La sanità territoriale piemontese entra nella sua fase più concreta anche in provincia di Cuneo. Dopo l'inaugurazione, nello scorso mese di aprile, delle Case della Comunità di Verzuolo, Dronero e Borgo San Dalmazzo, mercoledì 15 luglio l'Asl CN1 ha aggiunto un nuovo tassello al percorso di riorganizzazione previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), aprendo ufficialmente l'Ospedale di Comunità di Saluzzo, la Casa della Comunità di Savigliano e l'Ospedale di Comunità di Cuneo, realizzato negli spazi dell'ex Mater Amabilis.
Tre inaugurazioni in un solo giorno, un investimento complessivo di circa 7,5 milioni di euro e un obiettivo dichiarato: cambiare il modo in cui i cittadini accedono ai servizi sanitari, spostando il baricentro dell'assistenza dall'ospedale al territorio.
Una trasformazione destinata a incidere profondamente sull'organizzazione della sanità pubblica, ma che continua ad alimentare interrogativi e polemiche. Se da una parte la Regione Piemonte e l'Asl CN1 rivendicano il rispetto dei tempi imposti dal PNRR e l'avvio di un modello assistenziale destinato a rafforzare la medicina di prossimità, dall'altra opposizioni e organizzazioni sindacali chiedono garanzie sulla disponibilità del personale necessario per rendere realmente operative le nuove strutture.
Per comprendere il dibattito è necessario partire da una domanda semplice: che differenza c'è tra una Casa di Comunità e un Ospedale di Comunità?
Casa di Comunità e Ospedale di Comunità: due strutture diverse, un unico obiettivo
I due nomi vengono spesso utilizzati come se indicassero la stessa cosa. In realtà svolgono funzioni profondamente diverse e rappresentano due pilastri complementari della riforma della sanità territoriale introdotta dal Decreto Ministeriale 77.
La Casa di Comunità è il punto di riferimento sanitario di prossimità. Non è un ospedale e non prevede ricoveri. È il luogo in cui il cittadino può trovare, nello stesso edificio, molti dei servizi che fino a oggi erano distribuiti tra sedi diverse.
Al suo interno trovano spazio i medici di medicina generale, gli infermieri di famiglia e comunità, gli specialisti ambulatoriali, i consultori, i punti prelievo, i servizi sociali e numerose attività dedicate alla prevenzione e alla presa in carico dei pazienti cronici.
L'obiettivo è semplice: evitare che una persona debba rivolgersi all'ospedale anche quando non ne ha realmente bisogno.
Un paziente diabetico, ad esempio, potrà effettuare controlli periodici, visite specialistiche, esami e monitoraggi nello stesso presidio, con un percorso assistenziale coordinato. Lo stesso vale per persone affette da scompenso cardiaco, broncopneumopatie croniche o altre patologie che richiedono controlli frequenti, ma non un ricovero ospedaliero.
L'Ospedale di Comunità, invece, è una struttura residenziale dotata di posti letto. Non si tratta però di un reparto ospedaliero tradizionale.
È destinato ai cosiddetti pazienti 'non acuti': persone che hanno superato la fase più critica della malattia, ma che non sono ancora nelle condizioni di rientrare al proprio domicilio in sicurezza.
Pensiamo, ad esempio, a un anziano dimesso dopo una polmonite, un intervento chirurgico o una frattura. Non necessita più delle cure intensive garantite dall'ospedale, ma ha ancora bisogno di assistenza infermieristica continuativa, fisioterapia o monitoraggio clinico prima del ritorno a casa.
È proprio questo il ruolo degli Ospedali di Comunità: rappresentare il ponte tra il ricovero ospedaliero e il domicilio, alleggerendo al tempo stesso la pressione sui Pronto Soccorso e sui reparti per acuti.
Le degenze sono generalmente limitate a poche settimane e l'assistenza è affidata prevalentemente al personale infermieristico, con il supporto dei medici di medicina generale e degli specialisti.
Il nuovo tassello della rete dell'Asl CN1
Le tre strutture inaugurate mercoledì rappresentano un ulteriore passo nel percorso avviato dall'Asl CN1 con le precedenti aperture di Verzuolo, Dronero e Borgo San Dalmazzo.
