SALUZZO - Chi si ricorda di Emanuele Artom?

La storia dell’intellettuale e partigiano morto 79 anni fa per la libertà: dalla giovinezza a Torino alla Resistenza nelle valli saluzzesi

Federico Mellano 07/04/2023 11:55

Siamo nel 1933, i libretti universitari non sono digitalizzati. È tutto scritto su carta, una carta che rimane nel tempo, negli archivi, e 90 anni dopo racconta la sua storia. All’Università di Torino si iscrive Emanuele Artom, che si fa notare subito per le sue capacità e doti intellettuali. Tutti 30 e sei 30 e lode sul suo libretto della Facoltà di lettere e filosofia. 
 
Ma il 1933 non è solo l’anno in cui Artom si iscrive all’Università. Il 30 gennaio, Adolf Hitler presta giuramento come Cancelliere nella camera del Reichstag, sotto il massimo benestare del capo di Stato del Reich Paul von Hindenburg. Ma nessuno avrebbe pensato che l’Europa sarebbe cambiata così in profondità. Mussolini nel ’33 è all’apice del suo consenso, ma non vede di buon occhio l’omologo tedesco. Il 25 luglio 1934, quando i nazisti austriaci assassinano il cancelliere austriaco e amico Engelbert Dollfuss, il duce invia quattro divisioni italiane alla volta del Brennero, nel timore che i tedeschi fagocitassero il piccolo stato, erede dell’Impero asburgico. 
 
In quegli anni, per gli ebrei italiani la vita continua tranquilla e, addirittura, alcuni prendono la tessera del Partito nazionale fascista. Ma la famiglia Artom non fa parte di questi. Emanuele nasce il 23 giugno 1915 ad Aosta e cresce “in un ambiente familiare colto e agiato”. Prima di intraprendere l’università, frequenta il liceo Classico Massimo d’Azeglio, da dove sarebbero passati tra i più illustri personaggi della storia culturale piemontese e italiana: Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Primo Levi, Fernanda Pivano, Gianni e Umberto Agnelli, Piero Angela. Il professore Augusto Monti, a proposito, scrive: “Fu bene una fucina di antifascisti il ‘Massimo D’Azeglio’ in quegli anni, ma non per colpa o per merito di questo e quell’insegnante, ma così, per effetto dell’aria, del suolo, dell’ ‘ambiente’ torinese e piemontese. Quel Liceo era come una di quelle case in cui ‘ci si sente’; dove i successivi inquilini sono visitati nel sonno – e anche da desti – dagli spiriti, dalle anime”.
 
Il 1938 cambia per sempre la storia. In una città che 90 anni prima aveva conosciuto lo Statuto albertino, prima carta costituzionale nell’Italia di allora, tornano le discriminazioni, le intolleranze. Dal 1° gennaio 1940 Emanuele Artom inizia la redazione del suo diario, un’opera che arriverà fino ai giorni nostri. Un testo in cui allo studioso si affianca l’umano, posto di fronte a scelte difficili, che mette a nudo una natura sofferta, fragile. Poco più di sei mesi dopo l’Italia entra in guerra, compiendo quelle “decisioni irrevocabili” che porteranno il nostro Paese a un disastroso susseguirsi di lutti e dolori che ancore nel presente conserva le cicatrici. Il 16 ottobre 1941 racconta di un tentativo, avvenuto due notti prima, da parte di alcuni squadristi, di incendiare la Sinagoga di Torino. Il clima per gli ebrei torinesi si fa sempre più opprimente e, spesso, compaiono per le vie manifesti minacciosi. Vere e proprie liste di proscrizione con nomi e indirizzi da persone da eliminare. 
 
Ma a questi ricordi di un tempo pericoloso si affiancano attimi di vita normale, quasi fuori dalla storia. Il 19 agosto 1942 si legge: “Stamane sono andato con la mamma a comprare una giacca estiva. È fresca e mi sta bene”.
 
Il 1° ottobre 1942 si legge: “L’avvenimento principale è l’arrivo della cartolina precetto con l’ordine di presentarmi sabato alle 3”. Agli ebrei è imposto il lavoro obbligatorio. Il 18 novembre è testimone del “primo grande bombardamento di Torino”, il 19 scrive: “Ad un tratto si sentì un fortissimo colpo e si spense la luce. Era stata colpita una parte della casa vicina”. Il 21 novembre Emanuele redige il suo testamento, “perché potremo venire uccisi”. E un’amara constatazione: “Siamo delle particelle trascurabili del mondo […] dopo la nostra morte il tutto procederà come prima”.
 
Con la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, matura in Emanuele la scelta di schierarsi con il movimento antifascista di Giustizia e Libertà. L’8 settembre “tutti dicono che la guerra è finita”, il 10 riporta: “I tedeschi sono entrati ieri sera a Torino e circolano le voci più folli; che tagliano le mani alla gente […] mezza Italia è tedesca, mezza inglese e non c’è più un’Italia italiana”.
 
