Un inverno particolarmente generoso in termini di nevicate non cambia la tendenza pluriennale: nelle Alpi la copertura nevosa si è ridotta del 5-6% ogni decennio negli ultimi cinquant’anni. Ne consegue che circa la metà delle località sciistiche europee già oggi rischierebbe di chiudere in assenza di cannoni e bacini artificiali. È il quadro che emerge dal report “Nevediversa”, pubblicato come ogni anno da Legambiente. Un rapporto, come di consueto, molto critico nei confronti dell’attuale gestione della montagna e della mancata riconversione di siti che a causa dei cambiamenti climatici in atto sono destinati ad avere vita breve. “Mentre la base fisica dello sci si assottiglia, nella gran parte dei casi il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il ‘sistema neve’, lasciando alla riconversione e alla destagionalizzazione solo briciole di risorse”, si legge nello studio. Legambiente ha censito sul territorio nazionale 273 impianti sciistici già dismessi, 106 chiusi temporaneamente, oltre a 98 che operano in una condizione mista di apertura e chiusura e 231 che vivono una fase di cosiddetto “accanimento terapeutico”, tenuti in piedi solo da ingenti investimenti per l’innevamento artificiale. “I 169 bacini per l’innevamento artificiale censiti equivalgono a milioni di metri cubi d’acqua: un volume che, ogni anno, basterebbe per impilare circa 35 grattacieli di 300 metri di altezza l’uno sopra l’altro. Purtroppo, i riusi e gli smantellamenti restano casi sporadici: solo 37 quelli finora conteggiati”. Secondo il report, il settore è sospeso “tra abbandono e artificio”. La mappatura Nel censimento realizzato da Legambiente occupano una posizione di rilievo il Piemonte e la provincia di Cuneo. Gli impianti dismessi nella nostra regione sono in totale 76: per quanto riguarda la Granda vengono citati, tra gli altri, Viola St. Grèe, Chiappera, Chiusa Pesio, Vinadio, Vernante, Ormea e Lurisia. A questi, spesso e volentieri, si accompagnano anche edifici abbandonati e fatiscenti, relitti di un’epoca ormai passata. Gli impianti considerati chiusi solo temporaneamente in Piemonte sono 20, tra questi Argentera e Garessio 2000, mentre quelli aperti “a singhiozzo” sono 11, tra cui quello di Crissolo. Un capitolo consistente, poi, è dedicato ai citati casi di “accanimento terapeutico”, 231 in tutta Italia, 17 in Piemonte. Si legge nel rapporto: “Uno dei principali criteri adottati per classificare i progetti elencati è il rapporto tra presenza di neve e quota degli impianti. Numerosi studi internazionali sul cambiamento climatico e sulla sostenibilità del turismo alpino evidenziano che la quota di affidabilità dell’innevamento naturale nelle Alpi si sta progressivamente spostando verso l’alto, a causa dell’aumento delle temperature medie e della riduzione della durata del manto nevoso, come documentato dai rapporti dell’IPCC e dell’European Environment Agency. In questo contesto, quasi tutte le analisi dedicate specificamente all’arco alpino indicano che al di sotto dei 1.500 metri di altitudine non è più opportuno incentivare nuove infrastrutture sciistiche. Anche la fascia compresa tra 1.500 e 1.800 metri è generalmente sconsigliata per nuovi incentivi, poiché presenta condizioni di sostenibilità sempre più incerte e fortemente dipendenti dall’innevamento artificiale”. Questo capitolo, come da tradizione, mette in evidenza “alcune scelte progettuali che, nell’era della crisi climatica, secondo una vasta letteratura scientifica non presentano prospettive di sostenibilità a lungo termine. Tale inadeguatezza non è legata soltanto all’emergenza ambientale, ma anche ai profondi cambiamenti economici e sociali che stanno trasformando le aree montane”. Un capitolo, quest’ultimo, legato strettamente a quello relativo ai bacini artificiali per l’innevamento: in Piemonte sono 23 e stoccano circa 84.498 mq di acqua. I luna park della montagna Novità di questa edizione di “Nevediversa”, oltre a un ampio spazio per le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina e per l’impatto (economico e paesaggistico) delle infrastrutture realizzate per l’occasione, è l’approfondimento su quelli che vengono definiti “luna park della montagna”. Ne sono stati individuati 28: si tratta di progetti “variamente impattanti, ma tutti caratterizzati da forte artificialità e standardizzazione: realizzati spesso con abbondante plastica e replicati identici da una valle all’altra, senza alcun radicamento nella cultura, nella storia o nella morfologia dei luoghi. Il risultato è che queste strutture appaiono estranee, talvolta invasive, nel paesaggio alpino. Il rischio è evidente: nel tentativo di reagire alla crisi della neve, la toppa può rivelarsi peggiore del buco”. In provincia di Cuneo viene citato il comprensorio del Mondolè: “Pista bob estiva con risalita tutto l’anno, nuove infrastrutture ricettive, nuovi chalet, nuovo bacino idrico accumulo in regione Caudano, nuova cittadella dello Sport. L’investimento nel nuovo Piano Strategico 2026- 2029 è di 60 milioni euro, 12 da Regione Piemonte (Prato Nevoso più intero comprensorio Mondolè Ski). A tutti gli effetti, Prato Nevoso si sta trasformando in un polo attrattivo assimilabile ai grandi comprensori sciistici nazionali e internazionali, privilegiando però proposte che hanno ben poco a che vedere con le reali emergenze naturalistiche dell’ambiente montano”, scrive Legambiente. Gli investimenti “Milioni sulla neve che scompare”. Legambiente lo definisce un paradosso: “Mentre la crisi climatica riduce drasticamente l’affidabilità della neve naturale e accorcia le stagioni invernali, lo Stato e molte Regioni continuano a investire ingenti risorse pubbliche per sostenere e potenziare il sistema dello sci alpino e appenninico. Più la neve manca, più aumentano gli investimenti per produrla artificialmente”. In Piemonte il “Bando Neve” del dicembre 2025 ha stanziato 50 milioni di euro per interventi su impianti, sicurezza e qualità delle piste, finanziando oltre quaranta progetti tra Sestriere, Limone Piemonte, Macugnaga e altri comprensori. Considerando cofinanziamenti e risorse legate a eventi come le Universiadi, il sistema neve piemontese mobilita complessivamente circa 100 milioni di euro. Gli stanziamenti complessivi della Regione per il settore toccano quota 230 milioni di euro in dieci anni. Cifre che mostrano chiaramente la direzione delle politiche pubbliche: mantenere in vita, ad ogni costo, il modello dello sci industriale. “Eppure, i dati climatici raccontano un’altra storia: aumento delle temperature, innalzamento della quota neve, stagioni sempre più instabili, costi energetici e idrici crescenti, conflitti sull’uso dell’acqua, impatti paesaggistici e frammentazione degli ecosistemi. La domanda che Nevediversa pone non è tecnica, ma politica e culturale: ha senso continuare a investire centinaia di milioni di euro in infrastrutture pensate per un clima che non esiste più, invece di accompagnare una vera transizione dei territori montani?”. Prosegue il dossier: “Secondo alcuni autorevoli scienziati, come Luca Mercalli, il rischio è che in Piemonte si possa sciare solo fino al 2050. Altri 24 anni, e poi?”. Nel rapporto viene anche confutata la tesi secondo la quale la presenza degli impianti sciistici e i posti di lavoro offerti dagli stessi fungerebbero da contrasto allo spopolamento delle aree montane: con numeri e statistiche sull’andamento demografico in diverse località sciistiche italiane, Legambiente evidenza come lo spopolamento - salvo rare eccezioni - non sia diverso da quello che si osserva in zone prive di impianti. Gli esempi virtuosi Uno spazio all’interno del report è riservato anche ad alcuni casi positivi. Tra questi, quelli di Pian Munì, Viola St. Grèe e Garessio, che con progetti alternativi stanno tentando la via della destagionalizzazione, allontanandosi da una condizione di dipendenza dalla neve e da un turismo concentrato in un periodo sempre più ridotto dell’anno. Analisi a parte quella riservata alla valle Maira, inserita nella “Top ten” delle buone pratiche scelte da “Nevediversa” e definita un “inconfutabile modello di successo”: “La Valle Maira, storicamente colpita da spopolamento e abbandono, ha scelto un modello di sviluppo alternativo allo sci di massa, puntando con decisione sul turismo lento e sostenibile. Priva di impianti di risalita e infrastrutture invasive, la valle si è affermata come una delle esperienze alpine più avanzate nel turismo dolce e outdoor”. QUI il rapporto completo.