Adesso c’è anche l’appello a “tutelare” la presenza femminile in politica evitando alle candidate parlamentari l’imbarazzo di confrontarsi con le preferenze degli elettori. Arriva da Elena Bonetti, oggi presidente di Azione, ieri ministro della famiglia per Italia Viva nei governi Conte II e Draghi, da un decennio in politica senza aver mai preso un voto personale - sia detto a titolo di mera constatazione. La lettera aperta, condivisa da un gruppo bipartisan di politiche fra cui la cuneese e vicepresidente del Partito Democratico Chiara Gribaudo, avverte che “l’esperienza italiana e quella di molti altri Paesi, come ampiamente attestato in letteratura comparata”, mostrerebbe come “il voto di preferenza tende a penalizzare la rappresentanza femminile”. Questo perché “le preferenze premiano soprattutto la forza delle reti personali, la disponibilità di risorse economiche, la notorietà costruita nel tempo: condizioni che, ancora oggi, vedono troppo spesso le donne partire da una posizione di svantaggio, o dipendere da reti di potere costruite da altri”. Intendiamoci, l’argomento è più serio rispetto all’altra comune obiezione al diritto di scelta dei parlamentari. Ovvero l’idea che le preferenze facciano male alla politica perché il popolo bue, lasciato a sé, non può far altro che votare per chi gli promette un pacco di pasta o un paio di scarpe. A questo proposito vale la pena di notare che senz’altro è vero che ogni popolo ha il governo che si merita, come recita l’antica massima. Ma allora non c’è ragione di credere che chi è disposto a comprare gli elettori per assicurarsi un seggio non sia altrettanto incline a farlo con gli alti papaveri di partito - al momento della formazione delle liste in qualche segreta stanza. La questione della disparità economica tra i candidati, in realtà molto più dirimente di quella fra i sessi, merita una riflessione a parte: la disponibilità di risorse finanziarie in politica significa molto, ma non tutto. Le smentite alla tesi per cui il candidato “povero” abbia poche o nessuna possibilità davanti a quello “ricco” sono, per fortuna, innumerevoli. E a dirla tutta, a trentatre anni dall’abolizione della vecchia legge elettorale non ci pare che liste e collegi “pilotati” abbiano spalancato le porte del parlamento a braccianti, operai e precari. Dicevamo della questione di genere, dunque. Rispetto alla quale sono state le donne stesse, in Piemonte ad esempio le consigliere regionali Monica Canalis e Alice Ravinale, a porsi la domanda cruciale: quale messaggio si dà, se passa l’idea che la rappresentanza femminile non sia in grado di camminare sulle sue gambe? Può sembrare un tema lontanissimo dalle preoccupazioni quotidiane e non ci stupiremo se qualcuno commenterà questa riflessione invitandoci a dedicarci a “problemi veri”. Il punto è che all’origine di molte delle cose che non vanno nella politica, e che si riflettono in tassi di astensionismo ormai patologici, c’è lo scadimento della rappresentanza a cui abbiamo assistito negli ultimi tre decenni. Un attento osservatore della realtà locale come Giampaolo Testa lo ha notato con acutezza pochi giorni fa, in un editoriale su Targatocn: della necessità di tutelare il filtro politico esercitato dai partiti avrebbe senso parlare se i partiti fossero ancora qualcosa di più che comitati elettorali. La cui sussistenza dipende quasi per intero dalle alterne fortune del capo, il “faccione” che prende voti per tutti alle elezioni e poi arrivederci fra cinque anni. Quanto abbia fatto male alla democrazia questo sistema schiacciato sul vertice, con un uomo o una donna sola in cima alla piramide e una pletora di cicisbei a contendersene i favori maneggiando liste bloccate e collegi, lo abbiamo visto e subito per un tempo abbastanza lungo da trarne ragionevoli conclusioni. Ora si tratta di prendere atto che un ritorno alla partecipazione passa per la ricostruzione del rapporto tra il cittadino e il suo parlamentare di riferimento, a cominciare dalla mera circostanza di conoscerne e scriverne il cognome sulla scheda. Le preferenze, in quest’ottica, possono far male solo a una categoria di politici: a chi, uomo o donna, sulla loro assenza ha costruito tutta la propria carriera.