo;arme e alle roide (che erano giornate lavorative organizzate almeno due volte all&rsquo;anno, in primavera e in autunno, in cui ognuno doveva prestare gratuitamente la propria opera manuale per la sistemazione delle strade e dei fossi). Rinunciava inoltre a ogni altra fornitura, se non resa volontariamente.</p>
<p>Restavano il &ldquo;fodro&rdquo; (una tassa di cui si parler&agrave; in altra occasione) e il diritto di &ldquo;albergaria&rdquo;, il diritto cio&egrave; del marchese di essere ospitato, lui e il suo seguito di familiari e di armati, a spese degli ospitanti tutte le volte che saliva in valle e si fermava in un borgo. Nell&rsquo;atto in questione tale diritto era, per&ograve;, ridimensionato e fissato in due sole albergarie all&rsquo;anno.</p>
<p>Poi c&rsquo;erano le guerre, e il marchese ne faceva spesso. In tal caso il Comune gli doveva trenta &ldquo;somate&rdquo; (trenta carichi di muli, cavalli o altre bestie da soma) di cibarie. In compenso, sempre in caso di guerra, il marchese rinunciava a ogni altra pretesa fatta valere in passato: null&rsquo;altro poteva essere chiesto ai signori e agli abitanti di Demonte e degli altri paesi, che non erano pi&ugrave; tenuti quindi a forniture e prestazioni d&rsquo;ogni genere a vantaggio del marchese; gli uomini della valle potevano, inoltre, continuare relazioni di pace e di amicizia anche con i nemici del marchese ed erano unicamente tenuti ad aiutare gli uomini del borgo di San Dalmazzo, ma soltanto nel territorio compreso fra il Gesso e lo Stura (tale concessione &egrave; assai significativa sia della reale autonomia degli abitanti, sia della crescente importanza dei commerci e della nascente borghesia).&nbsp;</p>
<p>Tutti questi &ldquo;benefici&rdquo; e riconoscimenti di libert&agrave; in favore degli abitanti del borgo erano gi&agrave; un grande passo avanti rispetto al passato e un riconoscimento della autonomia dei borghi stessi. Tuttavia non venivano certo dati gratuitamente, perch&eacute; il nobile continuava ad incassare il fodro, la tassa annuale, e altre tasse che, anche se con altri nomi, non erano a quei tempi tanto diverse da quelle attuali, come Imu, Iva, tasse di successione e sulla vendita degli immobili, e altre ancora, ma di queste si parler&agrave; in altra occasione.</p>
<p><br><strong>FONTI</strong><br><em>Documenti contenuti nell&rsquo;Archivio Storico del Comune di Demonte&nbsp;</em><br><em>&ldquo;RAM Repertorio di Antiche Memorie&rdquo; di Don. Alfonso Maria Riberi, Primalpe</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 04 Mar 2026 16:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Una Pompei tra le campagne di Costigliole: ecco i segreti della villa romana]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/una-pompei-tra-le-campagne-di-costigliole-ecco-i-segreti-della-villa-romana_115636.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/una-pompei-tra-le-campagne-di-costigliole-ecco-i-segreti-della-villa-romana_115636.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/139682.jpg" title="" alt="" /><br /><p>La chiamano la &ldquo;Pompei di Costigliole Saluzzo&rdquo;, perch&eacute; in comune con la citt&agrave; romana pi&ugrave; celebre al mondo ha l&rsquo;esperienza di una tragedia che ne fiss&ograve; gli ultimi istanti per l&rsquo;eternit&agrave;. In questo caso non si tratt&ograve; di un&rsquo;eruzione, bens&igrave; di un incendio.</p>
<p>Gli archeologi lo datano con precisione alla fine del terzo secolo dopo Cristo, tra l&rsquo;anno 280 e il 290, in base alle monete ritrovate. Si sa che quel rogo distrusse un insediamento rurale che nel periodo di massimo splendore si estendeva su tre ettari di terreni, con un corpo di fabbrica principale grande cinquemila metri quadrati. La villa era insieme un centro agricolo e artigianale e una stazione di posta, collocata in posizione strategica. Per tre secoli, prima di consumarsi nelle fiamme, aveva dominato gli scambi lungo uno dei maggiori assi viari della Gallia Cisalpina.</p>
<p>L&rsquo;incendio, per quanto ne sappiamo, non ebbe vittime: gli scavi non hanno restituito scheletri, all&rsquo;infuori di quello di un povero cane. Per gli archeologi il disastro &egrave; per&ograve; una fonte straordinaria di informazioni, perch&eacute; ci permette oggi di ricostruire le tecniche e i materiali di quell&rsquo;epoca. &Egrave; ci&ograve; che la squadra impegnata sugli scavi ha cercato di fare a partire dal 2022, con una campagna di archeologia sperimentale.&nbsp;<em>&ldquo;Qui c&rsquo;&egrave; una delle ville romane pi&ugrave; significative del nord Italia per ampiezza, ma il sito sta diventando molto di pi&ugrave;&rdquo;</em> conferma il prorettore dell&rsquo;universit&agrave; di Torino <strong>Gianluca Cuniberti</strong>, intervenendo all&rsquo;incontro che il Fai di Cuneo ha organizzato per presentare i risultati della ricerca: <em>&ldquo;L&rsquo;archeologia sperimentale</em> - aggiunge - <em>diventa concretamente un&rsquo;archeologia di comunit&agrave; che pu&ograve; coinvolgere tutti&rdquo;</em>.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139683.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"></p>
<h2>Un grande centro di scambi sulla via delle Alpi</h2>
<p>Quando gli studiosi iniziarono a interessarsi del sito alla periferia del paese, poco pi&ugrave; di vent&rsquo;anni fa, si pensava fosse un piccolo insediamento o un ricetto per animali. Nel corso degli anni si &egrave; capito che si trattava di qualcosa di differente:<em> &ldquo;La villa sorge al centro di quello che era sicuramente un esteso fondo agricolo, da cui derivavano i prodotti che poi venivano trasformati all&rsquo;interno&rdquo;</em> spiega la professoressa <strong>Valeria Meirano</strong>. In et&agrave; augustea vi erano due corpi di fabbrica originari, poi ampliati: c&rsquo;erano ambienti residenziali abitati dai proprietari, i pi&ugrave; raffinati, ma anche una <em>taberna deversoria</em>, ovvero una locanda. Offriva riparo e pasti caldi, oltre a una rimessa per i carri, ai viaggiatori di passaggio lungo la via pedemontana e la via delle Gallie, in direzione del colle dell&rsquo;Agnello e degli altri passi alpini.</p>
<p><em>&ldquo;La taberna deversoria &egrave; dotata anche di latrina, un &lsquo;comfort&rsquo; probabilmente non usuale&rdquo;</em> fa presente l&rsquo;archeologa. A testimoniare l&rsquo;importanza di questa area di sosta &egrave; la presenza di un esteso sistema idraulico, con <em>&ldquo;una rete di condotti sotterranei che &egrave; assolutamente unica per un insediamento extraurbano di questo tipo&rdquo;</em>. C&rsquo;erano ben tre fornaci per la creazione di manufatti in argilla e metallo e una quantit&agrave; ingente di macine in pietra, utili a produrre farine per rifocillare i braccianti e gli ospiti della <em>taberna</em>. A Costigliole la terra ha restituito anche i resti di un impianto di produzione vinicola: uno dei pochissimi nell&rsquo;intero arco alpino occidentale. Il ritrovamento dei vinaccioli ha consentito di lanciare un progetto di archeologia botanica per risalire alle variet&agrave; dei vitigni presenti. I resti ossei animali e i macroresti vegetali consentono di acquisire altre informazioni fondamentali sull&rsquo;alimentazione dei residenti.</p>
<p><em>&ldquo;Il sito restituisce una quantit&agrave; e una qualit&agrave; di conoscenza veramente stupefacente&rdquo;</em> conferma il professor <strong>Diego Elia</strong>, che insieme alla collega Meirano conduce la missione scientifica dal 2007. Una scoperta tanto pi&ugrave; rilevante in quanto <em>&ldquo;non ci sono libri che ci parlino di questa parte di territorio prima del Mille: oggi siamo invece in grado di raccontarne la storia&rdquo;</em>.</p>
<h2><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139684.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"><br>L&rsquo;archeologia sperimentale riporta in vita i materiali</h2>
<p>Insieme ai collaboratori&nbsp;<strong>Veronica Bellacicco</strong> e <strong>Simone Guion</strong>, Elia ha condotto negli ultimi tre anni un progetto di archeologia sperimentale che ha consentito di ricostruire, con buona approssimazione, alcune opere murarie della villa. Dalla zona della cava di Piasco sono stati recuperati argilla, sabbia e limo, da cui sono poi stati realizzati gli impasti: <em>&ldquo;Su questi tipi di costruzione </em>- osserva Guion -<em> la letteratura antica non ci d&agrave; nessuna indicazione, poche ne derivano anche dalla letteratura novecentesca&rdquo;</em>. I ricercatori hanno poi sottoposto il muro cos&igrave; realizzato, secondo la tecnica dell&rsquo;<em>opus craticium</em>, a una &ldquo;prova del fuoco&rdquo; per confrontare i materiali ottenuti con quelli originali dello scavo.</p>
<p>Un&rsquo;autentica &ldquo;archeologia del gesto&rdquo;, la definisce il capo missione: il tentativo di ricostruire l&rsquo;immateriale, ricreando tecniche dimenticate da duemila anni. La stessa ambizione ha portato l&rsquo;<em>&eacute;quipe</em> dell&rsquo;universit&agrave; di Torino a cercare di riprodurre tegole e coppi in argilla gialla e rossa, in modo che si avvicinino il pi&ugrave; possibile ai materiali antichi. Solo pochi giorni fa i risultati di questo esperimento sono stati consegnati, per essere completati, a <strong>Roberto Paolini</strong>, un ceramista di Cerveteri che da anni si dedica alle riproduzioni ceramiche.</p>
<h2><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139685.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"><br>La villa di Costigliole &egrave; ora un &ldquo;caso&rdquo; internazionale</h2>
<p>Il futuro della &ldquo;Pompei di Costigliole&rdquo; &egrave; ancora da scrivere, man mano che il suo passato riemerge dalla terra o si riplasma nelle mani degli archeologi.&nbsp;<em>&ldquo;Non ci sono ancora i capitali per poter musealizzare il sito, cosa che ci auguriamo avvenga al pi&ugrave; presto&rdquo;</em> dice <strong>Roberto Audisio</strong>, capo delegazione del Fai di Cuneo.</p>
<p>Nel frattempo, la fama della villa ha valicato i confini nazionali. Nel 2024 era stata oggetto di un intervento al convegno internazionale dei bronzi antichi ad Atene, con oltre 130 relatori. Il prossimo agosto c&rsquo;&egrave; la possibilit&agrave; che gli studiosi tornino a parlarne nella capitale greca, con una ricerca sui vetri della villa.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139686.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"></p>]]></description><pubDate>Sun, 01 Mar 2026 07:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Venticinque anni fa moriva Edoardo Agnelli]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/fossanese/venticinque-anni-fa-moriva-edoardo-agnelli_110661.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/fossanese/venticinque-anni-fa-moriva-edoardo-agnelli_110661.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/110661/132649.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Sono passati venticinque anni esatti dalla morte di <strong>Edoardo Agnelli</strong>, il cui corpo senza vita venne trovato la mattina del 15 novembre 2000 ai piedi del viadotto &ldquo;generale Franco Romano&rdquo; sulla Torino-Savona, all&rsquo;altezza di Fossano.</p>
<p>Il figlio primogenito dell&rsquo;avvocato e di Marella Caracciolo aveva 46 anni. Indosso una giacca e un paio di pantaloni scuri, sopra al pigiama azzurro. Una collana in cuoio con un medaglione d&rsquo;oro, un braccialetto al polso, un amuleto in tasca. Lo riconoscono dai documenti, dopo che un assistente al traffico, di prima mattina, si era accostato alla Croma metalizzata che aveva visto ferma sulla corsia d&rsquo;emergenza, con la freccia destra inserita e un finestrino abbassato per met&agrave;. L&rsquo;auto, proveniente da Torino, era uscita a Fossano e rientrata dal casello di Marene in direzione Savona.</p>
<p>L&rsquo;inchiesta condotta dall&rsquo;allora procuratore della repubblica di Mondov&igrave;, <strong>Riccardo Bausone</strong>, si chiuse con un&rsquo;archiviazione su cui pi&ugrave; volte, negli anni, sono state gettate ombre. Bausone, raggiunta la pensione, torner&agrave; a parlarne dieci anni dopo: <em>&ldquo;Qualcuno che vantava la conoscenza di Edoardo Agnelli negli anni successivi venne pi&ugrave; volte da me per sostenere altre ipotesi, spiegando che non avrebbe potuto scavalcare per via del bastone. Per&ograve; dalla ricostruzione dell&rsquo;evento, la causa della morte fu ritenuta la caduta&rdquo;</em>. Se qualcuno avesse voluto ucciderlo, concludeva l&rsquo;ex magistrato, <em>&ldquo;c&rsquo;erano posti meno frequentati dove poterlo fare&rdquo;</em>.</p>
