CUNEO - "Di tanto in tanto": esce oggi il nuovo disco di Oreste Sardi

Una chiacchierata con il chitarrista e psicologo cuneese per parlare del suo ultimo album, di ispirazione, di amore per la musica e delle affinità con la psicologia

Francesca Barbero 03/11/2023 09:27

"Oreste, ma tu ricordi quando ci siamo conosciuti?". La domanda è un brandello della conversazione telefonica appena intercorsa tra me e Oreste Sardi, chitarrista della scena musicale cuneese molto apprezzato per le sue produzioni e psicologo professionista. Chi scrive ha trascorso l'intera mattinata -una mattina fatta di parecchi caffè amari, di  parole scritte a computer e di fotografie che dagli schermi feriscono gli occhi- cercando di riportare alla mente il momento in cui ci siamo visti per la prima volta senza riuscire a evocare nessuna immagine (neppure di quelle appena sfocate o decisamente fuori fuoco). Sarà la voce di Oreste, nel pomeriggio, a interrompere la mia fascinazione circa i processi della memoria e a far diradare la nebbia che avvolgeva il ricordo del luogo del nostro primo incontro, avvenuto una sera di autunno di un anno fa: il piazzale davanti all'Hotel Roma, uno dei tanti alberghi caduti in abbandono che costellano la provincia. È sui sedili della sua auto, durante un breve tragitto verso una cena di amici comuni, che abbiamo conversato per la prima volta di musica. Oggi, un anno dopo il nostro casuale incontro, è uscito "Di tanto in tanto", l'ultimo progetto musicale di Oreste: un album strumentale che ha il sapore del jazz, realizzato nell'estate insieme a un gruppo affiatato di musicisti composto da Alberto Poggio (alla melodica), Marco Allocco (al violoncello), Davide Bono (alla batteria) e Franco Olivero (al flauto traverso e sax soprano). Abbiamo fatto una chiacchierata per parlare del disco (disponibile su tutte le piattaforme musicali), di ispirazione, del grande amore che si può nutrire per la musica e delle sue affinità con la psicologia...
 
Quando ti sei innamorato della musica? E quando hai capito che avresti voluto diventare un musicista?
"Quand’ero bambino, nei momenti bui e per certi versi spaventosi, notavo che la consolazione più rassicurante fosse il ripensare alle canzoni che amavo. Molte di queste le ascoltavo con i miei genitori durante i viaggi in macchina. Ricordo abbastanza bene le parole di Guccini, le armonie dei Beatles, le innocue prepotenze di altri cantanti e autori. Non so con esattezza se il desiderio di diventare musicista sia nato già allora, di certo posso dire che la fascinazione per questo mestiere mi aveva colto".
 
Ricordi la prima volta che hai tenuto una chitarra tra le braccia? Qual è la prima canzone che hai imparato a suonare?
"Per i miei dodici anni mi regalarono una chitarra acustica. Più che suonarla, la osservavo. Elegante, fondo e tastiera con la tavola in legno scuro. Un invito a prendersi cura di una chiamata, prima o poi. La prima canzone che ho imparato a suonare è stata Samarcanda, di Roberto Vecchioni. Un amico mi ha mostrato gli accordi e il ritmo, il testo è ancora una gioia da cantare".
 
Perché proprio la chitarra? Cosa rappresenta per te questo strumento musicale?
"A questa domanda fatico a rispondere. Quando in età di giovane adulto ho cominciato a studiare un po’ più assiduamente lo strumento l’ho maledetta, l’ho odiata. Il pianoforte, mi dicevo, concede più soluzioni armoniche e ritmiche, verso le quali sentivo una mia meglio individuabile inclinazione personale. In seguito ho di molto riconsiderato questa mia postura mentale, oggi la chitarra è uno strumento che amo".
 
Oltre ad essere un musicista, eserciti la professione di psicologo. Quali legami o affinità uniscono musica e psicologia? E come influisce questo aspetto nella tua ricerca musicale?
"Nella pratica clinica uso un approccio psicodinamico basato sulla relazione terapeutica. Ora, non credo di essere il solo a pensare che la musica si costituisca in grandissima parte come relazione. Lo è nel momento del contatto introspettivo con sé stessi, nel proprio dialogo interno, come nella composizione e nell’improvvisazione. Lo è quando ci si relaziona con altri musicisti, in una band. Lo è soprattutto quando ci si sottopone al giudizio di chi ascolta, nei cui confronti provo sempre profondissimo rispetto, anche quando si tratta di un giudizio poco o per nulla benevolo. Esiste poi tutto un altro discorso, legato agli stati emotivi che la musica può evocare: personalmente, tendo a credere poco ad accordi minori e maggiori come veicoli di determinate emozioni, come se fossero predefinite in modo uguale per tutti. Tendo piuttosto a credere nella straordinaria varietà delle impressioni e dei mutamenti soggettivi".
 
