Prima l’aggressione dei cani ai danni di un gatto, poi la lite tra le rispettive “famiglie” umane. Da una parte una signora di 76 anni, proprietaria dei cani, dall’altra una coppia, lui 36enne e lei 31enne, che gestivano in quel condominio di Chiusa Pesio una colonia felina con 21 gatti, non ufficialmente censita. “Quando mi sono affacciata dal balcone ho visto questa scena, tre cani che si contendevano un gatto bianco e nero, pieno di sangue. Sul momento non ho neanche capito fosse il mio” ricorda N.B., finita a processo per minaccia insieme al compagno D.L.M., cui erano contestate anche le lesioni alla vicina. Quindici giorni di prognosi a seguito di uno spintone, secondo quanto era stato riferito. Oltre al graffio del gatto spaventato che la donna aveva sottratto, appena in tempo, alle grinfie dei suoi cani. L’anziana non si è costituita parte civile ma ha confermato in tribunale di aver subito la reazione violenta. La coimputata e testimone del fatto sostiene invece che la vicina si fosse “sentita agitata” e “aggrappata alla rete sedendosi dolcemente a terra”, dopo l’animata discussione verbale. La frase a lei contestata - “te la faccio pagare” - non era una minaccia, dice, ma un riferimento al conto del veterinario: “È una spesa che si può evitare ma anche la sofferenza degli animali si può evitare, bastava una museruola. Glielo avevo già proposto in passato a spese mie. Ho addirittura proposto di contattare un addestratore cinofilo che insegnasse ai cani non attaccare gli altri animali e le persone: lei diceva ‘ormai sono grandi, non imparano più’, ma questo non è vero”. E così i vicini avevano convissuto, è il caso di dire, guardandosi “come cane e gatto”. “Speravo venissero i carabinieri - ha aggiunto l’imputata - perché le dicessero che non può tenere tre cani ovunque. Entravano anche dentro a casa mia, se non li cacciavo: noi eravamo nuovi vicini, questi cani erano abituati a stare liberi”. Il pubblico ministero Alessandro Borgotallo aveva chiesto per entrambi gli imputati una condanna, a sette mesi di reclusione per le lesioni contestate a D.L.M. e a due mesi e 20 giorni per le minacce riferite a entrambi: “Nessuno ci dice che questa donna fosse caduta da sola perché spaventata: lamentava da subito di essere stata spinta dal vicino” ha osservato l’accusatore. Quanto al “te la faccio pagare”, si sarebbe trattato di “una frase che può essere ambivalente, ma è chiaro che l’intento non si limitava al discorso della fattura”. Per l’avvocato Stefano Bova, difensore del vicino accusato di lesioni, a dimostrare l’insussistenza dei fatti sarebbe stata anzitutto la sproporzione fisica tra l’uomo e “una signora di quell’età, portatrice di due protesi”: “I quindici giorni di prognosi sono riferiti alla ferita alla mano, nel tentativo di sottrarre il gatto al cane” ha affermato il legale. Anche l’avvocato Alberto Bovetti, difensore della coimputata, ha parlato di “un condizionamento emozionale determinato da inimicizia o mal sopportazione con i vicini”, negando però che vi fosse stato uno spintone violento o che fossero state proferite vere minacce. Il giudice Elisabetta Meinardi ha infine assolto N.B. dall’accusa di minaccia e condannato D.L.M. a una sanzione pecuniaria di 700 euro.