MONDOVÌ - Mobbing “in famiglia” alla mensa aziendale, il giudice assolve la zia accusata dalla nipote

La denuncia, poi ritirata, aveva portato a processo una ex aiuto cuoca. All’origine del dissidio, secondo la persona offesa, una questione di eredità

Andrea Cascioli 05/05/2026 17:50

Era una questione tra colleghi di lavoro, ma anche tra parenti, quella che il tribunale di Cuneo si è trovato a giudicare nella vicenda che opponeva una aiuto cuoca - oggi in pensione - alla nipote, addetta della stessa mensa aziendale. La più giovane delle due donne affermava addirittura di essersi licenziata, dopo cinque anni di lavoro, proprio a causa delle vessazioni subite: “Mi derideva dicendomi che ero lenta, cosa per cui invece non avevo mai ricevuto lamentele. Fischiettava per schernirmi e ripeteva di continuo frasi come ‘non sei capace a lavorare’ e ‘non vali niente’, accusandomi di lasciare le stoviglie sporche davanti a chi veniva a mangiare. Al cuoco diceva di continuo che non svolgevo certe mansioni”. “Aveva preso anche a lanciare le teglie e a fare dispetti che non hanno senso, mettendo teglie pulite tra quelle da lavare” ha confermato un’altra dipendente della mensa. All’origine del dissidio, sostiene la persona offesa, ci sarebbe stata una questione familiare di eredità contese, che opponeva sua madre alla zia. L’accusata, dipendente della stessa società per 42 anni in uno stabilimento del Monregalese, ha invece ricondotto tutto a un’ostilità della nipote - “forse per gelosia” - nel momento in cui lei era stata nominata responsabile. “Dovevo dire a tutti cosa fare per mandare avanti il lavoro” ha spiegato in aula l’imputata, negando di aver mai avuto atteggiamenti vessatori nei confronti della nipote o di altri: “Conoscevo tutti dopo tanti anni e ho sempre avuto buoni rapporti con tutti”.  All’esito dell’istruttoria, dopo la remissione di querela, il pm Anna Maria Clemente aveva chiesto una condanna a un anno e due mesi: “Si è realizzato una sorta di mobbing lavorativo mettendo in atto condotte vessatorie che hanno avuto ripercussioni sulla salute della persona offesa, specie quella psichica”. Una versione smentita invece dalla difesa, con l’avvocato Livia Bonino: “È vero che le due sono parenti e che l’imputata e la madre della persona offesa hanno avuto problemi di eredità, ma era quest’ultima ad essere stata esclusa dall’eredità dei genitori. Zia e nipote hanno lavorato insieme sia prima che dopo la questione dell’eredità e c’è una confidenza tra loro che non c’è con altri colleghi, ma questo non vuol dire che lei la denigrasse”. Il suo, aggiunge, “non era un atteggiamento ‘particolare’ nei confronti della nipote, ma una necessità di fare in modo che tutti svolgessero nel migliore dei modi il loro lavoro”. Il giudice Marco Toscano ha accolto questa prospettazione, assolvendo l’imputata perché il fatto non sussiste.