DRONERO - Condannato per le botte alla convivente, chiede la semilibertà

Contro di lui anche la deposizione dell’ex fidanzato della donna: “Ho capito che qualcosa non andava perché aveva smesso di venire a trovare il nostro cane”

Andrea Cascioli 02/07/2026 18:20

Ammonta a tre anni e nove mesi la condanna inflitta a un uomo per maltrattamenti, lesioni e violenza privata sull’ex convivente dal giudice Giulia Elena Mondino. Nei confronti di A.C.B., cittadino rumeno residente a Cuneo, l’accusa aveva chiesto una pena di quattro anni. Il pubblico ministero, nella requisitoria, aveva parlato di una “aggressività costante e abituale” che trovato il suo “filo rosso” nella “profonda gelosia dell’imputato”: “Era ossessionato dall’idea che la ex convivente avesse delle relazioni”. Di qui “i controlli continui e la volontà di prendere visione del cellulare, gli appostamenti che spesso finivano in aggressioni e ingiurie”. A testimoniare tutto questo, oltre alla vittima, sono state alcune delle persone a lei più vicine, tra cui la sorella e l’ex fidanzato. Il rapporto con quest’ultimo si era mantenuto amicale dopo la fine della relazione, tanto che la donna continuava a incontrarlo con regolarità per prendersi cura della cagnolina che avevano adottato insieme: “Per noi era come se fosse una figlia” ha spiegato il testimone. Nei primi tempi anche il nuovo compagno la accompagnava, poi i rapporti si erano interrotti: qualcosa di inconcepibile, secondo il suo ex. “Già dopo il primo anno - dice - si capiva che le cose erano andate degenerando, dai discorsi che lei faceva e dal fatto che era sempre agitata e timorosa. Lui era diventato anche violento in vari modi, verbali e non verbali”. “Io la invitavo a denunciare, - racconta la sorella - lo faceva anche mia mamma. Solo che lui tornava e chiedeva scusa, piangendo, e lei ci cascava”. Tra interruzioni e riprese la relazione, sfociata in una convivenza a Dronero, era proseguita per circa cinque anni. La sorella dice di aver scoperto le violenze attraverso le foto e i racconti: labbra rotte, lividi sulle cosce, un occhio nero occultato col trucco. Le foto che documentavano le botte, in particolare ecchimosi su un labbro ed ematomi su entrambe le gambe, erano state inviate anche a una persona con cui la ragazza aveva avuto a che fare per motivi di lavoro: “C’era un messaggio con la frase ‘conserva queste foto perché non so se me le cancellerà’: erano foto di lividi e botte subite da questa ragazza” ha ricordato in aula la testimone. Sebbene il loro rapporto non fosse stretto, spiega, qualche confidenza c’era stata: “Lei mi diceva ‘mi ha picchiata, io lo proteggo sempre e guarda cosa mi ha fatto’. La conoscevo come una persona molto brava sul lavoro e disponibile coi clienti, vedevo che si era spenta”. Nel suo esame in aula l’imputato aveva ammesso di aver usato violenza in due occasioni, in un caso con l’asta di un mocio vileda e nell’altro col lancio di un telefonino, negando invece gli ulteriori addebiti. A suo carico è stato imposto il pagamento di una provvisionale di novemila euro alla parte civile, rappresentata dall’avvocato Ferruccio Calamari. L’ulteriore quantificazione dei danni è demandata al giudizio civile. Sulla richiesta di concessione della semilibertà, avanzata dalla difesa, il giudice si esprimerà in altra udienza.