“Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra” recita un celebre verso evangelico. Luca Palamara lo dice agli ex sodali e avversari delle correnti di cui oggi è diventato massimo fustigatore, dopo esserne stato il nocchiere più esperto.
Figlio di uno stimato magistrato di Cassazione che fu collaboratore di Falcone, presidente dell’Anm a 39 anni (il più giovane di sempre), poi membro togato del Csm per Unicost, ha legato il suo nome al peggiore scandalo patito dalla magistratura italiana - almeno in tempi recenti. Lo “scandalo Palamara”, per chi non lo ricordasse, è quel sistema di accordi per la spartizione delle nomine giudiziarie che faceva perno su un gruppo di magistrati e politici: il bubbone scoppiò quando nel telefono del consigliere la Procura di Perugia fece installare un trojan, rivelando un patto sulla nomina del procuratore capo di Roma.
Per la cronaca, la vicenda giudiziaria si è chiusa con l’assoluzione per abuso d’ufficio e rivelazione di segreto e il patteggiamento - un anno a pena sospesa - per traffico di influenze illecite. Reato poi abolito, tant’è che Palamara chiede, nonostante tutto, di tornare a indossare la toga: “Oggi ho una posizione più pubblica e più politica, ma da lì vengo e lì torno” assicura. Qualcuno lo sostiene perfino adesso, per esempio il procuratore di Varese Antonio Gustapane, che lo chiama “l’amico Luca” e dice: “Si parla di sistema Palamara dicendo una grandissima cazzata, perché non ha inventato nessun sistema. Si è inserito in un sistema che esisteva da decenni, lo ha governato per un periodo e alla fine ne ha subito le conseguenze”.
I due, il magistrato e l’ex magistrato, erano gli ospiti di punta in uno degli ultimi eventi organizzati a Cuneo dai comitati per il sì al referendum: “Vengo da quel mondo - esordisce Palamara - e l’ho raccontato per un motivo molto semplice: sono stati per primi i colleghi magistrati che non facevano parte di quel meccanismo correntizio a chiedermelo. Il 22 e 23 marzo chi vota sì manda in soffitta questo schema”. Lui, il Barabba delle toghe per antonomasia, sale sul palco per polemizzare con chi il Barabba evangelico lo aveva evocato in un’intervista: “Non c’è bisogno di invocare Barabba e Gesù e faccio riferimento a qualche magistrato di Cuneo”. Ovvero al procuratore capo Onelio Dodero. Ma ce n’è anche per altri illustri esponenti del no: “Mi spiace non avere come interlocutore Enrico Grosso che da presidente del comitato del no parla di una sua causa col presidente del tribunale di Aosta”. Qui il riferimento è al fuorionda in cui l’avvocato e il giudice affrontavano il tema del ricorso sull’elezione del presidente della regione Valle d’Aosta.
“Chi dice di essere nominato senza raccomandazioni - incalza l’oratore - può dirlo perché ci sono posti che non interessano a nessuno: è successo anche in procure dove c’era un solo candidato”. Altrove invece decidono le correnti, almeno da quando la riforma del 2007 ha introdotto il criterio del merito nella valutazione: “È allora che le correnti abbandonano il loro ruolo ideale e iniziano, tutte, a sporcarsi le mani. In questo bailamme le nomine sono frutto di accordi, perché l’autonomia la magistratura l’ha attuata organizzandosi politicamente: il merito? Conta ma non conta, perché se non appartieni non ce la fai”.
Parola di uno che la sa lunga: “Quando sono diventato presidente dell’Anm c’era un magistrato contro corrente, Bruno Tinti, che è stato cofondatore del Fatto Quotidiano: lui sosteneva il sorteggio, mentre io recitavo l’Ave Maria come fanno i magistrati invitati oggi nei convegni. Lo facevamo parlare per ultimo, quando la sala era semivuota”. Aneddotica a parte, la conclusione è che “il sorteggio è la riforma più temuta, perché non posso nominare i miei e far fare carriera a chi dico io. Ecco perché bisogna adombrare il rischio che il pm finisca sotto il governo: non è vero, ma finirà questo meccanismo e tanti che ci hanno vissuto andranno a casa. Il problema è strutturale e chi vota no vuole che rimanga così”.