Non era semplice solerzia, ma un’attitudine persecutoria verso i dipendenti del supermercato di cui aveva assunto da poco la direzione: lo sostiene la Procura di Cuneo nel muovere accuse di maltrattamenti nei confronti dell’ex dirigente, nel frattempo trasferita in un altro punto vendita nel Torinese. La delegata sindacale del supermercato, dipendente da vent’anni, descrive quelli dell’ex direttrice come “atteggiamenti quasi dittatoriali”: “Ogni angolo del punto vendita era il suo, sicuramente non era collaborativa”. Lo pensa anche un ex capo reparto che aveva dato le dimissioni proprio in quel periodo: “Con lei si creò un’atmosfera abbastanza pesante e negativa” dice, perché la sua “era una modalità assertiva senza confronto: io dico e tu fai. A novembre ero stato mandato a gestire l’apertura di due punti vendita, i più importanti a Torino, a marzo mi trovavo a essere inadeguato al lavoro. C’erano critiche sul lavoro fatto, sulla tenuta dei reparti, sulla gestione del personale”. Non solo parole, ma atti concreti. Per esempio le dimissioni, quantificate in “quindici o venti” dalla rappresentante della Fisascat Cisl nell’anno e mezzo in cui la direttrice aveva guidato il punto vendita di Cuneo. L’azione più grave è però il gesto anticonservativo che una dipendente mise in atto, a suo dire, proprio a causa delle vessazioni subite: “Mi aveva telefonato dall’ospedale - ricorda la collega -. Ha spiegato che la motivazione era una discussione legata agli orari”. Quella cassiera non era l’unica a lamentarsene, peraltro: in molti avrebbero segnalato spostamenti di sede e di orario considerati punitivi. “Siamo tutte donne dedite alla famiglia oltre al lavoro e cercavamo di indicare le nostre esigenze” spiega la testimone: “Queste esigenze non erano accettate e alcune colleghe erano inserite in una ‘lista nera’ perché non lavoravano nei festivi”. Si parla anche di insulti personali: “Urlava e sbraitava davanti ai clienti, contro i lavoratori che non la ascoltavano: succedeva tutti i giorni, come rappresentante sindacale io mi occupavo anche di questo”. “Questa deve morire in cassa”, “questa deve fare tutte le domeniche”, “questa mettetela sempre in chiusura” sono alcune delle frasi attribuite alla direttrice dalla persona offesa, che si è costituita parte civile insieme al sindacato. Nella scorsa udienza aveva deposto il marito della donna, parlando del tentato suicidio: “Penso che sia andata in tilt a seguito di un episodio accaduto mentre lei era in cassa. Quando è tornata era fuori di sé, urlava e ce l’aveva con gli orari dati dalla direttrice dicendo che questa persona la stava facendo impazzire”. Tra i racconti ascoltati a casa - e confermati dai colleghi - ci sono le testimonianze sui rimproveri subiti da chi non faceva colazione nel bar aziendale, o da chi rifiutava di sottoscrivere la carta prepagata “proposta” dalla direzione: “So che non potevano nemmeno più salutarsi con i colleghi: la direttrice diceva ‘non si lavora con la bocca, si lavora con le braccia’”. Con il cambio di direzione, però, tutto sarebbe rientrato nella normalità. Gli altri dipendenti parlano della collega che ha denunciato il mobbing con grande ammirazione per il suo lavoro: “Era benvoluta, è una collega eccezionale e sempre disponibile verso tutti” conferma la sindacalista. Il marito spiega che è stata lei stessa, dopo il ricovero, a insistere per tornare: “È il suo lavoro, è quello che ama e fa con passione”. L’istruttoria è aggiornata al prossimo 20 aprile.