VILLAFALLETTO - La storia di Mario Malausa, caduto nella lotta contro la mafia e sepolto a Villafalletto

Originario di Revello, morì a 25 anni, il 30 giugno del 1963, nel pieno della prima guerra di mafia

Federico Mellano 02/11/2023 10:18

Lungo una strada che si arrampica attraverso le piantagioni di mandarini di Ciaculli c’è un monumento che commemora uno dei peggiori tra i molti orrori perpetrati da Cosa Nostra. Forse appropriatamente, il monumento non è molto attraente: un’alta stele di marmo rosa che reca in cima sette stelle metalliche sorrette da fili d’acciaio che si levano verso l’alto. Vi sono incisi i nomi di quattro carabinieri, due militari del Genio dell’Esercito e un poliziotto. Un’occhiata all’elenco rivela che cominciando il suo lavoro lo scalpellino commise un piccolo errore. Sotto il primo nome - quello del tenente dei carabinieri Mario Malausa - si scorgono le tracce della garbata abrasione di un altro nome, appartenente a un uomo con un grado inferiore. Cosa assurda eppure in certo modo toccante, qualcuno dovette sottolineare che le gerarchie della vita militare debbono essere conservate anche nella morte”.
 
Così si apre il capitolo “La prima guerra di mafia e le sue conseguenze” di uno dei testi più noti della storia di Cosa Nostra. John Dickie, l’autore, conosce bene Mario Malausa, morto a 25 anni, il 30 giugno 1963, aprendo il cofano di una macchina. 
 
Oggi è il giorno dei morti e il cimitero di Villafalletto è più frequentato del solito, come ogni anno. Alcuni passano davanti a una tomba familiare grigia, quasi anonima. In obliquo è scritto Malausa e in uno dei loculi c’è il nome Mario. Proprio lui, che aveva lasciato la vita in una calda giornata d’estate a Ciaculli, paese in cui “il potere della mafia è inscritto nel paesaggio”, in una terra lontana rispetto a quella dei suoi genitori, originari di Revello, ma trasferiti per un periodo a Tripoli.
 
La presenza di Mario Malausa in Sicilia coincise con la prima grande guerra di mafia. Tra la fine del 1962 e l’inizio del 1963 le esplosioni, gli inseguimenti in macchina e le sparatorie diventarono a Palermo eventi di ordinaria amministrazione. "I giornali scrivevano - con inconsapevole ironia - che la capitale siciliana era diventata come Chicago negli anni Venti”. Una guerra scoppiata tra Salvatore Greco detto “Cicchiteddu” con al suo fianco il corleonese Luciano Leggio da una parte, e i fratelli Angelo e Salvatore La Barbera dall’altra. 
 
Iniziò tutto da una truffa a proposito di una partita di eroina: “Nel febbraio 1962 i fratelli La Barbera e i Greco erano tutti membri di un consorzio che finanziò una spedizione di eroina dall’Egitto - scrive Dickie -. La merce arrivò regolarmente sulla costa meridionale della Sicilia. Fu inviato un uomo d’onore, Calcedonio Di Pisa, a controllare che venisse inoltrata senza intoppi verso New York sul transatlantico Saturnia. Ma i mafiosi di Brooklyn che ricevettero la droga scoprirono che i pacchetti non contenevano la quantità pattuita. Il cameriere del Saturnia cui Di Pisa aveva consegnato l’eroina fu torturato, ma non rivelò nulla. Si cominciò a sospettare dello stesso Di Pisa. In una riunione della Commissione convocata per decidere sul caso, Di Pisa fu assolto dall’accusa di aver sottratto una parte dell’eroina. Ma questa decisione non soddisfece i La Barbera, che non celarono il loro malcontento”.
 
Il 26 dicembre 1962 Di Pisa fu ammazzato in piazza Principe di Camporeale, sul margine occidentale di Palermo. Da quel giorno una lunga scia di sangue. Vendette e faide divorarono le famiglie: morirono oltre sessanta persone. 
 
Quel 30 giugno 1963, “a metà mattina, un uomo telefonò alla questura di Palermo per dire che sulla sua terra - nel luogo dove adesso s’innalza il monumento - c’era una macchina abbandonata. L’automobile, un’Alfa Romeo Giulietta, aveva una gomma a terra, e gli sportelli erano aperti”. Le forze dell’ordine arrivarono subito sul posto, chiedendo l’intervento dei genieri dell’Esercito. Gli artificieri tagliarono la miccia e rassicurarono sul fatto che fosse possibile raggiungere l’automobile. Ma non era proprio così: “Quando il tenente Mario Malausa aprì il bagagliaio per ispezionarne il contenuto provocò l’esplosione di un’enorme quantità di tritolo. Malausa e altri sei uomini furono fatti a pezzi da un’esplosione che bruciacchiò e spogliò gli alberi di mandarino per centinaia di metri tutt’intorno”.
 
I responsabili della morte del giovane tenente non furono mai identificati e tante ipotesi furono fatte a riguardo. Alcuni hanno sostenuto che l’obiettivo dell’attentato fosse proprio lui, per via delle sue indagini: Malausa si era occupato di vagliare i rapporti tra le organizzazioni mafiose e la politica. Il suo dossier venne infatti acquisito dalla Commissione parlamentare antimafia, istituita meno di un’anno prima. 
 
Nel 2011 a Mario Malausa fu conferita la Medaglia d'oro al merito civile perché “con eccezionale coraggio ed esemplare iniziativa, nonostante il clima di forte tensione per il rischio di possibili attentati mafiosi, non esitava unitamente ad altri colleghi a ispezionare un'autovettura abbandonata al cui interno un ordigno era stato disinnescato dai militari artificieri, venendo mortalmente investito dalla violenta deflagrazione di un ulteriore ordigno proditoriamente occultato nel vano portabagagli. Chiaro esempio di elette virtù civiche ed altissimo senso del dovere, spinti fino all'estremo sacrificio”.
 
In un uggioso giorno di novembre, passando accanto alla tomba di Mario Malausa viene in mente la canzone di Fabrizio Moro, “Pensa”: “Ci sono stati uomini che sono morti giovani, ma consapevoli che le loro idee sarebbero rimaste nei secoli come parole iperboli intatte e reali come piccoli miracoli”.

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