CUNEO - Il giorno che Cuneo perse le mura

Su ordine di Napoleone, il 2 luglio 1800 cominciava l’abbattimento delle secolari difese. Ma dalle rovine del passato nacque la nuova città

Andrea Cascioli 01/07/2019 19:48

Quanti siano stati davvero gli assedi di Cuneo è questione tuttora dibattuta dagli storici. Il numero canonico è sette, sebbene la lapide sul palazzo del Municipio ne riporti otto includendovi simbolicamente anche la lotta all’occupante tedesco durante la guerra civile del 1943-45.
 
C’è chi dall’elenco ‘ufficiale’ esclude quello del 1515, perché durato appena sei giorni e terminato con un poco onorevole do ut des: 4mila scudi consegnati ai mercenari svizzeri per convincerli a levare le tende. Ma salgono addirittura a dieci se invece aggiungiamo a quelli riportati nella lapide di largo Audiffredi l’assedio (e conquista) dei milanesi di Luchino Visconti nel 1347/48, che sarebbe il primo in ordine cronologico, e quello del 1799. Quest’ultimo - nonché ultimo in assoluto - è in effetti un episodio a parte, dato che Cuneo si trova “or non più difesa dai cittadini per Savoia, ma da stranieri contro stranieri”, come scriverà quasi un secolo dopo Ferdinando Gabotto nella sua ‘Storia di Cuneo’. A fronteggiarsi dal 7 novembre al 4 dicembre 1799 sono infatti le truppe napoleoniche del generale Clément e quelle austrorusse agli ordini del principe di Lichtenstein.
 
“La funzione storica dei baluardi della città dei tanti assedi finiva proprio in età francese con la nuova tattica di Napoleone, che batteva gli eserciti in campo aperto e poi otteneva nei trattati imposti quelle fortezze che non si era mai attardato ad espugnare” osserva a questo riguardo lo storico Piero Camilla. Quello che termina con la (provvisoria) cacciata della guarnigione francese è perciò un assedio “anacronistico ormai ma giustificato dalle particolari circostanze che mettevano di fronte forze troppo sproporzionate”. Dopo tre anni di occupazione della città, cominciata poche ore dopo la firma dell’armistizio di Cherasco il 28 aprile 1796, le armate napoleoniche sono allo stremo.
 
Sui tremila effettivi del presidio sono due terzi appena quelli pronti a dar battaglia, e per di più quasi tutti coscritti, laceri, non pagati da cinque mesi. Molti gli ammalati e i feriti dopo l’infausta battaglia di Genola. La popolazione osserva, stavolta, da spettatrice disillusa e insofferente, tanto che agli sbocchi delle vie principali vengono posti i cannoni per timore di una rivolta: “Che differenza dagli assedi precedenti - annota il Gabotto - quando i Cuneesi, uomini e donne, gareggiavano in zelo per la difesa, sostenevano eroicamente ogni sofferenza, demolivano colle proprie mani le loro case per dar passo alle artiglierie, come nel 1744!.
 
Nel tremendo bombardamento del 2 dicembre cadono duemila bombe, trenta case sono bruciate e una cinquantina diroccate. Una lettera del generale Suchet toglie ai residui difensori della piazzaforte anche la speranza di ricevere soccorsi: bisogna capitolare. Il 4 dicembre entrano a Cuneo gli austriaci del generale Karacsay e si celebra il Te Deum, ma il sollievo dura ben poco. Già qualche giorno dopo infatti gli austriaci chiedono agli esausti cuneesi grandi somministrazioni di foraggi e viveri.
 
