LIMONE PIEMONTE - Limone Piemonte, assolto un pastore accusato di sfruttamento della manodopera

Gli accertamenti erano partiti dalla denuncia di un albanese. L’uomo, in possesso di un visto turistico, era ospite in una roulotte senza luce e servizi igienici

a.c. 08/03/2023 18:30

Per l’accusa era un caso di evidente sfruttamento della manodopera, per la difesa ad essere sfruttato è stato solo il senso dell’ospitalità del presunto datore di lavoro. Alla fine il giudice Marco Toscano ha mandato assolto W.B., proprietario di un allevamento ovino sui monti di Limone Piemonte.
 
Le indagini nei suoi confronti erano partite nell’agosto 2020 dalle dichiarazioni di un immigrato di nazionalità albanese, in Italia con un visto turistico. L’uomo sosteneva di aver lavorato diversi mesi come malgaro, accudendo le greggi sui pascoli di San Bernardo. Durante quel periodo aveva soggiornato in una roulotte di proprietà di W.B., sprovvista di luce elettrica e di servizi igienici. Dall’interrogatorio dei carabinieri era emerso anche un infortunio in motorino, mai denunciato, collegato alla stessa attività lavorativa.
 
“Un pastore che aveva già collaborato con W.B. ha fatto da intermediario per farlo arrivare in Italia” ha spiegato il maresciallo Giorgio Carboni, all’epoca al comando della stazione carabinieri di Limone. L’albanese si era presentato in caserma lamentando in particolare di non aver ricevuto una paga adeguata: tuttavia non c’era nessun contratto di assunzione - e nemmeno avrebbe potuto esserci, stante il fatto che non era munito di alcun permesso di soggiorno per scopi lavorativi. Quattro giorni dopo, lo stesso soggetto era stato indagato per incendio colposo a seguito di un episodio in cui era andata distrutta la roulotte in cui viveva: un incidente, aveva detto ai militari, avvenuto mentre cucinava.
 
In aula il giudice non ha potuto ascoltare la sua versione dei fatti, dal momento che l’uomo risulta oggi irreperibile. Ha testimoniato invece un amico e collega di W.B., affermando di aver saputo che l’allevatore “aveva intrapreso un iter burocratico per regolarizzare il lavoratore, ma non andò a buon fine perché c’erano problemi con i permessi di soggiorno”. Lui, in ogni caso, non aveva mai visto l’albanese intento a lavorare: “Vicino alla roulotte - ha aggiunto - c’era una casa dove poteva utilizzare il bagno e ricaricare il cellulare”.
 
All’esito dell’istruttoria il pubblico ministero Raffaele Delpui aveva chiesto la condanna per l’imputato a un anno e sei mesi di reclusione più mille euro di multa. Censurabile, a giudizio dell’accusa, soprattutto l’aspetto legato alla retribuzione: “La paga oraria era di 1,5 euro, un compenso da sfruttamento almeno in quattro continenti”. Per la Procura era desumibile anche il mancato rispetto del giorno di riposo settimanale, stanti le dimensioni del gregge con centinaia di pecore a cui badare: “Allo stesso modo l’albanese non sapeva che l’incidente in motorino potesse considerarsi un infortunio sul lavoro. Lo sapeva invece il datore di lavoro che infatti l’ha portato dall’‘aggiustaossa’ anziché in ospedale”. “Nessuno - ha concluso il pm - farebbe venire uno straniero per poi tenerlo ospite in roulotte senza lavorare, chiedendo a un soggetto imprecisato di lasciarlo accedere all’abitazione vicina”.
 
Da parte della difesa, rappresentata dall’avvocato Celere Spaziante, si è insistito in particolare sullo stato dei rapporti tra i due: l’ospite aveva “minacciato W.B. e la sua compagna anche davanti ad altre persone, motivo per cui lui ha sporto querela. Non pago delle minacce ha incendiato la roulotte: i carabinieri hanno notato che al momento dell’incendio i suoi abiti erano stati messi da parte”. In merito alle condizioni della roulotte, il legale ha precisato che “i bagni c’erano e così l’energia elettrica, in comodato d’uso dal vicino: c’era un problema di acqua calda? Possibile, ma eravamo ad agosto e non a gennaio”. In ogni caso, ha aggiunto, “non ci sono prove che lavorasse per W.B., al netto delle dichiarazioni offerte dall’albanese. Il rapporto che li legava non era un’attività lavorativa ma un’ospitalità, tant’è che quando ha capito di non poterlo regolarizzare lo ha invitato ad andarsene”.

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