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<rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" version="2.0"><channel><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > Saluzzo]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/saluzzese/]]></link><atom:link href="https://www.cuneodice.it/rss/news/cultura/storia-locale/saluzzese/rss2.0.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[Tutte le ultime notizie di Storia Locale a Saluzzo aggiornate in tempo reale e le news che Cuneo dice]]></description><lastBuildDate>Wed, 22 Apr 2026 13:50:04 +0200</lastBuildDate><image><url>https://static.cuneodice.it/cuneo/images/logo.png</url><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > Saluzzo]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/saluzzese/]]></link></image><item><title><![CDATA[Quando a Cuneo era vietato lavorare nei giorni festivi. Storie e curiosità sulla legge nel Medioevo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116275/140647.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Alcune curiosit&agrave; sulle norme penali durante il Medioevo nelle nostre terre.&nbsp;In questo campo davvero si nota l&rsquo;impressionante differenza fra le epoche passate e l&rsquo;attuale. Se alcune pene possono apparire addirittura ridicole, altre fanno rabbrividire.&nbsp;Rispetto a oggi due sono le differenze sostanziali: allora erano pubbliche e soprattutto fisiche (con menomazioni corporali) e, in secondo luogo, erano pesantemente puniti i reati contro la morale (cristiana, logicamente).&nbsp;Uno per tutti: la bestemmia.&nbsp;Era il primo reato contro la religione.&nbsp;Come veniva punita? Un po&rsquo; ovunque con la &ldquo;lavata di capo&rdquo;. In questo caso la pena non comportava lesioni fisiche, ma &ldquo;solo&rdquo; l&rsquo;esposizione al pubblico ludibrio.&nbsp;Il colpevole veniva condannato a pagare una multa salata e, se non vi provvedeva, veniva portato in un luogo pubblico (in genere al pozzo centrale del borgo, a Demonte e a Cuneo al luogo chiamato il &ldquo;pellerino&rdquo;): di fronte al popolo tutto radunato per l&rsquo;occasione, il bestemmiatore veniva fatto distendere per terra e gli venivano versate tre o pi&ugrave; secchiate d&rsquo;acqua sul capo (tre a Boves, quattro a Cuneo, tre a Demonte). Per di pi&ugrave; a Demonte il colpevole, prima della lavata di capo, doveva rimanere per un giorno intero legato al pellerino ed esposto al pubblico ludibrio. Una bella umiliazione e non solo, perch&eacute; quando il poveretto era legato e impossibilitato a difendersi, chi passava poteva non limitarsi a deriderlo.</p>
<p>Un altro reato oggi scomparso &egrave; il &ldquo;lavoro in giorno festivo&rdquo;.&nbsp;Anche questo era un reato ed era punito con una multa, in quanto spregio al giorno dedicato al Signore. V&rsquo;era tuttavia la possibilit&agrave; di farla franca. Quando? Facile immaginarlo. Quando si lavorava per il bene diretto o indiretto della Chiesa: ad esempio lo statuto di Beinette prevedeva l&rsquo;esenzione dalla pena se il lavoro era fatto per la Confratria (le confraternite erano enti religiosi), o per l&rsquo;ospedale (anche qui, in quanto opera di carit&agrave;, in mano al Clero) o per la Chiesa o per una persona povera.&nbsp;</p>
<p>E il buon costume?&nbsp;In questo termine erano compresi tutti i comportamenti lesivi del credo religioso e della morale assai severa del tempo, ma ci&ograve; che pi&ugrave; colpisce &egrave; la differenza enorme di trattamento fra uomo e donna nei delitti di adulterio e violenza sessuale. Sembra roba d&rsquo;altri tempi, ma &egrave; giusto ricordare che la violenza sessuale &egrave; divenuta in Italia reato contro la persona soltanto nel 1996. Le pene poi, solitamente, riguardavano soltanto gli uomini e non le donne, alle quali era riservato un trattamento ben peggiore.&nbsp;L&rsquo;adulterio dell&rsquo;uomo era punito con la multa e, nel caso il reo non potesse pagarla, con la pubblica fustigazione. Ad esempio, in Beinette l&rsquo;adultero si prendeva una bella multa, il cui importo variava a seconda del consenso o meno della donna. Chi non poteva pagare la multa era sottoposto alla fustigazione.&nbsp;A Boves ci si limitava alla fustigazione da una porta all&rsquo;altra del paese e per due volte.&nbsp;</p>
<p>&Egrave; appena il caso di ricordare che destinatario delle norme in esame era l&rsquo;uomo e non la donna, perch&eacute; a quest&rsquo;ultima era riservato ben di peggio. Scopo della donna era dare figli certi al marito e nel comune sentire la donna che violava tale obbligo, violava una legge sacra e si metteva fuori dalla societ&agrave;. L&rsquo;adultera poteva nel generale consenso essere picchiata anche fino alla morte dal marito tradito, in molti luoghi era condannata a morte; ben che andasse veniva ripudiata e diventava la svergognata del paese, una puttana e niente pi&ugrave;, e come tale trattata da tutti. &nbsp;</p>
<p>A comprova dello stato di totale inferiorit&agrave; della donna &egrave; anche quanto veniva disposto in tema di violenza carnale cum virgine (e anche qui siamo arrivati quasi ai giorni nostri). Sempre in Boves la pena consisteva nel taglio di una mano o di un piede (molte donne e non solo, al giorno d&rsquo;oggi, riterrebbero giusto ripristinare qualcosa di simile a quell&rsquo;uso, anche se adattato ai tempi, come ad esempio: la castrazione chimica), ma il reo poteva evitare la pena sposando entro dieci giorni la vittima. &Egrave; il cosiddetto &ldquo;matrimonio riparatore&rdquo; in uso pressoch&eacute; ovunque e rimasto nella nostra Italia fino al 1981 quando con la legge n. 442 fu finalmente abrogato l&rsquo;art. 544 del Codice Penale che prevedeva l&rsquo;estinzione del reato per lo stupratore e i suoi complici se la violentata (se minorenne, per lei i suoi genitori) accettava di sposarlo. Del resto la donna aveva ben poche alternative, perch&eacute; ben difficilmente avrebbe potuto sposarsi ed era per tutti una &ldquo;svergognata&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Senza approfondire molti altri casi di reati assai pi&ugrave; gravi e pene, par giusto chiudere con una curiosit&agrave;. Era il reato per &ldquo;i cattivi scherzi alle spose&rdquo;. S&igrave;, i cattivi scherzi alle spose vietati dallo statuto di Cuneo. Evidentemente in citt&agrave; era invalso l&rsquo;uso curioso di far scherzi alle spose, degenerato poi in scherzi decisamente pesanti al punto di prevederne la punibilit&agrave;, come l&rsquo;accogliere la sposa con corni, sonagli e bacini o con ingiurie, o addirittura, si badi perch&eacute; la cosa &egrave; davvero curiosa, portar via porte e finestre della camera nuziale o far trovare un terzo vestito (da uomo ovviamente) nel letto nuziale.</p>
<p>Cos&igrave; andava il mondo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Ad Aigues Mortes una targa per ricordare il massacro in cui furono uccisi anche due cuneesi]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ad-aigues-mortes-una-targa-per-ricordare-il-massacro-in-cui-furono-uccisi-anche-due-cuneesi_116254.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ad-aigues-mortes-una-targa-per-ricordare-il-massacro-in-cui-furono-uccisi-anche-due-cuneesi_116254.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116254/140624.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Ieri, mercoled&igrave; 13 marzo 2026, ad Aigues Mortes &egrave; stata inaugurata una targa in memoria della <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/sangue-nelle-saline-il-massacro-degli-immigrati-italiani-ad-aigues-mortes_77333.html" target="_blank">strage xenofoba</a> che tra il 16 e il 17 agosto 1893 provoc&ograve; la morte di dieci lavoratori italiani, due dei quali, Giovanni Bonetto, trentunenne di Frassino, e Giuseppe Merlo, 29 anni, centallese, erano originari della provincia di Cuneo.</p>
<p>La posa della targa &egrave; frutto dell&rsquo;impegno di Enzo Barnab&agrave;, lo storico che da anni si occupa del tragico episodio in cui un gruppo di lavoratori italiani impiegati nelle saline della cittadina francese venne massacrato dalla folla inferocita con l&rsquo;accusa di sottrarre lavoro alla manodopera locale.</p>
<p>Nel corso della cerimonia, cui ha partecipato il sindaco di Aigues Mortes, Pierre Maum&eacute;jean, &egrave; stato auspicato che le vittime dell&rsquo;eccidio possano essere ricordate anche nei rispettivi paesi di origine con la dovuta evidenza.</p>
<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 09:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[Una Pompei tra le campagne di Costigliole: ecco i segreti della villa romana]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/una-pompei-tra-le-campagne-di-costigliole-ecco-i-segreti-della-villa-romana_115636.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/una-pompei-tra-le-campagne-di-costigliole-ecco-i-segreti-della-villa-romana_115636.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/139682.jpg" title="" alt="" /><br /><p>La chiamano la &ldquo;Pompei di Costigliole Saluzzo&rdquo;, perch&eacute; in comune con la citt&agrave; romana pi&ugrave; celebre al mondo ha l&rsquo;esperienza di una tragedia che ne fiss&ograve; gli ultimi istanti per l&rsquo;eternit&agrave;. In questo caso non si tratt&ograve; di un&rsquo;eruzione, bens&igrave; di un incendio.</p>
<p>Gli archeologi lo datano con precisione alla fine del terzo secolo dopo Cristo, tra l&rsquo;anno 280 e il 290, in base alle monete ritrovate. Si sa che quel rogo distrusse un insediamento rurale che nel periodo di massimo splendore si estendeva su tre ettari di terreni, con un corpo di fabbrica principale grande cinquemila metri quadrati. La villa era insieme un centro agricolo e artigianale e una stazione di posta, collocata in posizione strategica. Per tre secoli, prima di consumarsi nelle fiamme, aveva dominato gli scambi lungo uno dei maggiori assi viari della Gallia Cisalpina.</p>
<p>L&rsquo;incendio, per quanto ne sappiamo, non ebbe vittime: gli scavi non hanno restituito scheletri, all&rsquo;infuori di quello di un povero cane. Per gli archeologi il disastro &egrave; per&ograve; una fonte straordinaria di informazioni, perch&eacute; ci permette oggi di ricostruire le tecniche e i materiali di quell&rsquo;epoca. &Egrave; ci&ograve; che la squadra impegnata sugli scavi ha cercato di fare a partire dal 2022, con una campagna di archeologia sperimentale.&nbsp;<em>&ldquo;Qui c&rsquo;&egrave; una delle ville romane pi&ugrave; significative del nord Italia per ampiezza, ma il sito sta diventando molto di pi&ugrave;&rdquo;</em> conferma il prorettore dell&rsquo;universit&agrave; di Torino <strong>Gianluca Cuniberti</strong>, intervenendo all&rsquo;incontro che il Fai di Cuneo ha organizzato per presentare i risultati della ricerca: <em>&ldquo;L&rsquo;archeologia sperimentale</em> - aggiunge - <em>diventa concretamente un&rsquo;archeologia di comunit&agrave; che pu&ograve; coinvolgere tutti&rdquo;</em>.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139683.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"></p>
<h2>Un grande centro di scambi sulla via delle Alpi</h2>
<p>Quando gli studiosi iniziarono a interessarsi del sito alla periferia del paese, poco pi&ugrave; di vent&rsquo;anni fa, si pensava fosse un piccolo insediamento o un ricetto per animali. Nel corso degli anni si &egrave; capito che si trattava di qualcosa di differente:<em> &ldquo;La villa sorge al centro di quello che era sicuramente un esteso fondo agricolo, da cui derivavano i prodotti che poi venivano trasformati all&rsquo;interno&rdquo;</em> spiega la professoressa <strong>Valeria Meirano</strong>. In et&agrave; augustea vi erano due corpi di fabbrica originari, poi ampliati: c&rsquo;erano ambienti residenziali abitati dai proprietari, i pi&ugrave; raffinati, ma anche una <em>taberna deversoria</em>, ovvero una locanda. Offriva riparo e pasti caldi, oltre a una rimessa per i carri, ai viaggiatori di passaggio lungo la via pedemontana e la via delle Gallie, in direzione del colle dell&rsquo;Agnello e degli altri passi alpini.</p>
<p><em>&ldquo;La taberna deversoria &egrave; dotata anche di latrina, un &lsquo;comfort&rsquo; probabilmente non usuale&rdquo;</em> fa presente l&rsquo;archeologa. A testimoniare l&rsquo;importanza di questa area di sosta &egrave; la presenza di un esteso sistema idraulico, con <em>&ldquo;una rete di condotti sotterranei che &egrave; assolutamente unica per un insediamento extraurbano di questo tipo&rdquo;</em>. C&rsquo;erano ben tre fornaci per la creazione di manufatti in argilla e metallo e una quantit&agrave; ingente di macine in pietra, utili a produrre farine per rifocillare i braccianti e gli ospiti della <em>taberna</em>. A Costigliole la terra ha restituito anche i resti di un impianto di produzione vinicola: uno dei pochissimi nell&rsquo;intero arco alpino occidentale. Il ritrovamento dei vinaccioli ha consentito di lanciare un progetto di archeologia botanica per risalire alle variet&agrave; dei vitigni presenti. I resti ossei animali e i macroresti vegetali consentono di acquisire altre informazioni fondamentali sull&rsquo;alimentazione dei residenti.</p>
<p><em>&ldquo;Il sito restituisce una quantit&agrave; e una qualit&agrave; di conoscenza veramente stupefacente&rdquo;</em> conferma il professor <strong>Diego Elia</strong>, che insieme alla collega Meirano conduce la missione scientifica dal 2007. Una scoperta tanto pi&ugrave; rilevante in quanto <em>&ldquo;non ci sono libri che ci parlino di questa parte di territorio prima del Mille: oggi siamo invece in grado di raccontarne la storia&rdquo;</em>.</p>
<h2><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139684.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"><br>L&rsquo;archeologia sperimentale riporta in vita i materiali</h2>
<p>Insieme ai collaboratori&nbsp;<strong>Veronica Bellacicco</strong> e <strong>Simone Guion</strong>, Elia ha condotto negli ultimi tre anni un progetto di archeologia sperimentale che ha consentito di ricostruire, con buona approssimazione, alcune opere murarie della villa. Dalla zona della cava di Piasco sono stati recuperati argilla, sabbia e limo, da cui sono poi stati realizzati gli impasti: <em>&ldquo;Su questi tipi di costruzione </em>- osserva Guion -<em> la letteratura antica non ci d&agrave; nessuna indicazione, poche ne derivano anche dalla letteratura novecentesca&rdquo;</em>. I ricercatori hanno poi sottoposto il muro cos&igrave; realizzato, secondo la tecnica dell&rsquo;<em>opus craticium</em>, a una &ldquo;prova del fuoco&rdquo; per confrontare i materiali ottenuti con quelli originali dello scavo.</p>
<p>Un&rsquo;autentica &ldquo;archeologia del gesto&rdquo;, la definisce il capo missione: il tentativo di ricostruire l&rsquo;immateriale, ricreando tecniche dimenticate da duemila anni. La stessa ambizione ha portato l&rsquo;<em>&eacute;quipe</em> dell&rsquo;universit&agrave; di Torino a cercare di riprodurre tegole e coppi in argilla gialla e rossa, in modo che si avvicinino il pi&ugrave; possibile ai materiali antichi. Solo pochi giorni fa i risultati di questo esperimento sono stati consegnati, per essere completati, a <strong>Roberto Paolini</strong>, un ceramista di Cerveteri che da anni si dedica alle riproduzioni ceramiche.</p>
<h2><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139685.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"><br>La villa di Costigliole &egrave; ora un &ldquo;caso&rdquo; internazionale</h2>
<p>Il futuro della &ldquo;Pompei di Costigliole&rdquo; &egrave; ancora da scrivere, man mano che il suo passato riemerge dalla terra o si riplasma nelle mani degli archeologi.&nbsp;<em>&ldquo;Non ci sono ancora i capitali per poter musealizzare il sito, cosa che ci auguriamo avvenga al pi&ugrave; presto&rdquo;</em> dice <strong>Roberto Audisio</strong>, capo delegazione del Fai di Cuneo.</p>
<p>Nel frattempo, la fama della villa ha valicato i confini nazionali. Nel 2024 era stata oggetto di un intervento al convegno internazionale dei bronzi antichi ad Atene, con oltre 130 relatori. Il prossimo agosto c&rsquo;&egrave; la possibilit&agrave; che gli studiosi tornino a parlarne nella capitale greca, con una ricerca sui vetri della villa.</p>
<p><img class="lazyload" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/images/lazy.png" data-src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139686.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"></p>]]></description><pubDate>Sun, 01 Mar 2026 07:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[5 agosto 1985: quarant'anni fa il tragico incidente di Sant'Anna di Vinadio]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/106042/125890.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Undici morti, ventisette feriti. &Egrave; il drammatico bilancio di uno dei pi&ugrave; tragici incidenti stradali mai avvenuti in provincia di Cuneo, di cui oggi ricorre il quarantesimo anniversario. Il teatro della sciagura &egrave; quello della strada che da Vinadio porta ai 2020 metri di altitudine del santuario di Sant&rsquo;Anna.&nbsp;</p>
