Il mare è nero, immobile, e sembra infinito. Poi, all’improvviso, si trasforma in trappola: droni che ronzano sopra le teste, sagome militari che emergono dal buio, radio che smettono di funzionare. È in quell’istante — sospeso tra paura e incredulità — che la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla cambia volto. Non più solo una traversata verso Gaza, ma un confronto diretto, nel cuore del Mediterraneo, con una macchina militare che — racconta Daniele Gallina — “non avrebbe dovuto essere lì”. Ventotto anni, originario di Villanova Mondovì, alle spalle un percorso tra università europee e cinesi, esperienze nelle Ong e alla Commissione europea, Gallina è a bordo della “Vivi”, ribattezzata “Sabra”. Durante la missione racconta tutto nel suo podcast “Orizzonte Gaza”. E la notte del 29 aprile, racconta ai microfoni di Cuneodice.it, resterà incisa per sempre. In quelle ore, spiega, la rotta era verso Creta e nessuno immaginava ciò che sarebbe accaduto. “All’improvviso è arrivata un’intercettazione da parte delle forze armate israeliane”. Un evento che, sottolinea, appariva del tutto improbabile: “Ci sembrava impossibile, viste le almeno mille miglia di distanza dalle coste palestinesi”. Fino a poche ore prima, il piano era semplice: fare tappa tra Grecia e Turchia, riorganizzarsi e prepararsi eventualmente a un confronto più avanti. Poi, invece, il mare si è popolato di presenze inattese. Gallina descrive l’apparizione di una fregata militare e di un numero crescente di droni: “All’inizio pensavamo fosse una nave greca, magari contraria al nostro passaggio e pronta a controllarci”. Nel giro di poco, però, qualcosa cambia. Le comunicazioni iniziano a saltare: “Una delle nostre radio è stata bloccata, i contatti completamente tagliati”. Attorno, sempre più imbarcazioni e movimenti coordinati. “Sembrava — dice — che ci fossero obiettivi precisi, come se sapessero già quali navi intercettare per prime”. In quel caos arrivano anche messaggi surreali: “Alcuni video mostravano forze israeliane che suggerivano di portare gli aiuti umanitari a Cipro. Ovviamente erano tutte idiozie”. Intanto, una dopo l’altra, le barche della flottiglia spariscono. “Le intercettavano, salivano a bordo, scomparivano dai radar. Le persone venivano portate su una nave prigione”. Il dispositivo, secondo Daniele Gallina, era imponente: gommoni veloci, droni continui, almeno una nave di detenzione e una fregata militare. A quel punto, la decisione è netta: puntare verso acque territoriali greche. Durante la fuga, uno dei momenti più tesi. “Un’imbarcazione israeliana si è avvicinata — afferma — e noi abbiamo reagito immediatamente”. Le luci vengono gestite in modo da rendere chiara la loro natura civile, i militari — nota — “non avevano il passamontagna” e alla fine si allontanano, concentrandosi su gruppi più compatti di barche. “Noi eravamo più a sud, più isolati. Probabilmente è questo che ci ha salvato”. La navigazione prosegue senza sosta per tutta la notte. “Andavamo avanti cercando di non fondere il motore”, dice. Poi, con l’alba, la situazione cambia ancora. “Quando è sorto il sole se ne sono andati. Per noi è chiaro: quell’operazione era illegale”. Il bilancio, nella sua ricostruzione, è pesante: 58 imbarcazioni in totale, 22 intercettate, anche se — aggiunge — “in Israele è stato riportato che fossero 50”. Per ore non ci sono notizie dei compagni. “Non sapevamo nulla — asserisce —, poi siamo stati informati del loro trasferimento in Israele”. Nel frattempo si attivano le diplomazie europee, tra cui la Farnesina e il governo spagnolo. Viene annunciato un rilascio generale, ma emergono eccezioni: “Due dei nostri compagni sono stati trattenuti, così da essere esibiti come trofei”. Gallina legge l’operazione come un tentativo di intimidazione: “Una scelta folle per incuterci timore”. Ma, sostiene, con un effetto opposto: “Ci ha motivato ancora di più. La loro è stata una decisione disperata”. E qualcosa, secondo lui, si è già mosso: “Quanto accaduto ha riattivato piazze che sembravano aver dimenticato la causa palestinese”. La missione, assicura, non si ferma. L’obiettivo resta “rompere l’assedio illegale” e riportare attenzione pubblica, anche attraverso la mobilitazione: proteste, porti bloccati, pressione sui governi per interrompere i rapporti con Israele. Nel racconto emergono anche accuse dirette alla Grecia. La flottiglia non ha attraccato a sud di Creta perché, dice, “siamo certi al 100% che il governo ellenico abbia collaborato”. Cita anomalie nelle comunicazioni e il caso di una barca rimasta senza motore, ipotizzando anche un sabotaggio. Soprattutto, sottolinea quella che ritiene una grave omissione: “Quando un’imbarcazione è alla deriva, dovrebbero intervenire i soccorsi, in questo caso la Guardia Costiera greca. Non è successo. Per noi è evidente che siano coinvolti”. Ora le imbarcazioni rimaste sono ferme davanti alle coste di Creta, in attesa che il maltempo si allontani. Poi si ripartirà. “Stiamo decidendo la prossima rotta — dice —, ma siamo sempre più motivati”. Fra le onde del Mediterraneo, intanto, galleggia il ricordo di quella notte. Una notte fatta di droni, segnali interrotti e barche che scompaiono nel buio. E una testimonianza che, al di là di qualsivoglia ideologia, è destinata a riaprire il dibattito internazionale.