<p>Resta il mistero dell&rsquo;esame sul cadavere: <em>&ldquo;L&rsquo;autopsia non fu eseguita, anche se allora fu detto fosse stata fatta, forse usando la parola impropriamente. Fu invece eseguito un approfondito esame sul cadavere, che non presentava nessuna violenza precedente, ma tutti i caratteristici segni della caduta da quasi 80 metri&rdquo;</em>. Chi negli anni ha sostenuto la pista alternativa del delitto ha evidenziato altre presunte incongruit&agrave;, come il fatto che l&rsquo;erede Agnelli sarebbe stato trovato ancora con indosso i mocassini, o l&rsquo;assenza di un biglietto d&rsquo;addio, ritenuta da alcuni amici incompatibile con il carattere del defunto. Inchieste giornalistiche ed esposti - gli ultimi sono dello scorso anno - non hanno mai avuto seguito: nel 2016 un piccolo azionista Fiat venne condannato per diffamazione per alcune affermazioni sulla morte del figlio dell&rsquo;avvocato.</p>
<p>Edoardo, da erede designato della pi&ugrave; grande dinastia industriale italiana, aveva da tempo dismesso quei panni per dedicarsi a interessi spirituali molto lontani dal mondo in cui era cresciuto. Si ricorda in particolare la sua fascinazione per l&rsquo;Islam, culminata in un celebre viaggio in Iran e nell&rsquo;incontro con l&rsquo;ayatollah Khomeini. C&rsquo;era molto altro: la passione per Platone e per la filosofia zen, le letture su Francesco Bacone, Giordano Bruno, Pico della Mirandola e Galileo. L&rsquo;idea, forse, di condurre la Fiat ad altri destini. In un&rsquo;intervista a Paolo Griseri sul <em>Manifesto</em>, nel gennaio del 1998, aveva definito <em>&ldquo;uno sbaglio e una caduta di stile&rdquo;</em> la scelta, secondo lui attuata <em>&ldquo;contro le perplessit&agrave; di mio padre&rdquo;</em>, di cooptare l&rsquo;allora 21enne <strong>John Elkann</strong> nel cda: <em>&ldquo;Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto&rdquo;</em>.</p>
<p>La questione della successione &egrave; tornata sulla bocca di tutti, com&rsquo;era ovvio, dopo la scoperta di un documento inedito, non firmato e custodito per oltre 20 anni nell&rsquo;archivio dell&rsquo;avvocato di famiglia <strong>Franzo Grande Stevens</strong>, con cui Gianni Agnelli avrebbe previsto di trasferire il 25% della Dicembre, la cassaforte dell&rsquo;impero Exor, al figlio ed erede riluttante. Il timbro sulla bozza riporta la data del 14 novembre 2000: l&rsquo;ultimo giorno trascorso sulla terra per intero da Edoardo Agnelli. Oggi, a Villar Perosa, i nipoti Elkann, insieme al cugino Lupo Rattazzi, a Gelasio Gaetani Lovatelli e ad altri amici, hanno deposto in suo ricordo una corona di fiori, davanti alla cappella di famiglia dove riposa insieme ai genitori.</p>]]></description><pubDate>Sat, 15 Nov 2025 19:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Il mistero dello scheletro interroga gli archeologi: chi era la donna sepolta nelle grotte di Aisone?]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-mistero-dello-scheletro-interroga-gli-archeologi-chi-era-la-donna-sepolta-nelle-grotte-di-aisone_109443.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-mistero-dello-scheletro-interroga-gli-archeologi-chi-era-la-donna-sepolta-nelle-grotte-di-aisone_109443.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/130891.jpg" title="" alt="" /><br /><p>&Egrave; il principale ritrovamento di una campagna di scavo che gli archeologi dell&rsquo;universit&agrave; di Milano hanno condotto a partire dal 2024, in una falesia a nord dell&rsquo;abitato di Aisone. Uno scheletro <em>&ldquo;magnificamente conservato&rdquo;</em>, secondo la definizione che ne d&agrave; il professor <strong>Umberto Tecchiati</strong>, coordinatore della campagna: <em>&ldquo;Inizialmente ho pensato che la tomba fosse precedente alla fase Neolitica: a una datazione molto antica ci faceva pensare la posizione supina della defunta, caratteristica delle sepolture Paleolitiche e Mesolitiche&rdquo;</em>.</p>
<p>Solo in seguito &egrave; emerso che si tratta invece di una sepoltura abbastanza &ldquo;recente&rdquo;, in termini archeologici. Dalla datazione radiocarbonica si &egrave; appurato che quella persona, una donna, visse tra la met&agrave; del Quattrocento e i primissimi decenni del Seicento. La presenza di amido di mais nel tartaro dentale suggerisce che non possa essere deceduta prima della scoperta dell&rsquo;America. Ma perch&eacute; il suo corpo trov&ograve; il riposo eterno in quel luogo?&nbsp;<em>&ldquo;Siamo in un&rsquo;epoca in cui chiunque morisse veniva sepolto in un cimitero, questa donna &egrave; invece sepolta fuori da uno spazio consacrato: ne nascono un&rsquo;infinit&agrave; di interrogativi&rdquo;</em> osserva l&rsquo;archeologo.</p>
<p>Quel che pare assodato &egrave; che si trattasse di una figura marginale nella comunit&agrave;: gli indizi, oltre che dalla sepoltura, arrivano dalla sua dieta. Era principalmente vegetariana, con uno scarso apporto di proteine animali e nessun consumo di pesce. Al momento del decesso doveva essere in un&rsquo;et&agrave; compresa tra i 44 e i 55 anni.&nbsp;<em>&ldquo;Non godeva di buona salute&rdquo;</em> conferma l&rsquo;archeologa <strong>Sara Fumagalli</strong>: sullo scheletro si possono notare placchette arteriosclerotiche, ossificazioni legate tendenzialmente all&rsquo;et&agrave; ma che aumentano con la vita in ambienti freddi. La sua epoca, d&rsquo;altronde, era quella della cosiddetta piccola era glaciale: chi viveva in valle Stura nel XVI secolo fronteggiava un clima molto pi&ugrave; freddo di quello attuale.</p>
<p><em>&ldquo;Gli indizi ci portano a credere che potesse essere stata sepolta in una fossa scavata nel terreno, perch&eacute; le ossa non hanno avuto spazio per spostarsi&rdquo;</em> spiega la ricercatrice: a causa della posizione degli arti, si pensa non fosse stata nemmeno avvolta in un sudario. Difficile, tuttavia, che sia stata vittima di omicidio:&nbsp;<em>&ldquo;Questa persona ha ricevuto una sepoltura ordinaria ma composta&rdquo;</em> afferma il funzionario della Soprintendenza <strong>Gian Battista Garbarino</strong>. <em>&ldquo;La sepoltura </em>- aggiunge - <em>potrebbe essere ricondotta al fenomeno delle sepolture anomale, presente in diverse epoche, ma non del tutto: le sepolture anomale sono legate a figure che dovevano essere esorcizzate post mortem. Avvenivano per esempio con la deposizione di una pietra sul corpo, in posizione prona o addirittura, in epoca romana, con incatenamenti del defunto. Tutto questo nella sepoltura di Aisone non c&rsquo;&egrave;&rdquo;</em>.</p>
<p>Il mistero insomma permane, e potrebbe essere dipanato solo con nuovi studi. C&rsquo;&egrave; almeno un &ldquo;cold case&rdquo; archeologico, ricorda il professor Tecchiati, la cui vicenda &egrave; stata studiata alla luce della teoria e dei metodi della criminologia: si parla del celeberrimo uomo del Similaun. <em>&ldquo;Mi chiedo</em> - osserva il docente - <em>se un domani che avremo raccolto maggiori informazioni queste potrebbero essere utilizzate da un criminologo per costruire una storia&rdquo;</em>. Lo scheletro &egrave; attualmente oggetto di analisi specialistiche presso il laboratorio Bagolini dell&rsquo;universit&agrave; di Trento, per ricostruire un quadro d&rsquo;insieme sullo stato di salute, l&rsquo;occupazione svolta in vita e le possibili cause di morte. Quel che si pu&ograve; gi&agrave; dire, nel frattempo, &egrave; che i resti rappresentano <em>&ldquo;un rinvenimento estremamente importante per ricostruire un&rsquo;epoca ancora poco documentata nella storia della valle Stura&rdquo;</em>.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/small_130892.jpg" alt="Gli scavi archeologici ad Aisone"></p>
<h2>Le grotte di Aisone, un tesoro ancora da scoprire</h2>
<p>La falesia di Aisone, costituita da una trentina di cavit&agrave;, appare come un sito archeologico ad altissima potenzialit&agrave;: basti dire che, sui due chilometri di estensione complessiva, gli scavi attuali stanno indagando circa il 10% dell&rsquo;intera area. Un &ldquo;viaggio nel tempo profondo&rdquo; che ha condotto gli autori della ricerca dal Mesolitico all&rsquo;et&agrave; moderna, in periodi diversi durante i quali le grotte erano state abitate. Le ricerche si sono concentrate su due punti in particolare: nel cosiddetto riparo 10 &egrave; stato individuato un lembo di deposito archeologico databile al Neolitico, insieme a un livello pi&ugrave; profondo con carboni e tracce di frequentazione antropica che potrebbe risalire al Mesolitico (tra il IX e il VI millennio a.C.). Nel riparo 10, l&rsquo;ampliamento del settore di scavo ha portato alla luce frammenti di ceramica e resti faunistici, databili forse alla seconda met&agrave; del IV millennio avanti Cristo. Il ritrovamento di una serie di buche per palo indica che l&rsquo;area prossima all&rsquo;ingresso era stata strutturata come un ricovero temporaneo o stagionale. Resti umani sparsi, interpretabili come quel che resta di antiche sepolture sconvolte, indicano inoltre il carattere funerario del riparo 19, forse in connessione con la vicina sorgente. &nbsp;Per ottenere datazioni pi&ugrave; precise sui reperti preistorici, sar&agrave; necessario incrementare le analisi radiocarboniche, inviando nuovi campioni al laboratorio dell&rsquo;universit&agrave; di Vienna, in aggiunta a quelli gi&agrave; provenienti dalle ricerche del 2024.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/small_130893.jpg" alt="Gli scavi di Aisone"></p>
<h2>Costa Nebbiera e le incisioni di epoca romana</h2>
<p>La Soprintendenza ha portato avanti di recente anche un&rsquo;altra complessa indagine nel territorio di Bernezzo, a quasi mille metri di quota, in localit&agrave; Costa Nebbiera. Qui &egrave; stata ritrovata una notevolissima quantit&agrave; di incisioni e figure di animali, prevalentemente datate all&rsquo;et&agrave; romana:&nbsp;<em>&ldquo;Abbiamo identificato anzitutto un grandissimo numero di testi ancora in via di interpretazione, &egrave; evidente la presenza di numerosi termini onomastici su questa parete di roccia: il perch&eacute; non &egrave; ancora chiaro&rdquo;</em> spiega Garbarino. L&rsquo;orizzonte temporale &egrave; quello del primo e secondo secolo dopo Cristo. Costa Nebbiera si trova proprio al confine di due agri di citt&agrave; romane, Forum Germanorum (san Lorenzo di Caraglio) e Pedona (Borgo San Dalmazzo): <em>&ldquo;Centri importanti per la gestione dei traffici transalpini e incaricati della riscossione della quadragesima galliarium, il dazio per chi entrava in Italia&rdquo;</em>. Testimonianze di un passato in cui la valle Stura rappresentava un crocevia di scambi anche a livello culturale e religioso.</p>]]></description><pubDate>Tue, 21 Oct 2025 11:08:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[La storia della Mondovì senza accento degli Stati Uniti]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/la-storia-della-mondovi-senza-accento-degli-stati-uniti_106899.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/la-storia-della-mondovi-senza-accento-degli-stati-uniti_106899.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/106899/127133.jpg" title="" alt="" /><br /><p>La storia della provincia Granda, si sa, &egrave; molto lunga e articolata e ha segnato in molti modi lo stesso territorio cuneese e l&rsquo;intera regione piemontese. Quello che spesso non si considera a sufficienza, per&ograve;, &egrave; il fatto che alcune pagine di valore storico del nostro territorio siano riuscite nell&rsquo;impresa di varcare il confine naturale delle Alpi per condizionare altre storie, di paesi e citt&agrave; lontane migliaia di chilometri. E cos&igrave; stupisce ma solo fino a un certo punto, mentre si consulta una pianta dello stato del Wisconsin, nel nord degli Stati Uniti, imbattersi in una Mondov&igrave; senza accento.</p>