<p>Sono da poco passate le ore 16 del 5 agosto 1985, un luned&igrave;, quando sul vallone si abbatte un violento nubifragio. &ldquo;<em>Un temporale, estivo, violento: l&rsquo;acqua battente invade la stretta strada di montagna. I tornanti fanno paura. La visibilit&agrave; &egrave; ridotta</em>&rdquo;. Questo lo scenario descritto dall&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo; Emanuele Mont&agrave;, nell&rsquo;articolo pubblicato all&rsquo;indomani sulla prima pagina del quotidiano. Due pullman dell&rsquo;Ati sono partiti poco prima dal piazzale del Santuario per riportare a Cuneo un gruppo di pellegrini: la strada era gi&agrave; vietata ai mezzi oltre i dieci metri, con apposita segnaletica installata dalla Provincia, ma il divieto all&rsquo;epoca veniva frequentemente ignorato. I due bus scendono verso valle fino a quando due auto che li precedono si fermano sulla carreggiata ostruendo il passaggio, nei pressi della vecchia presa dell&rsquo;Enel. Forse un guasto, forse un tamponamento: i conducenti dei due mezzi escono dall&rsquo;abitacolo, costringendo i due pullman al sorpasso in un punto in cui la strada &egrave; particolarmente stretta.&nbsp;</p>
<p>Il primo bus passa, non senza difficolt&agrave;, poi procede il secondo. &Egrave; in quel momento che si consuma la tragedia: forse una manovra sbagliata di qualche centimetro, forse un cedimento del terreno, le ruote di sinistra finiscono fuori dalla carreggiata, l&rsquo;autobus scivola e finisce nella scarpata sottostante, ribaltandosi pi&ugrave; volte e finendo scoperchiato, ridotto ad un ammasso di lamiere. Tragico, come detto, il bilancio, spettrale la scena che i soccorritori si ritrovano davanti: &ldquo;<em>Rottami sparsi ovunque, corpi senza vita, prigionieri delle lamiere e confusi con una ventina di feriti. Altri, meno gravi, si lamentano tra gli arbusti e cercano di raggiungere la strada. Ovunque sangue, documenti, oggetti personali</em>&rdquo;, scrive ancora l&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo;. Nove persone vengono estratte gi&agrave; prive di vita, altre due moriranno pochi giorni dopo in ospedale a Cuneo e Savigliano a causa delle ferite riportate.&nbsp;</p>
<p>Le vittime erano di Cuneo, Montanera, Castelletto Stura, Caraglio, Cervignasco e Torino, tutti pellegrini al rientro da una visita al santuario pi&ugrave; alto d'Europa. La pi&ugrave; giovane, Anna Maria Ambrogio, aveva 25 anni: con lei anche la figlia di 4 anni, sopravvissuta.&nbsp;</p>
<p>Nel seguente processo Roberto Origlia, quarantenne cuneese che era alla guida del pullman, avrebbe poi patteggiato un anno per omicidio colposo. I parenti delle vittime e i feriti saranno risarciti con un miliardo di lire dall&rsquo;assicurazione dell&rsquo;azienda di trasporti.</p>]]></description><pubDate>Tue, 05 Aug 2025 14:28:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Dalmasso</dc:creator><author><name>Andrea Dalmasso</name></author></item><item><title><![CDATA[Uno scrigno di tesori sconosciuti: il castello di Piasco]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/uno-scrigno-di-tesori-sconosciuti-il-castello-di-piasco_105034.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/uno-scrigno-di-tesori-sconosciuti-il-castello-di-piasco_105034.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/105034/124501.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Domina le alture di Piasco una fortezza maestosa che pochi, finora, hanno avuto la fortuna di vedere anche nei suoi ambienti interni. Parliamo di palazzo Porporato, elegante espressione della cultura barocca piemontese che risale, nel suo attuale aspetto, alla met&agrave; del secolo XVII.</p>
<p>Il maniero originario fu costruito, poco dopo il Mille, per volere del vescovo Landolfo di Torino. Era formato da due torri e da un corpo centrale dove i feudatari potevano rifugiarsi nei momenti di tensione politica: i difensori potevano anche comunicare con un&rsquo;altra torre ormai distrutta, al fondo del paese. Il castello passer&agrave; poi al capostipite dei marchesi del Vasto, Bonifacio, che acquisisce da Federico Barbarossa il titolo di signore della val Varaita. Il pi&ugrave; antico maniero fu distrutto nel corso delle guerre del secolo XII: soltanto un torrione del &ldquo;castello vecchio&rdquo; rimase in piedi fino agli anni Cinquanta del secolo scorso.</p>
<p>Agli albori del Seicento, con la fine del marchesato di Saluzzo e l&rsquo;inizio della dominazione sabauda, &egrave; la volta dei marchesi Porporato: l&rsquo;edificazione dell&rsquo;attuale dimora incomincia nel 1640, con un progetto riferibile a <strong>Carlo di Castellamonte</strong>, ideatore dell&rsquo;attuale piazza San Carlo e di numerosi altri interventi architettonici a Torino. Esiste una copia, firmata a matita da <em>&ldquo;Carlo di Castellamonte, architetto di Carlo Emanuele I&rdquo;</em>, che non consente un&rsquo;attribuzione certa ma rimanda comunque al nuovo clima culturale creatosi a Torino con l&rsquo;arrivo di Cristina di Francia.</p>
<p>Il progetto era molto pi&ugrave; ampio: si ipotizzava che la dimora avrebbe avuto due cortili, l&rsquo;attuale e uno altrettanto vasto su una seconda ala che non venne poi realizzata, probabilmente a causa dei frequenti conflitti. A patrocinare la sua creazione fu <strong>Gaspare Porporato</strong>, il quale mor&igrave; prima dell&rsquo;ultimazione dei lavori intorno al 1650. Il castello-palazzo, rustico all&rsquo;esterno perch&eacute; non finito, &egrave; ricco ed elegante all&rsquo;interno. Comprende tre piani, pi&ugrave; due mezzani e un piano cantina ed &egrave; composto di tre corpi a &ldquo;C&rdquo;, che definiscono una corte-giardino. Una terrazza di ampio respiro, delimitata agli angoli da torri circolari, si apre sul paese di Piasco e sulla pianura.&nbsp;</p>
<p>Al pianterreno si susseguono <em>&ldquo;en enfilade&rdquo;</em>, secondo lo schema dell&rsquo;epoca, la camera del biliardo, il salone centrale e la sala da pranzo. Sempre al pianterreno si trova la cosiddetta &ldquo;camera del vescovo&rdquo;, il cui nome &egrave; legato a monsignor <strong>Giuseppe Filippo Porporato</strong>, vescovo di Saluzzo per un quarantennio - tra il 1741 e il 1781 - alla cui azione si deve, tra l&rsquo;altro, l&rsquo;edificazione del campanile barocco del duomo. &Egrave; probabile che a lui si debba la cappella situata nell&rsquo;ala sud ovest del palazzo. Al piano nobile, oltre alla terrazza con colonne di ordine ionico, altri locali di grande rilievo artistico come il salone grande, la camera dei Goblain, la camera gialla e la camera dorata. Anch&rsquo;essi si avvalgono di una disposizione <em>&ldquo;ad enfilade&rdquo;</em>, per esigenze di rispetto del cerimoniale, necessario ai fini di essere condotti al cospetto del signore. Si aprono sul cortile interno la stupenda biblioteca e la camera dei fiori. Un mistero circonda le decorazioni interne del palazzo, con affreschi sorprendenti che sono stati attribuiti a diversi autori piemontesi e liguri operanti nella seconda met&agrave; del Seicento. Intrigante &egrave; il rapporto con affreschi di Palazzo Reale a Torino e di Venaria Reale, risalenti al settimo e ottavo decennio del Seicento.</p>
<p>L&rsquo;intero edificio, frazionato in pi&ugrave; propriet&agrave;, &egrave; tuttora abitato dai discendenti dell&rsquo;ultima marchesa Porporato, sposa di Guido dei conti Biandrate di San Giorgio, ai quali pass&ograve; in eredit&agrave; il palazzo: la figlia del successore Luigi Biandrate, Lidia, &egrave; nonna degli attuali proprietari Raggi De Marini. All&rsquo;altra figlia, Luisa Biandrate, and&ograve; il castello di San Giorgio Canavese.</p>
<p>Il palazzo &egrave; aperto al pubblico solo in occasioni eccezionali, ma ospita periodici eventi e concerti. L&rsquo;Associazione Dimore Storiche Italiane (Adsi), della quale fanno parte anche altre nove residenze in provincia di Cuneo, sta valutando insieme ai proprietari la possibilit&agrave; di rendere visitabile questo poco noto scrigno di tesori artistici della nostra provincia. Chi fosse interessato a visite nelle dimore Adsi pu&ograve; trovare informazioni sul <a href="https://www.dimorestoricheitaliane.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sito</a> o rivolgersi alla <a href="mailto:piemonte@adsi.it" target="_blank" rel="noopener noreferrer">mail</a>.</p>]]></description><pubDate>Sun, 13 Jul 2025 18:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Un viaggio nella Granda criminale del primo Novecento: ecco la nuova puntata di “Wall of Cuni”]]></title><link>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/103844/123001.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Se la Cuneo di oggi non vi sembra pi&ugrave; un&rsquo;&ldquo;isola felice&rdquo;, dovreste conoscere quella di un secolo fa. Alessandra Demichelis, storica e bibliotecaria dell&rsquo;Istituto Storico della Resistenza e della Societ&agrave; Contemporanea, ce ne parla nel suo bellissimo &ldquo;La Mala Vita&rdquo;, un&rsquo;antologia di dodici racconti reali tratti da altrettante vicende giudiziarie cuneesi del primo Novecento.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Attraverso le carte dei processi in Corte d&rsquo;Assise e le cronache dei giornali dell&rsquo;epoca, con uno sguardo umano e partecipe su quelle storie dimenticate, l&rsquo;autrice ripercorre i drammi di una famiglia contadina della Langa che vede assassinare un figlio nella notte (forse da un fratello, di poco pi&ugrave; grande), di una rissa tra immigrati ad Acceglio - ma erano, pensate, bresciani e bergamaschi - finita con un accoltellato, di una prostituta vittima di un serial killer nel cuore di Cuneo vecchia, di un prete traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra che uccide un parrocchiano a pistolettate e molto altro. Storie che non hanno nulla della morbosit&agrave; del <em>true crime</em>, ma sono altrettanti spaccati su un&rsquo;epoca tumultuosa.</div>
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<div>Nella penultima puntata di <em>Wall of Cuni</em>, il podcast di Cuneodice condotto da Andrea Cascioli e Luca &ldquo;Sbrab&rdquo; Abb&agrave;, vi regaliamo un viaggio nel tempo imperdibile, tra le pieghe insospettabili di un &ldquo;buon tempo antico&rdquo; che spesso non era cos&igrave; buono.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il nuovo episodio di <em>Wall of Cuni</em> &egrave; disponibile su <a href="https://youtu.be/1ezZbA8_tdM" target="_blank" rel="nofollow">YouTube</a> e su <a href="https://open.spotify.com/episode/0K58r7i0P888FfqY2ypJqA?si=oHQ2CD3KRzWZEnlHge6PMw" target="_blank" rel="nofollow">Spotify</a>.</div>]]></description><pubDate>Wed, 18 Jun 2025 16:30:00 +0200</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[“Ho agito a fin di bene e per un’idea”: il senso del 25 aprile nelle lettere dei partigiani condannati a morte]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/101111/119406.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Ogni anno, in occasione del 25 aprile, nel dibattito pubblico serpeggia in maniera pi&ugrave; o meno sistematica la riflessione sull&rsquo;importanza del ricordo di giornate come quella della Festa della Liberazione. &Egrave; proprio vero che, come scriveva Primo Levi, &ldquo;<em>la memoria umana &egrave; uno strumento meraviglioso ma fallace</em>&rdquo;, che si sporca e si altera facilmente, persino quando riguarda pagine eroiche della nostra Storia, la storia di tutti gli italiani. E cos&igrave;, anno dopo anno, &egrave; sempre pi&ugrave; forte il sospetto che si stia perdendo il senso profondo del 25 aprile soprattutto a livello istituzionale, con dichiarazioni audaci e storicamente scorrette e poca disponibilit&agrave; a celebrare a dovere una giornata che rappresenta l&rsquo;essenza della nostra democrazia.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In occasione dell&rsquo;80&deg; anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, abbiamo quindi deciso di andare a cercare il senso profondo del 25 aprile &ldquo;interpellando&rdquo; direttamente coloro che l&rsquo;hanno realizzato, ovvero i partigiani che hanno combattuto nella Granda, provincia che, non bisogna mai dimenticarlo, &egrave; stata decorata con la Medaglia d&rsquo;oro al merito civile proprio per il suo contributo alla Resistenza. Per farlo abbiamo raccolto le lettere dei combattenti cuneesi contenute nel volume "Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana", uscito per Einaudi in prima edizione nel 1952 e ancora oggi uno dei testi di riferimento per ragionare sul 25 aprile.&nbsp;</div>
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<div>Si tratta degli ultimi pensieri di ragazzi e ragazze per lo pi&ugrave; giovanissimi e comuni, che si ritrovano di fronte alla morte e decidono di affrontarla con una dignit&agrave; che sorprende e commuove. Leitmotiv delle missive contenute in questo volume, dei combattenti cuneesi ma in generale di quasi tutti i partigiani d&rsquo;Italia, &egrave; la volont&agrave; di chiedere perdono ai propri genitori per il dolore loro inflitto e per essere stati poco presenti nella loro vita. Uno scrupolo che carica di un&rsquo;umanit&agrave; quasi mai adeguatamente considerata i combattenti per la libert&agrave; che erano, prima di tutto, dei giovani.&nbsp;</div>
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<div>Tra le lettere dei partigiani cuneesi non mancano alcuni nomi di spicco, giustamente celebrati ancora oggi. In primis Maria Luisa Alessi, staffetta partigiana di Falicetto fucilata nel piazzale della stazione di Cuneo il 26 novembre 1944, che nel salutare i suoi cari scrive una frase da vera combattente, fino all&rsquo;ultimo: &ldquo;<em>Prego solo non fate tante chiacchiere sul mio conto e di allontanare da voi certe donne alle quali io devo la carcerazione</em>&rdquo;. Altro personaggio di spicco della Resistenza cuneese (e non solo) che ha lasciato una lettera finale &egrave; l&rsquo;eroe nazionale, Medaglia d&rsquo;Oro al Valor Militare Duccio Galimberti. L&rsquo;allora 38enne avvocato cuneese, poche ore prima di essere fucilato a tradimento dai fascisti nei pressi di Centallo, lasci&ograve; ai suoi cari un saluto lapidario e inequivocabile, perfettamente conforme al modo di esprimersi di una figura che, con il suo discorso del 26 luglio 1943, in qualche modo ha dato inizio alla stagione della Resistenza nel nostro Paese: &ldquo;<em>Ho agito a fin di bene e per un&rsquo;idea. Per questo sono sereno e dovrete esserlo anche voi</em>&rdquo;. Questa semplice frase racchiude in s&eacute; il significato profondo del partigianato.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Un messaggio quasi identico a quello lasciato da Galimberti &egrave; anche quello di Ettore Garelli (nomi di battaglia Gomma, Bollo), 53enne torinese fucilato assieme a Maria Luisa Alessi dopo aver coordinato le attivit&agrave; partigiane nel Fossanese (&ldquo;<em>Ho coscienza di non avere male operato</em>&rdquo;). Pi&ugrave; intellettuale e ideologica &egrave; invece la riflessione che Pedro Ferreira, 23enne di Genova fucilato a Torino il 23 gennaio 1945, lascia ai suoi parenti. In questo caso &egrave; interessante notare come il giovane, combattente nelle brigate Giustizia e Libert&agrave; di Galimberti in Valle Grana, sottolinei un filo rosso che unisce i partigiani ai patrioti del Risorgimento: &ldquo;<em>Vostro figlio e fratello &egrave; morto come i fratelli Bandiera, come Ciro Menotti, Oberdan e Battisti colla fronte verso il sole ove attinse sempre forza e calore: &egrave; morto per la Patria alla quale ha dedicato tutta la sua vita: &egrave; morto per l&rsquo;onore perch&eacute; non ha mai tradito il suo giuramento, &egrave; morto per la libert&agrave; e la giustizia che trionferanno pure un giorno quando sar&agrave; passata questa bufera</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Sono invece molto pi&ugrave; &ldquo;prosaiche&rdquo;, ma non per questo meno intense, le ultime righe lasciate dagli altri combattenti cuneesi contenute nel volume: Gilberto Manegrassi, 20enne di Costigliole Saluzzo, Giuseppe Manfredi, 21enne di Fossano, Attilio Martinetto, 21enne astigiano, fucilato al Cimitero Vecchio di Cuneo, Luigi Pieropan, 24enne torinese fucilato a San Michele Mondov&igrave; e Dario Scaglione (Tarzan), 19enne di Valdivilla, celebrato anche da Fenoglio nella sua opera. Chi chiede perdono ai genitori, chi perdona i propri carnefici, chi saluta la fidanzata e le augura di trovare un nuovo amore, chi d&agrave; consigli ai fratelli minori: sono lettere di un&rsquo;umanit&agrave; sconcertante, che fanno rabbrividire a leggerle oggi.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Uno spazio a s&eacute; stante lo merita la missiva che Paola Garelli (Mirka), 28enne nata a Mondov&igrave; ma operante e fucilata a Savona, indirizza alla figlioletta: &ldquo;<em>Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino per il dolore che do loro. Non devi piangere n&eacute; vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa solo: studia, io ti protegger&ograve; dal cielo</em>&rdquo;.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Leggendo queste e tutte le altre lettere dei condannati a morte della Resistenza non si pu&ograve; che comprendere quanto questa stagione sia stata unica e irripetibile nella nostra Storia. Una stagione dove chi combatteva lo faceva per ideali pi&ugrave; alti del &ldquo;qui e ora&rdquo;, dove valeva la pena soffrire oggi per sorridere tutti domani, per inventare la democrazia in un Paese che non l&rsquo;aveva mai conosciuta prima e che da vent&rsquo;anni a quella parte non conosceva altro che ingiustizia e repressione. &ldquo;<em>La Resistenza ci ha dato la nostra religione civile</em>&rdquo;, disse un altro grande combattente cuneese come Giorgio Bocca. Ricordare e celebrare il 25 aprile e tutte le altre giornate dedicate a questa stagione vuol dire farsi discepoli di questa &ldquo;religione di tutti&rdquo;.&nbsp;&nbsp;</div>
