MONDOVÌ - Aggredì la compagna dopo una lite, condannato un 34enne: “Sconvolti per la morte di nostro figlio”

“Volevo vivere il mio dolore, ma non mi era permesso” ha detto lui, negando le violenze. La donna lo aveva denunciato dopo continui scontri: “Ero stanca degli insulti”

a.c. 17/07/2023 18:24

“Eravamo quattro persone in preda a un dolore che non si può descrivere”: così un 34enne, all’epoca residente in un piccolo comune della val Mongia, giustifica le continue liti con la compagna che l’hanno portato al processo e alla condanna per lesioni aggravate.
 
La più grave, da cui è scaturita la denuncia della donna, risale alla primavera dello scorso anno. Un momento terribile per la coppia, che solo poco tempo prima aveva affrontato la morte di uno dei due figli, deceduto ad appena due mesi d’età. A questa tragedia la donna ricollega la definitiva rottura, dopo anni già difficili: “Abbiamo passato una tragedia e lui non è stato mai d’aiuto, né prima né dopo la morte del bambino: mi accusava anzi di essere colpevole, perché non ero a casa quel giorno”. “Ci siamo accusati a vicenda, dicendoci di tutto e di più. In quel momento le parole non avevano senso” ammette lui, dicendosi anche “dispiaciuto di non essere stato in grado di sostenere la famiglia dopo la morte di mio figlio”: “Volevo solo vivere il mio dolore, ma non mi era permesso piangere in quella casa”.
 
Il giorno della lite violenta, l’uomo aveva lasciato l’abitazione comune insieme all’altra figlia. “Ero stanca degli insulti” spiega la ex compagna: “Quando è tornato a casa sono andata a parlargli e gli ho detto che non volevo più avere niente a che fare con lui, chiedendogli di andarsene. Lui ha detto che non voleva, perché aveva pagato la luce: abbiamo iniziato a lottare e mi ha buttata sul divano”. A porre fine all’aggressione sarebbe stato poi l’intervento della madre della donna, la quale viveva insieme al compagno nello stesso stabile, di proprietà della famiglia di lei. Non sarebbe stata la prima volta che una lite finiva in quel modo, stando alle dichiarazioni della persona offesa: “Una volta mi aveva fatta sanguinare. Un’altra volta mi aveva buttata sul letto mentre ero incinta della prima figlia e mi aveva sputato in bocca. Diceva che avrebbe fatto in modo che sembrassi pazza per portarmi via la bambina”.
 
L’imputato ha ammesso di aver cercato di afferrare con la forza il cellulare di lei, ma ha negato di aver usato violenza in modo consapevole: “Non ha mai avuto intenzione di farle male, volevo solo prendere il telefono. Lei urlava di voler chiamare i carabinieri, volevo per evitare una nuova scenata per nulla”. Dai carabinieri la donna sarebbe comunque andata il giorno successivo, portando con sé foto e referti dell’ospedale: il maresciallo Rocco Gallo, comandante della stazione di Mombasiglio, ricorda di averla vista con “la faccia un po’ gonfia”. Al giudice, che gli aveva chiesto se non si fosse accorto di nulla, l’imputato ha risposto soltanto che di fatto lui e la sua compagna si vedevano poco già in quel periodo.
 
La documentazione sanitaria e la testimonianza del militare sono tra gli elementi che hanno indotto il pm Luigi Dentis a chiedere per il 34enne la condanna a dieci mesi di reclusione: “Non sono percosse selvagge, ma sono lesioni compatibili con questa dinamica” ha sostenuto il procuratore, osservando anche che “tutti i testi hanno detto che questo fatto è avvenuto in un momento di particolare stress, ma questo stress era presente in tutti, non solo nell’imputato”. “La signora rimane la vittima di questa relazione al di là dell’episodio” ha affermato l’avvocato Giorgio Giacardi, per la parte civile. Il difensore, avvocato Nicola Clerici, aveva chiesto invece l’assoluzione per particolare tenuità del fatto: “L’episodio non può prescindere dalla tragedia familiare, un fatto che ha avuto ripercussioni sulla salute mentale di tutti”.
 
Il giudice Marco Toscano ha emesso sentenza di condanna a quattro mesi di reclusione, disponendo la sospensione della pena e il pagamento di mille euro di danni alla persona offesa.

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