CUNEO - L’alpino cuneese che scoprì le foibe: ‘‘Non mi dissero cosa avrei dovuto fotografare lì sotto’’

Nel 1957 Mario Maffi fu il primo a scendere nelle cavità in cui erano stati sepolti migliaia di cadaveri. La sua missione è rimasta segreta per mezzo secolo

Mario Maffi nell'estate 1957 (per gentile concessione)
La discesa nella foiba di Monrupino
Le prime esplorazioni a Basovizza

Andrea Cascioli 10/02/2021 19:20

Sembra una spy story uscita dalla fantasia di Fleming o Le Carré, ma è la vera storia dell’uomo che scoprì le foibe. Mario Maffi, classe 1933, è scomparso nel marzo 2017 dopo una vita di studi dedicati alla storia militare e alle terribili scoperte di cui lui stesso era stato testimone sessant’anni prima.
 
All’alpino-speleologo, cui è co-intitolata dal 2019 la sede del Gruppo Alpini “Cuneo Centro”, toccò il compito di addentrarsi nelle cavità del Carso nel corso di una missione che sarebbe rimasta coperta da segreto militare per mezzo secolo. Per la prima volta l’esercito faceva luce sui massacri dei partigiani jugoslavi che tra il 1943 e l’immediato dopoguerra costarono la vita a migliaia di italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia.
 
 
In missione segreta tra Basovizza e la Jugoslavia: “Mi resi conto che stavo camminando sulle ossa”
 
L’anno è il 1957. Il sottotenente di complemento Maffi svolge il suo servizio di leva nel Genio pionieri alpini, inquadrato nella Compagnia “Orobica” di Merano. È un appassionato di fotografia e di esplorazioni nelle grotte, tanto che appena ventenne ha fondato a Cuneo quello che diventerà in seguito il Gruppo speleologico Alpi Marittime. Sono queste qualità a renderlo adatto per la missione che si sta organizzando. Il generale di brigata che lo manda a chiamare gli dice in poche parole che si tratta di una missione volontaria con un certo grado di rischio, senza precisare dove si sarebbe svolta. L’indomani il giovane sottotenente risponde che accetta e viene condotto a Bassano del Grappa e di lì a Monfalcone, in compagnia del colonnello Bongioanni che ha il comando dell’operazione. I superiori gli ordinano di portare con sé anche un abito borghese. Arrivato a destinazione sentirà nominare per la prima volta la parola “foiba”. Allo scrivente, che l’aveva intervistato su questa vicenda nel febbraio del 2015, l’ex militare aveva rivelato di non sapere cosa avrebbe trovato in quelle profondità: “Conoscevo l’esistenza delle doline e dei pozzi carsici, ma non avevo idea di cosa avrei dovuto fotografare là sotto. Quando chiesi spiegazioni, mi venne risposto ‘arrivato in fondo lo vedrà’”.
 
La prima discesa è nella foiba di Monrupino, a nord di Trieste, in compagnia dello speleologo Giovanni Spangher del Gruppo grotte di Monfalcone. La cavità è formata da due pozzi paralleli, collegati tra loro da un passaggio molto stretto: dalle rilevazioni effettuate nell’anteguerra risultava che quell’apertura aveva un’ampiezza di dieci metri, ma quando Maffi la vede erano rimasti appena ottanta centimetri. Il resto era ostruito dal pietrisco, al di sotto del quale c’erano i cadaveri. Come in altre grotte, i corpi degli infoibati sono sepolti dalle frane provocate con l’esplosivo: “Qui e là vedevo spuntare un po’ di stoffa annerita, il tacco di uno scarpone, una mandibola umana. Mi resi conto che stavo camminando sulle ossa”. I due esploratori hanno a disposizione soltanto una macchina fotografica con un difettoso flash al magnesio, ma riescono comunque a documentare scene impressionanti: tra i resti umani si riconosce il braccio di un bambino, di non più di dieci anni.
 
Il giorno successivo Maffi è a Basovizza, dove oggi sorge il sacrario in memoria delle vittime. Quella di Basovizza non è una foiba ma un pozzo minerario in disuso, all’interno del quale l’alpino si cala per 235 metri aiutato da un gruppo di speleologi triestini: non trova niente, a parte uno strato di sapone nero che copre il fondo della parete e che ritiene essere grasso umano. Le vera missione, però, comincia solo a quel punto. Tornato alla stazione dei carabinieri di Monfalcone, Maffi trova ad attenderlo un documento d’identità sotto falso nome, dove viene indicato come “fotografo”, e un’auto che lo conduce vestito in borghese fino ad un albergo di Trieste. Gli ordini arrivano in camera, all’interno di una busta sigillata che ne contiene un’altra, di colore giallo, con l’avvertenza “da aprirsi solo dopo le ore x”. Nel foglietto il sottotenente trova l’indicazione del percorso da seguire per arrivare al luogo stabilito, la targa della macchina che l’avrebbe aspettato, la parola d’ordine e la controparola. Una volta lette le istruzioni, ha il compito di bruciarle insieme alle due buste.
 