</div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Fri, 25 Apr 2025 07:01:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giacomo Giraudo Cordero</dc:creator><author><name>Giacomo Giraudo Cordero</name></author></item><item><title><![CDATA[Un viaggio nel Piemonte che non c’è più: ecco le meraviglie che abbiamo perso]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/un-viaggio-nel-piemonte-che-non-ce-piu-ecco-le-meraviglie-che-abbiamo-perso_91079.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/un-viaggio-nel-piemonte-che-non-ce-piu-ecco-le-meraviglie-che-abbiamo-perso_91079.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/91079/106759.jpg" title="Veduta di Verzuolo nel Theatrum Sabaudiae" alt="Veduta di Verzuolo nel Theatrum Sabaudiae" /><br /><div>Anche il Piemonte ha le sue meraviglie perdute, simili al monastero che ne <em>Il nome della rosa</em> viene divorato dalle fiamme insieme alla sua leggendaria biblioteca. Solo letteratura, in quel caso, sebbene <strong>Umberto Eco</strong> abbia tratto qualche ispirazione dalla Sacra di San Michele.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Altri luoghi, tra quelli del tutto scomparsi e quelli rovinati fino a divenire irriconoscibili, punteggiano le antiche mappe della nostra regione, disegnando una geografia dell&rsquo;invisibile. Ne parla lo storico dell&rsquo;architettura <strong>Simone Caldano</strong>, autore de <em>Il Piemonte che non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave;</em> per le Edizioni del Capricorno. Esperto studioso delle architetture religiose medievali tra Piemonte e Liguria, il novarese Caldano ha selezionato venticinque edifici scomparsi tracciandone in sintesi le vicende, con l&rsquo;ausilio di un ricco apparato iconografico. Ci sono forti e castelli, ma anche cattedrali, abbazie, casini di caccia e &ldquo;luoghi di delizie&rdquo; (come venivano chiamate le dimore nobiliari destinate alle villeggiature), perfino un esempio di architettura industriale novecentesca, la ex Snia Viscosa di Torino. L&rsquo;autore del volume vagheggia un vero e proprio &ldquo;turismo dell&rsquo;inesistente&rdquo;: <em>&ldquo;&Egrave; evidente che questo libro non pu&ograve; essere un invito alla visita. Ma sarebbe bello se ci fossero pannelli a ricordo di questi monumenti scomparsi, alcuni davvero sorprendenti&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il libro &egrave; stato presentato in primavera dall&rsquo;autore al Museo diocesano di Cuneo, insieme alla direttrice <strong>Laura Marino</strong>: <em>&ldquo;Questa &lsquo;guida&rsquo; &egrave; un grande esercizio di immaginazione&rdquo;</em> ha ricordato lei, menzionando le innumerevoli testimonianze di una citt&agrave; &ldquo;sommersa&rdquo; che possiamo trovare, anche vicino a noi. Dall&rsquo;antica cittadella sul pizzo di Cuneo alla scomparsa chiesa di Santa Maria della Pieve che d&agrave; tuttora il suo nome a una strada, via della Pieve, passando per le costruzioni medievali che lasciarono il posto a piazza Virginio e ad altre piazze del centro storico attuale. Caldano ha selezionato solo luoghi &ldquo;fantasma&rdquo; e non rovine: <em>&ldquo;Mi sarebbe sembrato offensivo per i colleghi archeologi, menzionare contesti di scavo archeologico fra i luoghi che non esistono pi&ugrave;&rdquo;</em> spiega. L&rsquo;unica eccezione &egrave; ad Alba, con la chiesa di Santa Maria del Ponte.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Questa chiesa parrocchiale sorgeva grossomodo a met&agrave; strada tra l&rsquo;imbocco dell&rsquo;attuale via Cavour e l&rsquo;argine del Tanaro, in prossimit&agrave; di un ponte che attraversava il fiume. Non &egrave; chiaro in quali circostanze sia scomparsa, sta di fatto che dopo il 1386 non se ne trovano pi&ugrave; tracce per quattrocento anni. Nel 1788, quando il Comune intraprende lavori di scavo sulla riva destra del Tanaro, affiorano testimonianze menzionate dall&rsquo;abate <strong>Carlo Benevelli</strong>: monete, alcune sculture tra cui la chiave di una volta, una protome, una punta di lancia, una lamina di rame con l&rsquo;iscrizione <em>&ldquo;Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi&rdquo;</em>. Da un documento del 1196 sappiamo che Santa Maria doveva avere anche un chiostro e che era una chiesa betlemita, cio&egrave; soggetta all&rsquo;autorit&agrave; del vescovo di Betlemme. Nella diocesi di Alba ce n&rsquo;erano ben quattro, disseminate tra Guarene, Farigliano, Monesiglio e appunto il <em>&ldquo;burgus de ultra Tanagrum&rdquo;</em>. Poco o nulla si sa di come si articolasse la struttura a una navata e quali decorazioni avesse, ma la sua presenza, nota lo storico, aggiunge un tassello al panorama dell&rsquo;architettura medievale della Langa.</div>
<div>&nbsp;</div>
<h2>Quando Mondov&igrave; rivaleggiava con Torino: la cittadella e il duomo scomparso&nbsp;</h2>
<div>Di chiese sparite, in questo caso proprio perch&eacute; demolite dall&rsquo;autorit&agrave; secolare, si parla in riferimento alla costruzione della cittadella di Mondov&igrave;, promossa nel 1573 dal duca <strong>Emanuele Filiberto di Savoia</strong>. Figura chiave nella storia del casato, cui si deve lo spostamento della capitale da Chambery a Torino, il duca &ldquo;Testa di ferro&rdquo; si preoccup&ograve; con grande lungimiranza di difendere il Piemonte con fortezze &ldquo;alla moderna&rdquo;, cio&egrave; adeguate ai tiri delle nuove armi da fuoco. Poco male, si trover&agrave; a pensare, se per farlo era necessario spianare addirittura una cattedrale, il che &egrave; appunto quel che successe sulla collina di Piazza.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div><em>&ldquo;Vista la vicinanza alla Francia e al mare,</em> - sottolinea Caldano - <em>non pochi valutavano la possibilit&agrave; che la capitale diventasse proprio Mondov&igrave; e non Torino, come &egrave; poi accaduto&rdquo;</em>. La cattedrale di San Donato, uno dei pochi edifici rinascimentali in Piemonte, aveva gi&agrave; preso il posto di una preesistente fondazione religiosa, attestata per la prima volta nel 1207: il cantiere avviato a fine Quattrocento va di pari passo con quello coevo per la cattedrale di Torino e non &egrave; azzardato parlare - gi&agrave; allora - di una &ldquo;competizione&rdquo; tra le due citt&agrave;, che si traduce in un progetto molto ambizioso. Con l&rsquo;erezione della cittadella, ciascuna delle sue due navate minori verr&agrave; inglobata in una caserma, mentre la navata centrale rimane in uno spazio aperto. L&rsquo;abside sopravviver&agrave; fino al XIX secolo, prima di essere demolito.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma non &egrave; solo San Donato a interferire con i piani del duca. In un &ldquo;valzer&rdquo; di ordini religiosi, mentre la sede del duomo viene spostata nella chiesa di San Francesco, i francescani finiscono relegati nella pi&ugrave; piccola chiesa di Sant&rsquo;Andrea e i predicatori domenicani si trasferiscono da San Domenico a Carassone, in San Giovanni di Lupazanio. Il papa <strong>Gregorio XIII</strong>, a cui nessuno aveva chiesto il permesso, non ne fu affatto contento, sebbene Emanuele Filiberto avesse cercato di blandirlo, affermando che la cittadella sarebbe stato <em>&ldquo;riparo contro gli eretici&rdquo;</em>. Solo quando il pontefice gli fece notare che distruggere le chiese era appunto ci&ograve; a cui gli eretici si dedicavano in Germania e in Inghilterra, il duca scopr&igrave; le carte con franchezza:<em> &ldquo;Io non distruggo il poco n&eacute; male che per edificare il molto e meglio. Trovomi qui vicino al pericolo e ho da essere il primo ai colpi, onde mi conviene stare all&rsquo;erta et in buona custodia, e per me et per l&rsquo;Italia tutta&rdquo;</em>. E il &ldquo;nostro&rdquo; San Donato? Sorger&agrave; nel Settecento, per opera di <strong>Francesco Gallo</strong>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<h2>La (quasi) imprendibile cittadella di Cuneo, distrutta da Napoleone&nbsp;</h2>
<div>Al duca &ldquo;Testa di Ferro&rdquo;, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/come-mai-si-dice-che-cuneo-e-pari-a-sagunto-per-fedelta_44911.html" target="_blank">molto impressionato dal valore dimostrato dai cuneesi nel 1557</a>, si deve il titolo di citt&agrave; attribuito all&rsquo;attuale capoluogo della Granda <em>&ldquo;in temporalibus&rdquo;</em>, cio&egrave; per quanto attiene alle cose temporali: Cuneo, come sappiamo, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/pio-vii-il-papa-prigioniero-che-fondo-la-diocesi-di-cuneo_28473.html" target="_blank">acquisir&agrave; dignit&agrave; vescovile solo nell&rsquo;Ottocento</a>. Sotto Emanuele Filiberto inizia la costruzione della cittadella, di cui non conosciamo il progettista: si pu&ograve; supporre che <strong>Francesco Paciotto</strong>, artefice della cittadella di Torino, non ne sia stato estraneo.</div>
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<div>Cosa accada dopo lo vediamo nelle due tavole dedicate a Cuneo dal <em>Theatrum Sabaudiae</em>, la straordinaria raccolta di &ldquo;cartoline&rdquo; dai domini sabaudi promossa da <strong>Carlo Emanuele II</strong> e stampata nel 1682: sappiamo che sul pizzo c&rsquo;erano ancora strutture medievali fortificate, con il loro coronamento merlato, ma anche al di fuori del tratto murato c&rsquo;era un coronamento pi&ugrave; antico che fu inglobato nella fortezza &ldquo;alla moderna&rdquo;. Cuneo viene dotata di diversi bastioni a tenaglia, nella maggior parte dei casi denominati in base alla chiesa pi&ugrave; vicina: Santa Maria della Pieve, Sant&rsquo;Ambrogio, San Giacomo. Solo due, il bastione verso Quaranta e il bastione verso l&rsquo;Olmo, non prendono nome da una chiesa.</div>
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<div>In corrispondenza del &ldquo;rivasso&rdquo;, cio&egrave; della riva verso il Gesso, non era stato necessario costruire le mura: la difesa naturale era pi&ugrave; che sufficiente, trattandosi di un precipizio ripido. Nei sei assedi che Cuneo sosterr&agrave; dopo la costruzione delle mura solo in uno, quello del 1641, i difensori dovettero accettare la vittoria degli assedianti. Fra il 1800 e il 1801, durante la dominazione napoleonica, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-giorno-che-cuneo-perse-le-mura_27352.html" target="_blank">la cittadella viene abbattuta</a>: da allora in poi, non si present&ograve; pi&ugrave; la necessit&agrave; di fortificare la citt&agrave;.</div>
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<h2>Il forte di Demonte, ultima &ldquo;barriera&rdquo; della valle Stura&nbsp;</h2>
<div>Il &ldquo;piccolo corso&rdquo; &egrave; protagonista in negativo anche della perdita del forte di Demonte, che oggi conosciamo solo per la polemica che vede i suoi resti sotterranei come &ldquo;impedimento&rdquo; rispetto alla progettata variante stradale. Gi&agrave; nel Medioevo il paese era difeso da un castello retto dalla famiglia Bolleris, una dinastia legata agli Angi&ograve; che nel 1259 avevano conquistato Cuneo e il suo territorio.</div>
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<div>L&rsquo;architetto centallese <strong>Ercole Negro di Sanfront</strong>, incaricato da <strong>Carlo Emanuele I</strong>, lo rappresenta in una tavola nel 1590. Si decide in quegli anni di approntare una fortificazione robusta a Demonte, per sbarrare la strada ai francesi: dopo Sanfront, se ne occuper&agrave; l&rsquo;architetto milanese <strong>Gabriele Busca</strong>. Il &ldquo;forte piccolo&rdquo; sorgeva sulla sommit&agrave; del monte Podio, il &ldquo;forte grande&rdquo; a met&agrave; e il &ldquo;forte novo&rdquo; in basso, quasi a pelo dello Stura: nel 1726 una perizia mostra che le muraglie del forte sono ormai fatiscenti. Per rinnovarle viene interpellato <strong>Francesco Bertola</strong>, progettista della cittadella di Alessandria. Gli invasori francesi, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/federico-guglielmo-leutrum-il-barone-tedesco-che-salvo-cuneo_27291.html" target="_blank">in ritirata dopo la sconfitta di Cuneo nel 1744</a>, cercheranno poi di distruggerlo <em>&ldquo;per mezzo di 30 mine&rdquo;</em>: l&rsquo;esercito sabaudo riesce a disinnescarne almeno una ventina. Un successivo intervento di rinforzo ha vita breve, perch&eacute; Napoleone ordina la distruzione del forte nel 1796, dopo l&rsquo;armistizio di Cherasco: nelle stesse circostanze sparisce il forte della Brunetta a Susa. Rimane oggi molto poco delle antiche fortificazioni, di cui si scorgono un robusto tenaglione verso lo Stura e poco altro.</div>
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<h2><strong>Il castello di Verzuolo, tesoro perduto dei marchesi di Saluzzo</strong>&nbsp;</h2>
<div>Il <em>Theatrum Sabaudiae</em>, di cui abbiamo parlato a proposito della cittadella di Cuneo, ci regala anche una raffigurazione del castello di Verzuolo. Un&rsquo;idea della meraviglia di questa fortificazione possiamo averla attraverso una fotografia scattata tra fine XIX e inizio XX secolo, precedente al crollo della torre di sudest nel 1916. Oltre alla mutilazione della costruzione, con il crollo andarono perse pi&ugrave; di 16mila lettere databili tra Cinquecento e Ottocento. Documenti preziosissimi per la storia del marchesato di Saluzzo, che vennero buttati insieme a molte altre testimonianze inestimabili. Nel 1937-38 fu distrutta la facciata pi&ugrave; importante: uno scempio che elimin&ograve; anche elementi architettonici in marmo, una fontana e i portali.</div>
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<div>Nel periodo di massimo splendore, tra Quattrocento e Cinquecento, la dimora era stata una delle pi&ugrave; belle del Saluzzese, sotto i marchesi <strong>Ludovico I</strong> e <strong>Ludovico II</strong>: quest&rsquo;ultimo aveva scelto di persona le maestranze adibite al taglio della pietra, per le parti pi&ugrave; importanti della decorazione. Nel Seicento e Settecento viene trasformato da fortificazione a luogo di dimora: se ne occupa soprattutto l&rsquo;abate <strong>Francesco Della Manta</strong>, figura chiave nelle relazioni tra i Savoia e la Francia. Gli interventi barocchi, tuttavia, non intaccarono l&rsquo;impianto voluto da Ludovico II. A luglio 2022 c&rsquo;&egrave; stato un passaggio di propriet&agrave;: il nuovo proprietario vuole farne un resort ed &egrave; verosimile che avr&agrave; comunque un destino migliore rispetto all&rsquo;inizio del Novecento.</div>