<p>Si tratta della cittadina di Mondovi, collocata nella contea di Buffalo, non troppo distante dalla regione dei Grandi Laghi nordamericani. Un centro rurale di poco pi&ugrave; di 2mila abitanti con un nome che deve suonare esotico, perfino in uno Stato che deve molte delle sue denominazioni (compresa quella ufficiale) alle lingue dei nativi americani. Di primo acchito si potrebbe pensare che la cittadina debba il suo nome a un gruppo di monregalesi emigrati e nostalgici delle proprie radici, come accade in molti casi di denominazioni italiane all&rsquo;estero. In realt&agrave; l&rsquo;origine di tale scelta &egrave; di natura puramente &ldquo;intellettuale&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Secondo la Wisconsin Historical Society, infatti, il nome &egrave; stato scelto dal pioniere Elihu B. Gifford, giunto in quel territorio nel 1856. Grande studioso e appassionato della storia europea, Gifford stava in quel periodo documentandosi sulla prima campagna italiana di Napoleone. Colp&igrave; la sua attenzione&nbsp;<em>&ldquo;il quarto nome dall&rsquo;alto&rdquo;</em> che compariva su un arco di trionfo, illustrato nel libro che stava leggendo. Quel nome era proprio Mondov&igrave;, teatro dell&rsquo;importantissima battaglia tenutasi tra il 20 e il 21 aprile 1796, che di fatto sanc&igrave; la resa definitiva del Regno di Sardegna al generale corso. Le truppe sabaude, gi&agrave; sconfitte a Nizza e nell&rsquo;entroterra ligure, ripiegarono proprio nella zona del Monregalese, dove tracollarono sotto i colpi delle meglio organizzate truppe napoleoniche. Presa Mondov&igrave;, il leggendario generale punt&ograve; verso Torino, conquistando anche Cherasco e Alba, prima che l&rsquo;esercito sabaudo chiedesse e siglasse un armistizio ai francesi. Non si sa quanto l&rsquo;effettiva storia della battaglia abbia inciso sulla scelta di Gifford: non si tratta di una vittoria particolarmente nota di Napoleone, n&eacute; di una pagina eroica da parte di un piccolo centro, che potesse in qualche modo fungere da modello ideale per quello del Wisconsin. Molto pi&ugrave; prosaicamente, risult&ograve; forse decisiva per la scelta del nome Mondovi la musicalit&agrave; della parola stessa, bench&eacute; privata del suo caratteristico accento finale, ostico da pronunciare in lingua inglese. Quel che &egrave; certo &egrave; che in qualche modo un piccolo pezzo di Mondov&igrave; continua a vivere anche in terra americana.&nbsp;</p>
<p>Curioso &egrave; come il territorio in cui si trova Mondovi risulti simile a quello della Granda. A parte i grandi laghi, che bagnano il Wisconsin nella parte nord-orientale, il territorio dello Stato &egrave; caratterizzato da alte montagne a nord (tanto da essere famoso per i suoi comprensori sciistici) e da floridi altipiani nella parte centro-meridionale, che hanno reso la regione uno dei principali &ldquo;granai&rdquo; degli Stati Uniti. Mondovi si trova nella parte centrale dello Stato, non lontano dal confine con il Minnesota, ed &egrave; un paese a forte tradizione agricola.&nbsp;</p>
<p>Oltre a questo piccolo centro sono moltissime le citt&agrave; americane che prendono il proprio nome da omologhe italiane. Sempre per rimanere nel nostro territorio, ad esempio, possiamo citare le molte Piedmont che si possono incontrare in vari Stati, dalla California al Texas e l&rsquo;Alabama, dal Missouri al South Dakota. Insomma, anche dal punto di vista delle denominazioni geografiche gli States rappresentano un vero e proprio melting pot di culture, con quella cuneese che non poteva certamente mancare all&rsquo;appello.&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Sun, 31 Aug 2025 08:01:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giacomo Giraudo Cordero</dc:creator><author><name>Giacomo Giraudo Cordero</name></author></item><item><title><![CDATA[5 agosto 1985: quarant'anni fa il tragico incidente di Sant'Anna di Vinadio]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/106042/125890.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Undici morti, ventisette feriti. &Egrave; il drammatico bilancio di uno dei pi&ugrave; tragici incidenti stradali mai avvenuti in provincia di Cuneo, di cui oggi ricorre il quarantesimo anniversario. Il teatro della sciagura &egrave; quello della strada che da Vinadio porta ai 2020 metri di altitudine del santuario di Sant&rsquo;Anna.&nbsp;</p>
<p>Sono da poco passate le ore 16 del 5 agosto 1985, un luned&igrave;, quando sul vallone si abbatte un violento nubifragio. &ldquo;<em>Un temporale, estivo, violento: l&rsquo;acqua battente invade la stretta strada di montagna. I tornanti fanno paura. La visibilit&agrave; &egrave; ridotta</em>&rdquo;. Questo lo scenario descritto dall&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo; Emanuele Mont&agrave;, nell&rsquo;articolo pubblicato all&rsquo;indomani sulla prima pagina del quotidiano. Due pullman dell&rsquo;Ati sono partiti poco prima dal piazzale del Santuario per riportare a Cuneo un gruppo di pellegrini: la strada era gi&agrave; vietata ai mezzi oltre i dieci metri, con apposita segnaletica installata dalla Provincia, ma il divieto all&rsquo;epoca veniva frequentemente ignorato. I due bus scendono verso valle fino a quando due auto che li precedono si fermano sulla carreggiata ostruendo il passaggio, nei pressi della vecchia presa dell&rsquo;Enel. Forse un guasto, forse un tamponamento: i conducenti dei due mezzi escono dall&rsquo;abitacolo, costringendo i due pullman al sorpasso in un punto in cui la strada &egrave; particolarmente stretta.&nbsp;</p>
<p>Il primo bus passa, non senza difficolt&agrave;, poi procede il secondo. &Egrave; in quel momento che si consuma la tragedia: forse una manovra sbagliata di qualche centimetro, forse un cedimento del terreno, le ruote di sinistra finiscono fuori dalla carreggiata, l&rsquo;autobus scivola e finisce nella scarpata sottostante, ribaltandosi pi&ugrave; volte e finendo scoperchiato, ridotto ad un ammasso di lamiere. Tragico, come detto, il bilancio, spettrale la scena che i soccorritori si ritrovano davanti: &ldquo;<em>Rottami sparsi ovunque, corpi senza vita, prigionieri delle lamiere e confusi con una ventina di feriti. Altri, meno gravi, si lamentano tra gli arbusti e cercano di raggiungere la strada. Ovunque sangue, documenti, oggetti personali</em>&rdquo;, scrive ancora l&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo;. Nove persone vengono estratte gi&agrave; prive di vita, altre due moriranno pochi giorni dopo in ospedale a Cuneo e Savigliano a causa delle ferite riportate.&nbsp;</p>
<p>Le vittime erano di Cuneo, Montanera, Castelletto Stura, Caraglio, Cervignasco e Torino, tutti pellegrini al rientro da una visita al santuario pi&ugrave; alto d'Europa. La pi&ugrave; giovane, Anna Maria Ambrogio, aveva 25 anni: con lei anche la figlia di 4 anni, sopravvissuta.&nbsp;</p>
<p>Nel seguente processo Roberto Origlia, quarantenne cuneese che era alla guida del pullman, avrebbe poi patteggiato un anno per omicidio colposo. I parenti delle vittime e i feriti saranno risarciti con un miliardo di lire dall&rsquo;assicurazione dell&rsquo;azienda di trasporti.</p>]]></description><pubDate>Tue, 05 Aug 2025 14:28:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Dalmasso</dc:creator><author><name>Andrea Dalmasso</name></author></item><item><title><![CDATA[Uno scrigno di tesori sconosciuti: il castello di Piasco]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/uno-scrigno-di-tesori-sconosciuti-il-castello-di-piasco_105034.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/uno-scrigno-di-tesori-sconosciuti-il-castello-di-piasco_105034.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/105034/124501.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Domina le alture di Piasco una fortezza maestosa che pochi, finora, hanno avuto la fortuna di vedere anche nei suoi ambienti interni. Parliamo di palazzo Porporato, elegante espressione della cultura barocca piemontese che risale, nel suo attuale aspetto, alla met&agrave; del secolo XVII.</p>
<p>Il maniero originario fu costruito, poco dopo il Mille, per volere del vescovo Landolfo di Torino. Era formato da due torri e da un corpo centrale dove i feudatari potevano rifugiarsi nei momenti di tensione politica: i difensori potevano anche comunicare con un&rsquo;altra torre ormai distrutta, al fondo del paese. Il castello passer&agrave; poi al capostipite dei marchesi del Vasto, Bonifacio, che acquisisce da Federico Barbarossa il titolo di signore della val Varaita. Il pi&ugrave; antico maniero fu distrutto nel corso delle guerre del secolo XII: soltanto un torrione del &ldquo;castello vecchio&rdquo; rimase in piedi fino agli anni Cinquanta del secolo scorso.</p>
<p>Agli albori del Seicento, con la fine del marchesato di Saluzzo e l&rsquo;inizio della dominazione sabauda, &egrave; la volta dei marchesi Porporato: l&rsquo;edificazione dell&rsquo;attuale dimora incomincia nel 1640, con un progetto riferibile a <strong>Carlo di Castellamonte</strong>, ideatore dell&rsquo;attuale piazza San Carlo e di numerosi altri interventi architettonici a Torino. Esiste una copia, firmata a matita da <em>&ldquo;Carlo di Castellamonte, architetto di Carlo Emanuele I&rdquo;</em>, che non consente un&rsquo;attribuzione certa ma rimanda comunque al nuovo clima culturale creatosi a Torino con l&rsquo;arrivo di Cristina di Francia.</p>
<p>Il progetto era molto pi&ugrave; ampio: si ipotizzava che la dimora avrebbe avuto due cortili, l&rsquo;attuale e uno altrettanto vasto su una seconda ala che non venne poi realizzata, probabilmente a causa dei frequenti conflitti. A patrocinare la sua creazione fu <strong>Gaspare Porporato</strong>, il quale mor&igrave; prima dell&rsquo;ultimazione dei lavori intorno al 1650. Il castello-palazzo, rustico all&rsquo;esterno perch&eacute; non finito, &egrave; ricco ed elegante all&rsquo;interno. Comprende tre piani, pi&ugrave; due mezzani e un piano cantina ed &egrave; composto di tre corpi a &ldquo;C&rdquo;, che definiscono una corte-giardino. Una terrazza di ampio respiro, delimitata agli angoli da torri circolari, si apre sul paese di Piasco e sulla pianura.&nbsp;</p>
<p>Al pianterreno si susseguono <em>&ldquo;en enfilade&rdquo;</em>, secondo lo schema dell&rsquo;epoca, la camera del biliardo, il salone centrale e la sala da pranzo. Sempre al pianterreno si trova la cosiddetta &ldquo;camera del vescovo&rdquo;, il cui nome &egrave; legato a monsignor <strong>Giuseppe Filippo Porporato</strong>, vescovo di Saluzzo per un quarantennio - tra il 1741 e il 1781 - alla cui azione si deve, tra l&rsquo;altro, l&rsquo;edificazione del campanile barocco del duomo. &Egrave; probabile che a lui si debba la cappella situata nell&rsquo;ala sud ovest del palazzo. Al piano nobile, oltre alla terrazza con colonne di ordine ionico, altri locali di grande rilievo artistico come il salone grande, la camera dei Goblain, la camera gialla e la camera dorata. Anch&rsquo;essi si avvalgono di una disposizione <em>&ldquo;ad enfilade&rdquo;</em>, per esigenze di rispetto del cerimoniale, necessario ai fini di essere condotti al cospetto del signore. Si aprono sul cortile interno la stupenda biblioteca e la camera dei fiori. Un mistero circonda le decorazioni interne del palazzo, con affreschi sorprendenti che sono stati attribuiti a diversi autori piemontesi e liguri operanti nella seconda met&agrave; del Seicento. Intrigante &egrave; il rapporto con affreschi di Palazzo Reale a Torino e di Venaria Reale, risalenti al settimo e ottavo decennio del Seicento.</p>
<p>L&rsquo;intero edificio, frazionato in pi&ugrave; propriet&agrave;, &egrave; tuttora abitato dai discendenti dell&rsquo;ultima marchesa Porporato, sposa di Guido dei conti Biandrate di San Giorgio, ai quali pass&ograve; in eredit&agrave; il palazzo: la figlia del successore Luigi Biandrate, Lidia, &egrave; nonna degli attuali proprietari Raggi De Marini. All&rsquo;altra figlia, Luisa Biandrate, and&ograve; il castello di San Giorgio Canavese.</p>
