CUNEO - L’omicida evase dal carcere scavalcando il muro, ma l’allarme sonoro era spento: “Dava fastidio”

Per la fuga lampo di Daniele Bedini dal Cerialdo è a processo un agente penitenziario. All’epoca era appena stato assunto

Andrea Cascioli 09/03/2026 19:45

Una porta (forse) mal funzionante, un allarme che non suonava e una gestione poco chiara della sorveglianza sono gli ingredienti che hanno portato all’unica, clamorosa evasione mai registrata nel super carcere di Cuneo, almeno in tempi recenti. Sulla dinamica di quanto accaduto nell’agosto 2022 oggi si è fatta sufficiente chiarezza: Daniele Bedini, falegname accusato di due omicidi a Sarzana, riuscì ad arrampicarsi a mani nude sulla recinzione durante l’ora d’aria e a dileguarsi nei campi. La fuga della “primula rossa” carrarese, già protagonista di un analogo tentativo di evasione quand’era incarcerato a La Spezia, durò una mezzora appena. Il tempo necessario, per i carabinieri, a bloccare i treni in partenza dalla stazione di Cuneo e identificarlo a bordo. Restano da accertare le eventuali responsabilità sull’evasione lampo del pluriomicida, in seguito condannato a trent’anni per gli assassinii di Nevila Pjetri e di Carlo Bertolotti, detto Camilla. La Procura aveva aperto e poi archiviato un fascicolo a carico del dirigente penitenziario che autorizzò la sostituzione dell’allarme volumetrico con un allarme non sonoro. In sostanza dalla campanella si era passati a un segnale visivo sul monitor, per non disturbare il personale che più volte aveva lamentato falsi allarmi. All’appaltatore il congegno era stato pagato 225mila euro. A processo, con l’accusa di omessa custodia, si trova invece l’agente penitenziario che quel giorno sorvegliava i passeggi verso il campo sportivo e la palestra. G.S., trentenne, aveva preso servizio da un paio di mesi appena ed era ancora in fase di affiancamento. Quel giorno aveva la responsabilità di vigilare sul flusso dei detenuti nell’ultimo tratto dei passeggi. Un ordine di servizio della comandante prescriveva per Bedini una “sorveglianza costante”: “Ma non ricordavo il suo viso, non sapevo se fosse già sceso o dovesse scendere” ha spiegato nell’esame in tribunale. L’errore potrebbe essere stato quello di aver fatto scendere assieme tutti i detenuti, anziché uno per volta come prescritto. Bedini, in ogni caso, attraversò la porta della palestra insieme al compagno di cella - poi rientrato - e rimase per circa quaranta minuti fuori, senza che nessuno dall’interno o dalle garitte sul muro se ne accorgesse. La questione della porta è la più dibattuta tra accusa e difesa: “Non riuscivo a chiuderla perché la serratura non funzionava” ricorda il sorvegliante accusato. Di questo malfunzionamento, peraltro, era stata fatta menzione nelle relazioni fin dal 2019. L’assistente capo che quel giorno dirigeva le operazioni lo nega: “Lo hanno detto quel giorno lì, ma l’ho chiusa io con la doppia mandata e l’ho riferito ai colleghi: secondo me non provavano a sufficienza la serratura”. Il capo posto fu a sua volta oggetto di un rapporto disciplinare, poi annullato dal direttore, per le supposte carenze nella sorveglianza. “Normalmente l’immissione si dovrebbe fare cella per cella, chiudendole di volta in volta: in questo caso non è successo, forse hanno aperto le porte tutte assieme” dice l’allora vicecomandante Nino Di Noto. Gli agenti in servizio quel giorno, aggiunge, erano in nove: “In altri momenti sono stati anche meno, per mancanza di personale. Dal punto di vista del personale eravamo coperti”. Il capo posto invece sostiene che l’organico fosse carente: “Erano disponibili solo G.S. e altri quattro colleghi”. Troppo pochi, afferma, per assicurare quella vigilanza continua a cui il “sorvegliato speciale” avrebbe dovuto essere sottoposto. Il prossimo 25 giugno si attende la discussione del caso.