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<div><span style="text-decoration: underline;">Tutte le immagini sono tratte dal libro e riprodotte per gentile concessione dell&rsquo;autore</span></div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Sun, 18 Aug 2024 20:15:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[“Le ceneri di Vanzetti tornino in Italia”: l’appello della famiglia alle autorità americane]]></title><link>https://www.cuneodice.it/attualita/saluzzese/le-ceneri-di-vanzetti-tornino-in-italia-lappello-della-famiglia-alle-autorita-americane_82363.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/attualita/saluzzese/le-ceneri-di-vanzetti-tornino-in-italia-lappello-della-famiglia-alle-autorita-americane_82363.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/82363/95473.jpg" title="" alt="" /><br /><div>C&rsquo;&egrave; una &ldquo;storia nella storia&rdquo; all&rsquo;interno della tragica vicenda di <strong>Bartolomeo Vanzetti</strong> e <strong>Nicola Sacco</strong>, gli anarchici italiani ingiustamente condannati per due omicidi che non avevano commesso e giustiziati nel 1927 a Boston. Riguarda il destino, tormentato anch&rsquo;esso, dei loro resti: lo storico saviglianese <strong>Luigi Botta</strong>, attivo da oltre cinquant&rsquo;anni nel reperire documentazione sul caso, l&rsquo;aveva ripercorso un mese fa in occasione della cerimonia di <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-disegni-del-film-sacco-e-vanzetti-sono-ora-custoditi-a-cuneo_81166.html" target="_blank" rel="nofollow">donazione dei disegni del film &ldquo;Sacco e Vanzetti&rdquo;</a> all&rsquo;Istituto Storico della Resistenza di Cuneo.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ora &egrave; <strong>Giovanni Vanzetti</strong>, l&rsquo;83enne nipote di &ldquo;Bart&rdquo;, a chiederne la restituzione a nome della famiglia. In una lettera indirizzata alla direzione della Boston Public Library e alle autorit&agrave; italiane e statunitensi. <em>&ldquo;&Egrave; opinione comune, consolidata da una tradizione popolare che non trova fondamento nei documenti, che i resti dei due italiani inceneriti presso il crematorium di Forest Hill a Boston il 29 agosto 1927 trovino riposo presso i cimiteri dei rispettivi paesi italiani, Villafalletto e Torremaggiore&rdquo;</em> scrive Vanzetti. In realt&agrave; le circostanze particolari dell&rsquo;epoca avevano portato i responsabili dell&rsquo;allora Comitato di difesa a &ldquo;dimezzare&rdquo; i contenuti e raddoppiare le urne, destinandone due all&rsquo;Italia e conservandone altrettante negli Stati Uniti. Queste ultime avrebbero dovuto essere depositate all&rsquo;interno di un auditorium - allora definito Freedom House - da intitolarsi a Sacco e Vanzetti. Lo scultore <strong>Gutzon Borglum</strong> realizz&ograve; una targa bronzea da destinare proprio al mausoleo pubblico, ma l&rsquo;auditorium a lungo menzionato nei documenti, sui giornali e negli incontri commemorativi non venne mai realizzato.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div><em>&ldquo;&Egrave; stata mia zia Luigina</em> - sorella di Bartolomeo -<em> a portare materialmente in Italia, con un viaggio in nave, i barattoli metallici contenenti la met&agrave; delle ceneri di Nicola e di Bartolomeo, adoperandosi affinch&eacute; gli stessi trovassero degna sepoltura nei rispettivi luoghi d&rsquo;origine&rdquo;</em> ricorda ancora il nipote: <em>&ldquo;La donna, alla quale il padre Giovanni Battista aveva imposto di trasportare la salma del fratello per inumarla nella tomba di famiglia, sapendo di non potersi sottomettere al genitore per contingenze superiori alle sue forze, prima di partire aveva richiesto al Comitato statunitense di ufficializzare con atto notarile la presenza americana della met&agrave; delle ceneri del fratello, impegnando il Comitato stesso a fornire loro degna sepoltura nel pi&ugrave; breve tempo possibile&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>A fronte di ci&ograve; (e in assenza della sepoltura avallata ufficialmente) Luigina si adoper&ograve; sino alla morte - <em>&ldquo;avvenuta nel 1950 in conseguenza alle pene patite per la fine del fratello e per le infamanti accuse ricevute&rdquo;</em>, sostiene Giovanni Vanzetti -, nella richiesta dei resti di Bartolomeo: lo fece inviando lettere agli amici americani, al Comitato, e sollecitando costantemente, con la massima riservatezza, il rispetto degli impegni presi nell&rsquo;atto notarile verbalizzato il giorno stesso del rientro. Per tre volte l&rsquo;urna fu prossima al ritorno in Italia, ma ogni volta, per questioni diverse, il suo trasporto fu impedito. Il contenitore in rame con la met&agrave; delle ceneri di Bartolomeo e la certificazione comprovante il suo contenuto inizialmente fu consegnato alla vedova di Nicola Sacco, presso la quale rimase per tre anni. Fu quindi trasferito presso la casa di <strong>Alfonsina Brini</strong>, che in modo molto prudente e rispettoso riusc&igrave; a custodirli per ben trentasei anni - subendo anche un danneggiamento per furto -, sino a quando, poco prima di morire, li consegn&ograve; ad <strong>Aldino Felicani</strong>, nella cui tipografia di Boston rimasero per altri dodici anni, sino alla definitiva destinazione avvenuta nel 1979 alla Boston Public Library, dove sono tuttora conservati.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ora l&rsquo;erede diretto chiede alle autorit&agrave; depositarie dei resti di predisporre la <em>&ldquo;naturale destinazione&rdquo;</em> dell&rsquo;urna nel luogo in cui avrebbero dovuto trovarsi, cio&egrave; presso il cimitero di Villafalletto: <em>&ldquo;Affinch&eacute; possa essere depositata nel rispetto del destino umano, finalmente in pace con s&eacute; stessa e con il mondo, a fianco dell&rsquo;altra urna contenente la met&agrave; delle ceneri, gi&agrave; presente nel luogo dei morti del paese, vicino ai propri familiari, sin dall&rsquo;ottobre 1927&rdquo;</em>.</div>]]></description><pubDate>Mon, 25 Dec 2023 17:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[A Saluzzo una targa per Teresa Gastaldi, morta in un bombardamento il 9 dicembre del 1944]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/a-saluzzo-una-targa-per-teresa-gastaldi-morta-in-un-bombardamento-il-9-dicembre-del-1944_81855.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/a-saluzzo-una-targa-per-teresa-gastaldi-morta-in-un-bombardamento-il-9-dicembre-del-1944_81855.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/81855/94832.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Aveva solo 12 anni. &Egrave; morta 79 anni fa per un bombardamento aereo. Il Comune di Saluzzo, mercoled&igrave; 13 dicembre, scopre la targa sistemata di fronte alla tomba della piccola <strong>Teresa Gastaldi</strong>, vittima dell&rsquo;unico attacco dal cielo avvenuto sulla citt&agrave; il 9 dicembre 1944, durante il secondo conflitto mondiale. <em>&ldquo;Insieme a lei</em> - &egrave; scritto sulla targa - <em>morirono Giuseppe Elia 65 anni, la figlia Elena 39 anni col marito Giovanni Soardo 38 anni, i loro figli Ugo 8 anni e Bruno 4 anni&rdquo;</em>. La targa &egrave; stata piazzata <em>&ldquo;in ricordo di tutte le vittime innocenti delle guerre&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>&Egrave; stata <strong>Anna Maria Faloppa</strong>, funzionaria dell&rsquo;Ufficio cultura del Comune in pensione, a effettuare delle ricerche storiche sull&rsquo;episodio e sugli ignari protagonisti: <em>&ldquo;L&rsquo;epigrafe sul loculo della bambina recita: &ldquo;Teresa Gastaldi/ di anni 12/ Rapita ai suoi cari/ in seguito ad incursione aerea/ il 9.12.1944&rdquo;. Drammatica ed essenziale, rievoca una piccola storia individuale di una ragazzina come tante, altrimenti destinata a perdersi nell&rsquo;immensa tragedia collettiva della guerra&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div><em>&ldquo;Il 9 dicembre 1944 Saluzzo sub&igrave; la sua unica incursione aerea</em> - prosegue -<em>, quando un isolato aereo alleato sganci&ograve; una bomba negli immediati dintorni della stazione ferroviaria. L&rsquo;ordigno centr&ograve; in pieno un villino a Porta Cuneo, uccidendo sul colpo la famiglia residente compresa la giovanissima donna di servizio, appunto Teresa. L&rsquo;azione &egrave; riportata nei testi storici come un bombardamento a tutti gli effetti rivolto allo scalo ferroviario di Saluzzo, ma alcuni anziani mi raccontavano che lo svolgimento molto particolare dei fatti (cio&egrave; un solo aereo che sgancia una sola bomba e poi si allontana subito) aveva fatto pensare ad una confusione di rotta del pilota, che si era accorto troppo tardi di aver iniziato a bombardare un obiettivo sbagliato. Infatti Saluzzo, priva di insediamenti industriali d&rsquo;interesse bellico e situata lungo una linea ferroviaria secondaria, non era ritenuta un obiettivo sensibile. Prova ne era il gran numero di sfollati da Torino e da Cuneo, persone ma anche imprese (come la Minerva medica), arrivate specialmente dopo l&rsquo;intensificarsi dei bombardamenti sulle citt&agrave; dall&rsquo;agosto 1944&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div><em>&ldquo;Comunque sia andata, sotto le macerie morirono l&rsquo;industriale Giuseppe Elia, consocio e titolare della ditta Perano-Elia-Toesca, Calce e Laterizi di Dronero, insieme con la figlia Elena, il marito Giovanni Soardo e i loro bimbi Ugo e Bruno. Sesta vittima fu Teresa Gastaldi, che, nonostante fosse poco pi&ugrave; di una bambina, lavorava gi&agrave; da tempo &ldquo;a servizio&rdquo;. Infatti viene definita come &ldquo;affezionata&rdquo; nell&rsquo;annuncio funebre, che elenca tutti e sei i nomi delle povere vittime, pubblicato su La Gazzetta del Popolo a funerali avvenuti&rdquo;</em>. Il sindaco <strong>Mauro Calderoni</strong>, la giunta comunale e rappresentanti dell&rsquo;amministrazione civica tutta si ritroveranno per lo scoprimento della targa alle 1430 nel secondo campo vecchio, cosiddetto monumentale, del cimitero di via Pinerolo, porticato-colombario di sinistra. Il loculo si trova nella prima fila in alto.</div>
</div>]]></description><pubDate>Tue, 12 Dec 2023 15:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>c.s.</dc:creator><author><name>c.s.</name></author></item><item><title><![CDATA[I disegni del film “Sacco e Vanzetti” sono ora custoditi a Cuneo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-disegni-del-film-sacco-e-vanzetti-sono-ora-custoditi-a-cuneo_81166.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-disegni-del-film-sacco-e-vanzetti-sono-ora-custoditi-a-cuneo_81166.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/81166/94011.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Sono passati oltre cinquant&rsquo;anni dalla realizzazione del film &ldquo;Sacco e Vanzetti&rdquo;, ma molto &egrave; rimasto impresso nella memoria di chi vi prese parte. <strong>Shoshanah Dubiner</strong> aveva ventisette anni, si era trasferita in Italia dagli Stati Uniti per lavorare come costumista nel cinema e nel teatro. La sua conoscenza della lingua l&rsquo;aiut&ograve; a ottenere un incarico dalla produzione italo-francese, al fianco di Enrico Sabbatini.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Le riprese - forse per caso, forse no - iniziarono il 23 agosto 1970, esattamente 43 anni dopo l&rsquo;esecuzione degli anarchici italiani, <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/bartolomeo-vanzetti-il-pescivendolo-cuneese-che-divenne-apostolo-della-liberta_28706.html" target="_blank" rel="nofollow">accusati di due omicidi che non avevano commesso e giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927</a>. Il regista <strong>Giuliano Montaldo</strong> e la sua troupe filmarono solo poche scene a Boston, dove la tragedia dei due immigrati si era consumata. Gli altri esterni furono girati tra Dublino e la Jugoslavia. Dubiner ricorda il freddo delle scene di massa allestite di notte, ma soprattutto il momento culminante del film, il monologo di <strong>Gian Maria Volont&eacute;</strong> nei panni di Bartolomeo Vanzetti: <em>&ldquo;Tutta la troupe scoppi&ograve; in un pianto silenzioso. Ascoltarlo in quella stessa stanza era una grande emozione, questo dimostra il potere dell&rsquo;arte&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>L&rsquo;artista americana, ormai ottantenne, era sabato a Cuneo per la donazione dei disegni di scena da lei realizzati all&rsquo;Istituto Storico della Resistenza. Qui verranno conservati insieme ai quattordici faldoni di documenti e lettere che <strong>Vincenzina Vanzetti</strong>, la sorella pi&ugrave; giovane del villafallettese &ldquo;Bart&rdquo;, aveva consegnato all&rsquo;archivio prima di morire. Tra gli schizzi realizzati dall&rsquo;aiuto costumista del film ci sono i suoi bozzetti preliminari: <em>&ldquo;Sono basati su fotografie dell&rsquo;epoca&rdquo;</em> spiega. In particolare quelle che il danese-americano <strong>Jacob Riis</strong>, uno dei padri della fotografia documentaristica, aveva scattato tra fine Ottocento e inizio Novecento a centinaia di poveri e immigrati di varie nazionalit&agrave; giunti a New York. <em>&ldquo;Anche per questo</em> - dice Dubiner - <em>ho deciso di realizzare i disegni con un tratto un po&rsquo; &lsquo;sporco&rsquo;&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Altre immagini ritraggono invece il &ldquo;making of&rdquo; del film: <em>&ldquo;Sul set non avevo molto da fare, perch&eacute; a quel punto il mio lavoro era gi&agrave; finito. Mi sono dedicata allora a realizzare bozzetti a penna stilografica su un piccolo quaderno, disegnando le persone della troupe e alcune delle scene principali&rdquo;</em>. Ora tutte queste memorie verranno preservate: due disegni sono stati donati venerd&igrave; al Comune di Villafalletto, gli altri a Cuneo. <em>&ldquo;Questi sono gli originali</em> - sottolinea l&rsquo;artista - <em>e sono molto contenta che abbiano trovato casa qui, dove saranno valorizzati&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La documentazione su Vanzetti gi&agrave; presente, ricorda <strong>Gigi Garelli</strong>, direttore dell&rsquo;Istituto Storico della Resistenza, <em>&ldquo;&egrave; un patrimonio non celebrativo: quei quattordici faldoni non sono la documentazione su personaggi da celebrare sull&rsquo;altare e tenere in una teca. Sono un monito a ci&ograve; che sta tornando a succedere in termini di ostracizzazione, di allontanamento degli ultimi, dei diversi, dei personaggi scomodi&rdquo;</em>. Insieme a lui, a ricevere la donazione erano presenti <strong>Giovanni Vanzetti</strong>, nipote di Bartolomeo, e lo storico <strong>Luigi Botta</strong> che da oltre cinquant&rsquo;anni raccoglie testimonianze sulla vicenda: <em>&ldquo;Quella di Vanzetti &egrave; una famiglia del nostro vecchio Piemonte che in qualche modo ha cambiato la storia del mondo: il loro &egrave; il caso pi&ugrave; eclatante di ingiustizia processuale finora documentato&rdquo;</em>.</div>]]></description><pubDate>Sun, 26 Nov 2023 18:48:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[La storia di Mario Malausa, caduto nella lotta contro la mafia e sepolto a Villafalletto]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/la-storia-di-mario-malausa-caduto-nella-lotta-contro-la-mafia-e-sepolto-a-villafalletto_80102.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/la-storia-di-mario-malausa-caduto-nella-lotta-contro-la-mafia-e-sepolto-a-villafalletto_80102.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/80102/92705.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>&ldquo;<em>Lungo una strada che si arrampica attraverso le piantagioni di mandarini di Ciaculli c&rsquo;&egrave; un monumento che commemora uno dei peggiori tra i molti orrori perpetrati da Cosa Nostra. Forse appropriatamente, il monumento non &egrave; molto attraente: un&rsquo;alta stele di marmo rosa che reca in cima sette stelle metalliche sorrette da fili d&rsquo;acciaio che si levano verso l&rsquo;alto. Vi sono incisi i nomi di quattro carabinieri, due militari del Genio dell&rsquo;Esercito e un poliziotto. Un&rsquo;occhiata all&rsquo;elenco rivela che cominciando il suo lavoro lo scalpellino commise un piccolo errore. Sotto il primo nome - quello del tenente dei carabinieri Mario Malausa - si scorgono le tracce della garbata abrasione di un altro nome, appartenente a un uomo con un grado inferiore. Cosa assurda eppure in certo modo toccante, qualcuno dovette sottolineare che le gerarchie della vita militare debbono essere conservate anche nella morte</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Cos&igrave; si apre il capitolo &ldquo;La prima guerra di mafia e le sue conseguenze&rdquo; di uno dei testi pi&ugrave; noti della storia di Cosa Nostra. <strong>John Dickie</strong>, l&rsquo;autore, conosce bene <strong>Mario Malausa</strong>, morto a 25 anni, il 30 giugno 1963, aprendo il cofano di una macchina.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Oggi &egrave; il giorno dei morti e il cimitero di Villafalletto &egrave; pi&ugrave; frequentato del solito, come ogni anno. Alcuni passano davanti a una tomba familiare grigia, quasi anonima. In obliquo &egrave; scritto&nbsp;Malausa e in uno dei loculi c&rsquo;&egrave; il nome Mario. Proprio lui, che aveva lasciato la vita in una calda giornata d&rsquo;estate a Ciaculli, paese in cui &ldquo;<em>il potere della mafia &egrave; inscritto nel paesaggio</em>&rdquo;, in una terra lontana rispetto a quella dei suoi genitori, originari di Revello, ma trasferiti per un periodo a Tripoli.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La presenza di Mario Malausa in Sicilia coincise con la prima grande guerra di mafia. Tra la fine del 1962 e l&rsquo;inizio del 1963 le esplosioni, gli inseguimenti in macchina e le sparatorie diventarono a Palermo eventi di ordinaria amministrazione. "<em>I giornali scrivevano - con inconsapevole ironia - che la capitale siciliana era diventata come Chicago negli anni Venti</em>&rdquo;. Una guerra scoppiata tra Salvatore Greco detto &ldquo;Cicchiteddu&rdquo; con al suo fianco il corleonese Luciano Leggio da una parte, e i fratelli Angelo e Salvatore La Barbera dall&rsquo;altra.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Inizi&ograve; tutto da una truffa a proposito di una partita di eroina: &ldquo;<em>Nel febbraio 1962 i fratelli La Barbera e i Greco erano tutti membri di un consorzio che finanzi&ograve; una spedizione di eroina dall&rsquo;Egitto</em> - scrive Dickie -. <em>La merce arriv&ograve; regolarmente sulla costa meridionale della Sicilia. Fu inviato un uomo d&rsquo;onore, Calcedonio Di Pisa, a controllare che venisse inoltrata senza intoppi verso New York sul transatlantico Saturnia. Ma i mafiosi di Brooklyn che ricevettero la droga scoprirono che i pacchetti non contenevano la quantit&agrave; pattuita. Il cameriere del Saturnia cui Di Pisa aveva consegnato l&rsquo;eroina fu torturato, ma non rivel&ograve; nulla. Si cominci&ograve; a sospettare dello stesso Di Pisa. In una riunione della Commissione convocata per decidere sul caso, Di Pisa fu assolto dall&rsquo;accusa di aver sottratto una parte dell&rsquo;eroina. Ma questa decisione non soddisfece i La Barbera, che non celarono il loro malcontento</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il 26 dicembre 1962 Di Pisa fu ammazzato in piazza Principe di Camporeale, sul margine occidentale di Palermo. Da quel giorno una lunga scia di sangue. Vendette e faide divorarono le famiglie: morirono oltre&nbsp;sessanta persone.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Quel 30 giugno 1963, &ldquo;<em>a met&agrave; mattina, un uomo telefon&ograve; alla questura di Palermo per dire che sulla sua terra - nel luogo dove adesso s&rsquo;innalza il monumento - c&rsquo;era una macchina abbandonata. L&rsquo;automobile, un&rsquo;Alfa Romeo Giulietta, aveva una gomma a terra, e gli sportelli erano aperti</em>&rdquo;. Le forze dell&rsquo;ordine arrivarono subito sul posto, chiedendo l&rsquo;intervento dei genieri dell&rsquo;Esercito. Gli artificieri tagliarono la miccia e rassicurarono sul fatto che fosse possibile raggiungere l&rsquo;automobile. Ma non era proprio cos&igrave;: &ldquo;<em>Quando il tenente Mario Malausa apr&igrave; il bagagliaio per ispezionarne il contenuto provoc&ograve; l&rsquo;esplosione di un&rsquo;enorme quantit&agrave; di tritolo. Malausa e altri sei uomini furono fatti a pezzi da un&rsquo;esplosione che bruciacchi&ograve; e spogli&ograve; gli alberi di mandarino per centinaia di metri tutt&rsquo;intorno</em>&rdquo;.</div>