<p>Il palazzo &egrave; aperto al pubblico solo in occasioni eccezionali, ma ospita periodici eventi e concerti. L&rsquo;Associazione Dimore Storiche Italiane (Adsi), della quale fanno parte anche altre nove residenze in provincia di Cuneo, sta valutando insieme ai proprietari la possibilit&agrave; di rendere visitabile questo poco noto scrigno di tesori artistici della nostra provincia. Chi fosse interessato a visite nelle dimore Adsi pu&ograve; trovare informazioni sul <a href="https://www.dimorestoricheitaliane.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sito</a> o rivolgersi alla <a href="mailto:piemonte@adsi.it" target="_blank" rel="noopener noreferrer">mail</a>.</p>]]></description><pubDate>Sun, 13 Jul 2025 18:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Un viaggio nella Granda criminale del primo Novecento: ecco la nuova puntata di “Wall of Cuni”]]></title><link>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/103844/123001.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Se la Cuneo di oggi non vi sembra pi&ugrave; un&rsquo;&ldquo;isola felice&rdquo;, dovreste conoscere quella di un secolo fa. Alessandra Demichelis, storica e bibliotecaria dell&rsquo;Istituto Storico della Resistenza e della Societ&agrave; Contemporanea, ce ne parla nel suo bellissimo &ldquo;La Mala Vita&rdquo;, un&rsquo;antologia di dodici racconti reali tratti da altrettante vicende giudiziarie cuneesi del primo Novecento.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Attraverso le carte dei processi in Corte d&rsquo;Assise e le cronache dei giornali dell&rsquo;epoca, con uno sguardo umano e partecipe su quelle storie dimenticate, l&rsquo;autrice ripercorre i drammi di una famiglia contadina della Langa che vede assassinare un figlio nella notte (forse da un fratello, di poco pi&ugrave; grande), di una rissa tra immigrati ad Acceglio - ma erano, pensate, bresciani e bergamaschi - finita con un accoltellato, di una prostituta vittima di un serial killer nel cuore di Cuneo vecchia, di un prete traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra che uccide un parrocchiano a pistolettate e molto altro. Storie che non hanno nulla della morbosit&agrave; del <em>true crime</em>, ma sono altrettanti spaccati su un&rsquo;epoca tumultuosa.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nella penultima puntata di <em>Wall of Cuni</em>, il podcast di Cuneodice condotto da Andrea Cascioli e Luca &ldquo;Sbrab&rdquo; Abb&agrave;, vi regaliamo un viaggio nel tempo imperdibile, tra le pieghe insospettabili di un &ldquo;buon tempo antico&rdquo; che spesso non era cos&igrave; buono.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il nuovo episodio di <em>Wall of Cuni</em> &egrave; disponibile su <a href="https://youtu.be/1ezZbA8_tdM" target="_blank" rel="nofollow">YouTube</a> e su <a href="https://open.spotify.com/episode/0K58r7i0P888FfqY2ypJqA?si=oHQ2CD3KRzWZEnlHge6PMw" target="_blank" rel="nofollow">Spotify</a>.</div>]]></description><pubDate>Wed, 18 Jun 2025 16:30:00 +0200</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[“Ho agito a fin di bene e per un’idea”: il senso del 25 aprile nelle lettere dei partigiani condannati a morte]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/101111/119406.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Ogni anno, in occasione del 25 aprile, nel dibattito pubblico serpeggia in maniera pi&ugrave; o meno sistematica la riflessione sull&rsquo;importanza del ricordo di giornate come quella della Festa della Liberazione. &Egrave; proprio vero che, come scriveva Primo Levi, &ldquo;<em>la memoria umana &egrave; uno strumento meraviglioso ma fallace</em>&rdquo;, che si sporca e si altera facilmente, persino quando riguarda pagine eroiche della nostra Storia, la storia di tutti gli italiani. E cos&igrave;, anno dopo anno, &egrave; sempre pi&ugrave; forte il sospetto che si stia perdendo il senso profondo del 25 aprile soprattutto a livello istituzionale, con dichiarazioni audaci e storicamente scorrette e poca disponibilit&agrave; a celebrare a dovere una giornata che rappresenta l&rsquo;essenza della nostra democrazia.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In occasione dell&rsquo;80&deg; anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, abbiamo quindi deciso di andare a cercare il senso profondo del 25 aprile &ldquo;interpellando&rdquo; direttamente coloro che l&rsquo;hanno realizzato, ovvero i partigiani che hanno combattuto nella Granda, provincia che, non bisogna mai dimenticarlo, &egrave; stata decorata con la Medaglia d&rsquo;oro al merito civile proprio per il suo contributo alla Resistenza. Per farlo abbiamo raccolto le lettere dei combattenti cuneesi contenute nel volume "Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana", uscito per Einaudi in prima edizione nel 1952 e ancora oggi uno dei testi di riferimento per ragionare sul 25 aprile.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Si tratta degli ultimi pensieri di ragazzi e ragazze per lo pi&ugrave; giovanissimi e comuni, che si ritrovano di fronte alla morte e decidono di affrontarla con una dignit&agrave; che sorprende e commuove. Leitmotiv delle missive contenute in questo volume, dei combattenti cuneesi ma in generale di quasi tutti i partigiani d&rsquo;Italia, &egrave; la volont&agrave; di chiedere perdono ai propri genitori per il dolore loro inflitto e per essere stati poco presenti nella loro vita. Uno scrupolo che carica di un&rsquo;umanit&agrave; quasi mai adeguatamente considerata i combattenti per la libert&agrave; che erano, prima di tutto, dei giovani.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Tra le lettere dei partigiani cuneesi non mancano alcuni nomi di spicco, giustamente celebrati ancora oggi. In primis Maria Luisa Alessi, staffetta partigiana di Falicetto fucilata nel piazzale della stazione di Cuneo il 26 novembre 1944, che nel salutare i suoi cari scrive una frase da vera combattente, fino all&rsquo;ultimo: &ldquo;<em>Prego solo non fate tante chiacchiere sul mio conto e di allontanare da voi certe donne alle quali io devo la carcerazione</em>&rdquo;. Altro personaggio di spicco della Resistenza cuneese (e non solo) che ha lasciato una lettera finale &egrave; l&rsquo;eroe nazionale, Medaglia d&rsquo;Oro al Valor Militare Duccio Galimberti. L&rsquo;allora 38enne avvocato cuneese, poche ore prima di essere fucilato a tradimento dai fascisti nei pressi di Centallo, lasci&ograve; ai suoi cari un saluto lapidario e inequivocabile, perfettamente conforme al modo di esprimersi di una figura che, con il suo discorso del 26 luglio 1943, in qualche modo ha dato inizio alla stagione della Resistenza nel nostro Paese: &ldquo;<em>Ho agito a fin di bene e per un&rsquo;idea. Per questo sono sereno e dovrete esserlo anche voi</em>&rdquo;. Questa semplice frase racchiude in s&eacute; il significato profondo del partigianato.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Un messaggio quasi identico a quello lasciato da Galimberti &egrave; anche quello di Ettore Garelli (nomi di battaglia Gomma, Bollo), 53enne torinese fucilato assieme a Maria Luisa Alessi dopo aver coordinato le attivit&agrave; partigiane nel Fossanese (&ldquo;<em>Ho coscienza di non avere male operato</em>&rdquo;). Pi&ugrave; intellettuale e ideologica &egrave; invece la riflessione che Pedro Ferreira, 23enne di Genova fucilato a Torino il 23 gennaio 1945, lascia ai suoi parenti. In questo caso &egrave; interessante notare come il giovane, combattente nelle brigate Giustizia e Libert&agrave; di Galimberti in Valle Grana, sottolinei un filo rosso che unisce i partigiani ai patrioti del Risorgimento: &ldquo;<em>Vostro figlio e fratello &egrave; morto come i fratelli Bandiera, come Ciro Menotti, Oberdan e Battisti colla fronte verso il sole ove attinse sempre forza e calore: &egrave; morto per la Patria alla quale ha dedicato tutta la sua vita: &egrave; morto per l&rsquo;onore perch&eacute; non ha mai tradito il suo giuramento, &egrave; morto per la libert&agrave; e la giustizia che trionferanno pure un giorno quando sar&agrave; passata questa bufera</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Sono invece molto pi&ugrave; &ldquo;prosaiche&rdquo;, ma non per questo meno intense, le ultime righe lasciate dagli altri combattenti cuneesi contenute nel volume: Gilberto Manegrassi, 20enne di Costigliole Saluzzo, Giuseppe Manfredi, 21enne di Fossano, Attilio Martinetto, 21enne astigiano, fucilato al Cimitero Vecchio di Cuneo, Luigi Pieropan, 24enne torinese fucilato a San Michele Mondov&igrave; e Dario Scaglione (Tarzan), 19enne di Valdivilla, celebrato anche da Fenoglio nella sua opera. Chi chiede perdono ai genitori, chi perdona i propri carnefici, chi saluta la fidanzata e le augura di trovare un nuovo amore, chi d&agrave; consigli ai fratelli minori: sono lettere di un&rsquo;umanit&agrave; sconcertante, che fanno rabbrividire a leggerle oggi.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Uno spazio a s&eacute; stante lo merita la missiva che Paola Garelli (Mirka), 28enne nata a Mondov&igrave; ma operante e fucilata a Savona, indirizza alla figlioletta: &ldquo;<em>Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino per il dolore che do loro. Non devi piangere n&eacute; vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa solo: studia, io ti protegger&ograve; dal cielo</em>&rdquo;.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Leggendo queste e tutte le altre lettere dei condannati a morte della Resistenza non si pu&ograve; che comprendere quanto questa stagione sia stata unica e irripetibile nella nostra Storia. Una stagione dove chi combatteva lo faceva per ideali pi&ugrave; alti del &ldquo;qui e ora&rdquo;, dove valeva la pena soffrire oggi per sorridere tutti domani, per inventare la democrazia in un Paese che non l&rsquo;aveva mai conosciuta prima e che da vent&rsquo;anni a quella parte non conosceva altro che ingiustizia e repressione. &ldquo;<em>La Resistenza ci ha dato la nostra religione civile</em>&rdquo;, disse un altro grande combattente cuneese come Giorgio Bocca. Ricordare e celebrare il 25 aprile e tutte le altre giornate dedicate a questa stagione vuol dire farsi discepoli di questa &ldquo;religione di tutti&rdquo;.&nbsp;&nbsp;</div>
</div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Fri, 25 Apr 2025 07:01:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giacomo Giraudo Cordero</dc:creator><author><name>Giacomo Giraudo Cordero</name></author></item><item><title><![CDATA[Che fine ha fatto il tesoro della Quarta armata? La vicenda ricostruita in un libro]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/che-fine-ha-fatto-il-tesoro-della-quarta-armata-la-vicenda-ricostruita-in-un-libro_100208.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/che-fine-ha-fatto-il-tesoro-della-quarta-armata-la-vicenda-ricostruita-in-un-libro_100208.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/100208/118253.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Gioved&igrave; 3 aprile il Museo Diocesano di Cuneo ha ospitato, aprendo con un breve ricordo di Giandomenico Genta, la presentazione del libro &ldquo;La vera storia del tesoro della 4&ordf; armata, il memoriale originale del generale Operti&rdquo;, scritto da <strong>Riccardo Rossotto</strong>, avvocato che da anni approfondisce gli eventi della storia contemporanea. Il lavoro di Rossotto si &egrave; concentrato su un episodio particolare che ha coinvolto il generale <strong>Raffaele Operti</strong>, intendente della quarta armata e ragioniere, di quelli che <em>&ldquo;contavano anche le cinque lire&rdquo;</em>. Operti si ritrova coinvolto negli accadimenti post 8 settembre, relativi all&rsquo;armistizio del governo Badoglio con gli Alleati. Un quadro di totale caos che trova nel generale Operti il &ldquo;protagonista&rdquo;. La particolarit&agrave; &egrave; che il generale era il custode della cassa comune della Quarta Armata. Una cifra altissima, pari a 170 milioni di euro attuali. In una situazione cos&igrave; complicata il generale decide di tenere la barra dritta, senza scappare e frazionando l&rsquo;immensa somma di denaro in diversi rivoli. </div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma perch&eacute; si parla dopo ottant&rsquo;anni di un evento che ha toccato queste zone dal punto di vista politico&nbsp; e anche economicamente? &ldquo;<em>Sono cinque anni che cerco di capire cosa fosse successo. &Egrave; stata un&rsquo;occasione anche per capire come &egrave; nata la Resistenza qui e quali fossero i dibattiti interni ad essa. Una narrazione che &egrave; stata caratterizzata, secondo me, da buoni e cattivi, ha lasciato fuori personaggi come Mauro Martini. Capo partigiano il cui nome non viene raccontato, salvo alcuni episodi dalla storiografia. Il Corpo Volontario della Libert&agrave; aveva cercato di riunificare tutte le brigate partigiane, anime che si sono scontrate al loro interno per decidere come combattere i nazifascisti. Erano tutti uniti nell&rsquo;obiettivo, ma all&rsquo;interno le anime erano diverse. &Egrave; proprio in questo contesto che il generale Operti si trova coinvolto</em>&rdquo;. 170 milioni di euro non sono pochi, quella era la somma che il generale Operti doveva gestire per organizzare l&rsquo;armata. Alla prima occasione utile affida il residuo di quella cassa alla Banca d&rsquo;Italia di Cuneo, il 25 aprile.&nbsp;</div>
