BRA - Stupro dopo la promozione del Bra, ora parlano i calciatori: “Nessuna violenza, lei istigata dall’amica”

Le accuse di una studentessa hanno portato a processo tre ex giallorossi. “Se sapessi che mio figlio ha fatto male a una donna lo farei punire” dice uno dei papà

Andrea Cascioli 29/05/2026 13:15

Non è stato ancora il “giorno della verità”. Quella arriverà il primo ottobre, mettendo un primo punto certo in una vicenda che ha scosso il calcio piemontese e non solo negli ultimi mesi. Riguarda tre ex calciatori del Bra, Fausto Perseu, Alessio Rosa e Christ Jesus Mawete, accusati di stupro da una studentessa torinese dopo una notte di festa nella città della Zizzola. Era un venerdì, una delle serate degli aperitivi in consolle. La giovane conosceva già un componente della squadra giallorossa che un mese e mezzo prima aveva conquistato la promozione in Serie C. Avvicinata da Perseu in un bar di via Cavour, aveva accettato l’invito a casa sua per un incontro sessuale. Nell’alloggio che il centrocampista condivideva con altri compagni di squadra, però, sarebbe stata raggiunta da Rosa e Mawete e obbligata ad un rapporto di gruppo. A carico del solo Rosa pesa anche l’accusa di revenge porn, per aver inviato video dell’accaduto su una chat di gruppo della squadra, denominata “We are Champs”. Nei documenti della Procura di Asti si parla di uno stato di costrizione, con rapporti ripetuti anche non protetti, “abusando delle condizioni di inferiorità psichica e fisica” della ventenne. A dare l’allarme era stata un’amica che, non avendo sue notizie, aveva avvisato altri calciatori e minacciato di chiamare i carabinieri. La persona offesa, assistita dall’avvocato Luca Cavallo, ha reso la sua versione dei fatti in un sofferto incidente probatorio. I calciatori lo hanno fatto giovedì in tribunale, negando di aver mai usato violenza: era un rapporto cercato e voluto, dicono, tanto che la ragazza ne avrebbe parlato perfino sulla famosa chat una settimana prima. A detta delle difese, rappresentate dagli avvocati Gianluca De Bonis e Livia Rossi per Perseu, Rocco Sardo per Rosa e Andrea Rosso per Mawete, la chiave di tutto è nell’ostilità che l’amica della ragazza, ex fidanzata di Rosa, manifestava nei confronti di quel gruppo di amici. Sarebbe stata lei a fare pressioni per arrivare a una denuncia successiva, dopo tre giorni. “Credo che questa ragazza stia soffrendo, non sminuiamo le conseguenze che su un carattere sensibile può aver avuto una situazione gestita male come questa” premette l’avvocato Sardo. Il processo verte però sul tema del consenso sessuale: “Il rapporto è stato assolutamente consenziente. La ragazza è salita spontaneamente nell’alloggio, dei calciatori dopo averlo addirittura annunciato una settimana prima nello stesso gruppo”. Questa circostanza è negata dalla parte civile, secondo cui non ci sarebbero stati precedenti: il trio avrebbe ordito un “agguato sessuale” con tanto di messaggio, indirizzato a Mawete, con l’indicazione “vieni nudo”. Nel suo esame la giovane ha raccontato di essere stata vittima di un episodio di violenza nella prima adolescenza. Un’esperienza che non aveva denunciato e che l’ha segnata. Anche questo, a detta delle difese, pesa sul quadro di “fragilità psicologica” della persona offesa. Rispetto alla diffusione del video, con la modalità “effimera” del messaggio visibile una sola volta, Rosa ha ammesso le sue responsabilità: “È stata una leggerezza, ma non c’è stata nessuna volontà di creare turbamento e men che meno molestia” osserva il suo legale. C’è anche un altro video, che invece ha rilevanza centrale per le tesi difensive: è quello girato da Fausto Perseu poco prima che la ragazza lasciasse l’appartamento e a sua insaputa. “Spero che tu non vada a dire che ti ho costretta a salire” afferma: “Non dico nulla” risponde lei. I calciatori si dicono sereni per l’esito del processo, ma preoccupati per le conseguenze che potrebbe avere sulla loro carriera anche in caso di assoluzione. Rosa, per esempio, è stato svincolato dal Ligorna e al momento non ha un contratto: “Non c’è una volontà di sottrarsi alle responsabilità - dice il suo difensore -, neanche da parte della famiglia. Suo padre mi ha detto: ‘So che mio figlio non farebbe mai del male a una donna, se sapessi che l’ha fatto le chiederei solo di fargli ammettere la sua colpa’”