CUNEO - Cuneo è troppo piccola per gestire i suoi parcheggi? Il Comune pensa di sì

In commissione il confronto sulla decisione, contestata dalle minoranze, di lasciare la sosta ai privati. Le incognite sono troppe, dice - a malincuore - l’assessore

Andrea Cascioli 14/05/2026 20:01

Erano tre le strade percorribili dal Comune di Cuneo, in vista della scadenza del contratto con il principale gestore di parcheggi dell’altipiano, la Abaco (ex Sct): o tornare a una gestione pubblica della sosta a pagamento (la soluzione “in house”), o prorogare il contratto con Abaco, o affidarsi a una gara. Abaco oggi gestisce 2.751 stalli a pagamento (erano 2.048 nel 2016, quando venne stipulata la convenzione in scadenza) e corrisponde al Comune il 63,67% degli incassi. Una percentuale considerata vantaggiosa, rispetto ad analoghe convenzioni e in particolare a quella con Sipac - ormai “famigerata” - per il Movicentro e i parcheggi dell’ospedale. Ma perché affidare a un privato un terzo dei ricavi che il Comune potrebbe incassare direttamente, ci si è chiesti? Per vagliare la possibilità di un ritorno alle strisce blu pubbliche, l’assessore alla Mobilità Luca Pellegrino ha approfondito le soluzioni nei vari comuni del Nord Italia. Concludendo - “a malincuore”, sottolinea - che la strada era più impervia di quanto non sembrasse: “Abbiamo valutato che andare verso una gestione dei parcheggi in house per una sola parte di città, con un numero relativamente limitato di posti e una serie di costi di gestione da sostenere, diventava poco interessante dal punto di vista economico rispetto ad altre strade”. Troppi gli aspetti che la macchina comunale non sarebbe in grado di gestire: “Ci sono tante cose, dai software alla gestione dei parchimetri, a cui nemmeno si pensa ma che hanno un costo”. Un ragionamento economico, insomma: “Cerchiamo di non confondere - ammonisce Pellegrino - una realtà come Torino che gestisce 15 o 20mila parcheggi, con una come Cuneo che ne ha 2.500. L’economia di scala è molto importante e si entra in una fase non più amministrativa, ma imprenditoriale”. Avanti col partenariato, ma attenti a non bruciarsi Quindi si va avanti con i privati, badando a non replicare il disastro del 2009, quando si firmò l’accordo con Sipac per la realizzazione del silo del Movicentro. Col risultato che ora il gestore pretende 2,2 milioni di mancati ricavi e propone in alternativa un rinnovo della “convenzione capestro”, mangiandosi le strisce bianche di piazza Cavalieri di Vittorio Veneto. La proroga con Abaco non è sul tavolo, causa complicazioni burocratiche legate al nuovo codice degli appalti. Resta la strada della gara, a cui gli uffici del municipio si stanno preparando. Prima, però, bisogna vagliare la proposta di partenariato pubblico privato arrivata da un operatore al momento sconosciuto (così prevede la normativa). Il Comune ha pubblicato una delibera di giunta l’8 maggio ed entro sessanta giorni accoglierà eventuali proposte alternative. Poi deciderà se andare avanti su questa strada e, nel caso, quale partnership accogliere. “Oggi non ci vincoliamo a nessun tipo di percorso” chiarisce l’assessore: “È arrivato un ‘pacchetto chiuso’, decidiamo di aprirlo e vedere cosa contiene. Se lo troveremo interessante, potremo continuare su questa strada”. Ad assistere i dipendenti comunali in questa operazione è lo studio Osborne & Clarke di Milano, lo stesso che sta seguendo l’evolversi della controversia con Sipac. “Un PPP - osserva Pellegrino - può dare la possibilità di fare interventi all’interno della città: possono indubbiamente esserci vantaggi per l’amministrazione, perché si possono vedere realizzati lavori non a proprio carico”. In tempi di finanze pubbliche sempre più magre, anche questo aspetto va considerato: “Nel futuro il PPP sarà uno degli strumenti fondamentali per poter fare investimenti da parte delle amministrazioni. Certo non dev’essere usato come quelli che sono stati realizzati in passato, ma gestito in modo attento”. “Se i privati ci guadagnano, perché non il Comune?” A dichiarare tutto il proprio scetticismo verso questa soluzione sono le opposizioni: “Tutte le volte che in questo Comune abbiamo fatto operazioni col PPP non ne abbiamo azzeccata una, scusate quindi se penso male” dichiara Beppe Lauria (Futuro Nazionale). “È singolare - aggiunge l’esponente del partito di Vannacci - che in questo Comune ci sia il presupposto che se qualcosa lo fa il pubblico non ci guadagna, mentre se lo fa il privato sì: forse si pensa che qualunque soggetto partecipi al PPP faccia il bene pubblico, se non dell’elemosina”. Tornare alla gestione pubblica è la soluzione indicata anche da Giancarlo Boselli (Indipendenti): “Qualcuno dirà che il Comune non è capace di fare l’imprenditore, di questo passo si può dire che è meglio non ci siano più il sindaco, la giunta e il consiglio comunale. Ci sono comuni importanti come Milano, Torino e Genova che hanno scelto di operare in house con aziende partecipate. Forse ci sarebbe un risparmio anche in termini di Iva”. Un richiamo, in particolare, a non toccare le attuali esenzioni: “Tenete conto che nel centro storico ci sono parcheggi riservati ai residenti e gratuiti, in numero molto rilevante: quasi il 50% intorno alla ztl”. “Siamo di nuovo al ‘ripasso’ del PPP, visto che l’abbiamo già studiato in tutte le salse e ci siamo scottati più volte, nostro malgrado, con l’ospedale” ammonisce Claudio Bongiovanni (Cuneo Mia), mentre Ugo Sturlese di Cuneo per i Beni Comuni sintetizza: “È un servizio in grado di dare utili al Comune e non si capisce perché rinunciarvi. Riteniamo che questa maggioranza non sia in grado di gestire il partenariato, come è avvenuto per tutta una serie di contratti e convenzioni che abbiamo già denunciato più e più volte”. A replicargli “a distanza” provvede la capogruppo del Partito Democratico Claudia Carli: “Sturlese deve voltarsi alla sua destra perché nelle giunte precedenti c’è chi, come il consigliere Boselli, approvò quel PPP sul Movicentro: ma ci sono partenariati che hanno funzionato, ad esempio quello della piscina”. Quanto alla ripubblicizzazione, aggiunge, “abbiamo detto da subito che l’intervento in house era la soluzione più vicina al nostro impegno, abbiamo anche detto che questa struttura comunale non ha le capacità per gestirle e non è facile produrle. I dipendenti pubblici non possono fare quello che fa un’azienda privata e serve una preparazione di un certo livello che pochi comuni hanno, forse solo i più grandi”.