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<div>Ne consegner&agrave; 85 milioni, con tanto di regolare ricevuta. Ecco, sicuramente sorge una domanda spontanea: il resto? Qui si apre un enorme dibattito, che sfocia anche in una pesante campagna stampa denigratoria che ha come protagonista <strong>Giorgio Bocca</strong>, soprattutto nel momento in cui Operti viene coinvolto in un processo legato a Bernocco. Qui parte quella pesante campagna di stampa che costringer&agrave; lo stesso Operti a difendersi sia in sede amministrativa, sia in sede penale, ma anche a tutelare la sua reputazione. Scriver&agrave; un memoriale in cui difende la sua posizione, una storia che ripercorre tutto il periodo (venti mesi circa) in cui &egrave; stato il custode della cassa. Nel 1948 scriver&agrave; anche un libro a riguardo.&nbsp;</div>
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<div>Le storie ricamate dietro questo tesoro sono molteplici, come quella che riguarda grandi dinastie imprenditoriali dell&rsquo;Albese che sarebbero emerse proprio grazie a una porzione di quei soldi. Ma la particolarit&agrave; di tutta questa vicenda &egrave; che &egrave; stata dormiente per pi&ugrave; di&nbsp;settant'anni. Come sono andate le cose? La leggenda si intreccia con eventi storici, ma resta il fatto che l&rsquo;unica cosa certa &egrave; la restituzione di quel 50% alla Banca d&rsquo;Italia di Cuneo. Una vicenda spinosa, contorta e che ha dato vita ad autentiche leggende. Un lavoro di ricostruzione storica che &egrave; stato fonte di grande soddisfazione per l&rsquo;autore: &ldquo;<em>Proprio ad Alba vennero rappresentanti della sinistra italiana e mi hanno riconosciuto che questa storia della Resistenza piemontese, raccontata in tutte le sue anime, belle o brutte, avvicina perch&eacute; non &egrave; una storia di eroi inimitabili. Se io racconto la vicenda nella versione giusta, indipendentemente dalla mia visione ideologica, avvicino di pi&ugrave; i giovani. Comprendono meglio la vicenda e lo vedo quando vado nelle scuole a raccontarla&rdquo;</em>.</div>
</div>]]></description><pubDate>Fri, 04 Apr 2025 12:52:00 +0200</pubDate><dc:creator>Piero Coletta</dc:creator><author><name>Piero Coletta</name></author></item><item><title><![CDATA[La strana storia del campione Augusto Manzo nelle parole di Beppe Fenoglio]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/alba-e-langhe/la-strana-storia-del-campione-augusto-manzo-nelle-parole-di-beppe-fenoglio_99206.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/alba-e-langhe/la-strana-storia-del-campione-augusto-manzo-nelle-parole-di-beppe-fenoglio_99206.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/99206/117010.jpg" title="" alt="" /><br /><div>"<em>La notizia si sparse in un baleno. Gente che stava a lavorare sulla mezzacosta di Mombarcaro fischi&ograve; verso casa perch&eacute; venissero a ritirare le bestie e scese come si trovava, nelle flanelle fradice di sudore e nei calzoni impastati di letame. Quelli del paese gi&agrave; si stringevano intorno al campione. Augusto Manzo, campione italiano di pallone elastico, era arrivato da Alba su un&rsquo;auto di piazza per visionare Sergio</em>". Si apre con queste parole il terzo racconto del ciclo Il paese di Beppe Fenoglio. Si tratta di un progetto mai completato dallo scrittore albese, di cui ci sono rimasti 82 fogli dattiloscritti suddivisi in cinque &ldquo;capitoli&rdquo; (I, II, II bis, III e XI). Nell&rsquo;idea di Fenoglio quel progetto, a cui cominci&ograve; a lavorare nell&rsquo;estate del 1954, subito dopo la pubblicazione de La malora, doveva rappresentare una sorta di ibrido tra una raccolta di storie brevi e un romanzo a mosaico, sul modello de Il borgo di William Faulkner, il suo autore americano preferito. L&rsquo;intento era infatti quello di raccontare un ambiente (le Langhe) attraverso una serie di personaggi archetipici, senza un protagonista comune. Fenoglio abbandon&ograve; il progetto nell&rsquo;estate del 1955, lasciando ai posteri solamente questi capitoli senza titolo: tre di essi (il primo, il terzo e l&rsquo;undicesimo) sono considerati dei racconti fatti e finiti e sono contenuti nel volume Tutti i racconti pubblicato da Einaudi nel 2007, mentre gli altri due restano di difficile interpretazione.</div>
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<div>E proprio il terzo racconto appare interessante, specialmente agli occhi dei lettori cuneesi. Rappresenta infatti uno straordinario incontro su carta tra due miti del nostro territorio: il campione di pallone elastico Augusto Manzo e, appunto, Beppe Fenoglio. Con la sua straordinaria prosa, in questa storia breve lo scrittore albese costruisce un vero e proprio spaccato di vita e cultura langhigiana raccontando la visita del grande campione a un paesino non meglio specificato delle colline (ma che non si fa fatica a identificare come Santo Stefano Belbo tra le due guerre). Lo scopo della visita di Manzo, nominato poche volte se non come "il campione", &egrave; quello di valutare il giovane terzino Sergio, per eventualmente ingaggiarlo nella sua &ldquo;quadretta&rdquo; complice l&rsquo;infortunio del suo titolare. L&rsquo;atmosfera creata da Fenoglio &egrave; paragonabile all&rsquo;epica classica: Manzo &egrave; accolto dalla comunit&agrave; e descritto dall&rsquo;autore come un dio pagano che per un giorno fa visita ai mortali della Langa, increduli ed emozionati di fronte a tanta magnificenza. Ma l&rsquo;aspetto pi&ugrave; straordinario di questo racconto &egrave; rappresentato dal modo in cui Fenoglio gestisce i dialoghi, per lo pi&ugrave; riguardanti gli aspetti tecnici del gioco del pallone elastico. Di fatto, con le sue battute ad effetto e il ritmo con cui le posiziona sulla carta, Fenoglio porta lo stile di Hemingway su una povera collina delle Langhe, che, come quasi sempre accade nelle opere &ldquo;langhigiane&rdquo; dello scrittore albese, viene caricata di un&rsquo;universalit&agrave; e di una profondit&agrave; sorprendentemente credibili e a tratti commoventi. &nbsp;</div>
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<div>E cos&igrave; le gesta del grande campione Augusto Manzo si sono riverberate anche nella letteratura. Ma questa mitizzazione sulla pagina messa in atto da Fenoglio non stupisce poi cos&igrave; tanto: se si legge anche solo a sommi capi la biografia del battitore, infatti, ci si rende conto della sua grandezza. Nato a Santo Stefano Belbo nel 1911, Manzo cominci&ograve; a praticare lo sport del pallone elastico da piccolissimo, continuando a giocare anche negli anni del liceo, frequentato in quanto i genitori desideravano per lui una carriera da veterinario. Fin da subito ci si rese conto che il ragazzo aveva la stoffa del campione, tanto che vinse da protagonista gli scudetti del 1932, 1933 (con la maglia di Torino) e del 1935 (con quella di Canelli) arrivando secondo nell&rsquo;edizione 1934. Nel 1936 la vita e la carriera di Manzo presero una svolta inaspettata. Militare a Roma nel corpo dei Granatieri di Sardegna, tutti si accorsero del suo talento, tanto che venne trasferito a Livorno, dove cominci&ograve; a praticare il &ldquo;pallone col bracciale&rdquo;, fino agli anni Venti vero e proprio sport nazionale dell&rsquo;Italia e largamente praticato soprattutto tra la Toscana e l&rsquo;Emilia Romagna. Si trattava di una versione &ldquo;evoluta&rdquo; del pallone elastico piemontese, in cui i giocatori colpivano una palla pi&ugrave; grande con l&rsquo;ausilio di un imponente bracciale di legno contornato di &ldquo;denti&rdquo;. All&rsquo;epoca i pallonisti erano di gran lunga gli atleti pi&ugrave; pagati e celebrati del panorama sportivo italiano e Augusto Manzo arriv&ograve; a primeggiare anche in questa specialit&agrave; guidando la compagine livornese alla conquista di due scudetti, nel 1937 e nel 1942, poco prima di essere richiamato alle armi. Dopo la guerra, Manzo torn&ograve; da istituzione vivente nel suo Piemonte e al pallone elastico, conquistando cinque scudetti consecutivi con l&rsquo;Albese tra il 1947 e il 1951. Probabilmente fu in questa fase che Manzo conquist&ograve; definitivamente il cuore di Fenoglio e di centinaia di altri appassionati di quello sport. Il grande campione si ritir&ograve; dall&rsquo;attivit&agrave; agonistica nel 1963 a cinquantadue anni. La continuit&agrave; con l&rsquo;esperienza biografica di Fenoglio continu&ograve; anche nell&rsquo;attivit&agrave; professionale di Manzo, che divenne rappresentante vinicolo per le cantine Fontanafredda e Martini &amp; Rossi. Fu inoltre consigliere comunale ad Alba dal 1951 al 1956 e dirigente della Federazione Italiana Pallone Elastico. Mor&igrave; nel 1982 a seguito di un incidente stradale, ma il suo mito ha riecheggiato nel corso dei decenni grazie a quello che di lui hanno scritto, oltre che Fenoglio, anche penne illustri come Giampaolo Ormezzano, Giovanni Arpino, Franco Piccinelli e Bruno Perrucca.</div>
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<div>Il caso del terzo racconto de Il paese &egrave; dunque un raro esempio di incontro tra due figure leggendarie della nostra terra. Commuove pensare che sia esistita un&rsquo;epoca in cui la Granda sia riuscita a &ldquo;sfornare&rdquo; talenti simili in ambiti cos&igrave; diversi e, soprattutto, che questi talenti si siano prima di tutto conquistati a vicenda. E cos&igrave; un campione di pallone elastico &egrave; potuto diventare, anche solo per poche pagine, un eroe moderno come Milton o come Johnny: un personaggio che travalica i confini delle pagine in cui il suo autore l&rsquo;ha confinato per continuare a raccontare qualcos&rsquo;altro, qualcosa di pi&ugrave; profondo e duraturo. &Egrave; soprattutto leggendo pagine di questo tipo che si prova il grande rammarico di aver perso cos&igrave; presto un narratore straordinario come Beppe Fenoglio.</div>]]></description><pubDate>Sun, 16 Mar 2025 10:37:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giacomo Giraudo Cordero</dc:creator><author><name>Giacomo Giraudo Cordero</name></author></item><item><title><![CDATA[L'Olocausto a Borgo San Dalmazzo: Memo4345 ricorda una storia a lungo dimenticata]]></title><link>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/l-olocausto-a-borgo-san-dalmazzo-memo4345-ricorda-una-storia-a-lungo-dimenticata_97033.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/l-olocausto-a-borgo-san-dalmazzo-memo4345-ricorda-una-storia-a-lungo-dimenticata_97033.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/97033/114139.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Ogni ricorrenza ha i suoi luoghi simbolo. Nel caso della Giornata della Memoria, istituita nel 2005 per ricordare lo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, quei luoghi sono i campi di concentramento, testimonianze fisiche di un periodo tra i pi&ugrave; bui della storia. Un orrore, quello dell&rsquo;Olocausto, che vide come teatro anche la provincia di Cuneo. A Borgo San Dalmazzo, infatti, fu attivo tra la fine del 1943 e l&rsquo;inizio del 1944 un vero e proprio campo di concentramento. Una storia fino ad alcuni anni fa poco nota, una storia di cui gli stessi borgarini, negli anni successivi al conflitto, avrebbero parlato malvolentieri. A testimonianza dei fatti avvenuti in quei mesi, dal 2021 &egrave; aperto a Borgo San Dalmazzo il museo multimediale Memo4345: allestito all&rsquo;interno della ex chiesa di Sant&rsquo;Anna, il percorso espositivo, frutto di approfondite ricerche storiche, accompagna i visitatori alla scoperta della storia degli ebrei - oltre 350 - che furono deportati dal campo borgarino, la gran parte con destinazione Auschwitz.&nbsp;</div>
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<h2>La fuga da Saint Martin Vesubie</h2>