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<div>I responsabili della morte del giovane tenente non furono mai identificati e tante ipotesi furono fatte a riguardo. Alcuni hanno sostenuto che l&rsquo;obiettivo dell&rsquo;attentato fosse proprio lui, per via delle sue indagini: Malausa si era occupato di vagliare i rapporti tra le organizzazioni mafiose e la politica. Il suo dossier venne infatti acquisito dalla Commissione parlamentare antimafia, istituita meno di un&rsquo;anno prima.&nbsp;</div>
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<div>Nel 2011 a Mario Malausa fu conferita la Medaglia d'oro al merito civile perch&eacute; &ldquo;<em>con eccezionale coraggio ed esemplare iniziativa, nonostante il clima di forte tensione per il rischio di possibili attentati mafiosi, non esitava unitamente ad altri colleghi a ispezionare un'autovettura abbandonata al cui interno un ordigno era stato disinnescato dai militari artificieri, venendo mortalmente investito dalla violenta deflagrazione di un ulteriore ordigno proditoriamente occultato nel vano portabagagli. Chiaro esempio di elette virt&ugrave; civiche ed altissimo senso del dovere, spinti fino all'estremo sacrificio</em>&rdquo;.</div>
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<div>In un uggioso giorno di novembre, passando accanto alla tomba di Mario Malausa viene in mente la canzone di Fabrizio Moro, &ldquo;Pensa&rdquo;: &ldquo;<em>Ci sono stati uomini che sono morti giovani, ma consapevoli che le loro idee sarebbero rimaste nei secoli come parole iperboli intatte e reali come piccoli miracoli</em>&rdquo;.</div>
</div>]]></description><pubDate>Thu, 02 Nov 2023 10:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Borgata Chiesa a Pontechianale, un pezzo di mondo scomparso per sempre]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/borgata-chiesa-a-pontechianale-un-pezzo-di-mondo-scomparso-per-sempre_79051.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/borgata-chiesa-a-pontechianale-un-pezzo-di-mondo-scomparso-per-sempre_79051.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/79051/91311.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Tanti conoscono il Lago di Resia, quel lago al confine tra Austria e Alto Adige, dal quale fuoriesce il noto campanile del Trecento, un ultimo testimone dell&rsquo;antico paese, sommerso in seguito alla formazione del bacino artificiale, nel 1950. Ma pochi sanno che nel Cuneese riemerge una storia analoga: quella di Borgata Chiesa di Pontechianale, sommersa nel 1942. Quando le piogge scarseggiano (e ultimamente non &egrave; fatto raro) i muri delle antiche case riemergono, testimoni di un passato sott&rsquo;acqua che, tra cambiamenti vecchi e nuovi, ogni tanto fanno parlare di s&eacute;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nel 1942 l&rsquo;Europa era in guerra, ma la borgata fino ad allora non era stata toccata. Dagli anni Trenta il regime aveva iniziato la costruzione del Vallo Alpino del Littorio, un sistema di fortificazioni formato da opere di difesa, voluto da Mussolini e costruito durante il ventennio fascista prima del secondo conflitto mondiale per proteggere il confine italiano dai paesi limitrofi. In Valle Varaita se ne osservano ancora alcuni esemplari, inglobati dagli immensi spazi della montagna. Nelle alte valli le operazioni militari sconvolsero per&ograve; la vita dei margari, costretti allo sfollamento proprio nel periodo estivo. <em>&ldquo;La guerra contro la Francia, ma che senso, i fratelli di qua e di l&agrave;, li fanno combattere uno contro l'altro. Qui a Vinadio era &lsquo;zona di operazioni&rsquo;, siamo dovuti scappare a Bergemoletto, con le bestie, tutto di corsa, il 9 giugno. Poi &egrave; avvenuto un po' di tutto, la guerra &egrave; la guerra, venta piela&rdquo;</em>, scrisse Nuto Revelli. Ma la guerra per la Borgata chiesa era il male minore. Proprio in pieno conflitto, quando forse i figli di quelle popolose famiglie erano in Russia, arriv&ograve; l&rsquo;ordine di sgomberare le abitazioni.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La costruzione della diga per&ograve; era gi&agrave; iniziata nel 1936, posizionata nella strettoia naturale <em>&ldquo;posta tra la rocca della Borgata Castello e i contrafforti del Monte Cavallo&rdquo;</em>. Era il pi&ugrave; grande sbarramento del suo tempo. Costruito in calcestruzzo, &egrave; alto 75 metri e lungo 247: <em>&ldquo;La sabbia e il pietrisco vennero estratti da apposite cave, individuate nei pressi del cantiere, in borgata Castello&rdquo;</em>. La quarzite fu invece ricavata in localit&agrave; Fontanile, nella zona di Bellino. Una valle che fu letteralmente spremuta per annegarne una sua parte. Scomparvero la chiesa parrocchiale di san Pietro in vincoli del 1400, quella di santa Caterina del 1933, il cimitero e le case. Un paese come altri, niente di pi&ugrave; niente di meno, ma comunque speciale. In quegli angoli, come spiegano i tanti cartelli didattici intorno al Lago, <em>&ldquo;si erano accampate le truppe di don Filippo di Borbone nel 1734&rdquo;</em>, passarono genti, culture, tradizioni, ora nell&rsquo;acqua, come un&rsquo;Atlantide delle Alpi destinata a essere dimenticata per sempre. E ora nelle passeggiate attorno al lago, nel blu dell&rsquo;acqua che si confonde con quello del cielo, soffia leggero il vento della storia, che ci invita a guardare al futuro, quando il lago &egrave; vuoto e l&rsquo;acqua scarseggia. Un vento che ci invita a rispettare i luoghi, le persone e le loro storie, per stare meglio domani e dare un avvenire diverso alle generazioni dopo di noi.&nbsp;</div>
</div>]]></description><pubDate>Sat, 07 Oct 2023 08:56:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Le storie delle masche, quelle tradizioni piemontesi da non dimenticare]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/le-storie-delle-masche-quelle-tradizioni-piemontesi-da-non-dimenticare_77536.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/le-storie-delle-masche-quelle-tradizioni-piemontesi-da-non-dimenticare_77536.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/77536/89383.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Molto anziane, non di bell&rsquo;aspetto, spesso vedove, zoppe e rugose. Cos&igrave; erano descritte le masche, anche se in realt&agrave; nei racconti dei nonni e dei bisnonni appaiono molte volte sotto forme diverse. Casalinghe, vecchiette, signore innocue capaci di trasformarsi in animali, di vendicare un torto, di portare disgrazie.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Solo un elemento ricorrente: le masche nella tradizione sono quasi sempre donne (nei rari casi in cui sono raccontate come uomini prendono il nome di masconi).</div>
<div>Da un certo punto di vista potrebbero essere paragonate alle streghe. Alla fine, entrambe ebbero come destino il rogo. Non si sa il numero preciso di quante morirono dopo essere state accusate di &ldquo;mascheria&rdquo;. Sicuramente per&ograve; furono molte, in particolare durante il periodo dell&rsquo;Inquisizione, nelle zone di Rivara, Pollenzo, della val Sesia e Soana. Erano i capri espiatori della societ&agrave;. Se moriva un neonato, il raccolto andava perduto, una donna non riusciva ad avere figli, oggetti da lavoro sparivano, era sempre colpa delle masche, invidiose e vendicative.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Erano donne con una profonda conoscenza del mondo naturale e avevano la capacit&agrave; di creare intrugli con fiori ed erbe. Fondamentale era il &ldquo;Libro del Comando&rdquo;, che conteneva formule magiche e incantesimi malvagi in grado di rafforzare i poteri, di leggere il passato e predire il futuro. Le masche avevano tanti poteri.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Qualcuno sostiene che potessero volare, altri che si sapessero trasformare in serpenti, cani, gatti, mosche, galline o in vegetali, o che dalle loro volont&agrave; dipendessero i temporali. Non erano per&ograve; esseri immortali, ma prima di morire dovevano passare i poteri a qualcuna (soprattutto figlie, nipoti o amiche) toccandola o tramite un determinato oggetto.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Secondo molti operavano di notte. Ma nella letteratura sono numerosi anche i racconti che si svolgono durante le ore del giorno. &ldquo;Un giorno incontro una donna forestiera, una bella donna, piccolina, ben vestita, con un fazzoletto nero legato intorno al collo [&hellip;] Sta donna accarezza il bambino con due dita, poi mi dice &lsquo;Quanti mesi ha?&rsquo; Non bisogna mai dire l&rsquo;et&agrave;, porta male. Io stupida le rispondo: &lsquo;Ha quattro mesi&rsquo;. &lsquo;Oh, &egrave; troppo sviluppato per l&rsquo;et&agrave;. Vedr&agrave; madamin che non lo alleva&rsquo;. Otto giorni dopo &egrave; morto [&hellip;] Gli sono usciti tutti i denti sopra e sotto, usciti completi, mentre prima aveva niente. Ho subito pensato a quella donna, che me lo aveva malefisi&agrave;, che me lo aveva maledetto il bambino&rdquo;.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Questa &egrave; una delle testimonianze presenti nel libro &ldquo;L&rsquo;anello forte. La donna: storie di vita contadina&rdquo;, di Nuto Revelli pubblicato nel 1985. Nelle righe compare un&rsquo;ennesima rappresentazione della masca: una bella donna e non la solita signora zoppa e gobba. Sempre nel volume di Revelli si fa riferimento alla storia di Miciulina. &ldquo;L&rsquo;avevano messa su un mucchio di fascine, poi hanno dato fuoco e lei bruciava, e loro gridavano: &lsquo;Miciulina tacte, tacte, salvte&rsquo;, per&ograve; io non ho visto&rdquo;, scrive l&rsquo;autore riportando le parole dell&rsquo;intervistata Lucia Rosso.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Secondo i racconti Miciulina (o Micilina o, ancora, Michelina) era una donna con molte rughe, pochi capelli, senza denti, piccola, un po&rsquo; deforme e viveva a Pocapaglia. La leggenda narra che la donna avesse toccato la schiena di una bambina, causandole la crescita di una gobba il giorno seguente. E che un ragazzo, vedendo Miciulina, avesse perso l&rsquo;equilibrio e, rialzandosi, avrebbe notato di avere un piede in avanti e uno al contrario. Inizi&ograve; a diffondersi la voce che la donna fosse una masca. Fu condannata al rogo, bruci&ograve; nel luogo che oggi prende il nome di Bric d&rsquo;la masca.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In tutto il Piemonte erano praticati accorgimenti per tutelarsi dalle cattiverie delle masche. C&rsquo;era chi credeva che il sacerdote durante la messa potesse individuare la masca, chi spargeva sale, chi faceva attenzione a non stendere gli indumenti dei figli perch&eacute; le masche potevano far loro male attraverso gli abiti facendo crescere il bambino deforme, o ancora chi circondava la propria abitazione con un filo di canapa filato da una ragazza giovane che non aveva mai usato un fuso prima di allora. Nella letteratura esistono anche le masche buone, ma sono molto meno presenti.&nbsp;</div>
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<div>Non si sa di preciso quando si inizi&ograve; a parlare delle masche. La prima comparsa della parola &ldquo;masca&rdquo; risale all&rsquo;Editto di Rotari del 643 d.C., dove si legge &ldquo;strigam, quam dicunt Mascam&rdquo;, cio&egrave; &ldquo;strega, che chiamano la masca&rdquo;. L&rsquo;etimologia &egrave; incerta, ma la parola &egrave; diffusa in gran parte del Piemonte: nelle valli cuneesi, valli di Lanzo, nel canavese, alessandrino, provincia di Biella, Langhe e Roero. I racconti sono noti principalmente grazie alla pazienza dei nonni e dei bisnonni che negli anni hanno continuato a tramandare queste storie che, a loro volta, avevano sentito dai genitori. A noi il compito di non interrompere questa tradizione.</div>
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<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Thu, 24 Aug 2023 08:13:00 +0200</pubDate><dc:creator>Micol Maccario</dc:creator><author><name>Micol Maccario</name></author></item><item><title><![CDATA[La storia del figliastro di Joseph Goebbels morto in valle Po]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/la-storia-del-figliastro-di-joseph-goebbels-morto-in-valle-po_77293.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/la-storia-del-figliastro-di-joseph-goebbels-morto-in-valle-po_77293.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/77293/89061.jpg" title="La famiglia Goebbels: al centro Magda Goebbels e Joseph Goebbels, con i loro sei figli. Dietro c'è Harald Quandt nell'uniforme di un sergente di volo dell'aeronautica militare - foto Archivio federale tedesco" alt="La famiglia Goebbels: al centro Magda Goebbels e Joseph Goebbels, con i loro sei figli. Dietro c'è Harald Quandt nell'uniforme di un sergente di volo dell'aeronautica militare - foto Archivio federale tedesco" /><br /><div>