A Savigliano è stata inaugurata la nuova Casa della Comunità, realizzata all'interno del Corpo M dell'ospedale cittadino grazie a un investimento di circa 1,85 milioni di euro. L'attivazione dei servizi è prevista entro la fine del mese e la struttura diventerà uno dei punti di riferimento per l'assistenza territoriale del distretto.
A Saluzzo ha aperto invece il nuovo Ospedale di Comunità, finanziato con circa 2,5 milioni di euro e dotato di venti posti letto. I primi pazienti saranno accolti a partire dal 21 luglio.
Stessa data anche per l'Ospedale di Comunità di Cuneo, ricavato negli spazi completamente riqualificati dell'ex Mater Amabilis grazie a un investimento di 3,15 milioni di euro, ai quali si aggiunge il contributo di 250 mila euro della Fondazione CRC destinato alla ristrutturazione di parte degli ambienti.
La struttura non ospiterà soltanto i venti posti letto dell'Ospedale di Comunità, gestiti in convenzione con l'Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle, ma diventerà progressivamente una vera cittadella dei servizi sanitari.
Sono già stati trasferiti la Continuità assistenziale (l'ex Guardia Medica) e il Consultorio familiare, mentre entro la fine dell'anno arriverà anche la Neuropsichiatria Infantile. Parallelamente verranno riorganizzati altri servizi aziendali con l'obiettivo di concentrare attività oggi distribuite in sedi differenti e ridurre anche alcuni costi di gestione.
Una riforma che guarda oltre gli edifici
Le nuove strutture fanno parte della più ampia rete della sanità territoriale che l'Asl CN1 sta realizzando grazie ai fondi europei del PNRR.
Sono già operative le quattro Centrali Operative Territoriali di Cuneo, Saluzzo, Savigliano e Mondovì, mentre entro la fine del mese saranno attive complessivamente nove Case della Comunità.
A settembre sono previste ulteriori inaugurazioni, a partire dalla Casa della Comunità di Dogliani e dalla restante parte del presidio di Saluzzo, cui seguiranno Ceva e Fossano.
Per l'assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, il completamento delle opere rappresenta un traguardo importante non solo sotto il profilo edilizio, ma anche amministrativo. "Il Piemonte ha raggiunto il 100% degli obiettivi previsti dal target grazie all'impegno di tutti i soggetti coinvolti che hanno fatto un grande sforzo per rispettare i tempi", ha sottolineato durante l'inaugurazione di Cuneo.
Sulla stessa linea anche il direttore generale dell'Asl CN1 Giuseppe Guerra, che ha definito quello compiuto dall'azienda sanitaria "uno sforzo non indifferente" su un territorio vasto come quello della provincia di Cuneo.
L'obiettivo, ha spiegato, è costruire una rete capace di garantire continuità assistenziale, servizi infermieristici e ambulatori specialistici all'interno dei quattro distretti sanitari, rendendo realmente concreta quella medicina di prossimità che rappresenta il cuore della riforma.
Dalla teoria alla pratica: "Ora la sfida è far funzionare queste strutture"
Se la giornata del 15 luglio è stata caratterizzata da tre tagli del nastro, il messaggio emerso dagli interventi delle istituzioni è stato sostanzialmente uno: il lavoro sulle strutture è terminato, ora inizia quello sull'organizzazione dei servizi.
L'assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi ha aperto l'inaugurazione dell'Ospedale di Comunità di Cuneo ricordando come il nuovo presidio sia destinato a servire innanzitutto la comunità locale. "Perché si chiama Ospedale di Comunità? Perché l'ospedale, come lo intendiamo normalmente, accoglie pazienti che arrivano anche da altre province o da altre regioni. Questi edifici invece nascono per servire la comunità di residenza, in questo caso quella della città di Cuneo".
L'assessore ha rivendicato soprattutto il rispetto delle scadenze imposte dall'Unione Europea, sottolineando come il Piemonte sia riuscito a completare gli interventi finanziati dal PNRR senza perdere risorse. "Questa provincia e questa Asl hanno saputo affrontare gli interventi del PNRR con capacità, rapidità e solerzia. Non abbiamo perso finanziamenti e non tutte le regioni italiane possono dire di aver raggiunto il cento per cento degli obiettivi”.
