Si parte dall’educata discussione “nel merito”, com’è costume auspicare in questi dibattiti, e si arriva allo scontro frontale sui soliti temi: il sistema Palamara, l’autoritarismo, la magistratura che fa politica e la politica che s’impiccia troppo delle questioni della magistratura. Eppure il confronto al teatro Toselli fra i sostenitori del sì e del no al referendum lascia intravedere anche qualcosa di buono. Il pubblico - con una forte rappresentanza di “addetti ai lavori”, organizzava infatti il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Cuneo - accompagna le due ore di botta e risposta con applausi e perfino qualche contestazione: “Fate pure buu” ribatte a un certo punto Massimo Giannini, uno degli invitati illustri. Insieme all’ex direttore de La Stampa sul palco a sostenere le ragioni del no c’è la giudice Flavia Panzano, presidente di sezione in Corte d’Appello a Torino. All’angolo opposto del ring gli avvocati Gian Domenico Caiazza, ex presidente nazionale delle Camere Penali ed esponente di punta del comitato del sì, e Dora Bissoni, presidente della sezione cuneese della Camera Penale. Chi punti a “depoliticizzare” il confronto è chiaro fin dalle prime battute: “Si parla troppo del contesto della riforma e poco del testo” lamenta Caiazza. Solo due articoli della costituzione vengono toccati, ed è già successo molte volte: ventidue, per la precisione. “Molte di queste modifiche - aggiunge - sono avvenute a maggioranza: ne ricordo una per tutte, il taglio dei parlamentari. Quella norma era tra l’altro nel progetto di Licio Gelli”. La separazione delle carriere? C’è in tutto il mondo democratico: “La nostra è un’eccezione. Siamo in una compagnia un po’ malinconica, con Turchia e Romania, ed ereditiamo questo assetto dal fascismo”. Quello che invece costituirà un unicum, se passa la riforma, è il sistema del sorteggio per il Csm: “Ma è una soluzione a un’anomalia che esiste solo in questo Paese. La magistratura organizzata in correnti è un fatto unico nel mondo”. Nessuna stretta autoritaria, assicurano i promotori del sì, tant’è che “la riforma non cambia la norma fondamentale, cioè la proporzione tra la componente togata e laica”. “Calamandrei proponeva già nel 1948 di separare le carriere, ma i costituenti non se la sentirono” rievoca Bissoni, pur concedendo agli avversari che qui non si parla di mettere risorse nella macchina giustizia: “Ma questo non è il fine della riforma, non riguarda la numerosità delle sentenze o i processi più veloci: altre riforme hanno toccato questi aspetti, basti pensare alla riforma Cartabia. Questa è una riforma che vuole creare una giusta distanza tra il giudice e il pm”. Giannini deplora da parte sua “il vizio della seduta spiritica”, cifra comune di chi chiama in causa Falcone e Borsellino, Vassalli o - appunto - Calamandrei: “A cosa serva questa riforma io non l’ho ancora capito” ammette. Poi però dice di avere le idee chiare sulla direzione verso cui punta: la riforma “aggredisce la casa comune degli italiani”, ovvero la costituzione, e “serve a ridurre il presidente della Repubblica, in futuro, a semplice notaio”. “Il nuovo potere autocratico procede in questo modo” attacca l’editorialista di Repubblica, azzardando paragoni con Trump, Bolsonaro e non solo. A riportare la critica sul testo di legge ci pensa la giudice Panzano: “È una scatola vuota, così blindata che non sono stati accettati nemmeno eventuali emendamenti della maggioranza”. La separazione delle carriere è “un’operazione di facciata in cui spiace siano caduti alcuni avvocati”, ma ad attirare strali sono soprattutto il sorteggio e la scissione in due del Csm: “Il Csm non è un ufficio del personale: la proporzione numerica è mantenuta ma è svuotata di significato. I togati sono estratti a casaccio, con un metodo che deresponsabilizza i componenti e toglie rappresentatività. Non sono previste neanche le quote di genere”. Si finisce, inevitabilmente, ad accapigliarsi sul convitato di pietra, quel Luca Palamara che al malcostume delle correnti in magistratura ha dato un nome e un cognome e che è atteso a sua volta a Cuneo, mercoledì sera. “Noi paghiamo il conto di Palamara che oggi fa campagna referendaria per il sì” tuona Panzano: “La vicenda Palamara ha evidenziato una soggezione della componente togata rispetto agli interessi della politica, non quella delle correnti”. E i politici coinvolti, ovvero i renziani Luca Lotti e Cosimo Ferri, non hanno mai pagato pegno, aggiunge Giannini. A differenza dei magistrati, sanzionati o cacciati. Su questo il distacco con il fronte del sì non potrebbe essere più ampio: Caiazza offre di quella vicenda - al centro c’era il tentativo di concordare la nomina del procuratore di Roma - una lettura opposta. Parla di “più di cento magistrati coinvolti” e di un corporativismo che ne ha graziati buona parte. Lo stesso, dice, che ora si manifesta nel no dell’Anm alla riforma: “La magistratura - ammonisce l’avvocato - è diventata una parte politica ed è un tema di credibilità futura, qualunque sarà il risultato”.