Non amava definirsi secondo etichette rigide e forse è anche per questo che Ovidio Melis ha lasciato un segno così personale nella scena artistica del Cuneese. La sua scomparsa, a 74 anni, priva Montaldo di Mondovì di una presenza discreta ma costante, capace di animare il dibattito culturale e di sorprendere con una produzione mai prevedibile. Chi lo ha conosciuto racconta di un artista sempre in movimento, insofferente alle formule replicate e attratto piuttosto dalla contaminazione. Pittura e scultura convivevano nel suo laboratorio come strumenti complementari di un’unica indagine: comprendere la realtà attraverso la trasformazione della materia e dell’immagine. Nel tempo, il suo lavoro si è imposto per una cifra stilistica che non cercava l’adesione a una corrente precisa, ma costruiva ponti tra suggestioni lontane. Il percorso che lo aveva portato in Piemonte affondava le radici in Sardegna. Nato a Domusnovas, nel territorio del basso Campidano, Melis aveva lasciato l’isola insieme al fratello, scegliendo di stabilirsi definitivamente nel Nord Italia. Quel trasferimento non fu soltanto geografico: segnò l’inizio di una fase di maturazione, in cui le memorie mediterranee si intrecciarono con il nuovo contesto culturale piemontese, dando vita a un dialogo silenzioso tra origini e approdo. L’inclinazione artistica si era manifestata molto presto. Adolescente, aveva iniziato a sperimentare con i colori e con il disegno, rimanendo colpito dall’universo visionario del surrealismo. L’opera di Salvador Dalí rappresentò per lui una prima rivelazione: non tanto un modello da imitare, quanto la prova che l’arte potesse dare forma all’inconscio e al sogno. Da lì prese avvio una ricerca che non si sarebbe più arrestata. Negli anni, Melis ampliò progressivamente il proprio orizzonte. Alle tensioni immaginifiche affiancò un interesse per la forza gestuale dell’action painting, guardando anche all’esperienza di Jackson Pollock. Allo stesso tempo, studiò con attenzione la costruzione spaziale e la disciplina formale della grande tradizione figurativa europea: dalla solidità rinascimentale alla precisione analitica dei maestri fiamminghi, fino alle atmosfere della pittura ottocentesca. Il risultato non era un collage di citazioni, ma un linguaggio personale, stratificato, talvolta spiazzante. La sua attività espositiva lo portò a confrontarsi con pubblici diversi. Tra le sedi che accolsero le sue opere figura anche l’Accademia di Torino; negli anni Novanta il suo lavoro approdò inoltre a Roma e Brescia, ampliando la rete di contatti e riconoscimenti. Parallelamente, collaborò con architetti e progettisti per interventi e allestimenti, portando la propria sensibilità artistica anche in contesti legati allo spazio e all’abitare. A Montaldo di Mondovì non resta soltanto il ricordo delle sue mostre o delle opere disseminate nel territorio, ma quello di un uomo curioso, pronto al confronto, capace di osservare il presente con sguardo critico e insieme meravigliato. Ovidio Melis lascia la sorella Anna e il fratello Giorgio. Con lui scompare una voce autonoma, che ha scelto di costruire lontano dai clamori un itinerario coerente e libero, affidando all’arte il compito di interrogare, più che di rassicurare.