C’era stata una denuncia già nell’agosto del 2007 contro Manuela Bernardis, la direttrice del centro “Per Mano” di Borgo Gesso finita nell’occhio del ciclone, lo scorso autunno, dopo l’arresto per maltrattamenti a carico dei disabili ospiti. Quella prima segnalazione era arrivata da molto lontano: per la precisione dalla spiaggia di Rimini, dove la Bernardis e altre tre persone assistevano alcuni ragazzi. “Erano stati oggetto di insulti e maltrattamenti e alcuni bagnanti avevano chiamato in Questura per segnalare la situazione” ricorda l’ex luogotenente della Finanza Marcello Casciani. Quell’inchiesta finì nel nulla. La seconda, partita nell’ottobre del 2018 dall’esposto di una ex dipendente della cooperativa sociale, ha portato al rinvio a giudizio della direttrice, di sua madre Marilena Cescon (coordinatrice del centro) e di dieci collaboratori dell’epoca: un educatore, una psicologa, quattro infermieri e quattro operatori socio sanitari. È la prima tranche di uno scandalo assurto alle cronache nazionali quando le stesse Bernardis e Cescon sono finite in manette, nell’ottobre 2025, a seguito di una più recente inchiesta. Identiche le accuse: botte e sevizie ai pazienti, umiliazioni verbali, pratiche mediche non autorizzate. Nell’udienza-fiume odierna i giudici hanno ascoltato il finanziere che coordinò le indagini del 2018 e l’educatrice che con il suo esposto diede origine ai primi accertamenti. Le fiamme gialle faticarono non poco, in quell’occasione: per cercare di scoprire qualcosa di più venne perfino piazzata una microspia con videocamera, nella macchinetta del caffè in sala mensa. Gli indagati però se ne accorsero e la girarono contro il muro: “Mettilo dall’altra parte, così si vede solo il cestino” si sente dire da una voce femminile, forse quella della Bernardis. Nell’aprile del 2019 fu organizzato un blitz notturno: l’unico sorvegliante presente, un oss, rifiutò di aprire ai finanzieri e li costrinse a fare irruzione da una finestra. “Avevamo il timore di svegliare i disabili” ricorda il luogotenente. Invece avevano continuato tutti a dormire fino a tarda ora, tanto che si era sospettato che fossero stati sedati: “Il personale Asl ha rilevato che dalla lettura dei documenti non si risaliva alle prescrizioni mediche, le schede delle terapie non erano controfirmate da medici o delegati. Nel carrello delle terapie giornaliere, c'erano contenitori vuoti senza l’indicazione delle sostanze”. “Sedato perché cantava le canzoni di Vasco Rossi” La scientifica aveva poi fatto accesso alla famigerata relax room: la stanza imbottita dove, secondo la “gola profonda”, i ragazzi venivano rinchiusi anche per ore intere, a scopo punitivo. Una delle molte ritorsioni degli operatori, sostiene l’accusatrice: “Uno dei ragazzi era molto ripetitivo, anche se non aggressivo. Quando iniziava a dare fastidio veniva isolato sotto un tavolo: a causa della sua patologia si sentiva terrorizzato e non usciva. Una ragazza invece aveva paura del buio e dei temporali e veniva messa fuori di notte, se stava piovendo: per farla tranquillizzare, o forse per divertimento dell’operatore”. Al confine tra punizione e crudele “diversivo” anche il comportamento nei confronti di un altro paziente: “Cantava sovente Vasco Rossi e questo dava fastidio: su di lui la sedazione è stata ordinata diverse volte. Questa somministrazione veniva richiesta anche da figure che non avevano competenza per capire se fosse necessaria, come la psicologa Michela Linzas”. A carico di quest’ultima pesa un’accusa più grave, di cui l’educatrice afferma di essere stata testimone diretta: “Aveva avuto una reazione spropositata con un paziente diurno. Michela ha scaraventato a terra questo utente per mettersi a cavalcioni, ma soprattutto per schiacciare con le ginocchia i genitali del paziente, che era noto per avere pulsioni sessuali”. La pratica dell’atterraggio dei pazienti “esuberanti”, spiega la teste, era stata la prima cosa che i colleghi più esperti le avevano mostrato. Se ne occupava in particolare Davide Peirone: “Era infermiere, insegnava le manovre contenitive e Manuela diceva agli operatori di fare riferimento a lui: ad esempio mi aveva mostrato come esercitare pressioni sulla cassa toracica dopo aver messo a terra agli ospiti esuberanti. ‘Così vedono chi comanda’ diceva”. Quella frase, aggiunge, era una specie di refrain. Peirone l’avrebbe ripetuto anche a Vincenzo Marino, uno degli oss, dopo che questi aveva “punito” una ragazza durante un’uscita esterna e poi al ritorno nel centro: “In sala Vincenzo era incitato da Daniele Peirone a far valere il proprio ruolo: la frase ‘bisogna far capire chi comanda’ ci veniva detta sempre”. Di questo episodio l’educatrice precisa di essere venuta a conoscenza in modo indiretto, quando le erano state mostrate immagini delle violenze: “Le foto erano state inserite in una chat in cui io non ero presente, chiamata Il Puttano: c’erano innumerevoli foto e video di queste situazioni, in cui venivano maltrattati e derisi i pazienti, con commenti anche sugli operatori non presenti”. In quell’occasione, dice ancora, “la ragazza era stata lasciata un mese in casa famiglia per aspettare che sparissero i segni, perché lei dopo avrebbe avuto un incontro con i genitori”. Una struttura per gli “indesiderati” La direttrice avrebbe saputo tutto e a volte preso parte alle violenze: “Manuela sminuiva o riprendeva in modo molto violento i pazienti: capitava che li obbligasse con la forza a mangiare. In un’occasione un ragazzo ha sputato il cibo perché non riusciva più a mandarlo giù. Manuela e Marilena erano svilenti anche con gli operatori, mentre i pazienti venivano derisi, minacciati, insultati. Non c’erano molte carinerie nei loro confronti”. La difesa sostiene che all’origine dell’esposto ci sia invece il risentimento dell’ex dipendente, vittima di una grave aggressione da parte di uno dei pazienti. Lei non nega di aver a sua volta richiesto occasionali sedazioni o punito gli ospiti con la negazione del cibo, ma aggiunge di aver cercato di ribellarsi a quel sistema. Anche rispetto ai menù “non idonei” che sarebbero stati somministrati ai pazienti: “I cuochi avevano difficoltà a trovare il cibo in dispensa, spesso erano costretti a utilizzare cibo scaduto o portavano da casa la propria spesa, perché la dispensa era scarna o svaligiata. Durante un mio turno notturno ho sentito rumori fortissimi e ho visto che Manuela stava facendo ‘la spesa’: sono poi stata molto vessata da Manuela e Davide per questa rimostranza”. La domanda che molti si sono posti è come, a fronte di queste asserite carenze, si sia andati avanti per tanto tempo: “Per quanto so - dice Casciani - non è stata adottata nessuna misura dalla Procura, tantomeno dall’Asl, nei confronti della struttura residenziale: il problema era la carenza di strutture ricettive”. Tutti gli ospiti avevano una doppia diagnosi di autismo e patologie psichiatriche, molti venivano da fuori Cuneo. Erano “indesiderati” nel mondo dell’assistenza, conferma l’educatrice: “Durante il colloquio mi era stato detto che alla coop ‘Per Mano’ venivano accolti i pazienti rifiutati dalle altre strutture”. Il processo proseguirà il prossimo 21 maggio.