CUNEO - È morto Giampaolo Pansa, ridiede memoria ai caduti che stavano ‘dalla parte sbagliata’

Nel suo libro ‘I Gendarmi della Memoria’ il capitolo ‘Cuneo brucia sempre’, dedicato alle oltre 150 donne uccise dai partigiani nella guerra civile

Samuele Mattio 13/01/2020 12:17

 
“Cuneo brucia sempre”. S’intitolava così un capitolo de 'I gendarmi della memoria’ di Giampaolo Pansa. Il volume fa parte del cosiddetto ’ciclo dei vinti’, una serie di libri nel quale il giornalista di Casale Monferrato puntava la torcia su storie di stupri e torture, di fucilazioni sommarie, di cadaveri vilipesi e crimini gratuiti commessi dai partigiani tra il maggio del 1945 e la fine del 1946. Le vittime, per dirla alla De Gregori ne ‘Il Cuoco di Salò’, erano quelli che stavano ‘dalla parte sbagliata’. “Dopo tante pagine scritte sulla Resistenza e sulle atrocità commesse dai repubblichini - spiegò Pansa in un’intervista a Repubblica - mi è sembrato giusto vedere l’altra faccia della medaglia. Ossia quel che accadde ai fascisti dopo il crollo della Repubblica Sociale”. Il tutto senza revisionismi volti a mutare l'acclarato giudizio storico di condanna sul regime e su Salò. 
 
Le polemiche, dal ‘Il sangue dei vinti’ in poi (il primo volume della serie, edito nel 2003 da Sperling & Kupfler), furono pugnaci e il dibattito fu accesissimo. Mentre i libri di Pansa scalavano le classifiche l’autore finiva nella ‘lista nera’ di parte della sinistra e le presentazioni nelle librerie sul lato oscuro della Resistenza venivano contestate con violenza dai centri sociali. Tante le polemiche con l’Anpi, continuate anche in tempi recenti con parole molto forti: “Non contano un cazzo, straparlano. Sono un club di trinariciuti comunisti” affermò in limine mortis. A loro e a chi ostracizzava i suoi libri dedicò nel 2007 'I gendarmi della memoria’, edito da S&K, di cui come detto, un capitolo è dedicato a fatti avvenuti nella Granda. 
 
Per dare il titolo alla sezione l’autore s’ispirò allo slogan degli antifascisti cuneesi negli anni sessanta e settanta: 'Cuneo brucia ancora'. “Quelle tre parole furono la bandiera di battaglia per tenere lontani da Cuneo il segretario del Msi, Giorgio Almirante, e qualunque altro dirigente del neofascismo. Niente comizi per loro. La città e le sue valli erano state una delle capitali della Resistenza. E dopo anni e a anni ‘bruciavano’ ancora degli incendi appiccati dai tedeschi e dai fascisti nei rastrellamenti” scriveva Pansa. “Oggi quello slogan non è più in uso. Al suo posto ne ho sentito un altro coniato a destra: ‘Cuneo brucia sempre’. Di che cosa brucia? Del ricordo dei morti fascisti, un mondo dimenticato, che l’intolleranza boriosa dei Gendarmi della Memoria ha sempre respinto nel buio, al punto di convincersi che quel mondo non sia mai esistito”. 
 
Pansa riprese il lavoro di Ernesto Zucconi, un ricercatore che nel 2004, in una lettera inviata al settimanale ’Bra Oggi’, fece un’affermazione forte: “Le donne uccise dai fascisti nel Cuneese potevano contarsi sulle dita di una mano, mentre quelle ammazzate dai partigiani, lungo tutta la guerra civile, erano almeno centocinquanta”. L’Anpi negò e per tutta risposta Zucconi pubblicò l’elenco prima sul giornale braidese e poi sul cuneese ‘La Bisalta’. Il bilancio finale narrava di 174 donne soppresse rispetto alle 164 della conta ufficiale.
 
“La maggior parte venne assassinata durante la guerra civile, mentre le vittime del dopo-Liberazione risultano 35. Nel censimento cuneese mi ha colpito il numero delle ausiliarie eliminate quando, invece, avrebbero dovuto essere trattate come prigioniere di guerra”, scriveva Pansa prima di sciorinare l’elenco dove trovano posto l’allora 41enne Adelina Magnaldi, moglie del vicecommissario prefettizio di Cuneo, Giovanni Conte, madre di tre bambini, incinta del quarto, uccisa con l’accusa di essere ‘una spia emerita che aveva accumulato ingenti ricchezze a danno dei poveri’. Nell’elenco anche Giuseppina Giandrone, 18 anni. Lavorava come sarta. “La uccisero in una cascina nei pressi di Bra. Pare che all’origine del delitto ci fosse il rifiuto della ragazza di accettare la corte di un comandante di distaccamento, lo stesso che poi la fece fucilare”. 
 
Tante le storie analoghe, tutte riguardanti perlopiù ragazze giovanissime ‘colpevoli’ di essere figlie o amanti dell’uomo sbagliato o in altri casi vittime di rancori e invidie personali. Cuneo, Caraglio, Dronero, Barge, Ceva, Rocccavione, Sinio, Bene Vagienna. Non c’è angolo di provincia che fu esente da fatti analoghi. “Nelle zone dove la guerra infuriava la gente viveva in uno stato di angoscia continua. E non aveva alternative. O si piegava ad assecondare i partigiani, rischiando di continuo rastrellamenti e rappresaglie dei tedeschi e dei fascisti. Oppure era esposta al pericolo dell’eliminazione fisica da parte delle bande, sotto l’accusa di spionaggio o di collaborazionismo”. Una pagina buia della nostra storia sulla quale Pansa alzò la coperta vagamente oscurantista, portando al grande pubblico il lavoro di ricercatori come Zucconi.
 
Ieri, domenica 12 gennaio, Giampaolo Pansa è scomparso a Roma all’età di 84 anni, assistito da sua moglie, la scrittrice Adele Grisendi. Nel 2016 aveva perso il figlio Alessandro, ex amministratore delegato di Finmeccanica morto di malattia a 55 anni. Un dolore dal quale non si era mai ripreso completamente.
 
Il nostro ricordo per celebrare una delle figure più importanti del giornalismo italiano a cavallo tra i due secoli. Pansa proponeva spesso un punto di vista controcorrente, merito di non poco conto in un’epoca nella quale il conformismo e la standardizzazione del pensiero la fanno da padroni. Che la terra gli sia lieve.

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