Domani pomeriggio, sabato 29 novembre, alle 17 il Salone comunale di Venasca ospita un nuovo appuntamento della rassegna “Forni narranti”, con un ospite d’eccezione: Alberto Grandi, professore associato in Storia Economica dell’Università di Parma, storico dell'alimentazione, esperto di storia della cucina italiana dal medioevo ai giorni nostri. Nelle sue numerose pubblicazioni cerca di dimostrare come l’innovazione sia sempre stata un elemento di successo e come la ricerca, lo sviluppo, il miglioramento dei prodotti siano fattori disviluppo fondamentali, anche nel settore agroalimentare: quelle che oggi chiamiamo tradizioni sono infatti innovazioni arrivate al momento giusto, che hanno avuto successo e che hanno cominciato a cambiare nel momento stesso in cui sono diventate tradizioni. Per Mondadori ha pubblicato Denominazione di origine inventata (2018) e Parla mentre mangi (2019) mentre per Aboca Edizioni i saggi L’incredibile storia della neve e della sua scomparsa (2022), Storia delle nostre paure alimentari (2023) e La cucina italiana non esiste. Bugie e falsi miti sui prodotti e i piatti cosiddetti tipici (2024). È autore del podcast DOI – Denominazione di origine inventata, in cui racconta come la ricerca storica quasi sempre smentisce le origini arcaiche delle nostre specialità culinarie, facendoci scoprire che molte ricette cui attribuiamo radici antichissime sono in realtà invenzioni recenti. A Venasca il professor Grandi farà un intervento dal titolo Pane bianco, pane nero e polenta gialla. I colori della fame e dell’abbondanza, in cui ripercorrerà la millenaria storia del pane. Le prime tracce dell’attività di macinazione dei cereali precedono di parecchio la rivoluzione agricola: nella grotta di Paglicci in Puglia sono stati trovati alcuni utensili adatti alla trasformazione del grano in farina, risalenti a più di 32.000 anni fa, quindi anticipando di circa 20.000 anni le prime domesticazioni di animali. È praticamente certo che quelle prime farine di cereali spontanei venissero utilizzate per preparare pappe più o meno liquide, aprendo la strada a uno degli alimenti base per l’umanità, vale a dire quella che noi italiani chiamiamo polenta. L’altro grande cibo derivante dai cereali che caratterizza l’alimentazione umana è il pane. Anche in questo caso, abbiamo tracce che precedono di un paio di millenni la nascita dell’agricoltura: circa 14.000 anni fa, quindi. Il passaggio dalla pappa semiliquida al pane avvenne semplicemente riducendo la quantità d’acqua nella preparazione e soprattutto modificando il sistema di cottura: non più direttamente sul fuoco in un recipiente, ma in maniera indiretta, mettendo l’impasto accanto alla fonte di calore. Alberto Grandi è noto per i suoi attacchi alla retorica che circonda la cucina italiana e più di un a volta ha acceso il dibattito e le polemiche su piatti o prodotti iconici della cucina italiana: sarà quindi molto interessante ascoltarlo a Venasca, soprattutto per chi si occupa di temi relativi al cibo, alla ristorazione, alla storia delle tradizioni. Soprattutto per gli insegnanti. In una recente intervista, ad esempio, ha dichiarato che “negli ultimi 50 anni abbiamo semplicemente inventato tantissime ricette e storie. C’è un eccesso di miti e leggende che circondano la cucina italiana. Non è altro che marketing”. Ad esempio, a chi sostiene che il tiramisù ha origine da un piatto del 17° secolo e veniva mangiato dalla famiglia de Medici, Grandi risponde che è una favola, “è marketing. Non c'è niente di riprovevole in questo. Il marketing esiste per vendere prodotti. Il tiramisù potrebbe essere stato inventato solo negli anni '60 o '70. Il mascarpone richiede la refrigerazione per essere prodotto e non era disponibile per tutti. Ciò è diventato possibile solo con lo sviluppo dei supermercati. Mia mamma oggi ha 90 anni. 50 anni fa il mascarpone era per lei una novità assoluta”. Interessanti alcune sue osservazioni, che probabilmente riproporrà anche a Venasca e su cui ci sarà dibattito: “Il cibo ha un significato enorme nella nostra cultura. E lo trovo strano. Come storico, trovo difficile che il cibo sia oggi l’aspetto più importante dell’identità per gli italiani. Lo trovo pericoloso. Proprio stamattina ne discutevo con un amico. Ha detto che in Italia tutto dipende dal turismo e dal cibo. Questo non è vero. Il 90% del PIL italiano non può essere attribuito al turismo. Le reazioni al mio lavoro dimostrano che molti italiani non sono consapevoli della realtà economica e sociale del nostro Paese. La cucina non fa più parte della nostra identità, è la nostra identità. Gli italiani non hanno fiducia nel futuro e per questo si inventano un passato. L'unica vera cucina italiana non esiste”.