FOSSANO - Picchiò la figlia con un flauto perché lasciasse il fidanzatino: condannata una mamma di Fossano

“Non voleva ci vedessimo solo perché lui è marocchino” ha detto la ragazzina, di origini albanesi. Oggi lei vive coi nonni: “I rapporti con mia madre vanno meglio”

a.c. 14/01/2022 18:21

Non voleva che sua figlia, appena quindicenne, proseguisse la sua relazione con un fidanzato di due anni più grande. Questa, secondo la ragazza, l’origine del violento litigio scatenatosi nella loro abitazione di Fossano in un pomeriggio di marzo del 2020, durante il primo confinamento per il Covid.
 
“Era già accaduto che sentissimo le urla di sua madre di notte, ma conoscevo poco la ragazza. L’avevo vista solo due o tre volte” ha spiegato al giudice una vicina di casa. Al suo intervento si deve la catena di eventi che ha portato alla denuncia presso i carabinieri e poi al processo a carico della madre della giovane, una donna di origini albanesi, accusata di abuso dei mezzi di correzione. L’adolescente in questione, Martina (nome di fantasia), si era presentata a casa dei vicini dopo che la madre era uscita per recarsi a lavoro: chiedeva se potessero prestarle una pomata per lenire il dolore provocato da un livido sul braccio. La donna però voleva vederci chiaro e aveva chiesto altre spiegazioni: “Non era un ematoma che poteva essersi procurata per caso, sbattendo contro qualcosa. Per questo le ho chiesto cosa fosse successo e Martina dopo un po’ aveva ammesso che sua madre l’aveva picchiata con un bastone”. Per giunta aveva ematomi su entrambe le gambe e unghiate sul collo.
 
La vicina aveva chiesto a Martina il permesso di fotografare quelle lesioni, poi l’aveva indotta a raccontare qualcosa di più: “Non volevo sporgere denuncia senza prima parlarne con lei, perciò le chiesi se era cosciente del fatto che ciò che le era accaduto non andava bene. Disse che era già successo altre volte e che anche il fratello, quando abitava con lei e con la madre, l’aveva picchiata e in un’occasione le aveva rotto il naso. Martina aveva scattato delle fotografie e le aveva inviate alle compagne di classe”. La mamma della ragazzina, il giorno dopo, avrebbe ammesso con i vicini che “la cosa le era sfuggita un po’ di mano” e menzionato la sua contrarietà al rapporto sentimentale intrecciato da sua figlia.
 
“Con quel ragazzo mi sentivo già da un anno o due ma lui era in comunità ed era marocchino. Mia madre si opponeva al nostro rapporto solo per questo motivo” ha spiegato la giovane, oggi sedicenne. Quanto alle circostanze del litigio, a procurarle quelle ferite non sarebbe stato un bastone ma un flauto di plastica con cui la mamma l’aveva colpita alle gambe: “Mi ha messo le mani addosso, ci sono anche stati schiaffi non troppo violenti. I litigi tra noi c’erano quasi sempre, ma quello è stato l’episodio più grave”. Martina dopo la denuncia è stata tolta dalla custodia della madre e affidata ai nonni: “Mia mamma la sento ancora, i rapporti tra noi sono migliorati da quando non viviamo più insieme”.
 
Il pubblico ministero Anna Maria Clemente aveva chiesto di riqualificare il reato contestato in quello, più grave, di violenza privata. “Comprensibile il disagio della teste nel deporre contro un genitore: parla di ‘litigi normali’, ma non è proprio così” ha affermato la rappresentante della Procura, menzionando la testimonianza della vicina e ricordando che “anche laddove ci sia una finalità correttiva nei confronti della figlia, questa pretesa non può valere come scriminante della violenza”. Per l’imputata era stata chiesta quindi una condanna a dieci mesi di reclusione.
 
L’avvocato Serena Mariano ha sottolineato che “l’episodio oggetto del processo è uno solo e la sua attribuibilità non è certa, nella misura in cui la vicina non vi ha assistito. Non si sa bene quale situazione fosse ‘sfuggita di mano’ alla signora, se si riferisse alla semplice litigata”. Il difensore, inoltre, ha ricordato la diversa provenienza culturale della famiglia e le condizioni sociali della madre: “Parliamo di una signora separata che lavorava anche in orari notturni, per poter mantenere la famiglia a fronte di un padre assente”. La sentenza di condanna pronunciata dal giudice Sandro Cavallo ha fissato in cinque mesi la pena finale, con il beneficio della sospensione condizionale.

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