VICOFORTE - La guerra sul testamento del capitano finisce senza colpevoli

Il patrimonio milionario di un ex comandante di mercantili era conteso tra la vedova e un promotore finanziario cebano, finito a processo per circonvenzione

in foto: il capitano Domenico Delfino

Andrea Cascioli 06/03/2026 18:50

Non ci fu raggiro dietro al testamento siglato da un anziano capitano di marina di Pietra Ligure, Domenico Delfino, in favore di un promotore finanziario che aveva conosciuto pochi anni prima di morire. Il tribunale di Cuneo ha assolto l’uomo dall’accusa di circonvenzione d’incapace in danno dell’allora 92enne Delfino e della vedova, una signora originaria di Vicoforte, autrice della denuncia contro di lui. La travagliata vicenda giudiziaria risale all’estate del 2020, pochi mesi dopo la morte dello stimato ex comandante di navi mercantili. Ad allertare un avvocato era stato il parroco di Pietra Ligure, don Giancarlo Cuneo, dopo un colloquio con la vedova Delfino: “Una sera mi ha chiamato perché le era arrivata una busta e voleva sapere di cosa si trattasse. Era il testamento di suo marito, nel quale era scritto che l’erede era un altro e che a lei era lasciata solo una disponibilità liquida e l’usufrutto dei beni”. Quell’altro era appunto C.C., all’epoca 42enne e residente a Vicoforte, ovvero il promotore che qualche anno prima era diventato intimo degli anziani coniugi. A presentarlo ai suoi parrocchiani era stato il predecessore di don Cuneo, monsignor Ennio Bezzone: “Ci conosciamo da quando era bambino, siamo entrambi di Ceva” ha ricordato il religioso. Lavorava per una banca cuneese ed era stato incaricato di gestire clienti in zona: “Mi chiese se conoscessi persone interessate”. In favore di monsignor Bezzone i signori Delfino avevano stilato un precedente testamento nel 2016, con l’accordo che i beni sarebbero passati prima al coniuge superstite e poi a lui, in cambio dell’impegno ad assicurare loro assistenza. Quando il parroco era stato trasferito a Imperia, aveva informato il successore: “Nei primi tempi, essendoci un onere morale, mi recavo da loro ogni settimana, o lo facevano persone di fiducia”. Con l’entrata in scena del promotore, sostengono entrambi i sacerdoti, i rapporti con la donna si sarebbero raffreddati. Il capitano nel frattempo aveva subito un ricovero ed era stato messo in casa di riposo a Vicoforte nell’estate del 2019: sarebbe morto un anno dopo, vittima della prima ondata di Covid. “Non ho saputo del cambio di testamento fino alla morte del comandante. È lui la vera vittima di questa vicenda” sostiene il monsignore. L’eredità ammonta all’incirca a un milione di euro, tra conti correnti e immobili. C’erano l’abitazione di famiglia dei coniugi, suddivisa su due piani, e un villino in via Soccorso, ma anche beni di valore come alcune zanne di elefante acquistate dal capitano. Non si è trovata traccia invece dei gioielli che diversi testimoni sostenevano di aver visto indosso alla signora in svariate occasioni: la cassetta di sicurezza, rivenuta nell’abitazione principale dei coniugi, era infatti vuota. All’esito dell’istruttoria, è stato lo stesso pubblico ministero Luigi Dentis a chiedere l’assoluzione dell’accusato: “La tesi scientifica del consulente del pm e della difesa divergono, ma ci dicono entrambe che non c’è una diagnosi di demenza”. All’amico di famiglia si imputa di aver tenuto una condotta i cui elementi “di per sé possono essere considerati assolutamente equivoci”, ma nulla di più. Per la vedova, uscita dal processo dopo un accordo sulla suddivisione dei beni e oggi ospite di una casa di riposo, affidarsi al promotore rappresentava “una sostituzione del punto di riferimento” dopo la morte del marito. “Ha perso il lavoro ed è stato attaccato sui giornali, ma contro di lui c’è solo uno storytelling che non regge alla prova processuale” ha sostenuto l’avvocato Alberto Summa, riferendosi al suo assistito. Un primo procedimento della Procura di Cuneo, ricorda il legale, si era chiuso con l’archiviazione: riguardava una presunta falsificazione delle firme testamentarie e aveva coinvolto anche un notaio. Poi la denuncia, ispirata da quello che il legale ritiene essere “un interesse assolutamente venale” dei due sacerdoti. C’era il “giallo” della vendita del villino, portata avanti dall’imputato dopo la morte del capitano e poi bloccata. “Esisteva una volontà attestata già quando era vivo Delfino” fa presente l’avvocato, respingendo i sospetti su una “svalutazione” dell’immobile: “È una casa vecchia, il prezzo non è codificato come quello di un appartamento: è stata una trattativa normalissima”. Il giudice Marco Toscano, accogliendo la richiesta della difesa, ha pronunciato sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste.