CUNEO - Referendum, dieci domande scomode ai sostenitori del sì e del no

L’avvocato Carla Sapino e il procuratore capo Onelio Dodero rispondono ai punti più controversi sollevati da oppositori e fautori della riforma costituzionale

Andrea Cascioli 13/03/2026 10:40

Diciamoci la verità: ammesso che prima fosse diversa, negli ultimi giorni la campagna referendaria ha preso una piega davvero deprimente. Fra le accuse di contiguità alla “massoneria deviata” da magistrati schierati per il no come Nicola Gratteri e gli inviti a votare sì per “togliersi di mezzo la magistratura” formulati dalla capo gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, la gazzarra politica non aiuta a capire su cosa, in concreto, i cittadini dovranno votare il 22 e 23 marzo. Lo ricordiamo in breve: il quesito tocca la separazione delle carriere tra pm e giudici, la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare per giudicare eventuali irregolarità commesse dai magistrati, come oggi fa l’apposita sezione disciplinare del Csm. Abbiamo deciso di concentrarci solo su questo e di esaminare criticità e punti di forza dell’una e dell’altra posizione con due esperti: l’avvocato Carla Sapino, presidente dell’associazione culturale Panta Rei, per il sì. Il procuratore capo di Cuneo Onelio Dodero per il no. A ciascuno abbiamo rivolto cinque domande precise sugli aspetti che più vengono contestati ai fautori delle rispettive posizioni. Perché sì: “Chi sbaglia paga. La politica non c’entra” Partiamo dal tema della separazione delle carriere, su cui in realtà è già intervenuta la riforma Cartabia. Oggi il passaggio lo fanno poche decine di giovani magistrati all’anno, perlopiù per avvicinarsi a casa. Valeva la pena di fare una riforma costituzionale per questo? Vale la pena di farlo, perché la separazione di carriera riguarda qualcosa di molto più ampio: il ruolo svolto all’interno delle aule di giustizia. Accusa e difesa hanno la stessa funzione, mentre il giudice è quello che deve decidere se la partita sia regolare. L’esempio che porto sempre è questo: immaginiamo che il giudice sia l’arbitro di un derby tra Juve e Toro. Se una squadra e l’arbitro si allenano nello stesso campo, uno dei due sicuramente viene penalizzato nella sua preparazione: in campo devono fare cose diverse e anche l’allenamento deve essere diverso. L’esempio lampante lo vediamo a Cuneo: anche mentalmente c’è una predisposizione ad accorpare. Perché in via Bonelli hanno messo il tribunale civile, anziché la Procura? Sono gli stessi padri costituenti ad aver previsto che l’ordinamento potesse essere modificato. La sesta e la settima disposizione preliminare parlano di questo. Nel 1988 un giurista ex partigiano, Giuliano Vassalli, iniziò il processo di riforma dando il via alla prima importante modifica sul punto. Giovanni Falcone affermava a proposito del pubblico ministero che “gli organi di questa funzione dovrebbero essere nettamente distinti da quelli della funzione giudiziaria”.    Un’obiezione è relativa al fatto che con questa settorializzazione i pubblici ministeri potrebbero percepirsi meno come magistrati terzi e più come “superpoliziotti”: questo rischio non vi preoccupa? Potrei rispondere provocatoriamente che metterli al livello degli avvocati non è certo una “diminuzione”. A me sembra solo uno slogan politico, perché il pubblico ministero non sarà minimamente toccato nelle funzioni di “ordine indipendente e autonomo”, come previsto dall’articolo 104 della costituzione.   Si fa notare che già oggi un gran numero di processi monocratici sono decisi da giudici onorari (Got) e pm onorari (Vpo), oltre ai giudici di pace. Cioè da avvocati che rappresentano il tribunale o la procura. Perché i magistrati togati dovrebbero essere più sospettabili di parzialità rispetto a questi avvocati? Quand’anche ci fosse da mettere ordine in questo sistema, non ci sarebbe bisogno di una riforma costituzionale. I due Csm sono la conseguenza logica della separazione e di un principio di semplice civiltà: chi sbaglia, paga. Per tutto il resto sono sufficienti norme ordinarie.   A proposito del sorteggio per i membri di Csm e Alta Corte, l’obiezione più ricorrente è che nessun Paese europeo prevede un meccanismo analogo. Che senso ha affidarsi a un modello che non segue nessuno e toglie ai magistrati la possibilità di decidere sulle proprie cariche? Quali altri Paesi hanno il sistema correntizio che esiste in Italia? Magistrati come Palamara hanno vuotato il sacco raccontando come stavano le cose. Lo stesso Falcone venne silurato dal Csm e disse che era avvenuto “perché non appartenevo alla corrente più forte”. Il sistema correntizio premia l’appartenenza a un gruppo, come in politica: peccato che il ruolo di chi amministra la giustizia sia un altro. Il sorteggio è il metodo più efficace per spaccare le correnti. I requisiti per l’ammissione saranno connessi alle capacità, non si può sostenere che ciò porti a diminuire il prestigio della magistratura. Quando poi si dice che sui nomi dei laici deciderà il parlamento, ci si dimentica di dire che lo farà in seduta comune. Si obietta: “Sorteggereste mai il chirurgo che vi opera?”