PEVERAGNO - Tra Inquisizione, roghi e torture: i tempi della caccia alle streghe a Peveragno

Una persecuzione feroce che tra il 1485 e il 1522 costò la vita a 34 donne. Ma non fu l'unico caso nel territorio della provincia di Cuneo

Mario Rosso 22/07/2026 15:44

La Santa Inquisizione, la tortura e la stregoneria. Par giusto cominciare con un fatto che da un lato fa sorridere, ma dall’altro fa accapponar la pelle per i molti morti causati da Inquisizione, tortura e stregoneria: nel 1673 Carlo Emanuele II di Savoia emise un editto contro coloro che “abbandonato il timore di Dio ricorressero al nemico più fiero del genere umano, cioè al diavolo, per ottenere col mezzo degli incantesimi o stregherie (che popolarmente venivano chiamati ‘inchiarmi’) “di non poter essere offesi da armi da fuoco o altre al fine di commettere poi ogni delitto con maggior confidenza”. Con l’editto comminava la pena di morte contro chiunque di qualsiasi stato grado o condizione, avesse “sopra la sua persona ‘inchiarmi’ di qualsiasi sorta o fosse preso per averli adoprati in sé o dati ad altri” (brani tratti da A.M. Riberi in RAM, Repertorio Antiche Memorie).  Ma cosa erano questi inchiarmi? erano “bolli, incisioni nella pelle, o peli legati da nodo” (si, proprio così, peli legati da nodo), così erano definiti nell’editto. L’editto prevedeva anche che “chiunque fosse arrestato … si visitasse diligentemente per scoprire se avesse presso di sé inchiarmi”. Allo scopo il poveretto veniva rasato a zero da un boia e poi si passavano uno per uno i peli per cercarvi i nodi… sic! È evidente quanto fosse facile, con la scusa degli inchiarmi, mettere a tacere chi osava ribellarsi al potere costituito. E tutto ciò chiarisce assai bene quanto grande fosse ancora il potere delle Chiese (non solo cattolica) che fino all’avvento dell’Illuminismo e poi della Rivoluzione Francese furono il cardine della morale e della stessa coesione sociale.  “Studiare una civiltà è studiare le sue norme”, ha scritto Norberto Bobbio, (“ubi societas, ibi ius” già dicevano i Romani). Effettivamente l’unico modo per meglio comprendere come viveva la gente nei tempi passati (e chi comandava) è dare uno sguardo alle normative che ne regolavano la vita, a cominciare dal Medioevo, quando sono nati gli orribili strumenti coercitivi della Santa Inquisizione, della “tortura” e della stregoneria oggetto di questo articolo. Ebbene fino all’Illuminismo e all’avvento della Rivoluzione Francese e, infine, alla creazione dei codici napoleonici (grande innovazione estesa a tutta l’Europa continentale) la vita era regolata da una congerie di norme. Oltre alle norme imposte dai nobili che governavano il territorio (che riguardavano principalmente alcune tasse e  l’ordine pubblico), grande parte avevano le consuetudini locali e i laudamenta, vale a dire le decisioni dei giudici (in genere nominati dalla stessa comunità o dai nobili che la governavano). Erano queste le norme che regolavano la vita di tutti i giorni del popolo nei diversi borghi e potevano variare da un luogo all’altro, anche a pochi chilometri di distanza e in modo anche sensibile.  Assai meno importanti erano anche lo “ius commune” (l’interpretazione fra il diritto romano, il diritto canonico e la realtà del tempo, oggetto di studio delle prime Università) e un primo principio del diritto mercatorio (le consuetudini elaborate via via nel tempo dai mercanti), ma la normativa che più di tutte regolava ovunque la vita e determinava anche le consuetudini era il Diritto Canonico, che costituiva il cardine della morale e della stessa coesione sociale. Pur non essendo un corpo unico di leggi, ma l’insieme dei cosiddetti “decretali” (cioè delle dichiarazioni scritte emanate dai Pontefici a partire dal 1200), tale normativa regolava i principi base della vita delle comunità, cui nessuno voleva (o osava) sottrarsi. Come illustri storici hanno evidenziato, nel Medioevo la società era infatti divisa in tre ordini: gli oratores (il clero e la chiesa), i bellatores (nobili e cavalieri) e i laboratores (coloro che lavoravano per gli altri e a loro erano sottomessi). I contadini (la stragrande maggioranza della popolazione) erano servi della gleba, gente giudicata inferiore e contro cui tutto era permesso. Quanto poco contassero i laboratores  si può comprendere da cosa ebbe a scrivere ai principi nel 1525 