Per Riboldi, tuttavia, il completamento degli edifici rappresenta soltanto il punto di partenza di una trasformazione molto più ampia: "Questi finanziamenti rappresentano il futuro della sanità pubblica. Consentono di fare più prevenzione, curare le persone vicino a casa e offrire servizi che permettono ai cittadini di trascorrere qui il periodo necessario dopo la dimissione dall'ospedale oppure di essere ricoverati quando non è necessaria un'assistenza ad alta intensità".
L'assessore ha ricordato come la rete piemontese della sanità territoriale comprenderà complessivamente circa 170 strutture, tra Case della Comunità, Ospedali di Comunità e Centrali Operative Territoriali, alle quali si aggiungeranno numerose Case della Comunità "spoke" nate su iniziativa dei territori.
"È una rete importante che cambierà il futuro della sanità. È stata immaginata durante il primo governo Cirio con l'assessore Icardi e oggi stiamo completando quel percorso".
Guerra: "L'ex Mater Amabilis diventerà una vera cittadella della salute"
Se Riboldi ha inquadrato il progetto nella strategia regionale, il direttore generale dell'Asl CN1 Giuseppe Guerra è entrato nel dettaglio di ciò che accadrà concretamente all'interno dell'ex Mater Amabilis.
Il nuovo Ospedale di Comunità, ha spiegato, rappresenta soltanto una parte del progetto.
L'obiettivo dell'Asl è infatti trasformare l'intero complesso in una vera e propria cittadella sanitaria. "Qui abbiamo già trasferito il Consultorio familiare, la Continuità assistenziale, quella che un tempo era la Guardia Medica, dotandola anche di tutti i sistemi di sicurezza e videosorveglianza a tutela degli operatori".
Entro la fine dell'anno arriverà anche la Neuropsichiatria Infantile, trasferimento che consentirà di liberare spazi nella sede di corso Francia.
Da lì prenderà il via un effetto domino che permetterà di riorganizzare altri servizi aziendali: "La Neuropsichiatria lascerà liberi i locali di corso Francia, dove potremo trasferire la Medicina Legale, le commissioni invalidi e il servizio vaccinazioni, oggi collocato al primo piano. Portando questi servizi al piano terra miglioreremo l'accessibilità per le famiglie e recupereremo ulteriori spazi".
La riorganizzazione consentirà inoltre di eliminare alcune sedi in affitto: "Appena liberato il primo piano di corso Francia, potremo portare a Cuneo il servizio screening che oggi si trova a Boves, riducendo così anche i costi di gestione. È un primo passo nella direzione del contenimento della spesa che la Regione ci ha chiesto".
Un progetto che, ha spiegato Guerra, è stato possibile anche grazie alla collaborazione con il Comune di Cuneo e al contributo di 250 mila euro della Fondazione CRC, utilizzato per completare la riqualificazione degli spazi dell'ex Mater Amabilis.
La collaborazione con il Santa Croce
Tra i passaggi più significativi dell'intervento del direttore generale c'è anche quello dedicato al rapporto con l'Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle.
Secondo Guerra, negli ultimi anni la collaborazione tra le due aziende è diventata sempre più stretta. Ha ricordato, ad esempio, gli accordi raggiunti sulla Ginecologia e sulla Neurologia e ha annunciato che anche il nuovo Ospedale di Comunità nascerà all'interno di questa logica di rete.
"I venti posti letto saranno inseriti nel modello previsto dal DM77, ma potranno contare anche sulla collaborazione della Geriatria del Santa Croce. Oggi fare rete non è più una scelta, è una necessità".
Icardi: "Il primo luogo di cura è il domicilio"
Particolarmente articolato anche l'intervento del presidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale Luigi Genesio Icardi, che ha ricordato come il progetto affondi le proprie radici nel precedente mandato della Giunta Cirio, quando ricopriva l'incarico di assessore regionale alla Sanità.
"Mi fa piacere vedere concluso un percorso che abbiamo iniziato anni fa. In Italia non è così scontato vedere un'opera partire e poi essere completata nei tempi previsti".
Icardi ha posto però l'attenzione soprattutto sulla filosofia della riforma sanitaria: "L'Ospedale di Comunità è importante, ma da solo non basta".