La prima automobile lo conduce fuori città, dove lo aspetta una camionetta dei carabinieri con le armi e tutta l’attrezzatura necessaria alle discese. La stessa scena si ripete per quattro notti successive, nel corso delle quali l’ufficiale raggiunge diverse zone del Carso, verosimilmente oltre il confine jugoslavo: “Non so dove mi portassero. Facevano lunghi giri uscendo dalle strade più battute, per eludere eventuali inseguitori e forse per evitare che io, in seguito, fossi in grado di ricostruire gli spostamenti”. Una volta scesi dalla camionetta, i carabinieri piazzano sul terreno una mitragliatrice pesante, mentre Maffi si cala nella foiba con una pistola sul fianco, tenendo il colpo in canna: “In una delle cavità trovai un filo steso che mi sbarrava la strada. Da buon geniere lo aggirai, perché sapevo che poteva trattarsi di una mina a strappo”. Nelle foibe jugoslave il quadro è, se possibile, ancor più agghiacciante: “Erano cavità poco profonde, tra i quindici e i venti metri. Non c’erano cumuli di resti come a Monrupino, ma alcune salme erano quasi intatte. Una in particolare mi colpì, perché era adagiata sopra una cengia, una sporgenza di roccia: forse la vittima aveva cercato di risalire la grotta, senza riuscirci”.
 
 
“La figlia di un infoibato di Vernante disse che avevo ridato dignità al padre”
 
Maffi ipotizzava che all’origine della missione affidatagli dal ministero della Difesa potesse esserci stata una richiesta del governo tedesco, interessato a conoscere il destino di alcuni feriti scomparsi dall’ospedale di Trieste dopo l’arrivo dei titini: a Monrupino, in effetti, tra gli altri reperti era affiorato il bottone di una divisa tedesca.
 
Di tutte le attività “coperte” non è rimasta alcuna documentazione oltre ai rapporti stesi dal protagonista della vicenda e dal colonnello Bongioanni, ora sepolti in qualche archivio militare. Fedele alla consegna, per cinquant’anni Maffi ha serbato il silenzio sulla seconda parte dell’operazione, limitandosi a qualche accenno “da ufficiale a ufficiale” con il padre, colonnello degli Alpini. Perfino i figli sarebbero venuti a conoscenza dei fatti solo dopo la pubblicazione del volume “1957. Un alpino alla scoperta delle foibe”, uscito nel 2013 con prefazione di Gianni Oliva.
 
Dopo aver completato il servizio militare, Mario Maffi aveva costruito una carriera lavorativa in Fiat e una famiglia a Cuneo con la moglie Rosa Bongioanni e i due figli Anna Ida e Riccardo. Nel suo studio conservava in perfetto ordine gli albi con i ritagli di giornale inviati dagli amici triestini, i libri dedicati all’eccidio e le fotografie scattate a Monrupino e Basovizza, le uniche che aveva potuto conservare e riprodurre sul suo aggiornatissimo archivio informatico. “Non sono mai stato né fascista né comunista” spiegava a chi gli chiedesse conto di eventuali simpatie politiche, ricordando anche i suoi trascorsi da piccola staffetta per i messaggi dei partigiani durante l’infanzia. Più tardi avrebbe partecipato alle grandi manifestazioni studentesche per il ritorno di Trieste all’Italia: a Cuneo si tenne fra l’altro un corteo in corso Nizza, conclusosi con un comizio, durante il quale Maffì parlò - applauditissimo - a nome degli studenti del Bonelli.
 
Oltre a deprecare il fatto che la questione delle foibe fosse diventata un “caso politico”, sosteneva che nel ricostruire l’origine della pulizia etnica perpetrata dai titini non sarebbe stato giusto trascurare gli avvenimenti precedenti, dall’annessione delle province asburgiche all’italianizzazione forzata sotto il fascismo: “A parte il ceto medio di Gorizia e Trieste, non credo che le popolazioni locali fossero particolarmente irredentiste. Mio nonno, che fu generale durante la prima guerra mondiale, scrive nei suoi diari ‘questi friulani sono peggio degli austriaci’”.
 
Non si riteneva uno storico di professione ma un testimone, che fino all’ultimo ha continuato a documentare i fatti senza prestarsi a strumentalizzazioni. Tra le maggiori soddisfazioni ricordava un episodio in cui, grazie alle sue ricerche d’archivio, era riuscito a risalire alla famiglia di un infoibato cuneese: “Era un uomo di Vernante, di cui si sa soltanto che venne arrestato a Gorizia dopo essere uscito in divisa e poi condotto a Lubiana. La famiglia lo ha creduto disperso per molti anni, fin quando li ho informati che il suo nome era tra gli elenchi degli infoibati. La figlia mi ha detto che avevo ridato dignità alla memoria di suo padre”.

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