Arriviamo a parlare del tuo ultimo disco "Di tanto in tanto". Perché questo titolo?
"Ahimè, tasto dolente. Amo la musica, mi piacerebbe frequentarla, praticarla di più. Di tanto in tanto mi capita di scivolarci dentro, con la passione che richiede. Come ho detto, è una cosa non così frequente, non quanto desidererei".
 
Come è nata l'idea di questo nuovo progetto musicale, al quale hanno prestato il loro talento diversi musicisti?
"L’idea nasce dal fatto piuttosto banale che quando arriva l’ispirazione, arriva, c’è poco da fare. Non accade, almeno per me, così sovente. I musicisti che hanno collaborato hanno tutti straordinario talento e sensibilità, hanno tutta la mia riconoscenza. In questa fase, penso particolarmente a Franco Olivero (nel disco suona il sax soprano e il flauto traverso, oltre ad aver scritto, concordandole, le parti del violoncello eseguite da Marco Allocco). Nei viaggi tra Cuneo e lo studio di Bricherasio abbiamo scambiato parole ed esperienze davvero edificanti, sento di volergli bene. Alberto Poggio ha dell'incredibile, non ho mai sentito tante idee musicali uscire da una melodica (clavietta), che dispone di meno di due ottave, come registro. Uno strumento per bambini, si direbbe, ma nelle sue mani diventa un arcobaleno e più. Davide Bono (batteria su Solo Soletto) ha straordinaria sensibilità, preparazione, talento; è un super sportivo, ama le gare di corsa in montagna (e che swing!). La gioia e la fatica, più spesso di quanto possa sembrare, vanno abbastanza d'accordo, credo".
 
Di solito, come nascono le tue composizioni? Quali sono le tue ispirazioni?
"Le mie composizioni hanno origini, penso, oscure. Mi serve poco fermarmi a riflettere con lo strumento tra le braccia. Piuttosto tendo ad improvvisare qualcosa, accordi, frasi, finché non mi si incaglia il pensiero su un’idea. Ecco, a quel punto il lavoro può cominciare. Potrei anche dire che, come per altri, l’ispirazione nel comporre e nell’improvvisare può provenire da ciò che si ascolta, materiale che va a nutrire le nostre idee, sicuramente. In questo senso, i miei ascolti più assidui si orientano sul jazz e sul blues, John Scofield, per fare un nome fra i tanti. Mi piace molto, però, ascoltare ciò che altri ascoltano e non essere io a scegliere che disco mettere. Mia moglie è diplomata in violoncello, a volte suona, altre volte sceglie questo o quell’altro compositore o esecutore, adoro quando ciò accade. Come mi piace molto quando si è in un negozio, in un locale, a casa di amici, ascoltare la musica scelta come cornice alle relazioni del momento. Spesso capita di notare interessanti e curiose corrispondenze tra mondo interno e mondo esterno".
 
Il disco è un viaggio all'interno di ambienti sonori che hanno il sapore del jazz. L'ascolto nella mia macchina, guidando dentro la prima pioggia autunnale mi ha ispirato la domanda che sto per farti: come descriveresti "Di tanto in tanto" se ti chiedessero di scattare una fotografia dei
suoi suoni?
"Questa tua domanda mi commuove e al tempo stesso mi procura perturbazione interiore. Non sono molto bravo ad esprimermi per immagini, le amo quando altri le propongono, le suggeriscono. Mi sembra suggestiva la foto di un albergo completamente deserto, senza inquietudini, le fatiche dei mesi lavorativi alle spalle, in una località turistica fuori stagione".
 
Mi piacerebbe concludere la chiacchierata citando "a hug", il disco precedente. Ricordo ancora le piacevoli sensazioni e l'abbraccio di quelle canzoni al primo ascolto. Lo ascolto ancora, nella mia macchina, di tanto in tanto...
"Se ti può procurare ancora piacere non posso che essere felice. E’ stato un lavoro fra amici, una settimana di intense relazioni, ben oltre la dialettica e le sue regole. Grazie, Francesca, trovo qualcosa di importante nel tuo personale, psicologico, sguardo sulla musica".
 
"Di tanto in tanto" è disponibile QUI.
 

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