Secondo l'ex assessore, il vero cambiamento consiste nel riportare il più possibile l'assistenza direttamente nelle case dei pazienti: "Come ricorda anche il Decreto Ministeriale 77, il primo luogo di cura è il domicilio. Tutti coloro che possono essere assistiti a casa devono poter restare a casa. Le strutture territoriali servono proprio a sostenere questo modello".
Una rete che, nelle intenzioni della Regione, dovrebbe contribuire anche a ridurre uno dei problemi più rilevanti della sanità italiana: il sovraffollamento dei Pronto Soccorso.
"Abbiamo ancora troppi accessi impropri. Molti cittadini si rivolgono al Pronto Soccorso per problemi che potrebbero essere affrontati sul territorio. Rafforzare la medicina di prossimità significa anche liberare gli ospedali da questa pressione".
Manassero: "Un buon risultato, ma resta un filo di preoccupazione"
Parole di soddisfazione sono arrivate anche dalla sindaca di Cuneo Patrizia Manassero, che ha ricordato il lavoro svolto insieme all'Asl per individuare la sede dell'Ospedale di Comunità.
Quando venne richiesto un edificio da destinare al progetto, il Comune individuò l'ex Mater Amabilis, allora utilizzato come RSA ma ormai non più adeguato agli standard richiesti. "La trasformazione è stata davvero importante. Chi conosceva questa struttura sa quanto fosse complesso intervenire su un edificio di questa età".
La sindaca ha espresso apprezzamento per l'avvio dei servizi e per le rassicurazioni ricevute sul personale. "Ci rassicurano le parole dell'assessore e il fatto di aver già visto personale infermieristico presente".
Allo stesso tempo, però, non ha nascosto che il vero banco di prova inizierà soltanto con l'apertura: "Continueremo a mantenere quel filo di preoccupazione sulla gestione e sulla tenuta delle strutture, ascoltiamo con attenzione quanto ci viene illustrato".
Il nodo del personale: la vera sfida inizia adesso
Se sui nuovi edifici il consenso è pressoché unanime, il confronto si accende quando si parla delle persone che dovranno farli funzionare.
La domanda è semplice quanto decisiva: chi lavorerà nelle nuove Case e nei nuovi Ospedali di Comunità?
È attorno a questo interrogativo che si concentra il dibattito politico e sindacale degli ultimi giorni.
Tra le voci più critiche c'è quella della consigliera regionale di Alleanza Verdi Sinistra Giulia Marro, presente a tutte e tre le inaugurazioni.
"L'apertura di queste nuove strutture è certamente una buona notizia per la medicina di prossimità, che punta ad avvicinare i servizi alle persone, costruire percorsi di cura meno frammentati e alleggerire la pressione sugli ospedali. Gli edifici, però, da soli non bastano per garantire un servizio di qualità".
Secondo Marro il successo della riforma non dipenderà dalla conclusione dei cantieri, ma dalla capacità di rendere realmente operativi i nuovi presidi: "Il vero obiettivo è farli funzionare. Oltre alla costruzione di strutture adeguate serve una programmazione puntuale del lavoro del personale e dei servizi erogati. È questo che dovranno verificare anche i certificatori europei attesi nei prossimi giorni".
Durante gli incontri inaugurali, ricorda la consigliera regionale, l'Asl CN1 ha confermato che i primi pazienti saranno accolti negli Ospedali di Comunità di Cuneo e Saluzzo a partire dal 21 luglio, mentre la Casa della Comunità di Savigliano entrerà progressivamente in funzione entro la fine del mese.
Le rassicurazioni, tuttavia, non dissipano tutti i dubbi: "Il direttore generale Giuseppe Guerra ci ha assicurato che il personale ci sarà e che a settembre è previsto un confronto con le organizzazioni sindacali. Sarà un passaggio importante, soprattutto alla luce della recente circolare regionale sulle assunzioni".
La circolare della Regione e i dubbi sulle nuove assunzioni
Negli ultimi giorni il tema degli organici è tornato al centro dell'attenzione anche per effetto della richiesta avanzata dall'assessore regionale Federico Riboldi alle aziende sanitarie piemontesi di effettuare una ricognizione della spesa e del personale.
L'assessore ha chiarito che non si tratta di un blocco delle assunzioni, ma di un'operazione finalizzata a governare meglio le risorse economiche in una fase complessa per i conti della sanità piemontese.
