CUNEO - “Un clima di terrore psicologico” nella cooperativa dei disabili sotto accusa per maltrattamenti

A parlare è una ex bambina della casa famiglia poi divenuta educatrice della “Per Mano”: “Non ho denunciato perché avevo paura di ripercussioni”

Andrea Cascioli 18/06/2026 20:50

Non è stata solo una dipendente della cooperativa “Per Mano”, ma una bimba cresciuta, dai due ai diciotto anni, in quella che era allora una casa famiglia. Il centro diurno “Tetto Nuovo” di Borgo Gesso, a Cuneo, fulcro dello scandalo sui presunti maltrattamenti che ha portato a due diverse inchieste e infine alla chiusura della struttura, sarebbe arrivato dopo. Lei, oggi trentenne e madre di famiglia, per la cooperativa gestita da Marilena Cescon e Manuela Bernardis aveva lavorato come educatrice dopo avervi trascorso l’infanzia. Dice di non aver mai visto picchiare nessuno. Tuttavia, ripercorrendo i suoi anni di lavoro, parla di “un clima di terrore psicologico che è fondamentalmente lo stesso vissuto da me da bambina”. Minacce come “se non ti comporti bene salti il pasto”, ma anche qualcosa di più: lo strattonamento dei capelli a un ospite, i trascinamenti nella “relax room”, la stanza blu che doveva servire per placare le crisi psicomotorie dei pazienti, tutti con doppia diagnosi di autismo e patologie psichiatriche. “Ragazzi difficili” a detta dei loro educatori, anche quelli in tribunale sono venuti per deporre come testimoni e non da imputati. La stanza blu, secondo l’ex educatrice, serviva però anche ad altro: un ragazzo, in particolare, vi veniva rinchiuso non perché aggressivo ma in quanto “noioso”. “Parlava in continuazione, - spiega - con un tono di voce molto alto, aveva il vizio di cantare canzoni”. Lei lavorava in casa famiglia e al centro diurno passava solo qualche volta: le capitava però di sentire quel ragazzo urlare, chiuso in stanza. Cescon e Bernardis, se pure non ordinavano di rinchiuderlo, “sicuramente erano a conoscenza della modalità di gestione dei ragazzi”. L’ex bambina della casa famiglia ammette di aver mentito alla Guardia di Finanza quando fu interrogata al prima volta, nel 2019, dopo il blitz notturno che avrebbe portato al rinvio a giudizio dei vertici e di altri dieci imputati tra infermieri, oss, educatori e psicologi. “Avevo paura di ripercussioni” spiega: “Quando ho appreso finalmente che c’era stato l’arresto, a ottobre, ho richiamato la Finanza dicendo che avevo reso dichiarazioni false e che volevo testimoniare. Mi hanno spiegato che in questa fase non era più possibile, ma che avrei potuto farlo in tribunale”. Il “momento della verità” è arrivato, questa mattina. La teste ha parlato di “un clima talmente vessatorio che Peirone (il coordinatore degli infermieri, ndr) si riteneva minacciato dalla postura che assumeva un’ospite: ‘Stai dritta sennò facciamo i conti’, ‘devi vedere chi comanda’”. Davide Peirone si occupava anche della distribuzione dei farmaci nel turno di notte, quando un solo educatore si fermava con i ragazzi: “Se l’infermiere ‘simpatizzava’ di più col collega che affrontava la notte, preparava una terapia più forte”. Anche in cucina si sarebbero fatti “figli e figliastri”, assicurando pasti migliori alla casa famiglia e peggiori agli ospiti del centro diurno: “Era notorio che i nostri pasti fossero di gran lunga migliori di quelli preparati nella cooperativa, per noi il cibo non mancava mai”. L’indagine è stata lunga e tormentata, i primi fatti contestati risalgono addirittura al 2014. Non stupisce quindi che fra i testimoni che via via si avvicendano ricorrano frequenti i “non ricordo”. Sul tema del cibo, però, tutti sono concordi nel riferire che il cuoco si lamentava spesso di trovarsi a corto di derrate e di non poter rispettare i menù concordati con l’Asl. “Ero convinta che chi faceva quel lavoro sapesse cosa stava facendo e fosse nel giusto. Qualche dubbio però mi era venuto” confida un’addetta alle pulizie, riferendo un episodio che sarebbe accaduto proprio in mensa: “Ricordo di aver visto da un operatore comportamenti un po’ particolari, durante il pranzo cercava di placare la crisi di una ragazza trascinandola in una stanza”. Dal cuoco, aggiunge, le era stato raccontato un fatto ancora più anomalo: in un’occasione una delle infermiere avrebbe lanciato un coltello in direzione di una disabile. Per uno degli operatori socio sanitari, quel lavoro era come “una vacanza”. Si trattava di far passare le ore, senza troppa attenzione alla qualità delle “attività educative”: “Gli oss facevano gli educatori, gli educatori facevano gli oss. Io facevo disegnare, ma non avevo capacità tecniche”. Era la prima volta che si approcciava a ragazzi autistici: “Le mie perplessità erano quelle di una persona che entrava in questo mondo, qualche domanda me la facevo. A volte ci mandavano in passeggiata da soli con quattro o cinque ragazzi molto aggressivi: io ero preoccupato, una volta avevo chiamato Marilena con una scusa perché non volevo portarli. Ce ne lamentavamo tra colleghi e anche a Marilena dicevamo che per questa attività non avevamo né i mezzi né le conoscenze: lei se ne fregava altamente, diceva ‘se volete la porta è quella’”. Un educatore ammette di aver somministrato terapie senza titolo a farlo: “Sapevo che non era mia competenza, ma Peirone mi aveva chiesto di farlo lo stesso. Io in quel momento avevo bisogno di lavorare, facevo quello che mi veniva detto”. Il problema è che la terapia non sembrava portare risultati: “I farmaci servono a stare meglio, non a stare peggio: se pure assumevano farmaci, li vedevo con comportamenti molto aggressivi, molto esaltati. Si parlava di un responsabile sanitario ma sembrava un castello di carte: tutti dicevano che ci fosse, io non l’ho mai visto”. Aveva visto invece la chat “informale” tra i colleghi. Quella dove gli indagati, secondo le accuse, si sarebbero scambiati immagini umilianti dei pazienti e commenti spregiativi: “Non ti preoccupare stanotte ne saccagno qualcuno, così torno al primo posto” scrive uno degli oss. Ma quelli erano solo scherzi di cattivo gusto, assicura l’educatore: “Lui è l’ultima persona che avrebbe fatto cose di questo genere. Si facevano commenti idioti che io non consideravo belli, ma non potevo farci niente”.