Martin Lutero per reprimere una rivolta dei contadini. Dopo la “Esortazione alla pace a proposito dei dodici articoli dei contadini di Svevia” con cui invitava alla pace e al rispetto dei contadini, quando la rivolta divenne apertamente pericolosa per il potere del clero e dei nobili invitò i principi (nella Wider die Mordischen und Reubischen Rotten der Bawren - Contro la masnada assassina e rapinatrice dei contadini) a massacrare i contadini: “I contadini ribelli devono essere fatti a pezzi, strangolati, infilzati, in segreto o pubblicamente”. Sembra che dei 300 mila ribelli ne furono massacrati circa 100 mila. E Lutero era un uomo di Dio. La Chiesa Cattolica del resto non fu da meno. Basti pensare al genocidio operato per ordine del Papa in Provenza e Costa Azzurra in danno degli eretici Catari e Albigesi all’inizio del 1200.  E qui finalmente arriviamo all’oggetto del presente articolo.  È proprio alla Chiesa, infatti, che si deve l’introduzione della Santa Inquisizione e (cosa ancor più terribile) la legittimazione dello strumento della tortura nei processi. Nate con la “scusa” di combattere le eresie, Inquisizione e tortura sono divenute ben presto strumento di repressione, quindi strumento principe di mantenimento del potere di oratores e bellatores. Ai due terribili strumenti ora citati va aggiunto quello ulteriore della stregoneria, usata spesso per mettere a tacere intere comunità ribelli (i casi di Triora o Peveragno sono emblematici). Erano tempi crudeli e tutto veniva fatto, in genere, nel consenso popolare (spesso per paura, ma più spesso anche per convinzione e obbedienza alla Chiesa).  In Triora (borgo ligure) vi era stata una rivolta popolare a causa di una pesante carestia. Come fu ristabilito l’ordine? In due anni (1587-1589) furono torturate e messe al rogo una ventina di donne accusate di stregoneria, e quindi causa di carestia e pestilenze. Le donne, anche perché erano loro a mantenere l’unità delle famiglie, furono sempre le vittime preferite. Tra i più noti casi di caccia alle streghe, oltre a quello di Triora, spiccano la val Camonica e Como (dai 60 agli 80 roghi) e fra i borghi piemontesi e cuneesi in particolare rileva il caso di Peveragno, dove solo nel 1513 si innalzarono ben nove roghi (addirittura 34 fra il 1485 e il 1522 secondo talune fonti): a questi si aggiungono i casi di Rifreddo, Gambasca e Pocapaglia. Il caso di Peveragno è, fra tutti, assai significativo sia riguardo all’uso della stregoneria come metodo di repressione di pulsioni popolari, sia riguardo alla (quasi ricercata) confusione fra eresia e stregoneria (vista quest’ultima come la naturale prosecuzione della lotta alle eresie e a tutto ciò che non era conforme all’ordine religioso e temporale). In particolare nella seconda metà del Quattrocento fu fondato in Peveragno, perché borgo indocile, un convento domenicano con lo scopo di contrastare il diffondersi dell’eresia che divenne ben presto tutt’uno con la persecuzione della stregoneria. Il convento fu affidato alla direzione di un intransigente inquisitore, che diede inizio alla persecuzione facendo mettere al rogo fra il 1485 e il 1522 in piazza San Domenico di Peveragno “ben 34 donne, in taluni casi appartenenti a medesimi nuclei familiari, con l’evidente scopo di sradicare l’eresia che si annida fra famiglie di differente estrazione sociale (A.M. Riberi)”.  Eresia? Anche se fra i sortilegi e i malefici spesso rientravano più semplicemente le cure delle guaritrici e delle depositarie dei rimedi sanitari naturali di antica tradizione (quasi sempre donne malviste dai sapienti dell’epoca) la maggioranza delle persecuzioni terminate con i roghi fu più semplicemente determinata dallo scopo di sedare le aspirazioni popolari contrarie all’ordine costituito. E l’editto sugli inchiarmi riportato all’inizio del testo ne è la dimostrazione evidente. Cosa ci voleva per mettere a tacere chi minacciava rivolte o rifiutava obbedienza? Bastava accusarlo di predicare eresia o fare stregonerie o di avere un inchiarmo. La tortura, poi, era lo strumento più efficace per portare la vittima ad ammettere la sua colpevolezza, anche se non colpevole. Arrestato veniva torturato e trovargli addosso un inchiarmo era poi un gioco da ragazzi. Non solo spariva dalla circolazione o veniva cotto sul rogo, ma tutti, spaventati, approvavano e obbedivano. Sic…