Una spiegazione che, però, non convince completamente le opposizioni.
"La circolare viene descritta come una semplice ricognizione - osserva Marro - ma nella sostanza indica alle Asl un preciso obiettivo di contenimento della spesa e rischia di tradursi in un forte rallentamento delle nuove assunzioni".
Da qui la domanda che la consigliera regionale continua a porre: "Il personale sarà aggiuntivo oppure verrà semplicemente spostato da altri servizi? Se non verranno autorizzate nuove assunzioni pubbliche, con quale personale saranno fatti funzionare questi nuovi presidi?"
Secondo Marro, le rassicurazioni ascoltate durante le inaugurazioni rappresentano un segnale positivo, ma dovranno trovare conferma nei fatti: "La cittadinanza ha bisogno di tornare a credere nella sanità pubblica. Se questo modello funzionerà potrà restituire fiducia al Servizio sanitario; se invece resterà incompleto, il rischio è che sempre più persone siano costrette a rivolgersi alla sanità privata".
Riboldi: "Non sono scatole vuote"
Le critiche sul personale sono state affrontate direttamente dall'assessore Riboldi durante l'inaugurazione di Cuneo.
Con toni decisi, l'assessore ha respinto l'accusa secondo cui le nuove strutture rischierebbero di trasformarsi in semplici contenitori privi di servizi: "Voglio confutare definitivamente la voce di alcuni che dicono che queste sono scatole vuote".
Riboldi ha ricordato che il completamento delle opere PNRR non viene valutato esclusivamente sotto il profilo edilizio: "I certificatori europei non vengono a verificare se gli edifici sono belli o climatizzati. Controllano la capacità delle strutture di offrire servizi. E la capacità di offrire servizi è basata sul personale".
"La Comunità Europea non certifica strutture che non hanno personale".
L'assessore ha quindi rivendicato l'incremento degli organici registrato negli ultimi anni in Piemonte: "Dal 2019 a oggi abbiamo aumentato il personale della sanità regionale di 4.200 unità. Oggi siamo circa il 3% sopra la media nazionale. È uno sforzo che costa quasi 200 milioni di euro all'anno, ma che ci permette di affrontare anche la nuova organizzazione della sanità territoriale".
Dai concorsi Azienda Zero agli avvisi di Amos: la ricerca del personale
Che il tema degli organici sia oggi la principale sfida della riforma lo dimostra anche un altro elemento: parallelamente all'apertura delle nuove strutture Amos ha pubblicato specifici avvisi di manifestazioni di interesse per la formazione di un elenco aperto di infermieri professionali da cui attingere per assegnare singoli incarichi o collaborazioni con gli Ospedali di Comunità di Cuneo e Saluzzo.
L’avviso di Amos complementa il maxiconcorso regionale di Azienda Zero per la copertura di 331 posti di infermiere nelle ASL piemontesi, le cui graduatorie verranno utilizzate anche sul territorio di Cuneo.
Il reclutamento del personale rappresenta quindi una delle priorità operative di questa fase: l'avvio dei nuovi servizi non passa soltanto attraverso il completamento degli edifici, ma anche dalla capacità di reperire professionisti sufficienti a garantire la piena operatività dei reparti.
Le preoccupazioni dei sindacati
Sul tema continuano a mantenere una posizione critica anche le organizzazioni sindacali.
Nei giorni scorsi la FP CGIL Cuneo aveva contestato la scelta dell'Asl CN1 di coprire i turni dei nuovi Ospedali di Comunità attraverso la rotazione del personale già impiegato nei Distretti, sostenendo che la medicina territoriale non possa essere rafforzata "sottraendo risorse ai servizi già esistenti".
Analoga la posizione del NurSind, che ha lanciato un nuovo allarme sulla carenza di infermieri e operatori socio-sanitari.
Secondo il segretario territoriale Davide Canetti, il rischio è quello di inaugurare strutture moderne senza disporre degli organici necessari per renderle realmente operative: "Non basta costruire nuove strutture se poi mancano gli operatori chiamati a farle funzionare. Senza infermieri e OSS sufficienti il rischio è quello di sottrarre personale ai reparti e all'assistenza domiciliare, creando difficoltà in altri servizi già oggi sotto pressione".
