CUNEO - Colloqui deserti: nella Granda una posizione lavorativa su tre scoperta per mancanza di candidati

I dati del 2025 contenuti in un rapporto pubblicato dall'Ufficio Studi della Cgia di Mestre: "I giovani non cercano più solo uno stipendio, ma anche equilibrio tra vita privata e lavoro"

Andrea Dalmasso 20/05/2026 10:57

Nel 2025 una posizione lavorativa su tre, tra quelle aperte nelle aziende della provincia di Cuneo, è rimasta scoperta per mancanza di candidati disponibili. Le assunzioni previste erano 57.570, ma in 20.144 casi (il 35%) la ricerca è andata a vuoto. La Granda è sedicesima a livello nazionale e terza in Piemonte (alle spalle di Alessandria e Verbano Cusio Ossola) nella graduatoria relativa alla difficoltà di reperimento di personale. Le maggiori criticità si registrano a Trento, Aosta e Udine, dove le percentuali toccano o sfiorano il 40%. I dati emergono dal rapporto pubblicato dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Il fenomeno è diventato sempre più evidente negli ultimi anni: a livello nazionale, analizzando la serie storica dei risultati emersi dalle periodiche interviste realizzate agli imprenditori italiani da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, emerge che nel 2017 le assunzioni andate a vuoto per assenza di candidati erano state poco meno di 400 mila, pari al 9,7% del totale; nel 2025 questa dinamica si è verificata in oltre un milione e 750 mila casi, raggiungendo il 30,2%.  I settori più in difficoltà sono quello delle costruzioni, dove le posizioni scoperte per mancanza di candidati toccano il 39%, l’industria del legno e del mobile (35,3%) e quello delle utilities (acqua, energia, gas), in cui la percentuale è del 34,9%.  Il nord est in difficoltà L’area più in difficoltà, secondo il rapporto Cgia, è quella del nord est del Paese: a guidare la classifica c’è la Valle d’Aosta (39,5%), poi Trentino Alto Adige (39%), Friuli Venezia Giulia (37,4%) e Veneto (33,5%). Il Piemonte figura al settimo posto: nel 2025 su un totale di 335.010 entrate previste, 108.472 hanno registrato una mancanza di candidati, per una percentuale del 32,4%. Minori difficoltà al sud, con Molise, Sicilia, Campania e Puglia che occupano quattro degli ultimi cinque posti della graduatoria. Le province meno interessate dal fenomeno sono Catania, Campobasso, Avellino, Taranto e Bari. Le ragioni e le soluzioni Le ragioni di questa tendenza passano per un profondo cambiamento che il mercato del lavoro sta vivendo in questi anni, complice una mentalità delle nuove generazioni a sua volta mutata rispetto al passato. Si legge nel rapporto della Cgia: “Molti giovani hanno modificato la scala delle priorità: non cercano più soltanto uno stipendio, ma anche equilibrio tra vita privata e lavoro, flessibilità, possibilità di crescita. Quando un’offerta propone salari bassi, orari pesanti o poche prospettive, spesso preferiscono rinunciare ancora prima del colloquio. C’è poi un problema demografico: i giovani sono numericamente meno rispetto al passato. Di conseguenza, in molti settori sono diventati una risorsa difficile da reperire. Incide anche il disallineamento tra domanda e offerta. Tante imprese cercano figure tecniche o specializzate che il sistema scolastico non riesce più a formare in quantità sufficiente”. L'analisi è insomma molto più complessa rispetto al classico "I giovani non hanno voglia di lavorare" a cui è molto avvezzo chi ha qualche capello grigio. Un altro elemento - secondo la Cgia - riguarda il modo in cui le aziende selezionano il personale: “Procedure lunghe, colloqui multipli, tempi di risposta infiniti o annunci poco chiari scoraggiano molti candidati. Alcuni inviano curriculum a decine di aziende contemporaneamente e poi spariscono appena trovano un’opportunità considerata migliore”.  La strada per avvicinare domanda e offerta di lavoro passa secondo la Cgia per la costruzione di un rapporto più diretto tra scuola, formazione e mondo produttivo. "Molti ragazzi - si legge nella relazione - conoscono poco le opportunità offerte dalle aziende e spesso hanno una percezione negativa del lavoro privato, considerato precario, poco stabile o scarsamente valorizzante. Per invertire questa tendenza servono stage di qualità, apprendistati ben retribuiti e percorsi di orientamento che facciano conoscere concretamente professioni, mestieri e possibilità di carriera”.  Le imprese, da parte loro, sono chiamate ad investire di più sui giovani, attraverso la formazione continua, la flessibilità organizzativa e con ambienti di lavoro moderni e meritocratici: “Anche il linguaggio della comunicazione aziendale deve cambiare, diventando più vicino alle nuove generazioni. Infine, è importante valorizzare il ruolo sociale dell’impresa privata, che rappresenta uno dei principali motori di occupazione, innovazione e crescita economica del Paese”. Insomma: se i giovani non vanno dalle aziende, le aziende devono andare dai giovani. QUI il rapporto completo.