GRINZANE CAVOUR - La politica che “sta con Roggero” non ha mai deciso davvero da che parte stare

Si discute del mancato arresto di uno dei rapinatori uccisi, ma ci si dimentica del referendum sulla custodia cautelare voluto dalla Lega. E di molto altro

Il procuratore di Asti Biagio Mazzeo
Il referendum del 2022 sulla giustizia
Angelito Acob Manansala

Andrea Cascioli 28/07/2026 09:33

Arrivati a questo punto della vicenda, sarebbe ora di smetterla di accapigliarsi sulle sentenze e di farsi qualche domanda più puntuale sul caso giudiziario sorto intorno a Mario Roggero. La più pressante, anche dal punto di vista del gioielliere ormai detenuto, ci pare una: ma in quanti, tra quelli che ripetono slogan come “io sto con Mario Roggero” e “la difesa è sempre legittima”, hanno davvero dato prova di essere dalla sua parte? A chi scrive queste righe è venuto da chiederselo dopo aver ascoltato un interessante dibattito promosso dai colleghi di Idea, con avvocati, criminologi ed esponenti della politica e dell’amministrazione. Non tornerò sugli aspetti legati alla vicenda in senso stretto, quindi le considerazioni su cosa sia “legittima difesa” e cosa no, sulle scelte processuali e mediatiche, eccetera. Quel che potevo dire in merito lo scrissi dopo la sentenza di primo grado e mi sento di confermarlo oggi, a ragion veduta. Ci sono altre questioni che il confronto ha lasciato in ombra e che meriterebbero più considerazione. Difficile che la ottengano, visto il livello di polarizzazione da caso Dreyfus che si è raggiunto tra la tifoseria “pro Roggero” e quella “anti Roggero”. Ma tanto vale provarci. Cominciando dal polverone sollevato da Il Foglio, pochi giorni fa, con la rivelazione riguardante Andrea Spinelli, uno dei due banditi uccisi a Grinzane. Era pregiudicato ed era indagato per estorsione a febbraio 2021 - la rapina con sparatoria è del 28 aprile successivo. Se fosse stato arrestato o sottoposto ad altra misura cautelare, osserva l’autore dello scoop Ermes Antonucci, si può pensare che la rapina non sarebbe mai avvenuta. Che Spinelli e il complice sarebbero vivi, che Roggero sarebbe in gioielleria, a fare il suo lavoro. È giusto chiederselo, a patto però di fare i conti con la realtà. Perché il carcere non si dà - o non si dovrebbe dare - a cuor leggero: serve il parere di un pm e la conferma di un gip. Ma i pm e i gip non hanno la sfera di cristallo: chi ci pensava che un comune truffatore, indagato per estorsione, si mettesse a fare una rapina? Se lo è chiesto il procuratore di Asti Biagio Mazzeo, sotto la cui giurisdizione sono ricadute sia quell’indagine che l’inchiesta su Roggero. Ed è una domanda senza risposta, purtroppo: in questo genere di valutazioni, come in tanti altri ambiti, la discrezionalità del magistrato pesa e il “rischio zero” non esiste. Però c’è anche un altro punto su cui tocca interrogarsi: che vuole la politica dalle toghe, o meglio, che genere di giustizia desidera chi scrive le leggi? Una in cui gli arresti sono più facili o una in cui diventano quasi impossibili? Si badi bene, non è un paradosso. Perché nel giugno del 2022, meno di quattordici mesi dopo la rapina con i morti a Grinzane, abbiamo votato un referendum che prevedeva l’abrogazione delle misure cautelari a fronte del pericolo di reiterazione del reato. È una delle tre fattispecie per cui un giudice può disporre l’arresto, l’obbligo di dimora o altro prima della sentenza - ed è anche la più ricorrente (le restanti sono il pericolo di fuga e il pericolo di inquinamento delle prove). Detto in altre parole, se il referendum fosse passato si sarebbe eliminata anche la possibilità teorica di valutare l’arresto per Spinelli. Nulla sarebbe cambiato per Roggero, lo sappiamo. Moltissimo, invece, cambierebbe per chi è nella stessa condizione di Roggero, cioè