Pur riconoscendo l'importanza del concorso regionale bandito attraverso Azienda Zero per l'assunzione di nuovi infermieri, il NurSind ritiene che le procedure richiederanno ancora tempo e che l'emergenza vada affrontata con interventi più rapidi.
Per il sindacato la sfida della sanità territoriale non potrà essere vinta soltanto con nuove strutture, ma richiederà un investimento stabile sulle professioni sanitarie.
Il caso Cuneo: perché manca una Casa della Comunità?
Accanto al tema del personale, un'altra questione continua a riemergere nel dibattito cittadino: fin dalla pubblicazione del piano regionale era stato infatti evidenziato come Cuneo, a differenza di altri centri della provincia, non avrebbe ospitato una Casa della Comunità, ma soltanto un Ospedale di Comunità.
Una scelta che negli anni ha suscitato perplessità da parte di alcuni esponenti politici cittadini, tra cui il consigliere comunale Ugo Sturlese, che ha più volte sostenuto come il capoluogo avrebbe dovuto disporre anche di un presidio dedicato ai servizi territoriali.
Il tema è riemerso anche durante l'inaugurazione. A margine degli interventi ufficiali, il direttore generale dell'Asl Giuseppe Guerra ha spiegato di aver condiviso con l'Amministrazione comunale una soluzione alternativa.
"L'Ospedale di Comunità era previsto dal piano nazionale, la Casa della Comunità no. Però abbiamo deciso che cinque o sei ambulatori presenti all'interno della struttura diventeranno ambulatori della salute, cercando in questo modo di sopperire almeno in parte a quella mancanza".
Una spiegazione che non ha convinto Sturlese: "Secondo me questa non è una Casa della Comunità e non sapete che cos'è una Casa della Salute", ha replicato il consigliere, confermando una contrapposizione che accompagna il progetto praticamente dalla sua nascita.
La prova del nove inizierà il 21 luglio
Il taglio del nastro segna soltanto l'inizio di un percorso, dal 21 luglio i primi pazienti entreranno negli Ospedali di Comunità di Cuneo e Saluzzo, mentre entro la fine del mese prenderà forma anche la nuova Casa della Comunità di Savigliano. Da quel momento la riforma della sanità territoriale uscirà definitivamente dai progetti, dai cantieri e dai rendering per confrontarsi con la quotidianità dell'assistenza.
La sfida, infatti, non riguarda più gli edifici. Le strutture ci sono, così come gli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che hanno permesso di realizzarle. Ora il banco di prova sarà un altro: riuscire a riempire quei muri di servizi, professionisti e percorsi di cura realmente accessibili ai cittadini.
L'obiettivo dichiarato della riforma è ambizioso: curare le persone il più possibile vicino a casa, seguire con continuità i pazienti cronici, ridurre gli accessi impropri ai Pronto Soccorso e costruire una rete capace di accompagnare il malato lungo tutto il percorso assistenziale, dall'ospedale al domicilio.
Su questo obiettivo, in fondo, sembrano concordare tutti. Maggioranza, opposizioni, amministratori locali e organizzazioni sindacali condividono l'idea che una sanità territoriale più forte rappresenti una necessità, soprattutto in una provincia estesa e geograficamente complessa come quella di Cuneo.
Ciò che divide è il modo in cui raggiungere quel risultato.
Da una parte la Regione rivendica il rispetto delle scadenze del PNRR, il completamento delle opere e l'aumento degli organici registrato negli ultimi anni.
Dall'altra opposizioni e sindacati chiedono garanzie sul fatto che il personale destinato alle nuove strutture sia realmente sufficiente e aggiuntivo, senza impoverire altri servizi già oggi in difficoltà.
Sono interrogativi destinati a non trovare risposta nelle conferenze stampa o nei comunicati, ma nell'attività quotidiana dei prossimi mesi.
Saranno i tempi di presa in carico dei pazienti, la capacità di alleggerire i Pronto Soccorso, il funzionamento delle équipe territoriali e la reale integrazione tra medici di medicina generale, infermieri e specialisti a misurare il successo della riforma.
In altre parole, il futuro delle Case e degli Ospedali di Comunità non sarà deciso il giorno dell'inaugurazione, ma da ciò che accadrà quando i cittadini inizieranno a varcarne la soglia.