Riceviamo e pubblichiamo l'intervento di Marco Revelli, saggista e storico, figlio dello scrittore partigiano Nuto, che ha abitato per anni nei pressi di piazza Europa. Ci ho pensato e ripensato un’infinità di volte. Mi sono lambiccato il cervello a lungo. Ho interrogato anche amici e conoscenti. Per cercare di capire perché diavolo si vogliano abbattere gli splendidi cedri dell'Atlante che abbelliscono piazza Europa e la rendono un luogo gradevole da guardare e frequentare. Ma non ho trovato una sola ragione che possa giustificare un simile atto. Non motivi di sicurezza: quelle piante stanno benissimo, non minacciano certo di produrre danni a chicchessia. Non motivi di viabilità, di tipo urbanistico o di ordine estetico: non turbano certo l’arredo urbano, anzi contribuiscono ad abbellirlo. Nemmeno di utilità pratica: che cosa si guadagnerebbe dall’abbattimento? Nulla, mentre al contrario distruggere quel patrimonio sarebbe una perdita secca per la città. Lo so, la sociologia critica ha ampiamente descritto e stigmatizzato quella furiosa voglia di distruggere (per poi ricostruire, in peggio), che costituisce la malattia del secolo che ha elevato il (far) denaro a unico dio riconosciuto. Ma mi auguro che quel pessimo sentimento – certo sempre più diffuso nella nostra cattiva modernità -, non alberghi nell’animo dei nostri decisori pubblici. Li conosco, e sono convinto che un simile cattivo sentire non gli appartenga. E allora perché privare la città di quel patrimonio naturale che ha impiegato decenni a raggiungere il suo fulgore – quegli alberi senza i quali piazza Europa non sarebbe più piazza Europa -, senza uno straccio di motivo accettabile o anche solo credibile? Il caso ha voluto che le finestre e il balcone dell’abitazione in cui hanno vissuto per quasi mezzo secolo i miei genitori e, per alcuni anni, anch’io, diano proprio su quella piazza. Lo spettacolo dei suoi alberi appartiene ai miei ricordi della giovinezza, quelli che più mi legano alla mia città. Se scomparissero, si aprirebbe per me (come penso per molti altri) un vuoto doloroso non solo di memoria, ma anche di appartenenza. Marco Revelli