È un cauto ottimismo quello che le imprese di Confindustria Cuneo esprimono nell’analisi congiunturale di previsione per il secondo trimestre 2026, presentata insieme ai consuntivi dello scorso anno. Dopo il miglioramento registrato nei primi mesi dell’anno, lo scoppio della guerra in Iran ha raffreddato l’ottimismo, riportando in primo piano l’inflazione e il rischio di una brusca frenata dell’economia mondiale. Per l’Europa la nuova fase si apre da una posizione di svantaggio, mentre per l’Italia la crescita del Pil 2026 è stata rivista al ribasso dallo 0,7% allo 0,4%. “Il ritorno dell’inflazione, le tensioni geopolitiche e l’aumento dei costi energetici stanno rallentando l’economia mondiale, con effetti particolarmente pesanti sull’Europa e sull’Italia, la cui crescita per il 2026 è stata rivista al ribasso” sottolinea il presidente degli industriali cuneesi Mariano Costamagna: “In questo contesto, però, emerge con chiarezza la resilienza del sistema produttivo piemontese e cuneese: dopo tre trimestri difficili, le nostre imprese manifatturiere tornano a guardare al futuro con un cauto ma concreto ottimismo”. La risalita del manifatturiero I dati del manifatturiero cuneese vedono crescere le attese su ordini totali e produzione, ancora negative a dicembre, mentre il saldo sull’export resta negativo ma risale a -2,1%. Sale al 76,8% il tasso di utilizzo di impianti e risorse e torna a crescere il saldo sull’occupazione, fino al 9%. In calo il ricorso alla cassa integrazione, che scende al 4,3%. Si indeboliscono invece gli investimenti in nuovi impianti, fermi al 18,2%, mentre aumentano di molto i timori sui costi: il 75,2% delle imprese prevede rincari delle commodity, l’82,3% della logistica-trasporti e l’84% dell’energia. Un dato preoccupante, conferma Costamagna, perché “l’aumento di spese difficilmente comprimibili dalle nostre imprese colpirà con più forza le famiglie a basso reddito”. Se l’industria vede crescere la maggior parte degli indici, il settore dei servizi, per la prima volta dopo vari anni, affronta territori incerti. Il quadro resta nel complesso espansivo, ma con segnali di raffreddamento più marcati rispetto al trimestre precedente. Il saldo sui livelli di attività scende dal 21,7% al 2,4%, quello sugli ordinativi dall’11,6% al 5,9%, mentre le prospettive sull’occupazione tornano negative, passando dal 7,2% al -2,4%. Resta positivo il saldo delle vendite all’estero, al 2,8%, e cresce la quota di imprese che programma investimenti significativi, salita al 23,8%. Anche qui, tuttavia, si rafforzano le aspettative di rincaro: l’82,3% delle aziende teme aumenti dei costi energetici, il 70,9% di quelli logistici e il 69,6% delle commodity. L’export non trema sull’Iran (ma la logistica sì) “La guerra in Medio Oriente sta causando problemi a tutti i settori produttivi” conferma Elena Angaramo, responsabile del Centro studi di Confindustria: gli effetti indiretti del conflitto si sono manifestati anche nei trasporti, nella logistica e nel turismo internazionale. Lo scenario non è mutato al momento dal punto di vista delle esportazioni: quelle verso i Paesi del Medio Oriente non raggiungono il 4% del totale. Nel 2025, però, la provincia ha già registrato un calo verso i due mercati esteri principali, la Francia con il 17% e la Germania che sfiora il 13%: in entrambi i casi il dato è a -7,1%. Anche negli Stati Uniti, che pesano per un 7% dell’export, si è registrata una diminuzione del -6%. La Granda resta comunque al di sopra della media nel confronto regionale, tranne che sugli investimenti e i ritardi negli incassi. Nel focus dedicato ai settori merceologici, il manifatturiero vede rafforzarsi le attese nella metalmeccanica, mentre il comparto alimentare resta improntato all’ottimismo e recupera slancio l’edilizia. Nei servizi, invece, i segnali più critici arrivano da trasporti e logistica, dove il saldo del livello di attività scende a -23,1%, e da commercio e turismo, dove livelli di attività, nuovi ordini e occupazione si attestano tutti a -20%. Parole dure al governo sul decreto fiscale Il 2025 vede nel complesso un bilancio positivo: il 39,4% delle aziende intervistate ha aumentato il fatturato, il 68,1% ha chiuso in utile e il 22,3% ha ridotto l’indebitamento netto. Il dato che invita a maggiore cautela è quello degli investimenti: soltanto il 21,1% delle imprese li ha incrementati rispetto al trend degli ultimi anni. Nel manifatturiero il 35,5% delle aziende ha registrato un fatturato in crescita e il 66,9% ha chiuso in utile; nei servizi il fatturato è aumentato per il 47,1% delle imprese e il 70,6% ha registrato un bilancio in utile. “I consuntivi 2025 - osserva Angaramo - confermano nel complesso la tenuta del sistema economico provinciale, sia nella manifattura sia nei servizi, ma il dato sugli investimenti invita a mantenere alta l’attenzione perché è centrale per misurare e rilanciare la competitività futura delle imprese”. Su questo si inserisce la dura reprimenda al governo del direttore generale Giuliana Cirio, a proposito della recente polemica sul decreto fiscale: “È un momento in cui la parola d’ordine è incertezza, ma i nostri imprenditori hanno dovuto fare i conti con il decreto fiscale e il grande pasticcio su Industria 5.0. Ciò che era stato promesso non è stato mantenuto e grazie a una levata di scudi, soprattutto del sistema industriale di Confindustria, è stato poi ripristinato: parlo degli incentivi fiscali tagliati e poi reinseriti, in misura più contenuta. Questo ha determinato una presa di distanza degli imprenditori”. A chiudere gli interventi il focus sui mercati finanziari del vicepresidente confindustriale Bartolomeo Salomone, concluso da un avvertimento: “Stiamo correndo il rischio che si scatenino e si ripropongano temi che abbiamo nascosto in tempi di ‘bonaccia’ della finanza mondiale, come quello del debito pubblico. Quello americano si avvicina ai 40 trilioni di dollari e altri Paesi, l’Italia fra i primi, soffrono di queste problematiche. L’America ha anche la questione del private credit che è di difficile gestione, anche se per adesso la bolla non è scoppiata”.