<div>Berlino, 1&deg; maggio 1945. Ci&ograve; che resta della capitale del Reich &egrave; in fiamme e il sogno di un impero millenario si frantuma sotto i colpi dell&rsquo;artiglieria sovietica. I soldati russi, che avevano visto la devastazione nazista nelle proprie terre, contando circa 25 milioni di morti nella guerra contro la Germania, sono alle porte del bunker della cancelleria. Le SS difendono fanaticamente ogni lembo di terra, arruolando vecchi e bambini nelle loro file, pena la morte.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il f&uuml;hrer Adolf Hitler si era tolto la vita il giorno prima, seguendo l&rsquo;omologo Benito Mussolini, fucilato a Giulino di Mezzegra il 28 aprile. A dirigere il Reich morente &egrave; rimasto Joseph Goebbels, ministro per l'istruzione pubblica e la propaganda, e ministro plenipotenziario per la mobilitazione alla guerra totale, nominato cancelliere secondo le ultime volont&agrave; di Hitler. Il suo ruolo dura appena un giorno e mezzo: lui e la moglie, Magda Goebbels, nata Rietschel, si tolgono la vita la sera del 1&deg; maggio, per non cadere vivi nelle mani sovietiche. Prima della loro fine si consuma l&rsquo;ultimo atto di orrore di un regime che nulla forse aveva di umano: i coniugi Goebbels decidono l&rsquo;eliminazione dei loro sei figli. Il film &ldquo;La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler&rdquo;, del 2004, ripercorre con precisione quei momenti: Magda, assistita dai medici delle SS Ludwig Stumpfegger e Helmut Kunz, narcotizza i figli e poi somministra loro capsule di cianuro. Prima di togliersi la vita, Magda scrive una lettera a Harald Quandt, frutto del primo matrimonio con l&rsquo;industriale G&uuml;nther Quandt: &ldquo;Il nostro glorioso ideale &egrave; andato in rovina e con esso tutto ci&ograve; che di bello e meraviglioso ho conosciuto nella mia vita. Il mondo che verr&agrave; dopo il F&uuml;hrer e il nazionalsocialismo non &egrave; pi&ugrave; degno di essere vissuto e quindi porter&ograve; i bambini con me&hellip;&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Harald era caduto prigioniero degli Alleati nella Penisola italica un anno prima, nel &rsquo;44, prestando servizio come tenente della Luftwaffe. Forse fu proprio la prigionia a salvargli la vita. Se fosse rimasto a Berlino o si sarebbe tolto la vita, oppure sarebbe finito nelle mani dei sovietici, che sicuramente avrebbero&nbsp;riservato&nbsp;per lui un destino diverso. Cos&igrave; accadde al nipote di Hitler, Heinz, figlio di Alois Hitler e della sua seconda moglie Hedwig Heidemann, catturato nel 1942 e torturato a morte nel carcere militare di Butyrka a Mosca, all'et&agrave; di 21 anni.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma la stella dei Quandt era destinata a splendere anche dopo la guerra. Tra i pi&ugrave; ricchi della Germania, i Quandt si erano messi in luce gi&agrave; all&rsquo;epoca della Grande Guerra, fornendo le divise all&rsquo;esercito tedesco. Con i fondi ricavati dalla vendita delle uniformi, G&uuml;nther acquis&igrave;, dopo il conflitto, la Accumulatorenfabrik Ag, una fabbrica di batterie che divenne nota con il nome Varta. Tra le altre cose, Quandt acquist&ograve; quote societarie della Bmw e della Daimler-Benz. Oltre ad essere un imprenditore di successo, G&uuml;nther era anche un fervente nazista e, nel 1933, ader&igrave; al partito di Hitler. Nel 1937 fu nominato dal f&uuml;hrer stesso Wehrwirtschaftsf&uuml;hrer, un titolo onorifico che veniva assegnato ai capi delle societ&agrave; legate agli armamenti. Quandt, come nel conflitto precedente, aveva fiutato la possibilit&agrave; di fare affari con una nuova guerra imminente e quindi aveva iniziato a produrre, nelle sue fabbriche, materiali utili allo sforzo bellico. Ma questa volta con un&rsquo;aggravante in pi&ugrave;. Nel 2007 un documentario tedesco, &ldquo;The Silence of the Quandts&rdquo;, fa luce sulle enormi responsabilit&agrave; che i Quandt avevano ricoperto nel programma di sfruttamento dei deportati: gli uomini erano costretti a maneggiare metalli pesanti e tossici senza alcun equipaggiamento protettivo. Secondo l&rsquo;inchiesta &ldquo;i Quandt utilizzarono anche lavoratori schiavi dei campi di concentramento in almeno tre delle loro fabbriche, ad Hannover, Berlino e Vienna. Centinaia di questi lavoratori morirono. Le condizioni di lavoro erano spaventose, soprattutto nelle fabbriche di batterie [&hellip;] L'azienda [Afa] utilizzava lavoratrici schiave, comprese donne polacche che erano state trasferite da Auschwitz&rdquo;.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nel 1946 G&uuml;nther fu arrestato dalle autorit&agrave; alleate, in particolare in virt&ugrave; dei suoi legami personali con Goebbels - i rapporti con la ex moglie e con il nuovo marito di lei erano rimasti buoni. Tuttavia, poca luce fu fatta sulle connessioni esistenti tra le sue fabbriche e il programma di sterminio messo in atto dalle autorit&agrave; naziste. Fu rilasciato meno di due anni dopo, nel gennaio del 1948, dopo essere stato giudicato mitl&auml;ufer, cio&egrave; non accusato di crimini nazisti ma coinvolto con il Partito nazista. Mor&igrave; nel 1954 durante una vacanza al Cairo, in Egitto.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Dopo la morte, il suo impero pass&ograve; nelle mani dei figli Herbert e Harald. I due, in realt&agrave;, erano fratellastri. Il primo nato dal matrimonio tra G&uuml;nther e Antoine Ewald, morta di febbre spagnola nel 1918, il secondo dall&rsquo;unione con Magda Ritschel. E fu proprio Harald l&rsquo;anello di congiunzione tra le famiglie Quandt e Goebbels, un figlio che incarnava la fede al nazismo e la devozione per il Reich. Harald ebbe fortuna: sopravvisse alla guerra e scont&ograve; tre anni di prigionia a Bengasi, ereditando, poi, un colosso di circa duecento aziende, con una ricchezza astronomica, ottenuta anche grazie allo sfruttamento dei lavoratori schiavi. I cambiamenti internazionali del 1948, l&rsquo;inizio della Guerra Fredda, e la tensione crescente tra due mondi sempre pi&ugrave; divisi, convinsero gli Alleati occidentali ad accantonare la lotta contro il nazismo e a favorire la crescita della parte occidentale della Germania. Fu una manna dal cielo per tanti industriali tedeschi e lo fu per i Quandt. Come scrive Federico Ferrero su &ldquo;Il Corriere della sera&rdquo;, Harald &ldquo;aveva ulteriormente allargato le maglie dell&rsquo;impero Quandt: partecipazioni pesanti nella Daimler-Benz, una quota notevole in Bmw comprata nel 1960: a met&agrave; degli anni Sessanta, Harald Quandt era azionista di centinaia di societ&agrave; e contava cariche dirigenziali attive in quasi trenta. A quarantacinque anni, figurava nella lista dei miliardari in marchi e le cronache rassegnavano non solo delle sue operazioni finanziarie ma pure della sua fama da viveur&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Comba Gambasca, Sanfront, 22 settembre 1967. Un&rsquo;esplosione terribile sul versante della montagna sveglia alcuni margari. Il tempo statico, abitudinario di quel lembo silenzioso della Provincia di Cuneo &egrave; scosso improvvisamente. Un aereo precipita e si avvolge in una voragine di fuoco. Sei le vittime, tutti tedeschi. Uno di essi &egrave; un grande industriale, capostipite di una famiglia che ancora oggi possiede una ricchezza valutata di circa 35 miliardi di dollari. Harald Quandt muore tra quelle montagne in cui i suoi commilitoni della Luftwaffe 23 anni prima avevano incendiato borgate, ucciso contadini inermi e depredato le poche ricchezze di una terra gi&agrave; cos&igrave; austera. Il suo ultimo viaggio finisce l&igrave; e mai sarebbe arrivato in Costa Azzurra, dove era diretto: bella vita, sfilate e lusso si volatilizzano.&nbsp;Il suo corpo segue quello della madre, anch&rsquo;esso bruciato per non essere riconoscibile ai russi, che premevano alle porte di Berlino. Un&rsquo;ala dell&rsquo;aereo riposa oggi nella cappella di San Bernardo di Sanfront, un filo che lega la Valle Po alla grande storia del mondo.</div>
</div>]]></description><pubDate>Tue, 15 Aug 2023 08:32:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Villafalletto: storia di una comunità. I terribili anni della guerra]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/villafalletto-storia-di-una-comunita-i-terribili-anni-della-guerra_77009.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/villafalletto-storia-di-una-comunita-i-terribili-anni-della-guerra_77009.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/77009/88716.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Sono passati ottant&rsquo;anni dalla tarda estate del 1943 in cui, tra la caduta del fascismo e l&rsquo;armistizio dell&rsquo;otto settembre, inizi&ograve; un&rsquo;epoca storica inedita per il nostro paese. In ogni angolo del Cuneese, migliaia di storie premono per essere raccontate, prima che il tempo cancelli ogni ricordo. Cos&igrave; ha fatto <strong>Giacomo Barbero</strong>, storico barbiere di Villafalletto, all&rsquo;epoca ragazzo, che, nella sua raccolta di memorie &ldquo;Un Barbiere Racconta&hellip;&rdquo;, ha delineato gli aspetti peculiari della comunit&agrave; villafallettese, mettendone in evidenza particolarit&agrave;, paradossi e contraddizioni, cercando sempre di mantenere un profilo neutrale anche nei periodi pi&ugrave; drammatici della storia.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Barbero racconta i confusionari avvenimenti dell&rsquo;arresto di Mussolini e del proclama Badoglio, preceduti da tre anni di guerra disastrosa in cui <em>&ldquo;si viveva come talpe&rdquo;</em>, costretti alla totale oscurit&agrave; a causa delle incursioni aeree. L&rsquo;unico drammatico spettacolo era quello offerto dai bombardamenti su Torino, visibili dal ponte del Maira: <em>&ldquo;Quello sciabolare di riflettori che cercavano di scorgere la sagoma della fortezza volante, le scie delle pallottole traccianti della contraerea, gli scoppi delle granate su nei cieli e le vampate rosse delle bombe lanciate degli aerei eccitavano i ragazzini; intanto le donne, con le lacrime agli occhi, recitavano il rosario, pensando a quante persone innocenti sarebbero stati uccise in quella maledetta notte&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Dopo l&rsquo;8 settembre, a Villafalletto <em>&ldquo;arrivarono molti militari appartenenti alla Quarta Armata, di stanza in Francia, sbandatasi perch&eacute; priva di comando&rdquo;</em>. Barbero, a proposito, ricorda la cattura di una trentina di alpini da parte dei tedeschi nel centro del paese. Uno di essi, <strong>Beniamino Dinca</strong>, originario di Belluno, fugg&igrave; nei pressi di Monsola, dove fu ospitato da una famiglia del luogo, i Rosso. A proposito di questo periodo, si ricorda un particolare curioso: le tante divise militari abbandonate furono trasformate dai sarti e dalle sarte in vestiti ricercati. Con la liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi, guidati dal capitano delle SS Otto Skorzeny, agli occupanti si aggiunsero i neofascisti repubblicani rappresentati, a Villafalletto, dal podest&agrave;, il conte <strong>Corrado Falletti</strong>, <em>&ldquo;che era pure presidente del Consorzio Agrario di Cuneo&rdquo;</em>. Falletti, divenne autorit&agrave; di riferimento del Partito fascista repubblicano e fu nominato vice federale - e non federale, come scrive Barbero, essendo questa carica ricoperta da <strong>Secondo (Dino) Ronza</strong>, nato ad Asti il 3 dicembre 1910 e ucciso dai partigiani a Castelfranco Emilia il 15 maggio 1945. Al conte, inoltre, fu assegnata una scorta armata di militi fascisti, appartenenti alla Squadra d&rsquo;azione Ettore Muti: <em>&ldquo;Comandava questa squadra </em>[Giuseppe]<em> Bugan&egrave;, mi pare fosse romagnolo, appassionato musico, tanto che si dette da fare per mantenere viva la nostra vecchia e gloriosa banda musicale&rdquo;</em>. A lui si aggiunsero altri militi, alcuni dei quali direttamente responsabili di angherie e uccisioni: Aldo Schirinzi, Gian Vittorio Brambilla, Lorenzo Lingua (chiamato Renzo), un certo Presti - <em>&ldquo;una persona delle pi&ugrave; malvagie, brutto e zoppo&rdquo;</em> -, Terenzio Farina e il milite Brambolini. Essi furono raggiunti in seguito da Alfredo Cuproli, nato a Savona il 22 febbraio 1913: pareva <em>&ldquo;che operasse in piena autonomia, cio&egrave; non al comando di Bugan&egrave;&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La situazione in paese era incandescente poich&eacute; <em>&ldquo;le attivit&agrave; dei partigiani nelle vallate cominciavano a creare qualche preoccupazione ai repubblichini e ai tedeschi&rdquo;</em>. I nazifascisti iniziarono a rispondere con le rappresaglie anche a danno della popolazione civile. Il 9 dicembre, in seguito al raid partigiano di Mellea, che cost&ograve; la morte del giovane patriota <strong>Giovanni Ramero</strong>, i tedeschi di stanza all&rsquo;aeroporto di Levaldigi, comandati dal famigerato maggiore Kurt Ubben, entrarono a Villafalletto e presero in ostaggio alcune persone, che furono percosse dai soldati. In tale circostanza &egrave; poco chiaro l&rsquo;atteggiamento del conte: secondo la testimonianza del geometra Emiliano Del Pozzo, fu proprio lui a indicare le persone da arrestare (non trovandole i nazisti prelevavano le mogli), mentre Barbero non cita l&rsquo;episodio.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La sera del 24 dicembre un altro avvenimento tragico sconvolse il paese. Alcuni ribelli (probabilmente appartenenti alla banda Menelik non riconosciuta dal Cln e capitanata da <strong>Bernardino Cucchietti</strong>), scesero a Villafalletto. <em>&ldquo;Si erano recati dai Sorasio per farsi consegnare dei cavalli&rdquo;</em> e, dopo aver rinunciato al proposito, <em>&ldquo;andarono dalla famiglia Cadorna, che gestiva la cascina di propriet&agrave; della famiglia Brunetti, con l&rsquo;intenzione di penetrare a loro danno la rapina&rdquo;</em>. La moglie riusc&igrave; a fuggire senza essere notata e chiam&ograve; i carabinieri: nel conflitto a fuoco che segu&igrave; rimase gravemente ferito il militare Giovanni Brucini, originario del Pisano, che sarebbe morto poco tempo dopo all&rsquo;ospedale di Villafalletto. Nel corso dell&rsquo;azione venne catturato un membro della banda, <strong>Giovanni Michele Ballario</strong>, nativo di Vottignasco. Trasportato a Cuneo, fu fucilato il 9 gennaio 1944, dopo essere stato brutalmente seviziato. Il 5 gennaio 1944, i nazifascisti, forse in seguito a questo episodio, misero in atto il famigerato eccidio del Ceretto, in cui furono uccise 27 persone. Due erano di Villafalletto, pi&ugrave; precisamente della frazione Termine: <strong>Francesco Giordanino</strong> e <strong>Giuseppe Aimar</strong>, <em>&ldquo;quest&rsquo;ultimo titolare dell&rsquo;osteria della frazione e l&rsquo;altro un suo amico e assiduo frequentatore&rdquo;</em>. Furono trucidati dai soldati tedeschi alle porte di Costigliole Saluzzo, dopo essere stati prelevati e caricati su un autocarro. Negli stessi giorni una banda criminale terrorizzava il paese, in particolare la zona di Cantarane, <em>&ldquo;perpetrando rapine di denaro e generi alimentari&rdquo;</em>. In particolare <em>&ldquo;furono prese di mira la famiglia Salvagno, la famiglia Mondino, la famiglia Ballatore, la famiglia Martini&rdquo;</em>. Il racconto testimonia come fosse difficile distinguere i partigiani dai delinquenti comuni, in un clima di confusione pressoch&eacute; totale. In seguito alla denuncia del contadino Giuseppe Bertero, <em>&ldquo;che aveva ottimi rapporti di amicizia con il conte Falletti&rdquo;</em>, fu arrestato Angelo Teston - non si sa se a torto o a ragione -, originario del Trevigiano, ma residente a Verzuolo e probabilmente disertore di qualche unit&agrave; della Repubblica sociale. Mor&igrave; il 6 marzo del 1944, <em>&ldquo;trovato impiccato nella nostra caserma&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Esattamente tre giorni dopo, il 9 marzo, avvenne il fatto di sangue che rimase impresso pi&ugrave; a lungo nella storia di Villafalletto. Quel giorno furono uccisi due giovani partigiani, <strong>Umberto Giovenale Lamberto</strong> (nome di battaglia Gucia) originario di Centallo e appena ventenne, e <strong>Roberto Blanchi di Roascio</strong> (Roberto), nato a Dronero e pi&ugrave; vecchio di due anni. <em>&ldquo;Verso le 17.35 Renzo Lingua si trovava all&rsquo;incrocio fra corso Umberto e via Ruderi del castello</em> [&hellip;] <em>proveniente dal vecchio ponte sul Maira arrivava un camioncino balilla; il Lingua gli fece segno di fermarsi, il camioncino rallent&ograve; per venire a fermarsi 50 metri pi&ugrave; su&rdquo;</em>. Il fascista inizi&ograve; a perquisire il mezzo: <em>&ldquo;Quando costui alz&ograve; il telone s&igrave; senti bene: &lsquo;Mani in alto!&rsquo; Intimato da una persona all&rsquo;interno del cassone&rdquo;</em>. Lingua, al posto di arrendersi, inizi&ograve; a crivellare di colpi Lamberto, colpendo anche Blanchi di Roascio, che era alla guida del mezzo. Il primo mor&igrave; sul colpo, mentre il secondo si spense all&rsquo;ospedale di Saluzzo poche ore dopo, raggiungendo il fratello Paolo, caduto in Unione sovietica nel gennaio del &rsquo;43. La follia di quel giorno e lo sprezzante valore che i fascisti attribuivano alla vita umana &egrave; dato dal fatto che Lingua si vant&ograve; anche in pubblico di aver provocato la morte di due uomini. Una sera, durante la proiezione di una pellicola per ragazzi, <em>&ldquo;Bugan&egrave; fece interrompere la proiezione e invit&ograve; i ragazzi ad applaudire, dopo averlo fatto salire sul palco, Renzo Lingua per il suo eroico comportamento, secondo il suo punto di vista, naturalmente&rdquo;</em>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il paese di Villafalletto visse altri momenti di estrema tensione. Il conte Falletti fu fatto oggetto di attacchi da parte dei partigiani due volte, una in pieno centro e l&rsquo;altra nei pressi di Boschetti sulla strada per Centallo. Si registr&ograve; anche l&rsquo;uccisione di un soldato tedesco a Tarantasca e uno scontro a fuoco tra fascisti e nazisti. In tutti i casi non si verificarono rappresaglie. Il 24 aprile gli squadristi - alcuni dei quali erano confluiti nella Brigata nera &ldquo;Edoardo Lidonnici&rdquo; di Cuneo - abbandonarono il paese. Non segu&igrave; i camerati il brigatista <strong>Alfredo Cuproli</strong>, che si era nel frattempo sposato con una villafallettese. Fu rintracciato il giorno successivo nei pressi di Santa Cristina di Tarantasca, catturato e ucciso durante un tentativo di fuga. Il suo giubbotto in pelle, simbolo di un predominio durato 19 mesi, fu portato a Villafalletto come trofeo. Sorte simile era gi&agrave; toccata a <strong>Terenzio Farina</strong>, ucciso a Centallo il 16 aprile in un agguato.</div>