per chi svolge un’attività a rischio di rapina. Ma anche per le vittime di furti, di truffe, di una quantità di reati che chiamiamo microcriminalità anche se fanno il grosso della percezione di insicurezza dei cittadini. Bene, quel referendum del 2022, proprio quello, lo aveva voluto e fatto votare la Lega. Lo stesso partito il cui leader ora va in pellegrinaggio a Bollate un giorno sì e un giorno no, prendendosela con i magistrati che applicano leggi scritte da altri, Matteo Salvini compreso. Intendiamoci, qui le responsabilità vanno ripartite e chiamano in causa, più in generale, quell’assurdità tutta italiana che ci ha portati a rimpiazzare il rispetto delle garanzie e il senso della giustizia - i due fondamenti del diritto, nati per restare congiunti - con le loro ipostatizzazioni ideologiche, il “garantismo” e il “giustizialismo”. Due ferrivecchi che ci hanno perseguitati nell’ultimo trentennio a causa delle vicissitudini giudiziarie di Silvio Berlusconi e del cortocircuito che ne è derivato. Con la destra passata dai cappi in parlamento al culto dell’inamovibilità dei politici “fino al terzo grado di giudizio”, e con la sinistra che sovente ha predicato un “controllo di legittimità” sulle decisioni del legislatore che in altri tempi avrebbe ritenuto intollerabile. Poi c’è l’altro aspetto, quello che riguarda i magistrati. Esistono i codici, certo. Ma spesso si ha l’impressione di essere giudicati dagli uomini più che dalle leggi. La vicenda di Roggero è equiparabile a quella di Cinzia Dal Pino, la 65enne di Viareggio condannata per aver inseguito e ucciso - investendolo con un Suv - lo scippatore che l’aveva derubata. Per Dal Pino la Procura di Lucca aveva chiesto l’ergastolo: un’enormità, tenuto conto che il tribunale ha poi comminato una pena di 18 anni. Per Roggero, il pm Davide Greco chiese in primo grado la condanna a 14 anni: il minimo assoluto della pena, a riprova del fatto che il gioielliere non è stato “trattato male” da chi lo accusava. È giusto chiedersi se, a pubblici ministeri invertiti, le richieste di condanna sarebbero state le medesime. In molti hanno contestato la “mediaticità” del caso del gioielliere richiamando quanto accaduto a Shu Zou e Liu Chongbing, i due baristi cinesi di Milano condannati a 17 anni per aver ucciso a colpi di forbici - venti - un 37enne italiano che aveva forzato la saracinesca. Anche a loro i giudici hanno riconosciuto l’attenuante della provocazione (era il quinto furto, il terzo in tre mesi), anche per loro è stata esclusa la legittima difesa che i difensori avevano invocato. Sempre a Milano, a giugno, è arrivata la sentenza per l’omicidio di Angelito Acob Manansala, il domestico filippino strangolato da un balordo, Dawda Bandeh, che si era intrufolato nell’abitazione in cui lavorava il 61enne Manansala per rubare. Bandeh, gambiano, regolare in Italia, era già stato denunciato per due volte nei due giorni precedenti al massacro. Sempre a piede libero. A processo, in abbreviato, ha avuto una condanna a 16 anni di carcere: un anno e tre mesi più di Roggero, due meno di Dal Pino, uno meno dei baristi cinesi. L’accusa ne aveva chiesti diciotto. Ogni processo fa storia a sé, si dirà. E ogni sentenza va letta nelle motivazioni, per capire in base a cosa i giudici abbiamo bilanciato attenuanti e aggravanti, soppesato torti e ragioni. Come nel caso dell’insicurezza “percepita”, però, anche qui è difficile scrollarsi dalle spalle la spiacevole sensazione che la giustizia sia affidata, se non proprio a un tiro di dadi, a una concatenazione di circostanze su cui poco o nulla si può influire. Che le vittime in più di qualche caso non siano mai abbastanza vittime, né i colpevoli abbastanza colpevoli. E che anche chi oggi “sta con Roggero” non abbia deciso una volta per tutte da che parte stare.