È finita con una condanna a quattro anni e due mesi di carcere la vicenda giudiziaria che aveva visto a processo, per maltrattamenti e lesioni personali alla moglie, un albanese residente a Envie. A denunciarlo nel dicembre 2023 era stata la donna, madre di un bambino in tenera età, dopo un’aggressione di fronte a un bar. Contro di lui c’era già stata una precedente querela per reati analoghi nel 2019, culminata in un patteggiamento: la coppia risiedeva allora a Manta. “Avevo ritirato la denuncia, perché anche i miei familiari mi invitavano a farlo, dicendo che lui sarebbe cambiato” ha spiegato la donna. Il giorno dei fatti lei era uscita di casa dopo una banale lite con il marito. In prossimità dello spiazzo di fianco alla chiesa parrocchiale lui l’aveva raggiunta e strattonata con forza: “Mi ha afferrata per i capelli, poi mi ha spinta e buttata a terra: voleva scappare con il bambino”. A confermare la sua versione sono state le testimonianze rese da alcuni avventori e lavoranti del Tribal Pan, il bar antistante. Diversi di loro hanno riferito di aver assistito alla scena e di aver visto la signora correre via piangendo, per rifugiarsi all’interno del locale insieme al bambino che teneva in braccio. Il piccolo era stato riconsegnato alla madre e tranquillizzato, in attesa dell’arrivo dei carabinieri. Il soggetto identificato era stato denunciato anche perché risultava irregolare sul territorio nazionale. L’ex moglie sostiene di aver subito per anni le botte e la gelosia dello sposo: “Lui pensa di essere il mio padrone” aveva dichiarato nella querela, menzionando violenze anche nel periodo in cui era incinta. “Aveva l’abitudine di mettermi le mani al collo” ha detto. Un comportamento che secondo la persona offesa sarebbe stato documentato anche in un video che lui aveva poi inviato ai suoceri in Albania: “Diceva ‘ecco cosa faccio a vostra figlia, perché è testarda’. Io non ho mai visto il video”. Sola in Italia, lei non aveva trovato il coraggio di ribellarsi neanche dopo le prime violenze: “Da noi c’è una mentalità per cui, se divorzi, non puoi tornare a casa”. Dopo l’intervento dei carabinieri la madre e il figlio erano stati collocati in comunità protetta per un periodo, a Saluzzo. Da qui erano stati allontanati in fretta e furia dopo l’invio di un messaggio: “Lui aveva scritto ‘ti ammazzerò’” ricorda la donna, chiarendo di aver dato lei stessa, in precedenza, l’indirizzo della comunità all’ex marito. “Per permettergli di vedere il figlio” precisa: “Avevo paura, ma vedevo mio figlio che piangeva e i familiari che mi spingevano. So che ha sbagliato, ma l’ho fatto per mio figlio”. “La paura della signora era quella di perdere il figlio, ma anche di togliere il padre a suo figlio” ha commentato il sostituto procuratore Francesca Lombardi, ripercorrendo le tappe salienti della vicenda ed evidenziando “una condizione di solitudine e di assenza di riferimenti amicali e affettivi rilevanti” da parte della persona offesa. Per l’accusato la Procura chiedeva una pena di quattro anni e tre mesi di carcere. “L’amorevole siparietto descritto dall’imputato è un’offesa anche alla logica” ha detto l’avvocato Enrico Cairo, patrono della parte civile, commentando la versione offerta dall’imputato a proposito delle violenze davanti al bar. Ben diversa la lettura proposta dall’avvocato Alessandra Piano per la difesa: “Abbiamo a che fare con una giovane donna un po’ depressa e che vive in una condizione difficile”, quella dell’isolamento in un piccolo paese. “Penso che a un certo punto la signora si sia stufata di vivere in questo modo e non aveva soluzioni alternative: non aveva un lavoro e non si era mai impegnata per imparare la lingua” sostiene il difensore. La denuncia sarebbe stata quindi una “via d’uscita” da una condizione vissuta ormai con insofferenza. I giudici hanno assegnato alla parte civile costituita una provvisionale di 5mila euro. Il risarcimento sarà definito in sede civile.