GRINZANE CAVOUR - La scommessa persa di Mario Roggero

Il gioielliere di Grinzane ha puntato tutto su giudici figli della sua epoca, quella del poliziottesco e della giustizia dell’uomo comune. Ma loro lo hanno punito

Andrea Cascioli 05/12/2023 11:00

In termini di strategia processuale, la vicenda giudiziaria di Mario Roggero è la storia di una scommessa persa. Il gioielliere di Grinzane ha puntato tutte le sue fiches su un’istruttoria che avrebbe dovuto far emergere la differenza tra l’accusato e le sue vittime. Cioè tra un uomo che la mattina del 28 aprile 2021 si era svegliato deciso solo a tirar su la serranda e fare il suo lavoro, e un gruppo di rapinatori arrivati fin lì per derubarlo.
 
Non gli è bastato. Anzi, il giudizio di una giuria di otto persone in cui sedevano sei giudici popolari, i veri destinatari del suo appello, è stato addirittura più severo di quanto desiderasse il pubblico ministero. L’incarnazione della legge astratta e indifferente, l’arcinemico, la nemesi del “giustiziere” Roggero, come l’aveva appellato nella requisitoria. Davide Greco, il sostituto procuratore che ha chiesto la sua condanna, è un magistrato di prima nomina e ha 34 anni. In termini anagrafici Roggero, classe 1954, potrebbe essere suo padre. Ha l’età per ricordare i poliziotteschi degli anni Settanta, i film con Maurizio Merli e Franco Nero che raccontavano la paura e la rabbia verso un crimine che si faceva spietato: i sequestri di persona, le rapine a mano armata, la droga. Ma soprattutto interpretavano, quei film, la fame di giustizia del cittadino comune, anche a costo di farsela da solo, là dove la giustizia proprio non si riusciva a trovarla.
 
Roggero, a differenza del magistrato “ragazzino” che lo accusava, quell’Italia se la ricorda bene: aveva vent’anni. Anche i suoi giudici, tutti più o meno suoi coetanei, se la ricordano. Eppure c’è qualcosa che ha diviso in maniera irreparabile l’uno e gli altri. È l’idea che anche quando ci si fa giustizia certi limiti non si possano valicare. Roggero, viene da credere, non ha pagato solo per quel che è successo il 28 aprile di due anni fa, ma anche per ciò che è venuto dopo: le interviste, troppe, troppo spavalde. Le versioni date e ritrattate: gli spari? Erano dentro al negozio, in reazione a una minaccia. Anzi no, erano fuori, ma perché credeva che la moglie fosse stata rapita. I calci in faccia al bandito Spinelli, già moribondo? Ancora una reazione. “Non è un bugiardo, è confuso” assicura l’avvocato Dario Bolognesi, che lo ha difeso in aula. Può darsi, così come può darsi che le osservazioni sulla sua scarsa o nulla lucidità mentale, in quegli istanti tremendi, meritassero maggior considerazione.
 
Ma Roggero in fondo non ha mai chiesto ai suoi giudici di assolverlo perché “aveva perso la testa”. Voleva che lo assolvessero perché quello che aveva fatto era giusto. E infatti non ha mai detto di essersene pentito: si è detto dispiaciuto, che è un’altra cosa. È difficile non provare simpatia - nel senso etimologico, del “sentire insieme” - per un colpevole come lui, pur sapendolo colpevole. Ma ci sono aspetti nella sua personalità che gettano un’ombra perfino più sinistra di quei quattro spari. Come il racconto di quell’episodio per cui ha patteggiato una condanna a inizio anni Duemila, dopo aver puntato la pistola - la sua, quella con cui si sarebbe fatto giustizia - in faccia a un ragazzino appena diciottenne e a suo padre.
 
Era il fidanzato di una delle figlie del gioielliere: quella sera in auto avevano litigato in maniera furibonda, lui forse le aveva dato uno schiaffo, poi l’aveva lasciata a piedi e in lacrime in mezzo al nulla. Il papà era venuto a prenderla, ovviamente. In maniera meno ovvia, aveva avuto l’idea di suonare il citofono di casa del ragazzo, alle due di notte, minacciando con un’arma lui e suo padre, ignaro di tutto. Roggero in aula ha parlato anche di questo, ridimensionando, sostenendo di aver reagito a una minaccia e a un pugno da parte del capofamiglia, uno famoso - dice - per essere “non tanto a posto”. Lui, in fondo, voleva solo spiegazioni: “Chi di voi non avrebbe fatto la stessa cosa?”. “Nessuno lo avrebbe fatto”, gli ha risposto il pm.
 
Ecco, in quel frangente, nell’aula del tribunale di Asti, Roggero non è sembrato il commissario Betti di Maurizio Merli. Ricordava di più il protagonista di un altro film della stessa epoca, un piccolo capolavoro dimenticato di un regista scomparso da poco, Giuliano Montaldo. Si tratta di Il giocattolo, con Nino Manfredi, interprete magistrale della figura fantozziana di Vittorio Barletta: un ragioniere vessato, contabile presso una grande azienda, che a poco a poco si trasforma in un maniaco vendicatore. Lo fa trascinato dagli eventi avversi, quasi senza colpa, ma in maniera inesorabile, fino a meditare di uccidere non solo i rapinatori che volevano ammazzarlo ma il suo stesso capo, colpevole di averlo licenziato. C’è un aspetto che lega in maniera singolare questo film alla storia di Roggero: venne infatti scritto su ispirazione di un clamoroso caso di cronaca, l’omicidio del calciatore Luciano Re Cecconi da parte di un gioielliere romano, Bruno Tabocchini, a cui la vittima aveva fatto credere, per scherzo, di essere un rapinatore.
 
Un caso di legittima difesa putativa che il difensore del gioielliere di Grinzane ha richiamato in aula: il presidente della Corte Alberto Giannone annuiva e così i giudici popolari. Avevano tutti l’età per ricordarsi anche di questo. Ma l’imputato non gli è sembrato un Bruno Tabocchini, così come non gli è sembrato il protagonista di uno di quei film che anche loro, come Mario Roggero, avevano visto in gioventù.

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