CAMERANA - La baruffa fra clienti “devoti a Bacco” resta senza colpevoli: nessun risarcimento per il locale

In quattro, compreso il suocero del titolare, erano finiti a processo dopo le botte in un ristorante a Camerana. All’origine le molestie a una ragazza

Andrea Cascioli 23/06/2026 17:55

Nessuna rissa e nessun risarcimento riconosciuto: si chiude senza conseguenze penali la vicenda che ha portato a processo quattro persone, dopo una domenica agostana tra vino e baruffa. La scena è un ristorante di Camerana, dove tre degli imputati si trovavano seduti ai tavoli come clienti. Il quarto, G.R., suocero del titolare del locale, era stato coinvolto in seguito nella loro disputa. A pranzo quel giorno si trovavano due coppie, G.C. con il cognato A.M e le rispettive compagne. A un tavolo vicino sedeva S.T. con la sua fidanzata. Più ancora del vino, galeotto sarebbe stato il limoncello, almeno secondo il proprietario del ristorante: “Ne avevano bevuto un pintone” ha raccontato. Secondo i testimoni, le due donne avrebbero bevuto tanto da sentirsi male e allontanarsi sul piazzale. G.C. e A.M., a quel punto, avrebbero iniziato a rivolgere pesanti avances sia verbali che fisiche alla fidanzata dell’altro cliente, in quel momento lontano dal tavolo. Al suo ritorno si erano scatenate le violenze. Nel parapiglia erano finiti in frantumi piatti e bicchieri, separè di plexiglass a terra e un fungo riscaldante. G.R., uscito dalla cucina, aveva cercato di frapporsi: uno dei clienti coinvolti nella rissa lo accusava di avergli rotto il naso con un pugno. Recriminazione reiterata anche in una successiva recensione su Google, dove era stato scritto quanto segue: “Si mangia bene però alla fine del pasto ti prendono a pugni in faccia. Attenzione è un’esperienza forte”. A vario titolo la Procura contestava ai quattro le imputazioni di rissa, danneggiamento, lesioni personali e violenza privata. Per tutti e quattro il pm Gianluigi Datta aveva chiesto condanne comprese fra sei mesi e un anno e sei mesi. L’ipotesi di violenza privata, formulata a carico di S.T., traeva origine dal tentativo di estrarre dall’auto il proprietario dell’attività che era sopraggiunto dopo il parapiglia. L’avvocato Massimo Badella ha rappresentato sia la posizione di G.R. come imputato che quella del ristorante come parte civile: “Si è cercato da più parti di sminuire la rissa ma ci sono stati colpi al viso, persone aggredite mentre erano a terra, sedie sbattute su chi era in terra, piatti che volano”. “Un fatto di quella dimensione - ha aggiunto - incide sull’immagine del locale al di là del danno provocato: è stata una scena da Far West”. L’avvocato Paolo Bolley, difensore di S.T., ha invece sostenuto che il ristorante non avesse documentato a sufficienza i danni subiti: “Il tafferuglio nasce quando era già stato servito il limoncello, quindi verosimilmente era tutto sparecchiato: si parla di un fungo caduto a terra, siamo sicuri che sia stato danneggiato?”. Anche per l’avvocato Emanuela Tropini, che difendeva i cognati G.C. e A.M., il danno era “non dimostrato”: “Oltre a non produrre nessun documento, non è stata prodotta neanche una foto dello stato dei luoghi”. La sentenza del giudice Elisabetta Meinardi inguaia però una testimone, la sorella di A.M.: in aula la donna aveva dichiarato di non aver notato nessuna rissa e aveva negato anche che il fratello e il cognato fossero ubriachi, semmai “allegretti”. Nei suoi confronti verrà vagliata la possibile sussistenza del reato di falsa testimonianza.