<div>Il campo borgarino apr&igrave; la sera del 18 settembre 1943. Pochi giorni prima circa ottocento ebrei, una volta iniziato il ripiegamento delle truppe italiane della IV Armata di stanza in Francia dopo l'armistizio dell'8 settembre, erano fuggiti dal confino coatto di Saint Martin Vesubie e attraversando le Alpi a piedi erano scesi in valle Gesso. Si trattava di persone provienienti da tutta Europa, che speravano che dopo l&rsquo;8 settembre l&rsquo;Italia potesse essere un luogo sicuro. Da questa parte delle montagne, a Valdieri, i fuggitivi trovarono per&ograve; le forze tedesche. I nazisti avevano occupato Cuneo il 12 settembre, oltre trecento persone furono catturate durante il rastrellamento in valle sei giorni pi&ugrave; tardi. Gli ebrei stranieri arrivati da Saint Martin Vesubie &ndash; compresi coloro che si presentarono spontaneamente dopo un bando diramato dal Comando tedesco di Borgo San Dalmazzo - vennero schedati la sera stessa, ma di quei registri oggi non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; traccia. Negli archivi del Comune di Borgo San Dalmazzo &egrave; presente un elenco che riporta 349 nomi, che si stima sia stato compilato pi&ugrave; di un mese dopo l&rsquo;internamento dei prigionieri. Agli ebrei catturati il 18 settembre si erano aggiunti quelli rastrellati dalla Gestapo a Cuneo e dintorni e quelli che, dopo aver trovato rifugio nelle montagne e nelle borgate intorno a Borgo San Dalmazzo, furono trovati e fermati dai tedeschi nei giorni successivi all'arrivo da Saint Martin Vesubie. Alcuni erano riusciti a fuggire gettandosi dai camion che dalla valle Gesso trasportavano i catturati verso Borgo San Dalmazzo, altri confondendosi tra la folla che si era radunata sul piazzale antistante l'ex caserma degli Alpini scelta come Polizeihaftlager.</div>
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<h2>Il campo di concentramento</h2>
<div>Il campo non aveva l&rsquo;aspetto macabro al quale i lager rimandano l&rsquo;immaginario collettivo. Non c&rsquo;erano torrette di guardia, non c&rsquo;era il filo spinato: si trattava semplicemente dell&rsquo;ex caserma degli Alpini &ldquo;Principe di Piemonte&rdquo;, abbandonata da anni, sita nel piazzale che oggi ospita le scuole medie e l&rsquo;Asl. C&rsquo;erano Carabinieri addetti alla sorveglianza interna, c'erano militari tedeschi, ma alcuni detenuti avevano permessi per uscire e godevano di autorizzazioni a ricevere visite all&rsquo;interno del campo, oltre che a comunicare con i parenti all'esterno. Nelle settimane successive molti borgarini si mossero per portare ai prigionieri cibo, coperte, indumenti e altro materiale, tutto quanto potesse in qualche modo alleggerire il peso della permanenza nel campo. Figura fondamentale fu quella di don Raimondo Viale, che insieme a don Francesco Brondello, oltre a fornire aiuti materiali agli internati, si prodig&ograve; per coloro che erano riusciti ad evitare la cattura e che si nascondevano nelle vallate circostanti: a lui dal 1998 &egrave; intitolata la piazza dove sorgeva il campo.</div>
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<div>La permanenza dei prigionieri nel campo in ogni caso fu fin da subito molto dura: la caserma, dopo tanti anni di abbandono, era sporca, fatiscente e priva dei servizi fondamentali, dai materassi al riscaldamento. Sarebbero poi stati gli stessi detenuti ad allestire un&rsquo;infermeria e a ripulire i locali, sfruttando anche gli aiuti ricevuti dai borgarini. Ad una sistemazione precaria si aggiungevano poi le continue violenze, le umiliazioni e i soprusi da parte delle SS. Gli uomini in salute nei due mesi successivi furono costretti a svolgere lavori pesanti, proprio come accadeva nei pi&ugrave; grandi campi di concentramento in altre parti d&rsquo;Europa: il pi&ugrave; delle volte si trattava di trasportare alla stazione ferroviaria tutto ci&ograve; che veniva razziato sul territorio e poi inviato in Germania.</div>
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<div>Tra i detenuti ci fu chi riusc&igrave; a salvarsi dalla deportazione alla quale gli ebrei erano destinati: alcuni riuscirono ad evadere e scappare, altri si salvarono perch&egrave; ricoverati nell&rsquo;ospedale di Cuneo (quelli ricoverati a Borgo, invece, non furono risparmiati), chi per malattie contratte durante l'internamento, chi per incidenti durante il lavoro nel campo. A fine ottobre, inoltre, furono liberati i prigionieri cuneesi, gli &ldquo;ariani&rdquo; che secondo i rapporti dell&rsquo;epoca erano stati &ldquo;erroneamente arrestati&rdquo;, e nel campo rimasero solamente gli ebrei stranieri.</div>
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<div>A inizio novembre anche le forze tedesche della Waffen SS, inviate sul fronte russo, lasciarono Borgo San Dalmazzo. Furono rimpiazzate in provincia di Cuneo dalla Wermacht, la quale decise di lasciare ai Carabinieri la gestione del campo. Nel frattempo, il 20 novembre, si concluse la deportazione verso Auschwitz degli ebrei internati nel campo di Drancy, a nord est di Parigi: un evento che indirettamente condann&ograve; anche i prigionieri di Borgo San Dalmazzo. Fu in quel momento, infatti, che il comandante del campo di Drancy Alois Brunner ordin&ograve; la partenza di coloro che erano detenuti nell'ex caserma degli Alpini &ldquo;Principe di Piemonte&rdquo;: la direttiva fu trasmessa a Borgo San Dalmazzo dall'Ufficio antiebraico della Gestapo di Nizza e la mattina del 21 novembre fu comunicata ai prigionieri. Nelle cucine del campo gli internati si affrettarono a recuperare tutto il cibo possibile, i Carabinieri offrirono loro cappotti e provviste per il viaggio: un viaggio lungo, si andava &ldquo;nel Reich&rdquo;, come avevano comunicato le SS arrivate al campo la mattina. Alle 11 l&rsquo;ordine di partire, con quattro o cinque militari tedeschi a scortare gli ebrei verso la vicina stazione ferroviaria, dove dieci-dodici vagoni merci erano stati predisposti la sera precedente: alle 13, dopo essere stati depredati di denaro e gioielli, tutti i detenuti furono caricati sui vagoni. Alle 14 il convoglio part&igrave; verso Nizza via Savona per poi fare tappa a Drancy e, tra dicembre e gennaio, ripartire verso Auschwitz: a bordo del treno partito il 21 novembre 1943 dalla stazione di Borgo San Dalmazzo c&rsquo;erano 331 ebrei.</div>
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<h2>La seconda deportazione</h2>
<div>Dopo quel nefasto 21 novembre il campo rimase chiuso per dodici giorni, prima di essere riaperto su iniziativa della Repubblica Sociale Italiana a inizio dicembre: il Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi dispose l&rsquo;arresto degli ebrei presenti sul territorio nazionale e la loro detenzione nei campi di concentramento provinciali, contestualmente alla confisca di tutti i loro beni. Nei due mesi successivi altri 26 ebrei, 23 italiani e 3 stranieri, sarebbero cos&igrave; stati rinchiusi nel campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo, in attesa di un destino analogo a quello di chi li aveva preceduti. Un nuovo convoglio part&igrave; dalla stazione ferroviaria borgarina, diretto a Fossoli, alle 5.30 del mattino del 15 febbraio 1944, un orario strategico scelto in modo che la popolazione non si accorgesse di ci&ograve; che stava succedendo: alcuni furono poi deportati ad Auschwitz, altri a Buchenwald.</div>
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<div>Dei 357 ebrei detenuti nel campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo e successivamente deportati, settantotto non arrivavano ai 21 anni, sette avevano meno di un anno. Pochissimi riuscirono a sopravvivere: i nomi di diciannove superstiti campeggiano in verticale nel Memoriale di fianco alla stazione ferroviaria, simbolo visivo di chi era riuscito a rimanere in piedi. Secondo le ricerche condotte negli anni successivi dalle autrici di &ldquo;Oltre il Nome&rdquo;, Adriana Muncinelli ed Elena Fallo, per&ograve;, i superstiti sarebbero stati almeno trentanove.</div>
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<h2>Dopo la guerra</h2>
<div>Al termine del conflitto, per vent'anni il campo rimase cos&igrave; com'era quel 15 febbraio del 1944, quando gli ultimi prigionieri lo lasciarono: abbandonato al suo destino, ferita aperta in una citt&agrave; che per molti anni avrebbe fatto fatica a riparlare di ci&ograve; che vi era successo in quei cinque mesi. Non si fece nulla per conservare la struttura, n&eacute; per costruire una consapevolezza dolorosa, ma necessaria ed istruttiva: i gesti concreti per mantenere viva questa memoria sarebbero arrivati solo decenni pi&ugrave; tardi. Tra il 1964 e il 1974 un'intera ala dell'edificio venne demolita per fare spazio alla nuova scuola media della citt&agrave;. Solo una targa, accanto all'ingresso, fu posta a ricordo dei fatti avvenuti durante la guerra. Nei decenni successivi l'edificio che oggi ospita gli ambulatori e gli uffici dell'Asl si sarebbe poi sovrapposto a ci&ograve; che restava della ex caserma degli Alpini: una parte venne ristrutturata, un'altra abbattuta e ricostruita. Oggi di quello che fu il campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo rimangono l'androne, un salone, ristrutturato e intitolato a don Raimondo Viale, e il cortile interno. &Egrave; rimasta come allora, invece, la stazione ferroviaria dalla quale partirono i convogli. Il Memoriale che ricorda gli ebrei deportati dal campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo di fianco alla stazione ferroviaria &egrave; stato inaugurato nel 2006.</div>
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<h2>Memo4345</h2>
<div>Memo4345 &egrave; stato inaugurato il 5 settembre del 2021. L&rsquo;obiettivo, per usare le parole dell&rsquo;allora sindaco di Borgo Gian Paolo Beretta, &egrave; ricordare una storia &ldquo;<em>che per troppi anni &egrave; stata dimenticata</em>&rdquo;. I contenuti dell&rsquo;esposizione sono stati curati dalla gi&agrave; citata Adriana Muncinelli, collaboratrice dell&rsquo;Istituto storico della Resistenza e della Societ&agrave; Contemporanea della provincia di Cuneo. Memo4345 ospita non solo la ricostruzione delle storie di chi venne deportato da Borgo San Dalmazzo, ma anche approfondimenti sulla persecuzione antiebraica in Europa nella prima met&agrave; del Novecento, fino alla Shoah. Un&rsquo;iniziativa - spiegano gli ideatori del museo - &ldquo;<em>dedicata alla memoria degli ebrei che sono passati di qui e rivolta a tutti coloro che sentono il dovere di conoscere e ricordare i passi che hanno portato alla Shoah e la responsabilit&agrave; di opporsi oggi ovunque si manifestino</em>&rdquo;.</div>
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<div>La gestione del percorso museale &egrave; affidata all&rsquo;Atl del Cuneese, gi&agrave; titolare dell&rsquo;Ufficio Turistico IAT di Borgo San Dalmazzo. La mostra &egrave; visitabile il sabato e la domenica (&egrave; consigliata la prenotazione, a questo link ulteriori informazioni), mentre dal luned&igrave; al venerd&igrave; &egrave; aperta su richiesta per gruppi e scolaresche. Memo4345 &egrave; un progetto del Comune di Borgo San Dalmazzo, realizzato anche con il contributo del FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), nell&rsquo;ambito di Vermenagna-Roya (Programma europeo di cooperazione transfrontaliera tra Francia e Italia ALCOTRA 2014/20), e con il contributo di Fondazione CRC per restauro e valorizzazione della ex chiesa di Sant'Anna, grazie al Bando Patrimonio Culturale.</div>
