Ahimè, in fatto di tasse non è cambiato molto fra il Basso Medioevo e il presente. Continuiamo a pagarle e, più o meno, son sempre le stesse: Irpef, Imu, tasse di successione e sulla vendita degli immobili, e altre ancora, come i dazi tornati di moda con il presidente Trump. Cominciamo con una prima curiosità riguardante Cuneo. Le prime case costruite nei villaggi erano di legno e paglia. I tetti soprattutto erano di paglia e quando Cuneo divenne città importante e soggetta ad assedi con lanci di palle infuocate, è facile immaginare con quanta facilità fosse facile mandare a fuoco le case e parti intere della città. Così il comune decise di obbligare i cittadini a ricostruire le case in mattoni e pietre e a fare i tetti con tegole o lose. E quale fu la legge finalizzata ad obbligare i cittadini a ricostruire le proprie case? Qui sta il bello. La decisione degli homines de Picio Cunij, come furono chiamati all’epoca della fondazione della città, sono riportate in uno statuto del 1500, ma molte di esse risalgono con probabilità già alla fine del 1300. Ebbene qual’era la punizione per chi continuava a vivere in capanne di creta con tetti di paglia? Curiosa davvero: il padrone della casa di paglia non poteva assolutamente permettere alla moglie di sfoggiare su di sé, né sul capo, né sui vestiti, né perle, né argento, né pelliccia, "sotto pena di 60 soldi (3 lire) a testa e per ogni volta che sarà accusato”. Insomma: se hai i soldi per comprare costosi gioielli per tua moglie è giusto che li spendi per proteggere il tetto della tua casa e con essa le case dei vicini. E l’Irpef? Era il Fodro, una tassa pagata dai Comuni al Signore del luogo (nel caso di cui si parlerà fra poco il Marchese di Saluzzo), somma che poi il Comune recuperava dai propri cittadini con tasse individuali. In alcuni comuni era detto “capatico”, che inizialmente imponeva a ogni abitante del luogo il pagamento della stessa somma, indipendentemente dal reddito, prelievo che poi via via divenne proporzionale al valore dei beni posseduti. In epoca altomedievale il Fodro era una esazione in natura, e cioè una quantità di cibo e foraggio che i borghi dovevano versare ai signori di cui erano sudditi (imperatori, duchi, marchesi, conti ecc.). Poi, dopo che, a partire grosso modo dal 1000 dC. (inizio del Basso Medioevo), ripresero a crescere i commerci, con essi crebbe anche l’economia monetaria e il Fodro poco a poco fu trasformato in denaro. È noto che Federico Barbarossa prima della sconfitta a Pontida tentò di imporre, riuscendoci solo in parte, ai Comuni italiani sottomessi al suo impero il pagamento di un Fodro per mantenere il suo esercito. Si era già nel XII secolo (il giuramento di Pontida in seguito al quale fu sconfitto dalla Lega Lombarda è del 1167). Significativo è quanto descritto nell’atto del 1231 sottoscritto fra il Marchese di Saluzzo (che aveva il dominio su parti del Basso Piemonte e in particolare sulla Valle Stura) e il Comune di Demonte. Nell’atto in esame l’imposta pretesa dal Marchese di Saluzzo a carico dell’intera valle Stura fu indicata in complessive lire 40, di cui la metà, 20 lire, a carico della sola Demonte (seguivano a notevole distanza Vinadio con 7 lire e Aisone con 5 lire, mentre gli altri villaggi erano tenuti a corrispondere somme di poco superiori o inferiori alle due lire). E veniamo alle altre tasse. C’era già l’Imu? Certo che c’era, ed era chiamata “focaggio” o “focatico”, cioè la tassa sul focolare dovuta da chiunque possedesse una casa con il focolare. Vi erano poi i pedaggi. Oggi paghiamo i pedaggi sulle autostrade, e allora? Si pagavano molto più sovente, cioè ogni volta che si passava su una strada, su un ponte, o davanti a un castello. Erano veri e propri diritti di transito. C’erano anche, e anche questi assai più numerosi di oggi, i dazi. Si doveva lasciare un obolo in ragione del valore della merce trasportata non solo quando si entrava in un borgo, ma, in taluni casi, per il solo fatto di passare su un ponte o per una determinata strada. Inizialmente i pedaggi erano motivati dal fatto che si riscuotevano in cambio delle spese che il beneficiario sosteneva per mantenere in buono stato il passaggio, ma poco a poco divennero una vera e propria imposta in favore di chi aveva la sovranità del luogo (in genere un castello o la città o il borgo che così recuperava parte di quanto dovuto per il Fodro). La frequentissima presenza dei dazi era un vero e proprio “protezionismo” locale (oggi Trump docet), dato che il territorio era diviso in “stati” e “staterelli”, piccoli e grandi feudi, castelli e castelletti, borghi grandi e piccoli e ogni volta che si passava da uno all’altro si pagava dazio; pochi chilometri e finivi in “casa d’altri”, e pagavi dazio. Altro che l’Iva! Interessante è sottolineare la presenza frequentissima di altre forme di “protezionismo” locale. Sempre gli statuti di Demonte proibivano, ad esempio, l’importazione di vino estraneo o vietavano l’esportazione di miele, cera, legname da costruzione, ardesie, tegole e mattoni. E chi violava tali limitazioni pagava multe salatissime. Addirittura chi teneva a battesimo come padrino un figlioccio di altro Comune poteva fare soltanto un regalo di infimo valore. Naturalmente al forestiero era poi vietato cacciare o pescare nel territorio del Comune. Insomma: non solo esistevano gravi limitazioni di movimento e di commercio fra territori sotto il dominio di diversi signori o città e paesi, ma anche fra i diversi Comuni o frazioni di Comuni all’interno della loro zona di competenza. Ad esempio chiunque non fosse abitante dal paese, ma abitante di altri Comuni anche se vicini e confinanti, era “forestiero” e doveva pagare una tassa se entrava nel territorio del paese (la tassa veniva poi divisa fra il Comune e il marchese, al quale rimaneva “soltanto” un terzo). Par giusto, infine, chiudere con le tasse di successione. Erano ben più pesanti di quelle oggi applicate nel nostro Paese. Nel già citato statuto di Demonte tale tassa spettava al marchese che si prendeva la bellezza di un terzo degli immobili caduti in successione. Un terzo! È come se oggi si dovesse pagare come tassa di successione il 33%. Bontà del nobile, i parenti del defunto potevano ricomprare i beni andati al signore al prezzo di un terzo in meno del loro valore. Altro che la tassa di successione di oggi! Assai salato era anche il tributo dovuto al signore quando si vendeva un immobile (tassa chiamata “laudema”). Va ricordato che, secondo il diritto feudale, al genitore succedevano solo i figli maschi (le figlie non avevano diritti) e in caso di morte di un possessore senza figli maschi, l’eredità andava interamente al Marchese, che tuttavia negli atti sopra citati fece una nuova importante concessione: chi non aveva figli, poteva fare testamento e disporre liberamente dei due terzi di quel che aveva mentre al marchese andava “solo” il solito terzo. Altri tempi? Alla fin fine non c’è molta differenza.