. Ma in quel caso non parliamo di una funzione pubblica.   I profili problematici legati al funzionamento dell’Alta Corte disciplinare sono molteplici, il principale è relativo all’appellabilità delle sentenze: ci sarà un secondo grado di giudizio davanti alla stessa Alta Corte, in composizione diversa. Poi non è chiaro se si potrà impugnare in Cassazione, come avviene oggi. Non si sa nemmeno in quale numeri giudici e pm saranno presenti nei collegi che giudicheranno i colleghi, e se i membri laici saranno in numero maggiore o minore rispetto a loro Anche gli avvocati inizialmente venivano giudicati dal consiglio dell’ordine, poi si è deciso di designare un organo terzo. Noi non abbiamo nessun grado di appello nel merito, mentre i magistrati sì. Ritengo che potranno ricorrere anche alla Cassazione perché questo ricorso è sempre ammesso, salvo che non sia esplicitamente vietato. I membri dell’Alta Corte saranno nominati in numero di tre dal presidente della Repubblica, altri tre verranno sorteggiati da un elenco predisposto dal parlamento in seduta comune, sei tra magistrati giudicanti con almeno 20 anni di carriera ed esperienza in Cassazione e tre dai magistrati inquirenti con gli stessi requisiti. Quindi l’unico a scegliere senza passare dal sorteggio sarà il presidente della Repubblica. È una riforma di assoluta garanzia. La punibilità sarà comunque molto limitata e semmai i magistrati, come già fanno gli avvocati, i medici e i dentisti, potranno assicurarsi in caso di “dolo o colpa grave”. Concludo invitando a non politicizzare il voto: di politica parleremo alle elezioni nel 2027, mentre la giustizia è un treno che passa solo oggi e quel che si decide resterà anche per i nostri figli. Perché no: “Vogliono pm burocrati e giudici pavidi” Partiamo dal tema della separazione delle carriere. Per quanto riguardi un numero ristretto di magistrati, si tratta comunque di introdurre un modello che è già in vigore in circa 2/3 dei Paesi europei. Perché allora dovrebbe rappresentare un rischio per l’Italia? Non c’è in realtà un modello uguale all’altro: i francesi, per esempio, guardano molto al modello italiano e pensavano di uniformarsi a noi. Per la separazione delle carriere, aggiungo, non occorreva riformare la costituzione: basta una legge ordinaria, come ha chiarito la Corte costituzionale per due volte. Si dice: se separiamo le carriere realizzeremo il cosiddetto giusto processo, perché finalmente avremo un giudice terzo e imparziale. Nell’articolo 111 è già prevista la parità delle parti, come principio processuale. L’accusa e la difesa hanno gli stessi poteri in materia di prova, al di là di questo la parità delle parti non è assolutamente possibile, perché il pm deve avere strumenti e obiettivi diversi, avendo come scopo di accertare la verità dei fatti: la difesa ha un altro compito, quello di far assolvere l’assistito o addirittura di non farlo processare. Si sostiene che “staccando” il giudice dal pm, questi sarà più equo: mi chiedo, finora è stato iniquo? E quali sono le sentenze in cui ciò è stato dimostrato? Quel che mi lascia molto perplesso è che questa riforma non è stata discussa in parlamento: è una riforma “bloccata” e arriva in un momento in cui vi sono venti forti di securitarismo e di autoritarismo.   A proposito del sorteggio: si rileva che è l’unico sistema che potenzialmente possa sottrarre il Csm al gioco delle correnti da cui è dominato. E perché un qualunque magistrato, che ogni giorno decide su questioni gravose come la privazione della libertà personale, non dovrebbe essere in grado di decidere sulle nomine degli uffici giudiziari? Il cuore della riforma è appunto la disintegrazione dell’attuale Csm, ossia l’organo di governo autonomo della magistratura. Ci sono numerosissimi criteri da valutare: il Csm fornisce pareri, si confronta col ministero, realizza norme per una giustizia più celere. Non tutti sono capaci a farlo, conosco ottimi magistrati che è meglio continuino a fare solo i magistrati. Inoltre sarebbe l’unico collegio di rilevanza costituzionale permanente i cui membri vengono sorteggiati. Ha senso nominare un buon cardiologo direttore dell’Asl? Non se non ha capacità amministrative. Con questa riforma, i due Csm diventano