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<div>Nella Giornata della Memoria che si celebra oggi, chiudiamo con una riflessione riportata proprio sul sito di Memo4345: &ldquo;<em>Oggi come allora, le democrazie impaurite dalle pressioni populiste cominciano a distinguere tra migranti &lsquo;qualificati&rsquo; da eventualmente accogliere e quelli da respingere. Nessuna differenza tra i nazionalismi furibondi del primo dopoguerra e quelli di oggi, che ciecamente si costruiscono con le proprie mani la loro prigione, barricandosi dietro fili spinati e leggi contro la piet&agrave;, identiche a quelle del passato. Nessuna differenza nei mille avvoltoi politici che presentano ogni giorno esattamente come allora, gli stranieri come la causa di tutti i mali del proprio Stato. E che seminano nei confronti di quanti chiedono aiuto la psicosi dell&rsquo;invasione criminale. Nulla di nuovo nell&rsquo;indifferenza di quanti, oggi come allora, continuano la loro vita chiudendo occhi e orecchie, come se nulla stesse succedendo, come se tutto questo non li riguardasse</em>&rdquo;.</div>]]></description><pubDate>Mon, 27 Jan 2025 08:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Dalmasso</dc:creator><author><name>Andrea Dalmasso</name></author></item><item><title><![CDATA[Il passato rivive attraverso le piante: l'erbario storico del Liceo Pellico diventa un libro]]></title><link>https://www.cuneodice.it/eventi/cuneo-e-valli/il-passato-rivive-attraverso-le-piante-l-erbario-storico-del-liceo-pellico-diventa-un-libro_96484.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/eventi/cuneo-e-valli/il-passato-rivive-attraverso-le-piante-l-erbario-storico-del-liceo-pellico-diventa-un-libro_96484.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/96484/113439.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Un&rsquo;opera che intreccia scienza, storia e cultura locale: &ldquo;Un erbario, un Liceo, una citt&agrave;&rdquo;, il libro realizzato dal Liceo Classico e Scientifico Pellico-Peano di Cuneo, &egrave; il frutto di un lavoro collettivo che ha attraversato gli anni e coinvolto docenti, studenti ed esperti del territorio. La presentazione si terr&agrave; domani, sabato 11 gennaio, alle 17.30 presso la Casa del Fiume, con un successivo evento il 12 febbraio al cinema teatro Monviso.</div>
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<h2>La storia dietro l'erbario</h2>
<div>L'erbario storico, curato tra il 1874 e il 1901 dal professor Corrado Boccaccini, docente di Storia Naturale presso il Regio Liceo Pellico, &egrave; un patrimonio unico: diciotto volumi contenenti circa novecento specie botaniche, raccolte principalmente nel Cuneese e accompagnate da un manoscritto dettagliato. Questo non si limita a descrivere le caratteristiche botaniche delle specie, ma riporta anche informazioni sui luoghi di raccolta, fornendo una preziosa testimonianza della Cuneo ottocentesca e dei suoi ambienti naturali. "Le Scienze Naturali, abituando a classificare un gran numero di idee, ammaestrano i giovani in quella parte della logica che si chiama metodo, perch&eacute; la storia naturale &egrave; la scienza che esige i metodi pi&ugrave; rigorosi". Questa frase rappresenta l&rsquo;approccio metodico come filo conduttore del progetto scolastico che ha portato alla riscoperta e valorizzazione dell&rsquo;erbario.</div>
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<h2>Il progetto scolastico</h2>
<div>Tutto &egrave; iniziato nel 2017 con un percorso biennale di Alternanza Scuola-Lavoro (oggi PCTO) che ha visto la partecipazione, inizialmente di diciotto studenti, determinati a portare avanti il lavoro con dedizione. Il progetto, coordinato dalle professoresse Angiola Bono e Fulvia Giannessi, insieme al botanico Dario Olivero, si &egrave; concentrato su diversi aspetti: la trascrizione del manoscritto, lo studio delle specie botaniche e l&rsquo;analisi degli ambienti naturali del Parco fluviale Gesso-Stura.</div>
<div>Attraverso uscite sul campo e lezioni pratiche, gli studenti hanno esplorato il territorio, fotografando le specie e confrontando i dati storici con la realt&agrave; attuale. Una delle scoperte pi&ugrave; curiose riguarda la &ldquo;Typha minima&rdquo;, una pianta che un tempo cresceva alla confluenza tra il Gesso e lo Stura e oggi si trova solo a Moiola. Questo studio, condotto in collaborazione con il Parco Alpi Marittime e l'Universit&agrave; di Torino, rappresenta un esempio di come passato e presente possano dialogare attraverso la ricerca scientifica.</div>
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<h2>Il libro</h2>
<div>&ldquo;Un erbario, un Liceo, una citt&agrave;&rdquo; non &egrave; solo un libro scientifico: &egrave; una narrazione a pi&ugrave; voci che unisce l&rsquo;analisi botanica alla storia del Liceo Pellico e della citt&agrave; di Cuneo. Ogni pagina testimonia l&rsquo;impegno di chi ha creduto nel progetto: docenti come Angiola Bono e Fulvia Giannessi, esperti come Dario Olivero e Renzo Salvo, e studenti che hanno messo a disposizione il loro entusiasmo e le loro competenze. Il dirigente scolastico Alessandro Parola ha contribuito con un capitolo sulla storia del Liceo, sottolineando l&rsquo;importanza di mantenere viva la memoria di una scuola che ha rappresentato un punto di riferimento culturale per la citt&agrave;.</div>
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<h2>Un omaggio al territorio</h2>
<div>Come ha osservato Igor Varrone, direttore provinciale di Cia Agricoltori Italiani, questo lavoro &egrave; &ldquo;un omaggio alla cultura agricola del nostro territorio&rdquo;. L&rsquo;erbario non &egrave; solo una raccolta di piante, ma una finestra su un mondo in trasformazione, dove la natura e la storia si intrecciano per raccontare l&rsquo;evoluzione della citt&agrave;.</div>
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<h2>Appuntamenti da non perdere</h2>
<div>La presentazione ufficiale del libro si terr&agrave; domani, sabato 11 gennaio, alle 17.30 presso la Casa del Fiume (piazzale Cavallera 19). L&rsquo;evento &egrave; gratuito, ma &egrave; necessaria la prenotazione sul sito del Parco fluviale Gesso-Stura. Il secondo appuntamento sar&agrave; mercoled&igrave; 12 febbraio alle 21 presso il cinema teatro Monviso, nell&rsquo;ambito delle conferenze organizzate da Pro Natura Cuneo. Con &ldquo;Un erbario, un Liceo, una citt&agrave;&rdquo;, il Liceo Pellico-Peano non solo celebra il proprio passato, ma invita a riflettere sul rapporto tra natura, educazione e memoria collettiva, offrendo un contributo prezioso alla comunit&agrave; cuneese.</div>
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<h2>Dove trovare il libro</h2>
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<div>Per maggiori informazioni e per acquistare il volume &egrave; possibile contattare i referenti al seguente indirizzo mail: <a href="mailto:erbario.cuneo@gmail.com" target="_blank" rel="nofollow">erbario.cuneo@gmail.com</a>.</div>
</div>]]></description><pubDate>Fri, 10 Jan 2025 15:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Monica Fissore</dc:creator><author><name>Monica Fissore</name></author></item><item><title><![CDATA[Il giorno che Bene divenne Bene Vagienna e altre storie poco note della Granda]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/fossanese/il-giorno-che-bene-divenne-bene-vagienna-e-altre-storie-poco-note-della-granda_96148.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/fossanese/il-giorno-che-bene-divenne-bene-vagienna-e-altre-storie-poco-note-della-granda_96148.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/96148/113034.jpg" title="" alt="" /><br /><div>&Egrave; trascorso nel 2022 il 160esimo anniversario di un evento che ha a suo modo segnato la storia della provincia Granda, almeno sul piano della toponomastica. Si tratta della pubblicazione del regio decreto del 4 dicembre 1862, con il quale si accoglieva il cambio di denominazione di ben 45 comuni.</div>
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<div>A sollecitare l&rsquo;innovazione era stata una circolare del ministero dell&rsquo;Interno datata al 30 giugno di quello stesso anno, relativa all&rsquo;&ldquo;Identit&agrave; della denominazione di diversi Comuni&rdquo;. Il neonato Regno d&rsquo;Italia - la cui unificazione risaliva a poco pi&ugrave; di un anno prima - si era posto il problema della coesistenza tra una quantit&agrave; di centri abitati, prima appartenenti ai vari Stati della penisola, con un nome identico. Considerando che per introdurre il codice postale ci sarebbe voluto ancora pi&ugrave; di un secolo, ce n&rsquo;era abbastanza per far impazzire i postini, ma anche le autorit&agrave; e i normali cittadini: basti pensare a quante localit&agrave;, dall&rsquo;Alpe a Sicilia, condividono appellativi come &ldquo;castelletto&rdquo;, &ldquo;villanova&rdquo; o &ldquo;torre&rdquo;!</div>
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<div>Se un terzo dei quasi ottomila comuni italiani ha un nome composto, ci&ograve; si deve in gran parte alla famosa circolare contro le omonimie, definite <em>&ldquo;spesso cagione di equivoci e d&rsquo;imbarazzi cos&igrave; per i privati come per le pubbliche amministrazioni&rdquo;</em>. Il suggerimento ai &ldquo;doppioni&rdquo; era <em>&ldquo;se non di cangiare affatto la loro denominazione, almeno di farvi qualche aggiunta che si potrebbe desumere dalla speciale situazione di ciascun Comune, secondo che si trova in monte o nel piano, al mare o sovra un fiume o torrente&rdquo;</em>. Le amministrazioni, sollecitate dai prefetti, si adeguarono.</div>
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<div>In provincia di Cuneo alcune &ldquo;aggiunte&rdquo; ebbero plurime manifestazioni: i toponimi &ldquo;Piemonte&rdquo; (aggregato a Bagnolo, Caramagna, Limone), &ldquo;d&rsquo;Alba&rdquo; o &ldquo;Albese&rdquo;, &ldquo;Langhe&rdquo;, &ldquo;Mondov&igrave;&rdquo; e quelli ispirati ai corsi d&rsquo;acqua, cio&egrave; i vari appellativi riferiti a Tanaro, Grana, Stura, Pesio, Macra (Maira) e cos&igrave; via. Tra il 1862 e il 1863 l&rsquo;attuale Briga francese divenne Briga Marittima, le due Magliano furono ribattezzate Magliano Alpi e Magliano d&rsquo;Alba (dal 1910 ridenominata Magliano Alfieri), le due Monasterolo si &ldquo;sdoppiarono&rdquo; tra Monasterolo Casotto e Monasterolo di Savigliano, San Michele Mondov&igrave; marc&ograve; la sua differenza da San Michele Prazzo (poi annessa a Prazzo in epoca fascista, assieme a Ussolo). Ci fu chi alla doppia denominazione prefer&igrave; un parziale cambio di nome: perci&ograve; Torricella &egrave; ora Torresina, Morra &egrave; La Morra, Valloriate ha preso il posto di Valloria e Vicoforte quello di Vico.</div>
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<div>Un caso a s&eacute; stante &egrave; quello di Bene Vagienna. Ne parla un volume intitolato &ldquo;160 anni fa Bene divent&ograve; Bene Vagienna. Fu un errore storico?&rdquo;, frutto della collaborazione tra il Centro Studi Piemontesi e l&rsquo;associazione Amici di Bene, che raccoglie gli atti di un convegno del 2022. L&rsquo;&ldquo;errore&rdquo; a cui si allude &egrave; appunto l&rsquo;aggiunta del determinante &ldquo;Vagienna&rdquo;, un chiaro richiamo alla romana Augusta Bagiennorum e prima ancora alla trib&ugrave; dei Liguri Bagienni o Vagienni, che abitarono quel territorio fin verso la met&agrave; del II secolo avanti Cristo. Prima del fatidico 1862 la citt&agrave; era identificata solo come Bene, forma volgarizzata del medievale Benne che richiama la stessa origine etnica. Una ridondanza inutile, si &egrave; poi sostenuto: lo studioso <strong>Francesco Ravera</strong> propose perci&ograve; la modifica in Bene di Piemonte o Bene Piemonte, stante l&rsquo;esigenza di distinguerla dalla comasca Bene Lario.</div>
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<div><em>&ldquo;Non &egrave; stato un errore ma una scelta consapevole&rdquo;</em> risponde invece <strong>Attilio Offman</strong>, curatore del volume storico insieme a <strong>Gustavo Mola di Nomaglio</strong> e <strong>Michelangelo Fessia</strong>: <em>&ldquo;Siamo in pieno Risorgimento ed era considerato un aspetto di grande importanza storica e patriottica richiamare il ricordo dei Bagienni e delle origini romane&rdquo;</em>. Analoghi richiami &ldquo;etnici&rdquo; andavano per la maggiore soprattutto fra Abruzzo e Puglia: <em>&ldquo;In cima alla &lsquo;hit parade&rsquo; troviamo i Sanniti, poi Bruzi, Dauni e altri popoli italici&rdquo;</em>. Il saggio di Offman, partendo da questo spunto, contiene una digressione erudita sui confini dell&rsquo;antico territorio dei Bagienni, pi&ugrave; tardi inglobato nella Regio IX Liguria sotto Augusto.</div>
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<div><em>&ldquo;Il territorio &egrave; abbastanza collocato, ma era molto probabilmente assai pi&ugrave; vasto di quanto si pensi&rdquo;</em> sostiene lo storico. A suffragare questa ipotesi &egrave; un passo della Naturalis Historia di <strong>Plinio il Vecchio</strong>, dove si afferma che le sorgenti del Padus (il fiume Po) si trovassero in <em>&ldquo;finibus Ligurum Bagiennorum&rdquo;</em>, vale a dire ai confini del territorio dei Bagienni. Possibile che l&rsquo;insigne naturalista e geografo, morto nell&rsquo;eruzione di Pompei, avesse preso una cantonata? Per Offman non &egrave; cos&igrave;: lo prova la sua conoscenza del Po, dove afferma che il letto del fiume &ldquo;riemerge&rdquo; a Forum Vibii Caburrum (Cavour). Oggi noi sappiamo che la maggior portata del corso d&rsquo;acqua da quel punto in poi si deve alla sua conformazione e non a un fenomeno carsico, ma questa era l&rsquo;opinione diffusa tra gli antichi.</div>