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<div>La notte del 25 (o pi&ugrave; probabilmente tra il 27 e il 28 aprile) i tedeschi, che avevano occupato nuovamente il paese, uccisero il civile Giovanni Battista Risso. Oggi una lapide scolorita in corso Umberto, che aspetta di tornare alla luce, ricorda Umberto Giovenale Lamberto e Roberto Blanchi di Roascio, morti cos&igrave; giovani per la libert&agrave;. Il loro assassino fece perdere le tracce, aggregato, si dice, alla Legione Straniera e morto in Indocina.</div>]]></description><pubDate>Thu, 03 Aug 2023 10:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[In Argentina esiste una scuola di piemontese (e si fa su Whatsapp)]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/in-argentina-esiste-una-scuola-di-piemontese-e-si-fa-su-whatsapp_76569.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/in-argentina-esiste-una-scuola-di-piemontese-e-si-fa-su-whatsapp_76569.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/76569/88171.jpg" title="Teresa Gandolfo ed Emilio Domenico Frola (antenati di Matias Alejandro Frola): tutti i figli nacquero nella provincia di Cuneo, tranne una in Argentina" alt="Teresa Gandolfo ed Emilio Domenico Frola (antenati di Matias Alejandro Frola): tutti i figli nacquero nella provincia di Cuneo, tranne una in Argentina" /><br /><div>Questa &egrave; una storia di radici lontane che non vogliono essere abbandonate. E di come la tecnologia possa essere un&rsquo;alleata nel tramandare il valore delle origini e unire territori molto distanti.&nbsp;A circa 11mila chilometri in linea d&rsquo;aria da Cuneo ci sono 142 persone che non vogliono dimenticare il piemontese che parlavano i loro avi. Tutto &egrave; iniziato grazie all&rsquo;iniziativa del professore <strong>Ronal Comba</strong>, argentino di ottantatr&eacute; anni con origini piemontesi e una particolare predisposizione per l&rsquo;uso intelligente di Internet.&nbsp;<em>&ldquo;&Egrave; sempre stato appassionato di lingue. Anche per questo ha deciso di fondare una scuola di piemontese. I genitori, Luigi Comba e Caterina Venciotti, erano di Brossasco. Alcuni dei figli nacquero in quella citt&agrave;, altri nel comune di Cantalupa, vicino a Torino, e altri ancora in Argentina. Tra quelli nati in Piemonte c&rsquo;erano il nonno di Ronal Comba e la mia bisnonna paterna Paula Comba de Torleto&rdquo;</em>, spiega <strong>Matias Alejandro Frola</strong>, contadino argentino discendente di piemontesi e attualmente residente a Colonia Marina, un piccolo paese in provincia di Cord&ograve;ba: <em>&ldquo;Il professore ha appreso il piemontese dai nonni. Poi ha deciso di perfezionarlo con il tempo e di insegnarlo agli altri&rdquo;</em>.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div>
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<div>Attualmente Ronal Comba &egrave; fondatore, direttore e insegnante di CEREA - che in piemontese &egrave; una forma di saluto in origine reverenziale poi con il tempo diventata familiare, ma ora in parte in disuso. CEREA &egrave; una scuola diversa dal comune perch&eacute; non ha una sede fisica, ma si tiene su WhatsApp: <em>&ldquo;&Egrave; completamente gratuita. Fanno parte del gruppo argentini, italiani e argentini con origini piemontesi. La gente che lo frequenta vive in diverse regioni dell&rsquo;Argentina&rdquo;</em>. Oltre al gruppo Whatsapp esiste anche un canale Youtube in cui Comba carica tutte le sue lezioni cos&igrave; che siano fruibili anche da remoto e da un maggior numero di persone.&nbsp;L&rsquo;iniziativa &egrave; partita durante i mesi della pandemia e non si &egrave; pi&ugrave; fermata. <em>&ldquo;Tacuma &euml;l cors de lenga piemont&egrave;isa. Ancheui che al &eacute; &euml;l prim de luj 2023&rdquo;</em>, dice il professore in uno dei video mentre spiega i verbi al tempo presente tenendo in mano il suo libro intitolato &ldquo;R&ograve;ba Piemonteisa&rdquo;. Le lezioni si focalizzano su conversazioni, dialoghi, pronuncia, scrittura, detti e aneddoti. <em>&ldquo;Tutti gli iscritti partecipano trasmettendo le proprie nozioni in italiano, spagnolo o piemontese&rdquo;</em>, continua Frola. A pi&ugrave; di diecimila chilometri da noi, quindi, c&rsquo;&egrave; qualcuno che il piemontese vuole continuare a parlarlo e studiarlo. <em>&ldquo;&Egrave; parte delle nostre radici. I miei bisnonni erano piemontesi, la famiglia Frola &egrave; arrivata in Argentina nel 1893. Mio bisnonno era nato a Verolengo, in provincia di Torino. Da parte di mia mamma la met&agrave; sono piemontesi e i restanti venivano dal Friuli. &Egrave; molto importante per noi preservare le nostre origini. &Egrave; bello ricordare sempre il piemontese, mantenerlo e non dimenticarlo mai&rdquo;</em>, aggiunge Matias Alejandro.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div>
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<div>Il forte legame &egrave; dimostrato anche dalle tradizioni culinarie. Primi fra tutti il &ldquo;salame casero&rdquo; (fatto in casa) e il vin brul&eacute;. <em>&ldquo;Ogni anno nella colonia San Augustin, nella provincia di Santa Fe, si celebra la festa della bagna cauda e si ballano i balli tipici&rdquo;</em>, racconta la signora Dulce Mastricola, anche lei piemontese di origine e attualmente residente in Argentina. <em>&ldquo;Mia sorella Rosy</em> - continua - <em>&egrave; un po&rsquo; pi&ugrave; grande di me e mi ha raccontato che la nonna faceva un dolce tipico, una sorta di budino al cioccolato. Lo chiamava il bon&egrave;t&rdquo;</em>. Il legame con le proprie origini, quindi, passa dalla cucina, dalla lingua, e viene perpetuato anche con il ricordo dei sacrifici dei propri antenati. <em>&ldquo;A Colonia Marina c&rsquo;&egrave; il Museo de la colonizaci&oacute;n piemontes dove &egrave; spiegato come furono i primi tempi dei piemontesi arrivati in Argentina, dove sono raffigurati tutti gli sforzi che fecero per costruire le loro case e le loro aziende&rdquo;</em>, spiega Matias Alejandro.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div>
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<div>Preservare il ricordo &egrave; possibile. Lo stanno facendo a migliaia di chilometri da noi, mentre qui con il passare del tempo tante tradizioni stanno andando perdute. CEREA e la comunit&agrave; piemontese in Argentina sono l&rsquo;esempio che il valore delle proprie origini merita di essere tutelato e tramandato. E in questo la tecnologia gioca un ruolo fondamentale, facendo da connettore tra persone e territori remoti che, senza Internet, non avrebbero la possibilit&agrave; di incontrarsi mai.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div>]]></description><pubDate>Sat, 22 Jul 2023 11:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Micol Maccario</dc:creator><author><name>Micol Maccario</name></author></item><item><title><![CDATA[Storie di Resistenza nel cuore del mondo dei vinti]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/storie-di-resistenza-nel-cuore-del-mondo-dei-vinti_73507.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/storie-di-resistenza-nel-cuore-del-mondo-dei-vinti_73507.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/73507/84227.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div><strong>Gerbola</strong> &egrave; un piccola frazione nel Comune di Villafalletto. Le case si concentrano sulla Strada provinciale che conduce a Fossano e, per il resto, pochi cascinali si allungano verso la regione denominata &ldquo;Casale&rdquo;, in direzione sud e verso Vottignasco a nord. A oriente, nel comune di Fossano, si trova una frazione simile, <strong>Mellea</strong>. Il torrente Grana chiude la terrazza pianeggiante e apre le porte alla pi&ugrave; grande e regolare distesa fossanese. Un angolo di Piemonte dimenticato, che non ha mai fatto parlare di s&eacute;, in cui, come scrive <strong>Nuto Revelli</strong>, "<em>nessuno ha mai avuto nostalgia del fascio, ma l&rsquo;autorit&agrave; del conte Falletti ha sempre avuto un certo seguito</em>". Una zona che Revelli descrive nel &ldquo;Mondo dei vinti&rdquo; e che oggi vive, come tutte le zone interne, lo spopolamento massivo.&nbsp;</div>
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<div>Ma anche l&igrave; la guerra ha aperto le sue ferite, la rabbia nazista si &egrave; fatta sentire e alcuni giovani, dopo aver visto il mondo sui fronti di guerra, sono tornati con una consapevolezza diversa. Chi ha vissuto sempre in quelle campagne si &egrave; trovato all&rsquo;improvviso coinvolto dall&rsquo;eco dei cataclismi di mondi cos&igrave; lontani che non sarebbero mai stati nemmeno immaginati altrimenti.&nbsp;</div>
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<div>A Gerbola e a Mellea la gente inizi&ograve; a capire che la guerra era in casa nel dicembre del 1943. Prima di allora solo voci, da Boves, dalla montagna, dalle citt&agrave;, da cui i tedeschi deportavano in Germania i militari italiani.&nbsp;</div>
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<div>Ma la vera presenza militare si fece sentire dal dicembre del 1943, quando i tedeschi occuparono il campo di aviazione di Levaldigi. Si trattava di reparti della <strong>Luftwaffe</strong>, comandati dal maggiore <strong>Kurt Ubben</strong>. Ubben era un asso dell&rsquo;aviazione. Con 110 vittorie aeree aveva ottenuto la stima dei suoi camerati e numerosi riconoscimenti, tra i quali la Croce di Cavaliere. Era anche un nazista convinto. Si sarebbe macchiato di vari crimini, tra cui il noto eccidio del Ceretto.</div>
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<div>L&rsquo;8 dicembre alcuni partigiani, provenienti da Vinadio, decisero di recarsi a Mellea per prelevare alcuni fusti di benzina, di propriet&agrave; tedesca. Dopo l&rsquo;iniziale successo, i soldati si accorsero della spedizione e intervenirono. Si scontrarono con i partigiani: uno di loro, ferito, non riusc&igrave; ad allontanarsi con i compagni.</div>
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<div>&ldquo;<em>Subito i tedeschi accusarono don Nicola (Bernardi) di complicit&agrave; e si prepararono ad una feroce rappresaglia</em> - scrive <strong>Mariuccia Crosetti</strong> -. <em>Presero tutti, padri di famiglia, vecchi, giovani, bambini. Vennero portati al campo di aviazione, gli fecero scavare le fosse per poi fucilarli e dare il paese alle fiamme</em>&rdquo;. Il curato allora mand&ograve; la maestra Lidia Bozzolo a Fossano, per avvertire il vescovo Dionisio Borra di quanto stava accadendo: &ldquo;<em>Il vescovo arriv&ograve; in bicicletta il 9 dicembre, lasciando detto in Curia che forse non sarebbe pi&ugrave; tornato. Si rec&ograve; subito alla sede dei tedeschi per avere un abboccamento con il maggiore</em>&rdquo;. Nel frattempo il giovane partigiano, nascosto in una cascina, era stato catturato dai nazisti. Si chiamava <strong>Giovanni Ramero</strong>, aveva appena 19 anni, eppure la sua vita si interruppe cos&igrave; presto e in modo atroce. Fu torturato in modo disumano. &ldquo;<em>Mia mamma ricordava le urla di questo giovane che implorava e invocava la madre</em>&rdquo;, racconta <strong>Maria Assunta Rosso</strong>. Il mattino dopo, ridotto a un grumo di sangue, fu costretto a scavarsi la fossa, fucilato e successivamente impiccato. Per tre giorni il suo corpo fu lasciato visibile come monito alla popolazione.&nbsp;</div>
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<div>Fu questo fatto, forse, a convincere alcuni a intraprendere la scelta partigiana. Uno dei primi fu <strong>Maurizio Giordano</strong>, nome di battaglia Tot&ograve;, residente in regione Casale. Agricoltore, entr&ograve; nella 20&ordf; Brigata Giustizia e Libert&agrave; &ldquo;Andrea Paglieri&rdquo;, comandata dal centallese Faustino Dalmazzo, il 15 gennaio 1944. &ldquo;<em>I ricordi di quei tempi non si cancellano</em>&nbsp;- racconta la figlia Ludovica, all&rsquo;epoca&nbsp; bambina -. <em>Mio pap&agrave; aveva gi&agrave; iniziato ad accogliere gli sbandati in seguito all&rsquo;armistizio e ha sempre aiutato chi ha potuto</em>&rdquo;. Ludovica era la seconda di quindici tra fratelli e sorelle, nata e cresciuta in un cascinale che si riconosce tra gli altri: una robusta torre di vedetta in muratura chiudeva la casa e la strada, passando in mezzo ai casolari, attraversa ancora oggi un antico porticato. Per la sua posizione defilata, casa Giordano divenne presto luogo di rifugio dei partigiani che in tarda notte si fermavano nella stalla per un pasto caldo o un luogo in cui riposare: &ldquo;<em>Mia zia la sera preparava una caldera con dieci o venti chilogrammi di pasta per i rifugiati e si mangiava fin dopo mezzanotte</em>&rdquo;. Ludovica non nasconde la paura e il continuo senso di precariet&agrave;: &ldquo;<em>Bastava una spiata per essere scoperti e fare una brutta fine. Un giorno arrivarono i soldati tedeschi in camion con divise scure e armati fino ai denti. Ci condussero tutti in cortile, ci allinearono e piazzarono una mitragliatrice. Un tedesco domand&ograve; a mio padre se c&rsquo;erano partigiani nascosti, ma lui neg&ograve;. Per fortuna i soldati se ne andarono. Un&rsquo;altra volta arrivarono a cavallo e misero a soqquadro tutta la casa per cercare nascondigli. Da allora i cavalli mi incutono un certo timore</em>&rdquo;.</div>
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<div>Dopo Maurizio, altri fecero la scelta della montagna. Lo stesso giorno, un amico e compaesano di Giordano, <strong>Giacomo Bollati</strong>, nome di battaglia &ldquo;Nanni&rdquo; entr&ograve; anche lui nella 20&ordf; Brigata. Bollati era stato militare nel regio esercito, inquadrato come sergente fuochista sul cacciatorpediniere &ldquo;Freccia&rdquo;.</div>
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<div>&ldquo;<em>Mio pap&agrave; &egrave; mancato giovane e io avevo 25 anni</em> - dice la figlia Carla -<em>. La coscienza della Resistenza non ce l&rsquo;avevo e ora mi sento in colpa per non averlo ascoltato. Non tutti ne parlavano volentieri e io non stavo molto a sentire</em>&rdquo;. Bollati fu decorato con la Croce al Merito di guerra il 31 agosto del 1974.&nbsp;</div>
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<div>Tanti Gerbolesi seguirono la strada di Giordano e Bollati: Aldo Aime, Giorgio Ambrosino, Lorenzo Comba, Primo Muratore e Bernardino Testa. Non tutti ebbero la fortuna di festeggiare la liberazione: &ldquo;<em>Umberto Giovenale Lamberto e Roberto Blanchi di Roascio furono uccisi da un fascista il 9 marzo 1944</em>&rdquo;. Stavano trasportando del materiale su un camioncino a Villafaletto, quando il milite Renzo Lingua, dopo averli fermati, fece fuoco su di loro.&nbsp;</div>
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<div>E sorte simile tocc&ograve; ai partigiani uccisi a Tarantasca dai tedeschi in ritirata il 28 aprile 1945, oppure agli undici sventurati che furono arsi vivi con i lanciafiamme a Genola lo stesso giorno.&nbsp;Pochi pagarono veramente per il male compiuto. E i processi del dopoguerra furono seguiti da amnistie che cancellarono la giustizia. Ma non sempre il tempo &egrave; ingiusto. Kurt Ubben non visse molto dopo le sue &ldquo;gesta&rdquo; in Piemonte: fu ucciso in azione in Francia il 27 aprile 1944.</div>