organi di “alta amministrazione”, perché si occuperanno solo dell’organizzazione della magistratura. Ma il Csm non ha solo queste funzioni: è un organo che riguarda l’intera magistratura e che era stato così pensato per evitare qualsiasi intromissione di ogni altro potere. Con due Csm separati non avremo più la possibilità di un costante e continuo confronto tra i due corpi e ciò produrrà difficoltà organizzative, perché giudici e pm baderanno solo ai rispettivi interessi. Per riformare la magistratura sarebbe bastato dividere il Csm in due sezioni, così invece l’unico organo di raccordo sarà il presidente della Repubblica. Sono terrorizzato da un Csm di pubblici ministeri, perché diventerebbe autoreferenziale, privato del confronto con l’altra parte: chi sarà valutato “idoneo” da un organo di questo tipo? Il pm che ha ottenuto più condanne o più assoluzioni?   Un tema collegato al sorteggio è la trasparenza nella valutazione dei magistrati. Nel 2021 i magistrati con valutazione positiva nel quinquennio precedente erano stati il 99,2%, nel 2025 sono saliti al 99,47%. Il dato assoluto non combacia nemmeno con le condanne comminate dalla sezione disciplinare del Csm, che sono di più. Non è il segno di una difficoltà persistente ad autovalutarsi? Meno male che il 99% dei magistrati supera la valutazione, vuol dire che il livello è buono. Un conto poi è la violazione disciplinare, un altro la valutazione di professionalità: bisognerebbe in questi casi valutare il caso concreto. Si lamenta che la sezione disciplinare non funziona, ma quel che non si dice è che oggi può essere investita solo dal ministro di giustizia o dal pg presso la Corte di Cassazione: questo avviene in media in 80 casi all’anno. In tutti gli altri l’archiviazione viene disposta perché chi ha il potere di farlo non esercita l’azione. Negli ultimi tre anni il ministro ha esercitato l’azione in 27 casi nel 2023, in 26 casi nel 2024 e in 33 casi nel 2025. Qualcuno sostiene che il Csm assolve nel 75% dei casi: le assoluzioni in realtà sono il 47%, nemmeno la metà. Non solo, il pg e il ministro hanno facoltà di impugnare queste assoluzioni. Il nostro Csm, in ogni caso, condanna tre volte tanto rispetto alla Spagna e cinque volte di più rispetto al Regno Unito. Anche sulle valutazioni c’è un problema. Coi due Csm distinti il pubblico ministero non potrà più valutare il giudice e viceversa, mentre i membri laici - cioè gli avvocati - valuteranno gli uni e gli altri.   Riguardo all’Alta Corte, i fautori della riforma rilevano che il ricorso in Cassazione dopo l’appello, non essendo stato escluso, verrà mantenuto. Qualcosa porta invece a escluderlo? Questo è un problema molto delicato. C’è un tema di diritto, riguardo al fatto che l’Alta Corte sia o no un giudice speciale, la cui istituzione è vietata dalla costituzione. Altro problema forse più pregnante è il ricorso per Cassazione: l’articolo 105 riformato afferma che “contro le sentenze emesse dall’Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche per motivi di merito, soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte”. C’è spazio per la possibilità di ricorrere per Cassazione? È dubbio. Se l’interpretazione fosse che non si può ricorrere per Cassazione avremmo un assurdo. Un magistrato che contesti una nomina potrebbe ricorrere per Cassazione, chi viene sottoposto a sanzione disciplinare invece no. C’è anche un enorme mancato coordinamento con l’articolo 107 riformato: l’Alta Corte può trasferire i magistrati, ma è il “rispettivo Csm” a decidere. Cosa succederà se non saranno in accordo? Il Csm dovrà solo eseguire le sentenze oppure no? In generale, l’Alta Corte composta anche da pm farà “il processo” ai giudici: è un grimaldello per arrivare a quella “normalizzazione” che a mio parere è lo scopo ultimo. Si vuole un pm sempre più burocrate e sempre più inserito nella pubblica accusa e un giudice un po’ più pavido di quello che è. Quali saranno le condotte sanzionate? Quelle che “invadono” il campo del governo, come si sente dire?   L’Anm si è spesa in modo forte contro questo referendum, con un attivismo criticato da più parti. Questa spaccatura non lascerà strascichi dal 24 marzo? L’Anm non è il Csm, è un sindacato che tutela la categoria e a cui sono iscritti la maggior parte dei magistrati. Ma anche il Csm, un organo presieduto dal presidente della Repubblica e che ha come vicepresidente un laico, ha dato un articolatissimo parere contrario a questa riforma. La gente dovrebbe avere fiducia nella magistratura, perché la giustizia è un valore assoluto: questa campagna invece ha visto offeso e sempre più delegittimato un potere dello Stato, da parte di un altro potere dello Stato.