FOSSANO - Lo Stato dovrà risarcire la famiglia di Giovanni Morzenti: “Fu ingiusto processo”

Verdetto di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo. L’ex amministratore della Riserva Bianca finì in carcere per concussione nel 2014 e morì tre anni dopo

a.c. 21/07/2021 16:43

 
Giovanni Morzenti ha subito un ingiusto processo e per questo lo Stato italiano dovrà procedere ad un risarcimento nei confronti dei suoi familiari ed eredi. A stabilirlo, con un giudizio definitivo, è la Corte europea dei diritti dell’uomo, alla quale Morzenti prima e i suoi familiari dopo avevano fatto ricorso.
 
Nato a Vilminore di Scalve, in provincia di Bergamo, il 25 novembre del 1950, Morzenti si era trasferito a Fossano dopo il servizio militare come sottoufficiale dei carabinieri. Imprenditore e manager, da appassionato di sci era divenuto amministratore delegato della Lift, la società che gestisce gli impianti della Riserva Bianca di Limone Piemonte. Tra il 2007 e il 2011 ricoprì anche la carica di presidente della Fisi, la Federazione italiana sport invernali: incarico che dovette lasciare a seguito di un’irregolarità elettiva.
 
Nel luglio del 2008 Morzenti era stato rinviato a giudizio dal tribunale di Cuneo per concorso in concussione aggravata ai danni di altri due imprenditori cuneesi, Francesco Pejrone e Osvaldo Arnaudo. Gli episodi contestati risalivano ai mesi di aprile e giugno 2006. Il 28 gennaio 2011, dopo aver ascoltato diversi testimoni, il tribunale dichiarò Morzenti colpevole per i fatti di aprile ma lo assolse per l’episodio di giugno, in quanto riteneva che le dichiarazioni della presunta vittima non fossero adeguatamente sostenute dalla versione di altri testimoni ascoltati durante il dibattimento. Inoltre vi erano incongruenze nel racconto del testimone che né lui, né le indagini preliminari sarebbero riusciti a spiegare. Queste incongruenze - secondo il tribunale - erano essenziali per determinare la sussistenza del reato. L’accusa e la parte civile impugnarono il giudizio e con sentenza del 17 aprile 2012, la Corte d’Appello di Torino dichiarò l’imprenditore di origini bergamasche colpevole di tutte le accuse mossegli. Morzenti fece ricorso lamentando in particolare il fatto che i giudici di appello lo avessero ritenuto colpevole anche i per fatti per cui era stato assolto in primo grado senza aver sentito direttamente il testimone dell’accusa.
 
Questa circostanza è alla base della censura operata dalla Corte di Strasburgo. In sei pagine di sentenza, si sostiene che ci sia stata nei confronti dell’imputato una violazione dell’articolo 6 della Convenzione sui diritti dell’uomo: “Il ricorso riguarda la condanna penale del ricorrente (Morzenti) in Appello, che era stato assolto in primo grado. La Corte d’Appello ha infatti dichiarato Morzenti colpevole, senza però aver sentito nuovamente il testimone dell’accusa”. Fondato, secondo i giudici europei, il richiamo all’articolo della Convenzione che sancisce il diritto di ogni persona a un equo processo.
 
La Corte di Strasburgo motiva così la sua censura rispetto all’operato dei giudici italiani: “La presunta vittima aveva sempre fatto riferimento agli stessi fatti nelle sue varie deposizioni e aveva spiegato le ragioni delle contraddizioni che queste sembravano accludere. Supponendo che rimanessero nella sua testimonianza incongruenze o confusioni, questi elementi sarebbero stati sufficientemente compensati da altre prove raccolte, in particolare dalle dichiarazioni di testimoni, dal documento che il ricorrente aveva utilizzato per esercitare pressioni per raggiungere i suoi fini sull’imprenditore che si riteneva vittima e da elementi ottenuti mediante ascolto ambientale”. Pronunciando un verdetto di condanna senza aver ascoltato questa testimonianza, la corte avrebbe quindi violato i diritti della difesa.
 
In seguito alla condanna per concorso in concussione aggravata - diventata definitiva a dicembre 2014 - Gianni Morzenti fu arrestato e portato in carcere a Cuneo per scontare la pena di 4 anni e 5 mesi. Malato da tempo, morirà nella notte tra il 29 e il 30 aprile 2017 in seguito a una grave complicazione polmonare.
 
Così commentano oggi i suoi congiunti: “Una sentenza importante per la famiglia, che però lascia l’amaro in bocca, visto che Gianni Morzenti è morto a 66 anni, nell’aprile del 2017, con la consapevolezza, pesante come un macigno, di non aver avuto una giustizia giusta nel suo lungo iter processuale, che lo ha portato anche in carcere. E se non fosse stato dichiarato colpevole per i fatti del giugno 2006 dalla Corte d’Appello di Torino - e lo ha fatto, secondo Strasburgo, in maniera ingiusta - avrebbe potuto beneficiare dell’indulto ed evitare la detenzione”. Forse, aggiungono i familiari, “se la Corte d’Appello di Torino non avesse disatteso le procedure che ora la Corte europea per i diritti dell’uomo ha considerato violate, dalle quali ne è scaturito un processo senza una equa difesa per Gianni Morzenti, la sua storia e quella della sua famiglia avrebbe potuto prendere tutta un’altra piega”.

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