Rispetto ai salassi di Napoleone, che a meno di un mese dall’annessione aveva richiesto un milione di lire ai cittadini della provincia, pare cambiato solo il colore delle divise. Quelle “bianche dei garbati ufficiali austriaci”, testimonia ancora Gabotto, parrebbero piacere alle dame cuneesi più “che i petulanti Francesi dai pantaloni rossi sgualciti”. Ma balli e schermaglie amorose cedono presto il passo al ritorno prepotente della grande storia. Il Primo Console Bonaparte, tornato dalla campagna d’Egitto, sbaraglia gli austriaci a Marengo riconquistando Piemonte e Lombardia. Con la convenzione di Alessandria il 15 giugno il ritorno dei francesi a Cuneo è cosa fatta, cosicché due giorni dopo l’artefice della trionfale avanzata può lasciare il comando dell’Armée nelle mani del generale Massena e tornare a Parigi. È Massena a ordinare la distruzione delle piazzeforti del Piemonte e della Repubblica Cisalpina con la lettera del 13 Messidoro dell’anno VIII repubblicano (2 luglio), in ottemperanza a quanto decretato dal Primo Console il 4 Messidoro (23 giugno).
 
Per i cuneesi questo equivale ad altri soldi da sborsare, dal momento che l’onere economico per l’abbattimento delle fortificazioni verrà ripartito tra i Comuni interessati: nel dipartimento dello Stura la spesa complessiva è stimata in 234.010 lire, di cui 68.416 lire solo nel capoluogo. I primi reparti di genieri francesi e piemontesi, alle dipendenze del generale Pellettier, giungono in città il 23 luglio e minano i due ponti d’ingresso, per premunirsi da eventuali ribellioni. In dicembre si tiene a Torino una regolare gara d’appalto per la demolizione delle mura di Cuneo, vinta dal cittadino Giuseppe Andrea Fea di Carignano in società con Pietro Piazza di Cuneo, con un ribasso di lire 39 per ogni 100.
 
I lavori per l’atterramento della piazzaforte iniziano con grande penuria di fondi, cosa di cui i francesi non smetteranno di lagnarsi con la Commissione esecutiva per il Governo del Piemonte. Si ricorre in più di un’occasione a mezzi coercitivi, tanto più che il personale civile reclutato si dilegua spesso e si susseguono i furti sotto lo sguardo disattento, se non complice, dei reparti militari di sorveglianza. Ad ogni modo, il 28 Brumaio dell’anno IX, ovverosia il 19 novembre 1801, i lavori possono considerarsi conclusi e i reparti del Genio abbandonano la città, con gran sollievo dell’amministrazione assillata da richieste e prelievi.
 
Nell'elenco stilato per la vendita dei materiali provenienti dalle demolizioni figurano tutte le famiglie patrizie locali: Taricchi di Stroppo, Mellano di Portula, Lovera di Maria, Mocchia di Coggiola, De Morri di Castelmagno e così via, accanto a esponenti della borghesia e commercianti. Segno che gran parte delle antiche mura confluiranno nelle ristrutturazioni ottocentesche delle dimore cittadine o del contado. Le prime opere demolite sono le due porte d’ingresso: la Porta di Torino e quella di Nizza. Si passa poi ai bastioni di San Giacomo e Sant’Anna, dell’Olmo, di Caraglio, di San Francesco e di Ognissanti. La città fortificata è scomparsa, ma quella nuova è pronta a sorgere secondo le direttive del Plan et projet d’aggrandissement et embellissement de la Ville de Coni, redatto nel 1802 sotto gli auspici del generale Jourdan, plenipotenziario francese in Piemonte: è il primo piano regolatore di Cuneo.
 
Liberata dalla morsa delle bastionature, la città vede l’allineamento degli assi viari e si espande a sud. Nella spianata a mezzogiorno della cattedrale si individua un grande spazio da adibire a piazza, quella che a fine secolo XIX diverrà piazza Vittorio Emanuele II e dopo il 1945 piazza Galimberti. Perfino il fervente antinapoleonico Gabotto concede allo zelo urbanistico dei francesi il giusto tributo: “Addolorò dapprima la distruzione dei baluardi; ma poi la città, libera attorno, prese slancio, si abbellì, assicurò il suo avvenire edilizio ed industriale e, per conseguenza, la sua floridezza economica e civile”.

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