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<div><em>&ldquo;&Egrave; uno spunto</em> - argomenta Offman - <em>per qualche osservazione sulla collocazione dei Ligures, nell&rsquo;elenco che Plinio il Vecchio redige superando i limiti della Regio IX Liguria: sono dieci popolazioni, tra cui appunto i Bagienni. C&rsquo;&egrave; la tendenza ad attribuire ai Bagienni tutte le vallate occidentali della provincia di Cuneo: secondo me non &egrave; cos&igrave;, tutto il territorio della valle Stura e delle valli Gesso e Vermenagna a mio parere dovrebbe essere attribuito ai Turi e altre vallate ai Veneni&rdquo;</em>.</div>
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<div>Quanto alla questione del nome, la conclusione &egrave; che <em>&ldquo;non si pu&ograve; chiedere agli storici di affrontare un compito che compete semmai agli amministratori. Se si sceglie Bene, si sceglie di ricordare la storia gloriosa di questa citt&agrave; fino al 1861. Se si sceglie Bene Vagienna si ricorda in particolare la temperie risorgimentale&rdquo;</em>.</div>]]></description><pubDate>Sun, 29 Dec 2024 11:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[La magia del Sol Invictus si ripete alla Casnea di Briaglia]]></title><link>https://www.cuneodice.it/curiosita/monregalese/la-magia-del-sol-invictus-si-ripete-alla-casnea-di-briaglia_95985.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/curiosita/monregalese/la-magia-del-sol-invictus-si-ripete-alla-casnea-di-briaglia_95985.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/95985/112848.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Succede ogni anno tra il 21 e il 22 dicembre, quando una lama di luce colpisce il fondo della Casnea di Briaglia, un cunicolo ipogeo la cui origine storica resta un mistero per gli archeologi.</div>
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<div>La chiamano la &ldquo;Newgrange italiana&rdquo;, perch&eacute; un fenomeno analogo si verifica in un tumulo neolitico irlandese, costruito intorno al 3.200 avanti Cristo e perci&ograve; ancora pi&ugrave; antico di Stonehenge. A Newgrange, patrimonio dell&rsquo;Unesco, si ritrovano ogni anno migliaia di persone per assistere al &ldquo;rito&rdquo; del solstizio: il sito &egrave; inavvicinabile, a meno di non prenotare con mesi o anni di anticipo.</div>
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<div>L&rsquo;ipogeo di Briaglia non &egrave; altrettanto famoso e frequentato, anche se la sua notoriet&agrave; &egrave; cresciuta a partire dal 2012, quando sono stati effettuati nuovi scavi e una serie di lavori per renderlo accessibile. Dall&rsquo;esterno si vede una porticina con architrave, seguita da un corridoio rettilineo con due camere e una cisterna. All&rsquo;interno c&rsquo;&egrave; una specie di arcosolio, somigliante alla classica tipologia delle tombe etrusche ed egizie. L&rsquo;area &egrave; privata e chiusa al pubblico da un cancello, ma &egrave; possibile visitarla partecipando alle iniziative del Comitato Landand&eacute;. Questa mattina, intorno alle otto, si erano radunate un centinaio di persone: il Sol Invictus non le ha deluse, malgrado un&rsquo;iniziale foschia. Intorno alle 8,30 il pennello di luce, spuntato da una forcella tra i monti, si &egrave; proiettato per alcuni minuti sulla falsa porta che chiude il corridoio, dopo circa 15 metri di galleria.</div>
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<div><strong>Piero Barale</strong> e <strong>Laura Sciolla</strong> sono i protagonisti della &ldquo;riscoperta&rdquo; della Casnea. Il primo a penetrarvi, nel 1971, era stato il professor <strong>Ettore Janigro D&rsquo;Aquino</strong>. I giornali locali diedero ampia pubblicit&agrave; alla clamorosa scoperta di quello che l&rsquo;archeologo casalese riteneva essere un dolmen - cio&egrave; un sepolcro megalitico - innalzato dai Liguri Bagienni. Janigro D&rsquo;Aquino prosegu&igrave; nei decenni successivi le sue ricerche, collezionando materiali che erano a suo parere steli e manufatti umani. Fantarcheologia, ha sempre ribattuto la Soprintendenza: <em>&ldquo;Janigro pensava che le pietre raccolte fossero state create da mano umana, poi si &egrave; scoperto che sono invece modellate dalla natura: non &egrave; detto per&ograve; che lo siano tutte&rdquo;</em> sostiene Barale.</div>
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<div>Il sito venne abbandonato e quasi dimenticato, dopo essere stato derubricato a un semplice <em>crutin</em> per la conservazione dei cibi o a una cava. Le pi&ugrave; recenti indagini hanno smentito entrambe le ipotesi, con l&rsquo;ausilio di perizie fornite da geologi e ingegneri minerari: <em>&ldquo;Ci stiamo sempre pi&ugrave; rendendo conto che questo &egrave; un luogo particolare, anche se non un dolmen come si pensava ai primordi&rdquo;</em>. La datazione resta per&ograve; molto incerta: i reperti pi&ugrave; antichi scavati nel 2012 risalgono al periodo medievale, con ceramiche del V-VI secolo e altri oggetti fino al XIV secolo. <em>&ldquo;Era un luogo frequentato probabilmente per la raccolta dell&rsquo;acqua, dopo essersi trasformato in una cisterna sotterranea&rdquo;</em> spiega ancora Barale. Il toponimo Casnea richiama il termine &ldquo;casna&rdquo;, radice indoeuropea della parola &ldquo;quercia&rdquo;, suggerendo un collegamento con un bosco sacro.</div>
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<div>Quel che &egrave; pressoch&eacute; certo &egrave; che la sua collocazione non &egrave; frutto di una felice casualit&agrave;: gli astronomi dell&rsquo;Istituto Nazionale di Astrofisica stimano tra 0,6% e 1% le probabilit&agrave; in questo senso. L&rsquo;ipogeo &egrave; quindi <em>&ldquo;un unicum anche dal punto di vista del fenomeno solare&rdquo;</em>, conclude Laura Sciolla. Ed &egrave; proprio il sole che potrebbe fornire un indizio sulla sua datazione: l&rsquo;altezza a cui sorge in questo momento, dice Barale, <em>&ldquo;non corrisponde esattamente all&rsquo;asse dell&rsquo;ipogeo. Il sole si trovava allineato al corridoio nel 3000 a.c., ma non abbiamo elementi datanti che dimostrino l&rsquo;esistenza dell&rsquo;ipogeo gi&agrave; cinquemila anni fa&rdquo;</em>.</div>
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<div>Un altro mistero &egrave; legato alla presenza di ocra rossa sulla parete al fondo della camera, notata gi&agrave; negli anni Settanta da Janigro. Il dipartimento di Scienze della Terra dell&rsquo;universit&agrave; di Torino l&rsquo;ha analizzata e ha scoperto che si tratta di cinabro: un minerale che veniva utilizzato come elemento sacrale a scopo funerario e che non si trova in nessun luogo circostante. Il punto di provenienza pi&ugrave; vicino &egrave; il monte Amiata, nell&rsquo;Appennino toscano, cosa che suggerisce collegamenti con la civilt&agrave; etrusca. Questione da indagare, cos&igrave; come si intende fare per approfondire la rifrazione della luce sull&rsquo;acqua della cisterna: <em>&ldquo;Gli studi sono proseguiti anche in altri ambiti, sulla geobiologia e il suono dell&rsquo;ipogeo&rdquo;</em> sottolinea Sciolla, precisando che quello spazio <em>&ldquo;&egrave; un luogo con energie molto elevate, in particolare durante il solstizio&rdquo;</em>. Solo poche settimane fa alcuni ricercatori hanno rilevato nell&rsquo;ipogeo una frequenza di 101 hertz, molto vicina ai 110 hertz di Newgrange. Nella camera di fondo i tecnici del suono hanno emesso una nota unica, sol e do, scoprendo che veniva amplificata dalla struttura per effetto di rifrazione tra le pareti. L&rsquo;ipotesi &egrave; che il riverbero potesse essere utilizzato per scopi rituali dai misteriosi costruttori.</div>]]></description><pubDate>Sun, 22 Dec 2024 15:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[A ottant'anni dall'assassinio, le ultime ore di vita di Duccio Galimberti ricostruite in un libro]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/a-ottant-anni-dall-assassinio-le-ultime-ore-di-vita-di-duccio-galimberti-ricostruite-in-un-libro_95181.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/a-ottant-anni-dall-assassinio-le-ultime-ore-di-vita-di-duccio-galimberti-ricostruite-in-un-libro_95181.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/95181/111783.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Il 28 novembre del 1944 Duccio Galimberti fu casualmente arrestato a Torino. Trasportato a Cuneo, la sera del 2 dicembre varc&ograve; verso le ore 20 il passo carraio in corso IV Novembre 11. Dopo circa dieci ore di orribili violenze, il corpo fu scaricato presso Tetto Croce. Sugli abiti i segni di una finta fucilazione, rilevati alcuni anni fa dai RIS di Parma. Oggi, 3 dicembre 2024, ricorrono quindi gli ottant&rsquo;anni dall&rsquo;uccisione dell&rsquo;avvocato ed eroe della Resistenza cuneese.</div>
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<div>Un nuovo libro, &ldquo;La verit&agrave; sull&rsquo;assassinio di Duccio Galimberti ottant&rsquo;anni dopo&rdquo;, ricostruisce ora le ore che ne precedettero la morte. Pubblicato da Primalpe, &egrave; stato scritto da Sergio Costagli.</div>
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<div>Spiega l&rsquo;autore: &ldquo;<em>Parlare e scrivere di questo delitto sembra dare ancora fastidio ai pochi che detengono il monopolio della storiografia della Resistenza, convinti di avere solo loro il diritto di raccontarne i fatti secondo una versione ufficiale immutabile e mai compiutamente verificata da oltre sessant&rsquo;anni. Gli abbagli e gli scivoloni di una ottusa vulgata ufficiale, che vede Galimberti assassinato lungo la statale 20, oppure Galimberti che giunto sul luogo dell&rsquo;esecuzione grida &lsquo;No! No!&rsquo; (la fonazione era impedita in realt&agrave; da una grave frattura alla mandibola), o ancora Galimberti &lsquo;sfigurato e finito a colpi di pistola&rsquo;, come affermato sul sito del Comune di Cuneo, in contrasto con l&rsquo;immagine fotografica scattata nella camera mortuaria del cimitero urbano, nella quale il volto appare sereno e non sfigurato</em>&rdquo;.</div>
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<div>Il nuovo libro chiarisce, mettendo in luce nuovi documenti e testimonianze, come e dove fu commesso il delitto: non a Tetto Croce, dove oggi un cippo ricorda l&rsquo;assassino e dove il corpo di Galimberti fu portato gi&agrave; privo di vita, ma a Cuneo, alcune ore prima.</div>
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<div>Costagli sottolinea poi quelle che secondo lui sono &ldquo;occasioni perse&rdquo; dalla citt&agrave; di Cuneo: &ldquo;<em>Nel 1929 Galimberti con due amici fond&ograve; il Circolo schermistico di Cuneo con sede nel palazzo Chiodo. Fortissimo schermista, nel 1933 conquist&ograve; il titolo provinciale di campione di spada e di sciabola, titolo che conserver&agrave; nei due anni successivi. Perch&eacute; non intitolare il &lsquo;Circolo Schermistico Cuneo&rsquo; in piazza Foro Boario a Duccio Galimberti? La ricorrenza degli ottant&rsquo;anni dall&rsquo;assassinio, poteva essere l&rsquo;occasione per esporre in modo permanente il cappotto e la giacca di Galimberti (con le necessarie spiegazioni) nella Casa Museo, poich&eacute; quegli abiti non solo rappresentano un bene della collettivit&agrave;, ma costituiscono anche un&rsquo;importante memoria della storia della citt&agrave; e non semplicemente un triste reperto da conservare chiuso in una vecchia valigia. Verso le 20 del 2 dicembre 1944, Galimberti, detenuto, varc&ograve; il passo carraio dell&rsquo;Ufficio politico di corso IV Novembre 11. Nessuna lapide per ricordare quelle dieci terribili ore di violenze e torture del trentottenne avvocato cuneese, oltre che dei numerosi antifascisti picchiati e torturati in quel luogo. Una vergogna. Ritengo queste occasioni imperdonabilmente perse dalla Citt&agrave; Medaglia d&rsquo;Oro al Valore Militare dove nacque l&rsquo;eroe nazionale</em>&rdquo;.</div>
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<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Tue, 03 Dec 2024 10:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item></channel></rss>
