ROCCAVIONE - Compra la cucina per il ristorante, poi chiude e la rivende. Ma non aveva pagato nulla

Il 56enne, ex titolare di una pizzeria al taglio di Roccavione, è stato condannato per appropriazione indebita dopo la denuncia del suo fornitore

Andrea Cascioli 14/02/2024 18:30

Aveva allestito la cucina per una pizzeria al taglio appena aperta a Roccavione, ordinando in un negozio di attrezzature e arredi professionali tutto il necessario: un frigorifero, un mobile frigo, una cucina a gas, una friggitrice e un lavello. Poi ci si è messo il Covid e il locale, avviato da un anno appena, ha chiuso i battenti. Lasciando da pagare sia le mensilità di affitto, una decina, sia i 2.780 euro pattuiti per gli arredi.
 
Di questi non si è più trovata traccia. Si è scoperto però che l’ex pizzaiolo li aveva rivenduti, senza mai averli pagati, a un altro commerciante, in cambio di un assegno da 878 euro. Per questo P.G., classe 1968, originario di Reggio Calabria e residente a Cuneo, è finito a processo per appropriazione indebita, dopo la denuncia formulata nel settembre del 2020 dal fornitore. Il materiale, ha spiegato quest’ultimo, consisteva in attrezzature usate che lui aveva ritirato presso un altro negozio: “Abbiamo stipulato un contratto: la clausola era che avrei mantenuto una riserva di proprietà fino al saldo dell’intera fornitura”. Saldo che non è mai arrivato, appunto, nonostante i solleciti: “Le scuse sono state innumerevoli. Gli avevo proposto anche una dilazione di pagamento che però non è mai avvenuto”.
 
In alternativa, il commerciante avrebbe accettato la restituzione dei beni, ma dopo la chiusura del locale era arrivata la sorpresa: “Da un annuncio su Facebook, sono venuto a conoscenza del fatto che aveva messo in vendita le attrezzature. Solo dopo ho saputo, dalla proprietaria dei locali, che all’interno non era rimasto più nulla”. La donna ha confermato tutto, compreso il fatto di aver avvisato lei il creditore di quanto stava accadendo: nei confronti dell’ex inquilino, nel frattempo, era stata promossa una causa di sfratto per morosità. “A dicembre sono tornata in possesso dei locali, c’era qualche immondizia e un frigo a pozzetto inutilizzabile che abbiamo smaltito” ha spiegato la testimone.
 
“Comprensibili le circostanze della chiusura a causa del Covid, quello che non si può accettare è che i beni non siano mai stati pagati né restituiti” ha obiettato il pubblico ministero Alessandro Borgotallo, chiedendo per l’imputato una condanna a due anni e due mesi, più 1500 euro di multa. Era il titolare della pizzeria, ha aggiunto, “che aveva la disponibilità dei locali e che doveva occuparsene”. Per la parte civile, rappresentata dall’avvocato Valentina Papetti, il 56enne “ha agito con dolo, perché estremamente consapevole di quello che stava facendo”. La difesa ha eccepito sulle circostanze della vendita: i beni asseritamente consegnati erano cinque, ma solo tre erano stati fatturati. Il fornitore si era giustificato affermando di aver nutrito dubbi già al momento della consegna: “Ho pensato che sarebbe stato difficile che riuscisse a ripagare tutto e non me la sono sentita di fare una fattura completa”. Per l’avvocato Michele Parola, difensore dell’ex pizzaiolo, resta comunque il dubbio che non tutto fosse stato davvero consegnato e che non tutti i beni fossero poi stati rivenduti: “Il danno effettivo e provato è di 380 euro, che è il valore del solo lavello, a fronte del quale l’imputato ha formulato un’offerta che non è stata accettata”.
 
Il giudice Marco Toscano ha emesso un verdetto di condanna a un anno e quattro mesi, più 700 euro di multa. In aggiunta, l’imputato dovrà risarcire con 4mila euro il fornitore non pagato.

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