Anche Giacomo Prandi, cittadino albese, segretario provinciale Azione e consigliere comunale a Treiso, è intervenuto con una lettera a seguito della conferma della Corte di Cassazione di ieri sera, mercoledì 15 giugno, della condanna nei confronti di Mario Roggero per duplice omicidio e tentato omicidio. Ecco il suo intervento:
“Gentile Direttore,
le scrivo anzitutto come cittadino albese, parte di una comunità profondamente segnata negli ultimi anni, nell'anima e nel dibattito quotidiano, dai tragici fatti che hanno coinvolto il gioielliere Mario Roggero. Solo in seconda battuta, e con lo spirito di chi avverte il dovere della responsabilità politica ed istituzionale, le offro questa riflessione nella mia veste di segretario provinciale di Azione e consigliere comunale.
In questi anni e ancor di più in questi giorni che hanno accompagnato alla sentenza della Corte di Cassazione, abbiamo assistito a una polarizzazione logorante, a purtroppo un vero e proprio "tifo da stadio" diviso tra chi gridava "sto con Roggero" e chi, al contrario, si schierava "contro Roggero". Una dinamica binaria e violenta che ha finito per oscurare la complessità di un dramma umano, sociale e giuridico. Credo sia giunto il momento di superare queste barriere ideologiche per provare ad andare al nocciolo della questione.
La domanda fondamentale da cui dobbiamo partire, di fronte alla condanna inflitta a Roggero, è tanto semplice quanto destabilizzante: possiamo davvero considerare "giustizia" questa sentenza?
Il vero problema in casi drammatici come questo risiede proprio nel significato profondo, nelle diverse accezioni, che attribuiamo alla parola "giustizia". Esiste un insanabile contrasto tra due dimensioni. Da un lato c'è quella giustizia che sentiamo "nella pancia" — il nostro mondo ideale, immediato, dettato dall'istinto di sopravvivenza e dalla solidarietà emotiva verso chi subisce un'aggressione, chiunque esso sia. È un concetto soggettivo, viscerale, che si accende con l'emozione e cambia da persona a persona. Dall'altro lato c'è la legge scritta nei codici: una misura fredda, oggettiva, che per definizione deve valere in modo identico per tutti, senza fare distinzioni tra chi ci sta simpatico e chi no.
Se proviamo a toglierci la veste del ruolo pubblico, o la toga nel caso dei magistrati, è difficile non comprendere l'istinto. Di fronte a certe situazioni estreme, è umano sbagliare e guardare le cose con occhi diversi. E, a essere sinceri fino in fondo, chi di noi può sapere con certezza assoluta come avrebbe reagito e come sarebbe finita se si fosse trovato catapultato in quella stessa, drammatica situazione?
Ma è proprio per questa ragione che uno Stato non può permettersi di scrivere le proprie sentenze seguendo il sentimento del momento — né il mio, né il Suo, né quello della piazza. Se lo facesse, smetterebbe immediatamente di essere uno Stato di diritto per trasformarsi in un tribunale del popolo. La legge smetterebbe di essere un metro di misura imparziale per ridursi a una sola sorta di "plausometro", un termometro del consenso emotivo, capace di assolvere anche chi si è reso responsabile di un grave reato come Roggero, andando oltre la semplice legittima difesa.
Tuttavia, dobbiamo avere il coraggio di ammettere anche l'altra faccia di questa medaglia. L'applicazione della legge nella sua forma più algida, letterale e formalmente ineccepibile nel punire chi ha sbagliato. Trattandosi in questo caso di un'applicazione corretta e condivisibile all'interno di una dimensione rigorosa del diritto, lascia comunque inevitabilmente a molti in bocca un sapore amaro. Un profondo e persistente senso di ingiustizia per l'uomo, per la vittima originaria che si ritrova condannata. Anche questa tragica frizione, purtroppo, fa parte dello Stato di diritto.
Come comunità di Alba e intero Paese, non possiamo rassegnarci a vivere questa vicenda come una perenne guerra tra fazioni. La politica ha il dovere di non soffiare sul fuoco del risentimento per un pugno di voti, ma deve farsi carico di questa complessità: riconoscere la rigidità necessaria dello Stato di diritto e, contemporaneamente, accogliere e comprendere la paura e la richiesta di sicurezza dei cittadini. Solo superando le tifoserie potremo elaborare collettivamente questo dolore e lavorare a soluzioni concrete per fare in modo che nessuno debba mai più trovarsi davanti a bivi così drammatici”.
Giacomo Prandi Cittadino albese
Segretario provinciale Azione e consigliere comunale