A novembre Artom entra nella banda partigiana Italia Libera della Valle Pellice e da lì è inviato a Barge, “come delegato del Partito d'Azione presso il comando garibaldino di Barbato”, il noto comandate Pompeo Colajanni. Il 20 dicembre è coinvolto nel primo combattimento tra partigiani e nazifascisti a Cavour. Dopo una scaramuccia con alcuni fascisti, “passò un’automobile tedesca, da cui partì un colpo che ferì uno dei nostri, ma fu poi crivellata dai colpi. Dentro, due tedeschi morti e un cospicuo bottino: grossi pacchi di biglietti da mille per circa due milioni nuovi di zecca”. Quello che Emanuele non sa è che non tutti e due i morti sono tedeschi. Uno è italiano, Pier Paolo Lidonnici, figlio del segretario del fascio di Saluzzo. Il tedesco, Christoph Paul von Andreae, è invece il responsabile dell’organizzazione Todt nel saluzzese. Dal combattimento del 20 dicembre ha inizio l’irrefrenabile violenza della guerra civile. Tre giorno dopo a Cavour i tedeschi impiccano il partigiano Alfredo Sforzini, dopo averlo brutalmente torturato. I partigiani rispondono passando per le armi Edoardo Lidonnici, catturato a Sanfront mentre affliggeva i manifesti funebri del figlio morto. Il corpo del fascista fu rinvenuto a Calcinere di Paesana a inizio gennaio insieme a quello di un altro milite, Antonio Varetto. I tedeschi e fascisti mettono in moto la loro macchina da guerra. In valle Po un vasto rastrellamento importa nelle nostre valli i metodi di sterminio che i nazisti avevano già applicato in Unione Sovietica. La comunità ebraica saluzzese inizia ad essere spazzata via dagli arresti. Il 28 dicembre Artom scrive: “Cadono dei partigiani, cadono dei fascisti, i giornali tutti i giorni annunciano nuove stragi e la guerra procede nel tempo lentissima e pesante come una mostruosa enorme lumaca, che lasci dietro di sé una larga striscia di sangue”.
 
Passa il tempo, e la guerra partigiana mostra le difficoltà, le fatiche. Nonostante il fisico esile, Artom è comunque nominato commissario politico. La redazione del suo diario termina prematuramente, il 23 febbraio 1944. Da allora un lungo silenzio. 
 
Passano gli anni. Tra il 22 gennaio e il 19 aprile 1951 a Torino si apre uno dei tanti processi contro i crimini commessi dai fascisti. Sono accusati Arturo Dal Dosso, Francesco Malaga e Domenico Peccolo Besso. Dal Dosso, il principale imputato, è assente. Dopo la guerra, si rifugia in un istituto religioso e da lì parte per la Spagna (dove, forse, entra nella Legione straniera) e infine per il Brasile. L’accusa è pesantissima e nella sala si legge ciò che Artom dovette subire quando cadde nelle mani delle SS italiane, comandate da questo sinistro individuo: “Il povero martire fu frustato con tubi di gomma e con cinghie sul torso nudo; gli furono messi sul torso nudo e piagato pesanti massi; fu sforacchiato a colpi di baionetta; gli furono conficcati spilli sotto le unghie; gli fu mozzato un orecchio; fu ferito ad un occhio; gli furono strappati i capelli e gettati giù i denti; gli fu persino rotta la vescica; fu immerso nell’acqua gelata e poi investito con getti di acqua bollente […]. Quando fu ridotto in pietose condizioni, egli fu per ludibrio dalla soldataglia posto a cavallo d’un mulo, tutto piagato di ferite, con un cappellaccio in testa ed una scopa in mano”. Artom era stato catturato durante il rastrellamento di fine marzo 1944. Un prigionero a cui aveva precedentemente salvato la vita lo denunciò come ebreo e commissario politico. Da lì il calvario, che lo portò alla morte. Il 7 aprile 1944 fu rinvenuto morto nella sua cella a Torino. Il cadavere, abbandonato vicino al torrente Sangone, non fu mai trovato. E Dal Dosso? Non pagò mai i sui crimini. Nel 1960 ottiene addirittura la pensione, con gli arretrati. 
 
Ad Artom è dedicata una via a Torino. Nell’angolo con via Candiolo è presente un murales. Si vede il ritratto di Emanuele con le catene che si spezzano. Un simbolo di una libertà costata così cara, eppure così bella. 
 
FONTI
 
MuseoTorino, Emanuele Artom, https://www.museotorino.it/view/s/dfa8f185293c426ab44fdbe3aa42c41d
 
Giubbetti Serra B., In nome di quale Stato? Il processo contro i torturatori di Emanuele Artom, a 70 anni dalla prima sentenza, storiAmestre, 18/04/2021, https://storiamestre.it/2021/04/in-nome-di-quale-stato/
 
Digital Library, Processo penale contro Dal Dosso, Malanga, Peccolo Besso, http://digital-library.cdec.it/cdec-web/storico/detail/IT-CDEC-ST0003-000036/processo-penale-contro-dal-dosso-malanga-peccolo-besso.html
 

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