Nel breve periodo trascorso a Murazzano risiedevano a pochi passi dalla caserma dei carabinieri. Eppure non solo non erano arrivate richieste di aiuto, ma loro non li avevano neppure notati: “Mai visti in paese” conferma il maresciallo Salvatore Frisenda, comandante della locale stazione. Papà, mamma e due bambine, i “fantasmi” della casa di fronte, si erano materializzati solo quando lei era stata convocata in caserma con una scusa: “Accertamenti amministrativi” le avevano detto i militari. In realtà volevano sincerarsi delle sue condizioni, visto che la famiglia della donna, dalla Calabria, chiedeva ormai da un mese di mettersi in contatto con lei, senza risultato. Il marito aveva preteso di accompagnarla anche in quell’occasione, anzi rifiutava di lasciarla da sola con i carabinieri: “Sono geloso, non mi fido”. Dalle confidenze di lei era emerso in effetti un quadro di gelosia patologica, tale da motivare l’immediato allontanamento e il trasferimento di mamma e bambine, presso un alloggio fornito dal centro antiviolenza di Ceva. L’uomo l’aveva presa molto male, ricorda il maresciallo: “Ha dato in escandescenza e ha abbassato i pantaloni, mostrando il pene e urlando ‘a mia moglie non gli basta questo?’”. Stamane non è comparso in aula a Cuneo, dove è accusato, oltre che di maltrattamenti, anche di sequestro di persona. Alle operatrici del centro, nel periodo successivo alla denuncia, la donna ha raccontato che il marito non le consentiva di chiamare i parenti lontani, tenendola in isolamento e minacciandola. “Nei vari spostamenti, in Germania e poi in Lombardia e Piemonte, lui si insospettiva degli eventuali contatti con altri uomini: cambiavano spesso abitazione proprio a causa della sua gelosia” riferisce una volontaria. Lui lavorava come idraulico, accettando però solo pochi interventi per non doversi allontanare troppo a lungo: portava con sé moglie e bambine, chiuse in macchina. In un’occasione, la giovane mamma sarebbe stata addirittura rinchiusa nel bagagliaio perché lui non voleva permetterle di incontrare suo padre: all’epoca lei era incinta di otto mesi. Per un breve periodo avevano vissuto con i genitori di lei, in un paese del Cosentino. Ma neanche allora le era stato permesso di frequentare il resto della famiglia: “Prima del 2022 le mie nipoti le ho viste una volta sola, a casa di mia nonna” dice il fratello della donna. A Murazzano vivevano in un’abitazione con tre serrature, una fissata con un lucchetto. Lui non voleva nemmeno che la moglie uscisse sul balcone: per controllare che non lo facesse, aveva raccontato in seguito lei, infilava degli stuzzicadenti tra gli infissi. “Disse che alle bambine fisicamente non aveva mai fatto male, - sottolinea l’operatrice sociale chiamata a testimoniare - ma continuava a dire loro ‘non chiamatemi papà perché non sono il vostro padre’, accusando la loro mamma di aver avuto rapporti con altri uomini”. Chi l’assisteva nei mesi successivi alla separazione è stata testimone anche dei successivi tentativi dell’uomo di riavere indietro ciò che gli era stato “tolto”: “Il giorno dopo l’arrivo in alloggio diceva che voleva spegnere il cellulare perché le arrivavano vocali da lui: piangeva ed era disperato, prometteva di cambiare. La mamma di lui invece la minacciava dicendole di tornare indietro, altrimenti avrebbe perso le bambine”. “Qui da solo non può stare perché fa sicuramente un disastro e tu lo sai che è pericoloso” si legge in uno dei messaggi inviati dalla suocera, con un avvertimento: “Decidi quello che vuoi fare che sei ancora in tempo”. Il prossimo 28 gennaio l’istruttoria proseguirà con l’ascolto di altri testimoni.