CUNEO - Bastonate alla figlia perché nascondeva il telefonino: “Temevamo lo avesse rubato”

Due genitori condannati per maltrattamenti: “In India ti picchio più forte perché non ci sono leggi” avrebbe detto il padre. Le difese: “Lei non sopportava le regole”

Andrea Cascioli 18/03/2026 17:33

Un telefonino nascosto e una scenata di rabbia, conclusa da una bastonatura con un manico di legno utilizzato per pesare le valigie. Quello era stato l’episodio che aveva spinto la ragazza, prossima a compiere i diciotto anni, ad allontanarsi dai genitori e chiedere l’inserimento in comunità: “Io ora ho il mio stile di vita, non posso pensare di tornare di nuovo in casa e sottostare a quelle regole” avrebbe detto in seguito. Senza mai smettere, però, di chiedere di poter incontrare mamma e papà. L’assistente sociale descrive la tenerezza di quelle visite, fatte di abbracci e confidenze: “Lei fa vedere al papà il tatuaggio e lui l’accarezza con un dito, lei gli ha detto anche che si è fidanzata, lui è rimasto interdetto ma poi si sono parlati. Lei dice che si arrabbia, però, perché in tutta la sua vita quegli abbracci non li aveva mai ricevuti”. In mezzo c’è stato un cammino di riavvicinamento, che tuttavia non ha evitato la condanna a entrambi i genitori: due anni e due mesi per la madre, due anni e otto mesi al padre a cui erano addebitate anche le lesioni, del resto ammesse. La Procura voleva una condanna ancora più alta, quattro anni e quattro mesi per entrambi. Per il pm Alessia Rosati il percorso educativo seguito da entrambi “non è compatibile con le negazioni che abbiamo sentito in udienza: non c’è stata una rivisitazione delle condotte”. Il contesto è quello di una famiglia emigrata dall’India quasi vent’anni fa e stabilitasi in un comune agricolo tra Cuneo e Saluzzo. Una vita dura, quella dei genitori, con la speranza di costruire per i figli un avvenire migliore: “Nella vita abbiamo fatto tanti sacrifici, per quello non vogliamo che i figli facciano le stesse cose” racconta la mamma in tribunale. Si menzionavano privazioni a cui l’unica figlia femmina, studentessa in un istituto superiore, sarebbe stata costretta: attività scolastiche negate, frequentazioni vietate, minacce di combinarle un matrimonio in India. Nulla di tutto questo, ribatte sua madre: accadeva però che loro non fossero in grado di accompagnarla nelle uscite serali con la classe. Quanto alle amicizie, spiega, “le dicevamo solo di stare attenta ai ragazzi maschi che non conosceva”. Anche il fratello parla di un ambiente familiare sereno: “Avevamo un bel rapporto con i nostri genitori, ci sgridavano soltanto se facevamo qualcosa di sbagliato”. Come la sera del telefonino, appunto. Il papà aveva sequestrato pochi giorni prima il cellulare della figlia, per punizione. Frugando nel letto ne aveva trovato uno mai visto prima e si era infuriato: si era saputo in seguito che lei se l’era fatto prestare da un’amica. La paura dei genitori era che quell’oggetto fosse stato rubato: “Era già capitato molte volte che nascondesse le cose, le dicevamo che non va bene”. Nulla che potesse giustificare una reazione come quella, obietta il pm: “L’aggressione è talmente feroce che non è credibile si sia trattato di un episodio isolato: non si percuote una figlia con un bastone e con pugni, tirandole i capelli, perché si è trovato un telefonino. È parte di un’escalation di violenza”. A testimoniarlo sarebbero le frasi che il padre avrebbe rivolto alla figlia in altre occasioni: per esempio la minaccia di picchiarla più forte durante in patria, perché “in India non ci sono le leggi”. “Ha reagito in maniera spropositata e scomposta, ma è la reazione di un padre che ha improntato la sua vita a un lavoro duro e onesto, con l’unica finalità di far studiare i figli” rispondono gli avvocati Elena Riga e Dora Bissoni, difensori dei genitori accusati. Si nega che esistesse quel “clima di vessazioni e controllo fin dalla prima infanzia” di cui parla l’accusa, stigmatizzando “la violenza del padre e l’inerzia della madre”. Quanto alle minacce di farla sposare in India o di ritirarla da scuola, si sarebbe trattato di semplici spauracchi: “In India è sempre andata volentieri e non le era mai successo niente”. “Nessuno - sostenevano le difese - le ha detto di fare una vita segregata, solo di seguire le regole di buon comportamento”.