Non è bastata la perizia commissionata dalla Procura di Cuneo a chiarire il mistero che da sessant’anni avvolge la morte di Corrado Gex e di altre sette persone. Il 34enne parlamentare dell’Union Valdôtaine morì il 25 aprile 1966 sull’aereo che lui stesso stava pilotando, schiantandosi nei pressi di Castelnuovo di Ceva. Insieme al pilota perirono Giuseppe e Wilma Andorno, Giuseppe Chiavenuto, Maria Coudre, Plinio Maglione, Edy Tillot e Maria Adriana Zagari. La comitiva rientrava in Valle d’Aosta a bordo di un Pilatus Porter, partito da Le Castellet in Francia, dopo un gemellaggio. Dopo una sosta ad Albenga, l’apparecchio riscontrò condizioni meteo in peggioramento con nuvole basse. Abbassandosi a bassa quota l’aereo colpì gli alberi e si schiantò su una collina. Esperto aviatore - era stato il primo in Italia ad ottenere l’autorizzazione all’atterraggio su un ghiacciaio -, Gex era avviato a una brillante carriera in politica: di lì a poco sarebbe diventato viceministro dei trasporti. All’epoca dell’incidente una commissione d’inchiesta aveva attribuito a “un errore del pilota” la causa del disastro. Successive inchieste negli anni hanno vagliato piste alternative, dall’avvelenamento col gas nervino all’esplosione a bordo, fino alla riapertura del fascicolo nel 2020. Il procuratore di Cuneo Onelio Dodero aveva affidato ai consulenti Cristina Cattaneo, Domenico di Candia e Debora Mazzarelli il compito di esumare i resti di Gex, poi nuovamente tumulati nel cimitero di Arvier, vicino Aosta, lo scorso aprile. “Non è possibile per lo stato di avanzata decomposizione risalire alla esatta causa di morte” scrivono gli esperti nella loro relazione, affermando di non poter stabilire se le lesioni contusive accertate siano state prodotte quando Gex era in vita oppure no. In merito alla possibile presenza di gas nervino i consulenti parlano di “tracce coerenti con la presenza di Isopropyl S-2-diisopropylaminoethyl methylphosphonothiolate (nervino Classe V2)”. Tuttavia la concentrazione definita “estremamente bassa”, oltre all’“avanzato stato di degradazione dei campioni, la complessità delle matrici e l’assenza di marcatori secondari provenienti da degradazione”, impongono una “valutazione prudente” sulla possibilità di un avvelenamento: “Non è possibile esprimersi in termini di certezza poiché non è dato conoscere la concentrazione del principio attivo (qualora presente) in circolo al momento del sinistro”. Anche l’ultima inchiesta si avvia quindi a una probabile conclusione senza un responso definitivo sulle cause del disastro.