Riceviamo e pubblichiamo: Egregio Direttore, scrivo per condividere alcune riflessioni scaturite dalla recente celebrazione dell’Eid al-Fitr presso il Palazzetto dello Sport di Cuneo. Da parte di chi guarda con favore al multiculturalismo e ai percorsi di integrazione, è un segnale di vitalità democratica vedere la partecipazione delle istituzioni a momenti così significativi. La fede islamica merita il massimo rispetto e deve trovare pieno spazio di espressione nella nostra città. Tuttavia, osservando le immagini dell’evento, sorge spontanea una domanda che vorrei porre all'attenzione della cittadinanza, cercando di spogliarla da ogni intento polemico verso la sfera etnica e religiosa. Ci si chiede, e si chiede in particolare alla Sindaca Patrizia Manassero, prima figura femminile a guidare la nostra città, e alla consigliera regionale Giulia Marro, da sempre in prima linea contro il patriarcato e per la parità di genere: come si concilia la loro sensibilità politica con la visione di una platea di fedeli rigorosamente divisa per sesso? Il punto non è criticare il dogma religioso, ma evidenziare un’ambiguità che affligge il nostro dibattito pubblico. Se in un qualsiasi altro contesto civile, scolastico o lavorativo occidentale venisse proposta una divisione fisica degli spazi basata sul genere, si leverebbero giustamente cori di indignazione. Eppure, quando la stessa separazione avviene in un contesto confessionale, le stesse voci tacciono o la derubricano a “tradizione da rispettare”. È possibile che i nostri valori di uguaglianza siano diventati “geolocalizzati”? Ovvero, validi quando si critica la nostra società, ma flessibili quando si tratta di interloquire con altre culture? Una società realmente inclusiva non deve temere di porre domande coerenti anche alla stessa comunità musulmana, che dell’integrazione è protagonista: non si ritiene che certi modelli di organizzazione dello spazio pubblico entrino in contrasto con i valori di parità che la nostra città faticosamente promuove? Il rischio è di scivolare in un paternalismo che finisce per ignorare le contraddizioni in nome di un quietismo che non giova a nessuno: né a chi cerca di integrarsi, né a chi ha fatto della parità di genere la propria bandiera. L’auspicio è che questa riflessione sia accolta come un invito a un dialogo onesto, che non sacrifichi la coerenza dei valori sull’altare del politicamente corretto. Con i più cordiali saluti, Lettera firmata