Era un amico di famiglia e anche qualcosa di più, tanto da aver fatto da padrino di battesimo alla più piccola delle due sorelline, una bimba che all’epoca dei fatti aveva quattro anni. Dietro allo “zio” si nascondeva però un orco: il 43enne, originario di Mondovì e residente nel Roero, è stato condannato a sei anni e quattro mesi di reclusione per abusi sessuali sulla bambina e sulla sorella maggiore di cinque anni. Dalle confidenze di quest’ultima ha avuto origine l’inchiesta avviata nella primavera dello scorso anno e condotta dalla Dda di Torino, dopo una prima segnalazione del papà ai carabinieri. Le sorelline erano state più volte a casa di quell’amico della madre, trascorrendovi anche la notte. Grazie alle telecamere nascoste, gli inquirenti hanno avuto conferma dei comportamenti abusanti descritti dalla bambina. Per l’uomo, incarcerato fino all’aprile di quest’anno, quando gli sono stati concessi i domiciliari, è scattata anche una denuncia per possesso di materiale pedopornografico. Esaminando i telefonini sequestrati nella sua abitazione erano stati rinvenuti video e fotografie di minori in pose esplicite: nel materiale anche alcune immagini scattate alle sorelline. Il processo in abbreviato si è tenuto a Torino, per competenza sulla pedopornografia, e ha visto la condanna da parte del gup Fabio Rabagliati. Sono state accolte anche le richieste della parte civile, la madre e le due piccole, che verranno quantificate in giudizio civile. A rappresentare le vittime erano gli avvocati Silvia Calzolaro e Marco Calosso i quali esprimono “profonda soddisfazione per l’esito del processo”: “Questa decisione restituisce dignità alle bambine e alla loro famiglia, e afferma con chiarezza che nessun legame personale può diventare scudo per chi si rende responsabile di violenze tanto gravi”. La perizia psichiatrica che era stata disposta dal gup ha accertato che l’imputato era pienamente capace di intendere e di volere: la patologia a lui riconosciuta, un disturbo parafiliaco, non ha quindi inciso sull’imputabilità. “Il carcere è una risposta necessaria al fatto e una tutela per la collettività” affermano i legali della famiglia, ricordando che i percorsi trattamentali sono previsti solo in caso di vizio di mente. Sulla non imputabilità aveva invece puntato la difesa, rappresentata dall’avvocato Roberto Ponzio, il quale sostiene che il disturbo avrebbe dovuto comportare un diverso trattamento sanzionatorio: “Siamo di fronte a un malato e un malato non si cura col carcere”.