LIMONE PIEMONTE - Canzoni fasciste sulla pista di pattinaggio di Limone, il giudice assolve: “Nessuna apologia”

Il dipendente era finito a processo dopo la diffusione di un video. È stata la Procura stessa a chiedere il proscioglimento: “Non c’era intento propagandistico”

Andrea Cascioli 03/06/2021 17:58

 
Nessuna apologia di fascismo sulla pista di pattinaggio di Limone Piemonte. Lo ha stabilito il giudice Giovanni Mocci assolvendo stamani il 43enne D.S., accusato in base alla legge Scelba per aver fatto risuonare inni fascisti mentre effettuava le pulizie nella struttura ormai chiusa al pubblico.
 
A chiedere l’assoluzione è stato lo stesso procuratore, Alessandro Borgotallo, all’esito di un’istruttoria dalla quale per sua ammissione l’ufficio della Procura usciva “con le armi spuntate”. Troppi gli elementi di incertezza a cominciare dalla mancata identificazione della persona che nel febbraio di due anni fa aveva realizzato un video mentre passeggiava a poca distanza dalla pista. In mezzo al frastuono delle auto di passaggio e ad altri rumori di fondo era possibile udire le note di un paio di canzoni risalenti al Ventennio. La prima testata giornalistica a riprendere il video aveva menzionato erroneamente “Faccetta nera”, mentre i carabinieri avevano identificato una delle due con l’inno delle Brigate Nere.
 
La melodia della prima riconduce in realtà al canto “A noi la morte non ci fa paura”, noto anche come inno del Battaglion Toscano, un motivo ripreso dall’aria dei bersaglieri intitolata “Vent’anni allegramente” e divenuto popolare tra le truppe repubblichine durante la guerra civile. Quanto alla seconda canzone, come appurato dal perito nell’ultima udienza, si tratta di “L’ha detto Mussolini”, un motivo degli anni Trenta reso popolare dal cantante napoletano Mario Pasqualillo. “Canzoni ‘di nicchia’, non univocamente riconosciute come inni fascisti a differenza appunto di Faccetta nera o di Giovinezza” ha precisato il pubblico ministero, rilevando inoltre come in termini giuridici “non c’è stato quel che si concretizza come propaganda, cioè una condotta che esula dalla semplice diffusione di canzoni anche più note di questa”. Nel domandare l’assoluzione per l’imputato, il rappresentante dell’accusa ha osservato: “Non rileva il fatto che la canzone fosse riconducibile al Ventennio o meno ma le modalità con cui la condotta è stata posta in essere. Correttamente però la Procura ha ritenuto opportuno il vaglio dibattimentale della vicenda”.
 
L’avvocato Luca Esposito, incaricato della difesa di D.S. insieme alla collega Alessandra Maini, ha ricordato che “la legge Scelba prevede un dolo diretto, cioè la coscienza che il soggetto agente sta propagandando principi e simboli del disciolto partito fascista”. Nulla di tutto questo sarebbe stato posto in atto dall’addetto alla manutenzione della pista, il quale peraltro - come ha confermato il suo datore di lavoro - “è solito ascoltare canzoni militari mentre lavora”. Pur concordando nelle conclusioni, al contrario del pm il difensore ha affermato: “Se questa notizia di reato non fosse passata attraverso i giornali, ma fosse arrivata direttamente ai carabinieri, l’azione penale non sarebbe neanche incominciata. Abbiamo speso due anni di indagini e di soldi per un’azione destituita da ogni tipo di elemento”.
 
L’imputato, dal canto suo, aveva reso alcune dichiarazioni al giudice confermando di aver impostato una playlist di canzoni da YouTube prima di mettersi a lavoro: “La pista è in una zona isolata e in quel momento non c’era più nessuno. In ogni caso non sapevo nemmeno che fossero canzoni di quell’epoca e non credevo di commettere alcun tipo di reato”.

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