</div>]]></description><pubDate>Tue, 25 Apr 2023 07:50:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Chi si ricorda di Emanuele Artom?]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/chi-si-ricorda-di-emanuele-artom_72999.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/chi-si-ricorda-di-emanuele-artom_72999.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/72999/83604.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Siamo nel 1933, i libretti universitari non sono digitalizzati. &Egrave; tutto scritto su carta, una carta che rimane nel tempo, negli archivi, e 90 anni dopo racconta la sua storia. All&rsquo;Universit&agrave; di Torino si iscrive Emanuele Artom, che si fa notare subito per le sue capacit&agrave; e doti intellettuali. Tutti 30 e sei 30 e lode sul suo libretto della Facolt&agrave; di lettere e filosofia.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma il 1933 non &egrave; solo l&rsquo;anno in cui Artom si iscrive all&rsquo;Universit&agrave;. Il 30 gennaio, Adolf Hitler presta giuramento come Cancelliere nella camera del Reichstag, sotto il massimo benestare del capo di Stato del Reich Paul von Hindenburg. Ma nessuno avrebbe pensato che l&rsquo;Europa sarebbe cambiata cos&igrave; in profondit&agrave;. Mussolini nel &rsquo;33 &egrave; all&rsquo;apice del suo consenso, ma non vede di buon occhio l&rsquo;omologo tedesco. Il 25 luglio 1934, quando i nazisti austriaci assassinano il cancelliere austriaco e amico Engelbert Dollfuss, il duce invia quattro divisioni italiane alla volta del Brennero, nel timore che i tedeschi fagocitassero il piccolo stato, erede dell&rsquo;Impero asburgico.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In quegli anni, per gli ebrei italiani la vita continua tranquilla e, addirittura, alcuni prendono la tessera del Partito nazionale fascista. Ma la famiglia Artom non fa parte di questi. Emanuele nasce il 23 giugno 1915 ad Aosta e cresce &ldquo;<em>in un ambiente familiare colto e agiato</em>&rdquo;. Prima di intraprendere l&rsquo;universit&agrave;, frequenta il liceo Classico Massimo d&rsquo;Azeglio, da dove sarebbero passati tra i pi&ugrave; illustri personaggi della storia culturale piemontese e italiana: Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Primo Levi, Fernanda Pivano, Gianni e Umberto Agnelli, Piero Angela. Il professore Augusto Monti, a proposito, scrive: &ldquo;<em>Fu bene una fucina di antifascisti il &lsquo;Massimo D&rsquo;Azeglio&rsquo; in quegli anni, ma non per colpa o per merito di questo e quell&rsquo;insegnante, ma cos&igrave;, per effetto dell&rsquo;aria, del suolo, dell&rsquo; &lsquo;ambiente&rsquo; torinese e piemontese. Quel Liceo era come una di quelle case in cui &lsquo;ci si sente&rsquo;; dove i successivi inquilini sono visitati nel sonno &ndash; e anche da desti &ndash; dagli spiriti, dalle anime</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il 1938 cambia per sempre la storia. In una citt&agrave; che 90 anni prima aveva conosciuto lo Statuto albertino, prima carta costituzionale nell&rsquo;Italia di allora, tornano le discriminazioni, le intolleranze.&nbsp;Dal 1&deg; gennaio 1940 Emanuele Artom inizia la redazione del suo diario, un&rsquo;opera che arriver&agrave; fino ai giorni nostri. Un testo in cui allo studioso si affianca l&rsquo;umano, posto di fronte a scelte difficili, che mette a nudo una natura sofferta, fragile. Poco pi&ugrave; di sei mesi dopo l&rsquo;Italia entra in guerra, compiendo quelle &ldquo;decisioni irrevocabili&rdquo; che porteranno il nostro Paese a un disastroso susseguirsi di lutti e dolori che ancore nel presente conserva le cicatrici.&nbsp;Il 16 ottobre 1941 racconta di un tentativo, avvenuto due notti prima, da parte di alcuni squadristi, di incendiare la Sinagoga di Torino. Il clima per gli ebrei torinesi si fa sempre pi&ugrave; opprimente e, spesso, compaiono per le vie manifesti minacciosi. Vere e proprie liste di proscrizione con nomi e indirizzi da persone da eliminare.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma a questi ricordi di un tempo pericoloso si affiancano attimi di vita normale, quasi fuori dalla storia. Il 19 agosto 1942 si legge: &ldquo;<em>Stamane sono andato con la mamma a comprare una giacca estiva. &Egrave; fresca e mi sta bene</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il 1&deg; ottobre 1942 si legge: &ldquo;<em>L&rsquo;avvenimento principale &egrave; l&rsquo;arrivo della cartolina precetto con l&rsquo;ordine di presentarmi sabato alle 3</em>&rdquo;. Agli ebrei &egrave; imposto il lavoro obbligatorio. Il 18 novembre &egrave; testimone del &ldquo;<em>primo grande bombardamento di Torino</em>&rdquo;, il 19 scrive: &ldquo;<em>Ad un tratto si sent&igrave; un fortissimo colpo e si spense la luce. Era stata colpita una parte della casa vicina</em>&rdquo;. Il 21 novembre Emanuele redige il suo testamento, &ldquo;<em>perch&eacute; potremo venire uccisi</em>&rdquo;. E un&rsquo;amara constatazione: &ldquo;<em>Siamo delle particelle trascurabili del mondo [&hellip;] dopo la nostra morte il tutto proceder&agrave; come prima</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Con la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, matura in Emanuele la scelta di schierarsi con il movimento antifascista di Giustizia e Libert&agrave;. L&rsquo;8 settembre &ldquo;<em>tutti dicono che la guerra &egrave; finita</em>&rdquo;, il 10 riporta: &ldquo;<em>I tedeschi sono entrati ieri sera a Torino e circolano le voci pi&ugrave; folli; che tagliano le mani alla gente [&hellip;] mezza Italia &egrave; tedesca, mezza inglese e non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; un&rsquo;Italia italiana</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>A novembre Artom entra nella banda partigiana Italia Libera della Valle Pellice e da l&igrave; &egrave; inviato a Barge, &ldquo;<em>come delegato del Partito d'Azione presso il comando garibaldino di Barbato</em>&rdquo;, il noto comandate Pompeo Colajanni. Il 20 dicembre &egrave; coinvolto nel primo combattimento tra partigiani e nazifascisti a Cavour. Dopo una scaramuccia con alcuni fascisti, &ldquo;<em>pass&ograve; un&rsquo;automobile tedesca, da cui part&igrave; un colpo che fer&igrave; uno dei nostri, ma fu poi crivellata dai colpi. Dentro, due tedeschi morti e un cospicuo bottino: grossi pacchi di biglietti da mille per circa due milioni nuovi di zecca</em>&rdquo;. Quello che Emanuele non sa &egrave; che non tutti e due i morti sono tedeschi. Uno &egrave; italiano, Pier Paolo Lidonnici, figlio del segretario del fascio di Saluzzo. Il tedesco, Christoph Paul von Andreae, &egrave; invece il responsabile dell&rsquo;organizzazione Todt nel saluzzese. Dal combattimento del 20 dicembre ha inizio l&rsquo;irrefrenabile violenza della guerra civile. Tre giorno dopo a Cavour i tedeschi impiccano il partigiano Alfredo Sforzini, dopo averlo brutalmente torturato. I partigiani rispondono passando per le armi Edoardo Lidonnici, catturato a Sanfront mentre affliggeva i manifesti funebri del figlio morto. Il corpo del fascista fu rinvenuto a Calcinere di Paesana a inizio gennaio insieme a quello di un altro milite, Antonio Varetto. I tedeschi e fascisti mettono in moto la loro macchina da guerra. In valle Po un vasto rastrellamento importa nelle nostre valli i metodi di sterminio che i nazisti avevano gi&agrave; applicato in Unione Sovietica. La comunit&agrave; ebraica saluzzese inizia ad essere spazzata via dagli arresti. Il 28 dicembre Artom scrive: &ldquo;<em>Cadono dei partigiani, cadono dei fascisti, i giornali tutti i giorni annunciano nuove stragi e la guerra procede nel tempo lentissima e pesante come una mostruosa enorme lumaca, che lasci dietro di s&eacute; una larga striscia di sangue</em>&rdquo;.</div>
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<div>Passa il tempo, e la guerra partigiana mostra le difficolt&agrave;, le fatiche. Nonostante il fisico esile, Artom &egrave; comunque nominato commissario politico. La redazione del suo diario termina prematuramente, il 23 febbraio 1944. Da allora un lungo silenzio.&nbsp;</div>
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<div>Passano gli anni. Tra il 22 gennaio e il 19 aprile 1951 a Torino si apre uno dei tanti processi contro i crimini commessi dai fascisti. Sono accusati Arturo Dal Dosso, Francesco Malaga e Domenico Peccolo Besso. Dal Dosso, il principale imputato, &egrave; assente. Dopo la guerra, si rifugia in un istituto religioso e da l&igrave; parte per la Spagna (dove, forse, entra nella Legione straniera) e infine per il Brasile. L&rsquo;accusa &egrave; pesantissima e nella sala si legge ci&ograve; che Artom dovette subire quando cadde nelle mani delle&nbsp;SS italiane, comandate da questo sinistro individuo: &ldquo;<em>Il povero martire fu frustato con tubi di gomma e con cinghie sul torso nudo; gli furono messi sul torso nudo e piagato pesanti massi; fu sforacchiato a colpi di baionetta; gli furono conficcati spilli sotto le unghie; gli fu mozzato un orecchio; fu ferito ad un occhio; gli furono strappati i capelli e gettati gi&ugrave; i denti; gli fu persino rotta la vescica; fu immerso nell&rsquo;acqua gelata e poi investito con getti di acqua bollente [&hellip;]. Quando fu ridotto in pietose condizioni, egli fu per ludibrio dalla soldataglia posto a cavallo d&rsquo;un mulo, tutto piagato di ferite, con un cappellaccio in testa ed una scopa in mano</em>&rdquo;. Artom era stato catturato durante il rastrellamento di fine marzo 1944. Un prigionero a cui aveva precedentemente salvato la vita lo denunci&ograve; come ebreo e commissario politico. Da l&igrave; il calvario, che lo port&ograve; alla morte. Il 7 aprile 1944 fu rinvenuto morto nella sua cella a Torino. Il cadavere, abbandonato vicino al torrente Sangone, non fu mai trovato. E Dal Dosso? Non pag&ograve; mai i sui crimini. Nel 1960 ottiene addirittura la pensione, con gli arretrati.&nbsp;</div>
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<div>Ad Artom &egrave; dedicata una via a Torino. Nell&rsquo;angolo con via Candiolo &egrave; presente un murales. Si vede il ritratto di Emanuele con le catene che si spezzano. Un simbolo di una libert&agrave; costata cos&igrave; cara, eppure cos&igrave; bella.&nbsp;</div>
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<div><strong>FONTI</strong></div>
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<div>MuseoTorino, Emanuele Artom, <a href="https://www.museotorino.it/view/s/dfa8f185293c426ab44fdbe3aa42c41d" target="_blank" rel="nofollow">https://www.museotorino.it/view/s/dfa8f185293c426ab44fdbe3aa42c41d</a></div>
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<div>Giubbetti Serra B., In nome di quale Stato? Il processo contro i torturatori di Emanuele Artom, a 70 anni dalla prima sentenza, storiAmestre, 18/04/2021, <a href="https://storiamestre.it/2021/04/in-nome-di-quale-stato/" target="_blank" rel="nofollow">https://storiamestre.it/2021/04/in-nome-di-quale-stato/</a></div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Digital Library, Processo penale contro Dal Dosso, Malanga, Peccolo Besso, <a href="http://digital-library.cdec.it/cdec-web/storico/detail/IT-CDEC-ST0003-000036/processo-penale-contro-dal-dosso-malanga-peccolo-besso.html" target="_blank" rel="nofollow">http://digital-library.cdec.it/cdec-web/storico/detail/IT-CDEC-ST0003-000036/processo-penale-contro-dal-dosso-malanga-peccolo-besso.html</a></div>
</div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Fri, 07 Apr 2023 11:55:00 +0200</pubDate><dc:creator>Federico Mellano</dc:creator><author><name>Federico Mellano</name></author></item><item><title><![CDATA[Quarant’anni fa la strage del cinema Statuto: anche la Granda pianse i suoi morti nel rogo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quarantanni-fa-la-strage-del-cinema-statuto-anche-la-granda-pianse-i-suoi-morti-nel-rogo_71167.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quarantanni-fa-la-strage-del-cinema-statuto-anche-la-granda-pianse-i-suoi-morti-nel-rogo_71167.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/71167/81325.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Era una domenica il 13 febbraio del 1983: Torino era sotto una fitta nevicata. All&rsquo;epoca in citt&agrave; esistevano ancora pi&ugrave; di ottanta cinema, con varie sale nello stesso quartiere, alcune addirittura nella stessa strada. Molti erano piccoli locali, dove si potevano vedere film in seconda o terza visione per poche lire. Si spendeva poco e poco si badava alla sicurezza: ma sarebbe cambiato tutto, presto.</div>
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<div>Quel pomeriggio il cinema Statuto di via Cibrario 16-18 proiettava &ldquo;La capra&rdquo;, una commedia brillante con Gerard Depardieu. In una sala con una capienza di 1200 posti, appena un centinaio di persone: la pellicola infatti era alla tredicesima settimana di programmazione e lo Statuto era appunto un cinema di &ldquo;seconda visione&rdquo;. Anche la neve, probabilmente, aveva indotto pi&ugrave; di qualcuno a rimanere nel tepore casalingo. Tra gli spettatori c&rsquo;erano famiglie con bambini e nonni, giovani coppie di fidanzati, studenti. C&rsquo;era una ragazza americana di 27 anni, venuta dalla California per studiare arte: si chiamava Bonnie Clair Calvert. Un giovane di vent&rsquo;anni appena, Giacomo Fracchia, era stato tra i corazzieri del Quirinale e quel pomeriggio era l&igrave; insieme alla fidanzata, Annalisa Fantoni. Nessuno di loro sarebbe mai uscito da quella sala.</div>
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<div>Venti minuti dopo l&rsquo;inizio della proiezione, intorno alle 18,15, un&rsquo;improvvisa fiammata incendi&ograve; una tenda che separava il corridoio d&rsquo;accesso di destra dalla platea. Un tonfo sordo, simile all&rsquo;accensione di una stufa, secondo i sopravvissuti. Le indagini dimostreranno che a innescare la peggior tragedia vissuta a Torino nel dopoguerra era stato un cortocircuito: nessun piromane, come si era sospettato in un primo tempo, dato che nel giugno precedente tre cinema in citt&agrave; erano stati colpiti da azioni simili. Emergeranno per&ograve; anche le responsabilit&agrave; di chi avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza del pubblico. Quando il fuoco ostruisce ormai quasi del tutto le uscite posteriori, pochi spettatori sono riusciti a fendere le fiamme e fuggire. Altri, terrorizzati, si lanciano verso le sei uscite laterali, solo per scoprire che erano state chiuse: il gestore intendeva cos&igrave; contrastare i frequenti ingressi dei &ldquo;portoghesi&rdquo;. Dall&rsquo;esterno arrivano urla e richieste d&rsquo;aiuto, mentre gli spettatori che sono riusciti a raggiungere l&rsquo;atrio della biglietteria implorano il proprietario del cinema, Raimondo Capella, di fare qualcosa. Lui cerca di calmare gli animi, teme un&rsquo;ondata di panico.</div>
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<div>Il paradosso &egrave; che in quel cinema, secondo la normativa di allora, tutto era stato fatto &ldquo;a regola d&rsquo;arte&rdquo;. Solo il mese prima i locali erano stati ristrutturati e sottoposti alle verifiche della commissione di controllo: <em>&ldquo;Non c'era una sola lampadina fulminata, niente fuori posto&rdquo;</em> dir&agrave; Capella al processo, ricordando che gli ispettori si erano complimentati e non gli avevano fatto <em>&ldquo;neanche una prescrizione&rdquo;</em>. In realt&agrave; a provocare la strage concorrono diversi errori: quando le fiamme sciolgono i cavi elettrici l&rsquo;illuminazione principale viene a mancare, ma nessuno si preoccupa di accendere le luci di sicurezza, tramite l&rsquo;interruttore ausiliario dietro alla cassa. Nel tentativo di contenere il panico la proiezione non viene nemmeno interrotta. Cos&igrave; per diversi minuti chi &egrave; in galleria non percepisce il pericolo, fin quando il fumo la invade. Molte persone si danno a una fuga disperata verso il varco di sinistra che d&agrave; sull&rsquo;atrio, ma nessuno lo raggiunge: in quel punto si conteranno quasi quaranta morti. Altri si accalcano verso una porta di destra che conduce per&ograve; alle toilette, un vicolo cieco. Alcuni spettatori vengono trovati asfissiati sulle poltrone, dove erano stati sorpresi prima di poter azzardare qualsiasi reazione. In meno di un minuto, infatti, la galleria si &egrave; trasformata in una sorta di camera a gas: colpa delle esalazioni tossiche di acido cianidrico, prodotte dalla combustione del poliuretano espanso delle poltrone e dei rivestimenti plastici delle lampade e dei tendaggi. La certificazione si limitava ad accertare le propriet&agrave; ignifughe dei rivestimenti, ma non menzionava i rischi connessi alle esalazioni tossiche. Sull&rsquo;etichetta solo la dicitura <em>&ldquo;tessuto ignifugo autorizzato dallo Stato&rdquo;</em> e la generica avvertenza <em>&ldquo;produce fumo&rdquo;</em>: nulla poteva far capire, sosterr&agrave; Capella, che quella fibra avrebbe sprigionato fumi tossici se incendiata.</div>
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<div>I soccorritori che entrarono per primi in quel luogo di orrore vi trovarono sessantaquattro cadaveri, 31 di maschi adulti e altrettanti di femmine, pi&ugrave; un bambino e una bambina. La vittima pi&ugrave; giovane &egrave; una bimba di sette anni, Giuseppina Vario: veniva da Moncalieri con il pap&agrave; Giovanni e la mamma Lorena Artioli, entrambi ventisettenni, accompagnati dalla zia Loretta Artioli con il fidanzato Angelo Vago. Tutti moriranno nel rogo. La tragedia scuote l&rsquo;Italia intera e anche la Granda piange le sue vittime: Piera Rivarossa di Polonghera, 30 anni, quel giorno era al cinema con il marito Luigi Stringani, originario di Torino. Erano andati a trovare la suocera, morta insieme a loro. Lorenzo Racca, 35enne originario di Sommariva del Bosco, dipendente della Michelin a Torino, era anch&rsquo;egli l&igrave; con sua moglie, Palmari Galvani. Una tragedia familiare &egrave; pure quella di Roberto Pepino, farmacista trentunenne di Cuneo, morto insieme alla moglie 25enne Maria Luisa Chierici: quel 13 febbraio era il loro primo anniversario di nozze, avevano deciso di festeggiarlo al cinema. Maria Luisa, per gli amici Isa, aspettava un bambino.</div>
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<div>Le conseguenze di quell&rsquo;immane disastro porteranno a un&rsquo;ondata di ispezioni e chiusure nei mesi successivi: dieci giorni dopo a Cuneo viene chiuso il cinema Monviso, ancora privo di porte tagliafuoco. Il Corso, il Nazionale e il Fiamma scampano alla serrata ma patiscono per alcuni mesi le conseguenze della chiusura di molti cinema torinesi, perch&eacute; le case di distribuzione fanno giungere meno film in Piemonte. Problemi di poco conto, tuttavia, rispetto a quanto accaduto a Torino. Al termine del processo sei degli undici imputati verranno condannati per omicidio colposo plurimo. Al proprietario dello Statuto una pena di otto anni in primo grado, ridotti a due in appello con sentenza definitiva, pi&ugrave; un risarcimento di 3 miliardi ai familiari delle vittime che gli coster&agrave; il sequestro e la vendita dei beni. Il cinema di via Cibrario non ha mai pi&ugrave; riaperto i battenti: l&rsquo;edificio annerito &egrave; stato abbattuto nel 1996 e trasformato in un condominio. Poco lontano una lapide commemorativa, collocata in una piccola aiuola, ricorda le 64 vittime.</div>]]></description><pubDate>Mon, 13 Feb 2023 18:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item></channel></rss>
